mercoledì 26 febbraio 2020

Il gomitolo

Dipanare gli elementi di questo racconto è un po’ come spiegare ciò che è rappresentato in un disegno su una carta appallottolata. Per farlo, si deve prima dispiegare il foglio su un piano; ma così facendo si modifica la vicinanza fra le linee, e vengono meno le complesse relazioni che intercorrevano fra i vari elementi del disegno quando il foglio era accartocciato. Spiegarlo significa in un certo modo fare chiarezza, ma nel farlo si perdono le sfumature inestricabili che si trovavano fra parti ora diverse e lontane, parti che nell’appallottolamento erano simili e vicine. Dipanare una simile storia significa darle una forma e un tempo che, nel momento in cui accade, non ha, nondimeno è indispensabile farlo se ci si vuole capire qualcosa. I mezzi che abbiamo a disposizione non ci permettono ancora di agire sul punto infinitamente denso: da esso, si deve trarre una linea che spazialmente si snoda nel tempo successivo alla narrazione. In questo modo, molto si perde, perché non si può dire in parole povere l’aggrumarsi di elementi disparati in un unico nodo, se non appunto dicendoli uno dopo l’altro. Si può solo fare un accenno che le cose sono accadute tutte insieme, anche se nel dirlo le diremo in successione, e tutte confinanti in un medesimo punto, quello dal cui nocciolo aggrovigliato sono nate queste parole.
C’è (per esempio) la Stazione Centrale, un blocco in muratura color ocra, che domina la piazza che da essa prende il nome. Un edificio imponente visitato ogni giorno da milioni di viaggiatori. Una schiera di alberi lo circonda, cosicché la vediamo in trasparenza, fra tronco e tronco, tra chioma e chioma. Al di là di essa (ma la relazione spaziale risente di quell’appallottolamento cartaceo di cui si diceva poco fa, in modo che al di là significa anche in modo prossimo) vi è la Chiesa cosiddetta di Leonardo. È una costruzione in marmo bianco e verde, con una piccola cupola che si vede come superimposta al blocco ocra della Stazione, ma muovendosi di un poco notiamo che la piazza non ha forma definitivamente rettangolare o quadrata, ma ha dei rientri, delle nicchie di passaggio, un contorno geometrico complesso che in pianta può essere rappresentato da una forma a ferro di cavallo: è in questo rientro che si erge la Chiesa di Leonardo. Là è conservato il cenacolo, tentazione goethiana di scoprire forme e colori. Si capirebbero così certe incongruenze, non più imputabili alle due diverse modalità foglio spiegato / foglio accartocciato (rispettivamente A e B), ma dovute alle differenze fra città, l’una vissuta come se fosse l’altra a partire dalle poche somiglianze che intercorrono fra le due.
Nel racconto, si ha da andare da un punto a un altro, ma ci si ostina a voler usare il modo A quando invece, in quel mondo, si usa il modo B: allora si salta e si scende ripetutamente dal bus, con grande perplessità dei conducenti che ci vedono sparire e riapparire a velocità infinita, indecifrabile.
-Debbo andare là. Va là, no?
-Ma sì, certo… -, e qui in conducente vorrebbe dire che non ci va subito, vorrebbe spiegare che l’apparente vicinanza spaziale non è la vicinanza nel tempo. Non è detto che, siccome la destinazione è lì a pochi metri (basta attraversare la piazza, ma anche di questa distanza non si è sicuri, per il gioco di prospettive) la prossima fermata sia quella. C’è tutto un destino da svolgere, tutto un gomitolo, effetto dovuto allo spiegamento del foglio accartocciato. Le grandi dimensioni della piazza non si notano subito perché alberi e muratura, su piani diversi, organizzano lo spazio in modo cangiante. Ci si ferma là dove si dovrebbe andare, si mangia quando è tempo di digiunare, si commenta quando si dovrebbe tacere.


