mercoledì 27 dicembre 2017

La febbre

La mente è come un occhio smemorato che guarda e dice: io, proprio “io”, reggo lo spazio creando incessantemente l’accordo fra la terra e il cielo; io sono un vampiro lesbico che nulla sa di ciò che avviene alle mie spalle.
Perché, vedi, il male può colpire senza che la mente se ne accorga. Esso entra nel corpo e lo conquista, ma la mente, eccitata, non se ne rende conto e continua ad avanzare a tutto vapore, conscia solo di se stessa e del suo potere. Poi, la notte, la coscienza si ritira rinchiudendosi in sé, abbandonando i vari investimenti, lasciando temporaneamente il corpo. Al mattino, quando vuole riguadagnare la sua posizione, non ce la fa, la trova occupata dal male - ed è lì che la mente crolla, rendendosi d’un tratto conto che il corpo è malato e che quindi deve comportarsi di conseguenza, soffrendo come se fosse esiliata. Da quel punto in poi, la malattia ha conquistato tutto, non deve far altro che consumare ogni energia finché ce n’è, e infine scomparire con la morte dell’ospitante.
Finché la mente stava su, il corpo aveva un bell’essere malato: essa non se ne accorgeva, compresa com’era nel suo agire; ma quando, a causa del sonno e della notte, si è ritirata, al mattino ha trovato i posti occupati, e si è dovuta arrendere all’evidenza. Andava, andava bene, per inerzia, come chi è al sicuro in casa propria, con la forza immensa di chi cade da un precipizio senza accorgersi di quello che accade. Quella finestrella piccola e quadrata che dà sul retro, sui campi di erbacce che crediamo deserti, è chiusa.
La mente era lì, nessuno la poteva allontanare. Ma ha commesso l’errore di ritirarsi, e quando al mattino ha voluto riprendere il suo posto, l’ha trovato occupato, e la finestrella chiusa, lo sguardo da lì dimenticato. Aveva un bel non farci caso, ormai il male si era installato là dove comandava lei, e non c’era verso di toglierlo da lì. Lasciando le sue conquiste era convinta di ritrovarle al mattino, non pensava nemmeno lontanamente a una cosa del genere; non pensava, alla sera, che avrebbe perso tutto di lì a poche ore.
Questo accade perché la mente è ben lungi dall’essere un perfetto apparecchio - ha un difetto, e anche piuttosto grande: l’evoluzione. Essa è piccola come tutte le cose piccole, e suoi possedimenti non sono che un grossolano sbaglio. Non ci si era resi conto dei suoi intrighi segreti, dei legami con le cose basse, dei compromessi con quelle fatti. Meschina era, quella mente che pareva splendente, e adesso ciò è stato dimostrato.
La sua storia ricomincia ogni volta da capo, e la serie di conquiste si ripete innumerevoli volte, così come la serie di vittorie che la coronano. L’errore la sbalza ogni volta da quel punto, la sua esperienza non la guida, e ogni volta è una volta in più. Basterebbe che volgesse il capo all’intorno per comprendere; invece, piena di potenza e gaia di esserlo, mantiene le sue posizioni senza parere, sospingendosi in avanti incurante di ciò che accade - cosicché infine soccombe, sempre per quella distrazione, per non aver tenuto a mente questa cosa. Non è come il bambino che cade in fallo solo perché ha detto: “Questo, lo voglio anch’io”, ma è come il padre che non si accorge che la finestra sul retro è aperta e sono entrati i ladri, i quali non attendono altro che essa se ne vada a riposare per prendere il comando: ed essa se ne andrà certamente, perché a ciò è costretta dallo scorrere delle ore. Nel frattempo, i ladri attendono nel folto dell’erba l’uscita della padrona. Essi non hanno furia.

mercoledì 20 dicembre 2017

Disegni animati

Il gatto dei cartoni animati è il miglior sorvegliante di bambini; attende il vostro rientro in un camion parcheggiato nei pressi della casa, e quando siete arrivati, conta fino a cento prima di irrompere gaiamente nell’appartamento. Sarete così pronti per uscire nuovamente, lasciando i figli in sua compagnia: sarà facile divertirli. Si arrampicherà sugli specchi e salterà in diagonale le stanze della vostra casa, e altre mille cose, mille esercizi per allietare i bimbi, che a loro volta si sentiranno storditi e pieni di vertigine alle acrobazie del pupazzo. Son così attraenti, quei giovani genitori, vestiti di grigio, spigliati e aperti alla vita tanto quanto i loro figli, piccoli e vivaci; non si periteranno di lasciarli a guardia di un gatto giallo a disegni animati. I loro corpi, asciutti e sfuggenti, magri e flessibili, appena coperti dagli indumenti di lana, quasi come se essere nudi sotto quelle vesti fosse ragione di piacere e di emozioni, sono così impalpabili che quasi paiono non toccare le cose - si muovono con l’eleganza di chi non è di questo mondo.
Staranno buoni, state tranquilli e uscite pure, indossate di nuovo i vostri pastrani e rimettetevi gli stivali, meglio ancora se entrando non ve li sarete tolti, come presentendo una prossima uscita. Andate, adesso, fintanto che siete in tempo; non curatevi più di loro, gli farete un cenno dalla porta e tutto sarà finito lì.

