I.
Oggi il vento soffia forte e scuote le cime degli alberi. Vivendo alla periferia della periferia, posso osservarli agevolmente, in nulla ostacolato: sono scossi da spasimi furiosi, pare quasi che vogliano fuggire - fuggirebbero certo, se avessero gambe. Il solo scopo che questo vento raggiunge è lo strappo degli insetti dai tronchi e dai rami. Trasporta i loro corpi lontano, verso ostacoli che si ergono lontano da qui, verso le mura della città lontana. O più semplicemente, li trasporta su di me, e questi piccoli insetti dalle bocche voraci mi mangiano tutto, prima i vestiti e poi la carne. Questi esseri minuscoli mi trasfigurano, mi spiritualizzano. Sembra un duro lavoro ma lo fanno volentieri. E io, ormai reso spirito da questi gentili piccoli insetti, giro per le strade piene di vento e di gente che ha fretta, scostante, nemica, che mi getta occhiate disapprovando il mio semplice metodo. Invidiano i miei insetti, anche se forse è solo apparenza. Tutto è apparenza, anche il vento e gli alberi.
II.
Noi tutti stiamo ben piantati con i piedi nella terra della piazza cittadina, con i denti ben stretti alla sbarra di ferro che da quella terra spunta; le vibrazioni di quel ferro passano attraverso i denti e le ossa del cranio, e noi vibriamo sempre più velocemente, sempre più dolorosamente, fino a che le nostre voci di dolore si alzano nel cielo azzurro e pieno di rondini. Finalmente esanimi, cadiamo a terra, l’esperienza ci ha spossato, una cosa così inutile mai la si era vista. Come siamo contenti del cessare di quella scossa che spacca le ossa e fa uscire gli occhi dalle orbite!
III.
La pazzia; anzi, la follia, quella ventata gelida rigeneratrice di storie affannose. Quanto è affascinante. Nessuno scapperà di fronte alla porta chiusa su cui campeggia l’avvertenza. Si vorrà in ogni caso sbirciare, un attimo solo: a cosa serve un avvertimento se non a trasgredirlo? Se non volevano che si guardasse, sarebbe bastato tacere.
IV.
L’invadenza delle facce, quei volti esageratamente segnati dalle intemperie, quegli occhi affogati in desideri non numerabili: è disturbante, questa invadenza. Anche questi corpi eccessivamente pesanti, sotto cui si intravedono ossa di dinosauro, massicce e biancastre; queste mani enormi, questi piedi troppo grandi, pronti ad afferrarti e a portarti. Ecco, sono invadenti, conquistano ogni spazio, ogni porzione di campo visivo. È impossibile sfuggirgli, si ha sempre paura di venir presi dalle maglie titaniche dell’ingranaggio. Somigliano a quei figli di Dio, a quei Giganti che sposarono le figlie dell’Uomo.
V.
Guardandosi riflessi alla vetrina in strada non riusciamo ad abbinare l’energia che ancora sentiamo scorrere nelle vene e nei nervi con quell’immagine opaca: anche di questo si vorrebbe dire, ma si continua a credere che non è possibile farlo. Quindi si tace, e si prova a far qualche passo in avanti. Il trucco riesce sempre, è per questo che facciamo presto a dimenticarci di aver visto.
VI.
Dopo aver tanto percorso avanti e indietro quella strada, prima sulla mappa seguendo l’itinerario con un dito, poi dal vero fermandosi ogni volta a verificare la via fatta e il paesaggio (che sembra non dover mai esaurire le sue sorprese); ecco, dopo tutto questo attardarsi per strada, non viene naturale dire che non si tratta di curiosità scientifica ma di ritardo mentale?
VII.
C’è una stanza in cui si viene giudicati per quello che si è. È una stanza senza luci, illuminata debolmente da due finestre su pareti che fanno angolo. Lì vi è un tavolo, e numerosi armadi vuoti. Se si dà uno sguardo dalle finestre si vede un incrocio quasi sempre deserto. Quelle strade sono di certo percorse da un filobus, visto che ci sono i cavi tesi da in palazzo all’altro. Le finestre di quei palazzi sono sempre chiuse, e i pesanti portoni sono sempre aperti. Ma non c’è nessuno che entri o esca.