mercoledì 19 febbraio 2020

Il gattuomo

Un animale così è un segno di distinzione, una cosa da andare fieri, di una fierezza silenziosa ma chiara e evidente, non detta ma manifestata in ogni atteggiamento.
Un gatto nero, grande e altero, che vive solitario in queste stanze. Molte volte si è magnificata questa sua qualità della solitudine, del fatto che tutto da solo egli viva questo luogo come un vero signore, quasi il re di queste mura. E altre volte, altrettanto numerose, si è detto della sua fierezza che rasenta l'incomunicabilità, del fatto che percorra questi corridoi come in un sogno millenario. Egli comunica di certo con una dimensione a noi ignota, e questo è il segno di distinzione che marca il possessore di un tale animale, che animale non è più perché non più bruta materia ma ingegno sublimato e mistero, e che animale lo è molto più di ogni altro per il contatto con quell’anima che attraversa il mondo da parte a parte, come una mente singolare che tutto governa e veda. Animale quindi detto non a diritto, oppure a diritto maggiore, animale detto con una parola che nel suo caso non è più sufficiente, ma eccedente e deficiente al medesimo momento.
E adesso, al ritorno, non c’è più: le stanze, son vuote! I corridoi, gelidi e silenziosi! Non ci sono più i lontani passi felpati di quel gatto nero a popolare il mio silenzio. Le finestre alte, che rimanevano chiuse per proteggere il mondo dalla sua potenza adesso si aprono; le finestre, delicati merletti che sorreggono vetri sottili come zucchero (e mai prima d’ora avevo notato questa differenza di intensità) una volta chiuse per necessità, ora si spalancano, da cui mi sporgo alla ricerca di ciò che non riesco più a vedere, da esse mi sbraccio nella ricerca di chi non riesco più a trovare. Non dovevo dar loro le chiavi e caricarli di una incombenza così delicata. Percorro la casa in lungo e in largo, ma il gatto non c’è più.
In che modo se ne sia fuggito è per ora un mistero: qualcuno deve averlo favorito. Ancora e ancora vado su e giù nella speranza di aver dimenticato qualche angolo, di aver tralasciato un minimo spazio in cui si sia potuto nascondere rannicchiandosi, e alla fine lo trovo: uno spazio dimenticato, un’ultima mensola su cui il gatto, enorme panciuto e fiero, sta silenziosamente, guardandomi con un’espressione così strana.
Di sicuro il risultato di una lotta, o almeno il segno di quella, incancellabile perché già tracciato, riconsegnato a un tempo che non può ritornare sui suoi passi: un lungo graffio gli attraversa il corpo. Me lo hanno fatto ammalare.
La casa piena di ospiti, mi do da fare in giro per farli stare a loro agio, ma di affermarsi troppo non c’è bisogno quando si possiede un gatto come quello: è sufficiente mostrarlo anche senza farne parola, e la conversazione è assicurata, duratura e efficace, anche per settimane, anche con una ferita così profonda; nessuno se ne accorgerebbe se il gatto, improvvisamente impazzito, non mi graffiasse a sua volta.
-Un disinfettante! -, chiedo e grido insieme, - Datemi del disinfettante, o per me sarà la fine!
Questo non lo dico, lo penso soltanto, ma pensarlo è già soccombere al tetro pensiero di un contagio. Quella ferita ha in sé un morbo, o non sarebbe una ferita. Di certo, chi fra gli astanti non mi aiuterà sarà stato colpevole di quel primo oltraggio. Di sicuro, fra loro c’è chi ha mancato a quel primo dovere, e il graffio, se non fosse un graffio reale e infetto, sarebbe il mezzo più efficace per scoprire fra loro il colpevole. Se non fanno in fretta, io morirò a mia volta. Non vedono che non riempie più la stanza di quella sua magnifica presenza?
-Di questo, parleremo dopo -, dice il più brillante fra gli ospiti, - Adesso, ci racconti ancora di quel suo preziosissimo animale.