mercoledì 13 dicembre 2017

Il nome Socòmo

- Io mi chiamo… - e sussurra un nome che non capisco. Mi provo a domandarglielo di nuovo, aguzzando le orecchie per carpire in quel suono tutti i nomi possibili, affinando la mente come per coglierlo al volo, per comporre in un insieme coerente quel suono. - Io mi chiamo… - e ancora non capisco, nonostante l’attenzione. Mi azzardo a dirle: - Ti chiami Socòmo -, sperando che quel nome sia giusto, lo dico come se fosse un’asserzione, come se il fatto che dicendo quel nome basti a far sì che quello lo sia davvero, come se la forza della mia intenzione rendesse vero tutto quanto; mentre lo penso e lo dico pensandolo, con l’intenzione tipica di chi ha capito o creduto di aver capito, mi dico che è proprio un nome stupido e inconcludente, e che è impossibile che questa donna si chiami effettivamente così; eppure questo è il nome che ho compreso, il nome che ho estratto da quella sequenza di suoni confusi che lei ha pronunciato, e quindi questo dev’essere: lo dico con convinzione. - No -, dice lei.
- Socòmo -, ripeto, come per farle capire che ho capito, sperando che sia lei che stavolta non ha capito. - No, non mi chiamo così, e non te lo ripeterò una terza volta, non ti dirò più nulla né ti darò più nulla -, e mi volta le spalle.

mercoledì 6 dicembre 2017

Faust, ancora

Faust parla con Mefistofele, ma ha la sensazione di dire più di quanto sia dovuto, più di quanto sia legittimo esprimere in presenza di un diavolo. È turbato dalla consapevolezza, del tutto interiore, di stare perdendo se stesso nel momento esatto in cui ha deciso di parlare e spiegarsi. Faust deve continuamente ripetersi che non esiste un mondo interiore, che lui non lo ha e che quindi non deve temere di rivelarlo mediante il suo discorso - ma il ripetersi mentalmente questa cosa gli fa supporre che un mondo interiore esista, altrimenti a chi il suo discorso si rivolgerebbe? Dirsi che non esiste qualcosa che appare nel momento in cui lo si dice è la grande trappola che imbozzola Faust, consegnandolo mani e piedi al male.

mercoledì 29 novembre 2017

Orfeo

Orfeo, non potendo più al ritorno dall’Ade guardare Euridice in volto, le volta le spalle e disegna sul muro il profilo della sua ombra, per averla pur sempre davanti agli occhi. Gli dèi si accorgono del sotterfugio di Orfeo, e allora gli tolgono la vista per punirlo. Da quel momento, cieco, diventa un grande poeta.

mercoledì 22 novembre 2017

Faust

Faust una volta disse:
Faust non era un sapiente, come la storia ci racconta e vuole darci ad intendere, ma un insipiente pieno di pensieri cattivi e assurdi, cattivi nel senso che erano mal costruiti e male si connettevano l’uno all’altro, assurdi nel senso che erano senza fondamento; pensieri derivati dai movimenti incongrui dei muscoli e delle viscere, pensieri passeggeri come passeggere sono le funzioni del corpo durante la giornata, nel trascorrere delle ore. Quei pensieri cattivi non costruivano ragionamenti, come invece sarebbe stato necessario e utile, ma inseguivano le nuvole, che oscurano e corrompono il cielo. Con quei pensieri egli volle costruire una metafisica, e non riuscendoci immaginò di chiedere aiuto al Diavolo. La storia di Faust, così come è narrata dalla tradizione, è la storia di quel desiderio immaginato, un desiderio di chi non ha mai avuto nulla e vuole tutto, un desiderio, come si è visto, senza puntelli né sostegni, un desiderio che mai è stato mio - mio, del vero Faust.
Infatti, non abbiamo un’anima, ma una psicologia. Un uomo saggio mai si sarebbe azzardato a scrivere di queste cose, tantomeno farle, considerando tutto ciò in cuor suo strambo e senza fondamento, così come infondata è la sapienza che da quelle cose deriva; a meno che l’ignoto autore non fosse animato da una fantasia o un istinto in certo qual modo ammonitore, e avesse desiderato mettere per iscritto questa storia con l’intento di insegnare qualcosa a quelli stessi a cui Faust del racconto, nonostante le premesse, finisce sempre per assomigliare

mercoledì 15 novembre 2017

Limatura

L’uomo, ogni giorno, e in perfetta solitudine, chiuso in una stanza provvista di tutti gli agi, e di nascosto da occhi che non siano i suoi, con una piccola lima di ferro gratta via un po’ di sé e lo mette in una scatola, una piccola scatola di metallo che poi ripone al sicuro, ben chiusa e in un posto invisibile ai curiosi. Questo atto di grattare via un po’ di sé con una lima di ferro è una cosa che egli fa ogni giorno, questo si è detto, ma è importante ripeterlo. Il farlo di nascosto, senza che nessuno lo sappia, rende quell’atto unico, gli dà valore inestimabile. Quel segreto gesto quotidiano dà valore alla sua vita, e il fatto di riporre poi la scatola in un apposito stipo, al riparo dalla curiosità degli altri, lo colma di un sentimento difficilmente spiegabile: è come se, ritrovando ogni giorno quella scatola di metallo, ritrovasse se stesso. Quella piccola scatola gli è preziosa, ne è così geloso che ogni volta la nasconde un po’ di più, un po’ più a fondo, nascondendo a sua volta il nascondiglio, mimetizzandolo con l’ambiente circostante, per rendere sempre più segreto e sempre più suo il contenuto della scatola. Quella limatura costituisce il suo essere più puro, il più vero, che dev’essere protetto - da qui la segretezza.
Un giorno scopre che la scatola è vuota, contiene soltanto qualche oggetto senza significato: un bottone, una graffetta. Dov’è finita la limatura di sé che in tutti questi anni ha custodito e prodotto? Sparita. Qualcuno l’ha gettata via. Chi può essere stato, visto che nessuno ne sapeva nulla e che non solo l’atto del limare via era un segreto, ma anche erano un segreto la scatola e lo stipo entro cui la scatola era riposta. Tutto era un segreto, un atto intimo compiuto in totale isolamento; tuttavia, la preziosa limatura di sé è sparita, e con essa anche la lima di ferro. Rimane solo la scatola, adesso inutilizzabile, sporcata dalle dita e dalla curiosità altrui.
Chi è stato, dunque? Forse il figlioccio di quest’uomo che si è lasciato sfuggire qualche parola vaga su lime e limature. Ha l’abitudine, questo tipo, di nascondersi e osservare di nascosto i movimenti degli altri. È una spia, il figlioccio, una spia che apparentemente non prova pudore, disinteressandosi di tutto, facendo arie da mercante, un’aria svagata, indolente, che pare nulla conosca e che invece tutto vede e conosce. Oppure la matrigna di questo giovane? Una persona infida, sempre pronta a giustificare il proprio operato con parole concilianti e soporifere, parole che dovrebbero adattarsi al caso e calmare la rabbia, e che invece la attizzano, rendendo per questa rabbia l’Altro muto, ammutolito di fronte all’ardire, tanto che (privato irrimediabilmente di parole) è costretto ad andarsene sbattendo una bottiglia d’acqua sul pavimento, unico modo che gli è rimasto per esprimere il suo pensiero. L’acqua contenuta nella bottiglia si spande sul pavimento e sulla parete: quella pozza rappresenta la sua capacità di esprimersi: essa cola sul pavimento, attraversa l’intonaco, passa ai piani inferiori, sempre più giù.
Forse, l’artefice della scomparsa è lui stesso, che iniziava a considerare l’affare della limatura in una luce diversa da quella degli inizi. Il contenuto della scatola cominciava a pesargli, a ingombrare la mente, e l’inutilità del cerimoniale maniacale di isolamento e limatura doveva certo altre volte avergli ingombrato la testa. Allora, ha deciso di disfarsene cercando poi di ammannire la colpa agli altri, distribuendola in giro, a caso, gettandola alla prima persona che gli fosse capitata sott’occhio: il figlioccio, la matrigna del figlioccio, chissà a chi altri poi non si sa, non si conoscono più tanto bene i motivi che l’hanno mosso a far così; tutta questa storia cominciava ad essere noiosa, proprio nel momento in cui ce ne interessavamo.
A suo sfavore depone anche un commento della gente, che considera questa storia un po’ troppo costruita ad arte. È una storia a cui non si può credere davvero senza per questo sentirsi sciocchi. Se è una metafora, allora è troppo trasparente; se è vera, allora è troppo assurda. C’è qualcosa che dovrebbe stare in mezzo e che non c’è, e non c’è neppure un luogo retorico in grado di accoglierla, questa cosa o idea. Quindi, non si può fare altro che abbandonarla infastiditi e irritati di averle dedicato così tanto tempo.
In questi luoghi di montagna le storie sono estremamente rare. Ci si accontenta di surrogati, tratti ancora vivi dall’animo e disposti in bell’ordine sul bancone di marmo dello spaccio. Ci si accontenta di poco, e si fa tacere nel contempo la coscienza, perché se anch’essa parlasse sarebbe la rovina, una rovina definitiva, totale. Allora, si tace.
Questa storia la si sarebbe potuta conoscere solo se costui, trovandosi senza soldi, avesse lasciato il suo taccuino come pegno, come testimone mentre correva a casa a prendere il denaro. Gli Altri, sfogliandolo, avrebbero saputo ogni cosa di lui, e anche se non capirebbero nulla di quelle cose, avrebbero rivenduto quelle storie al altri Altri, togliendo il segreto a quelle parole. Questa storia la si sarebbe potuta conoscere solo per una disattenzione, solo per una mancanza. Però, egli il denaro lo porta sempre con sé, ed è sempre pronto a pagare per le cose che compera.
È sicuro, quest’uomo, anonimo estensore di vocabolari e storielle ridicole, di avere la coscienza a posto riguardo a questa storia? È sicuro, quest’uomo, di avercela, quella coscienza che dice di avere, e di non essere lui l’autore delle malefatte di cui accusa l’Altro? No, che non è sicuro. In questi paesi di montagna queste cose accadono spesso, dimenticanze che si dimenticano.
La storia narra che lasciò il taccuino in cambio di un taglio di capelli, visto che al momento di pagare non trovò i soldi; promise al gestore del negozio che sarebbe tornato il più presto possibile. Egli fece questo, ma le storie contenute nel taccuino, storie inutili e curiose che quella gente non aveva mai letto né sentito, fecero il giro del paese, passando di bocca in bocca, intrecciandosi con i racconti e le leggende del luogo. Lui, questo, non lo seppe mai, credette anzi di aver copiato inconsciamente quelle leggende, storie che nessuno aveva contribuito a far circolare.
Così, il fatto di limare da sé ogni giorno una piccola parte e riporla in una scatoletta di ferro, da fatto privato diventa storia pubblica, la storia di una comunità montana, una storia che spiega il mondo così com’è visto da quelle cime, da quel paese sperduto. L’uomo che ha inventato la storia traendola dal buio come si traggono cose da un sogno o da un mezzo discorso fatto tra sé, rimettendo insieme i cocci di un pensiero più grande, più grande anche del paese di montagna e della gente che lo abita, una comunità di persone ignoranti, del tutto senza valore, così come senza valore sono quel figlioccio e quella donna che lui ha accusato ingiustamente di un misfatto che solo lui ha compiuto - quell’uomo, si diceva, diventa un narratore di leggende, un autore di storie di alto contenuto morale e simbolico. Tutto per un taglio di capelli e per una dimenticanza, soprattutto per una dimenticanza.
Ma non era un taccuino, quello che aveva chiuso nella scatola di metallo, il taccuino su cui aveva scritto la limatura di sé che egli stesso pazientemente ogni giorno con una lima di ferro da sé toglieva via? Non era, quel taccuino, quello che ha lasciato in pegno al negozio?