mercoledì 12 febbraio 2020

Ecce homo

L'infermiera, obbedendo all'ordine del dottore di preparare per l'operazione il malato, si avvicina a quest'ultimo armata di fiale e siringhe dicendogli:
- Nel naso.
- Cosa nel naso?
- Gliela devo fare nel naso, proprio qui fra labbro e narice. L'iniezione preparatoria.
- Ma no. Questo avresti potuto dirmelo ieri quando ancora non ti conoscevo e potevi ingannarmi. Ero malato, tutto concentrato nel dolore che non pensavo ad altro.
-Ieri ero così sconvolta che mi sembrava che tu spostassi continuamente l'obbiettivo via via che mi avvicinavo…
- …e non eri mai stata così vicina! Io, sentendomi braccato, non potevo che sottrarmi alla tua influenza agendo come poi ho fatto, per attirarti sempre più verso di me anche non volendolo.
I due ora avvicinano i volti l'una all'altro, lei pronta ad iniettare il liquido, lui offrendosi sapendo bene che lei non oserà ferirlo in una parte così delicata del corpo.
- Sai che una volta risagomai gli attrezzi che mi servivano per vivere solo perché credetti alle parole d'amore (che mi venivano sussurrate dalle circostanze) di un'altra donna? Quella sensualità era così smisurata e invadente che nessun'altra azione mi fu possibile. Mi sentii così contento e non esitai a distruggere ciò che fino a quel momento mi aveva sostenuto.
- E poi funzionò? Ci fu quel grande sentimento, quello che scioglie il mondo?
- No, e quando finì tutto mi rammarichi della mia leggerezza. E ora tu vuoi ingannarmi con questa faccenda del naso. No, cara, tu mi ami, già stravedi per me alla follia e io lo so, non ti lascerò più andare.
- Ma dimmi ancora di lei, di quell'altra.
- Non si esitò punto nell’introdurre nuovi concetti: presi e ridisegnai ogni cosa adattandola alla nuova condizione. Si mise fuori la freccia accingendosi a superare qualcosa che poi si scoprì che poteva ancora funzionare. Ma il fatto era compiuto, non si poteva tornare indietro. Così, andò avanti, fino ad arrivare a questo momento, in cui tu mi vuoi uccidere iniettandomi qualche sostanza proibita alla radice del naso, mediante un sottilissimo ago che provocherà un grande dolore.
- Fermo, adesso: devo obbedire al dottore. Ti devo preparare per l’operazione.
- Ancora con questa storia? Ormai ti ho capito, non permetterò che tu lo faccia.



mercoledì 5 febbraio 2020

A distanza

La profezia della zia colpisce per il modo categorico in cui è formulata, e per il duplice fatto che: 1) in vita la zia non è stata così severa come appare da quel detto, e 2) che non ha lasciato niente di scritto, così che non si sa proprio in che modo quella profezia sia potuta arrivare, e con tale potenza, fino a noi; nondimeno è arrivata nel momento esatto in cui staccavamo i ninnoli dei bambini dalle mensole della loro cameretta (nell’udirla, i gesti delicati si sono fatti rabbiosi, come a strappare invece che togliere) colpendoci gravemente per la chiarezza indiscutibile della sua costituzione, una evidenza implacabile che toglie il fiato per l’apoditticità: “Quella tua musica, in cui ti avvoltoli, nulla vale”.
Ora è chiaro che quella musica a cui si fa riferimento, a me non solo piace in quanto musica, ma anche per il suo facimento, ovvero l’incontrarsi con altri musicisti per lo scambio di note e opinioni e accordi. E adesso, quella profezia arriva a scombinare le carte, ridisegnando il tavolo, ridistribuendo gli elementi in un modo in cui non è più possibile proseguire.
La zia, va detto, quando era in vita di certo non manifestò non solo una propensione alla musica, ma neanche una certa intelligenza del fenomeno sotto un rispetto che potesse definirsi un comprendere. Per dirla tutta, non solo era stonata – anche se si intestardiva nel cantare qualche motivetto a noi nipoti, costellando il canto con parole fantasiose di sua invenzione sul momento (dimostrando forse in questo un certo talento) – ma di musica non ne capiva niente, attribuendo il più delle volte arie famose ai più svariati compositori, scambiando i timbri degli strumenti con rumori, e così via.
Che ne poteva sapere lei della mia musica, che ai tempi era ancora di là da venire? La profezia, si osserva, se non vaticina non è una profezia, ed è tanto più efficace quanto più (per così dire) colpisce alla cieca e in modo inesorabile qualcuno o qualcosa, uccidendolo.
La profezia della zia, che idiozia. E in quel momento (in cui si distaccano i ciondoli dei bambini dalle mensole della loro cameretta, fatto che prefigura e simboleggia la partenza, in quanto i giochi serviti nell’estate sono riposti nei bauli per il viaggio di ritorno) tutto appare chiaro: non si avrà più un pensiero in cui confidare, nemmeno al presente. Tutto, al pari di quegli aggeggi, è tolto per essere riposto altrove.