mercoledì 8 novembre 2017

Vescovo

Il vescovo, quando s’asside, è una cupola che protegge i fedeli, una cupola che porta al suo esterno, come contrafforti, le testimonianze dei fatti a cui ha assistito; la sua veste è nera, una grande cappa trapuntata di piccoli rettangoli bianchi, ed è tipica, riconoscibile anche da grande distanza, cosicché tutti possano dire: ecco, è arrivato il vescovo. È una persona importante, ha assistito a tutti quei fatti, e ha contribuito allo svolgimento delle cose. È proprio così: egli porta, come se fossero medaglie, le foto di tutti quei fatti appuntate alla sua uniforme di vescovo. Sono telaietti di cinque centimetri per cinque, simili a diapositive. Se ci si avvicina, e se si ha agio di osservare il corpo sferico del religioso (egli ha davvero partecipato a molte cose, e il suo corpo, per testimoniare di tutte queste vicende, è davvero molto grosso, simile a un mappamondo sulla cui superficie sono inscritti questi telaietti, ognuno dei quali raffigura un fatto) si vedrà la varietà della sua partecipazione: un acquedotto in Sudan, la fame dei bambini in Africa, la costruzione di un asilo, e così via. Il suo corpo smisurato ne è tutto pieno, egli indossa quelle foto come medaglie. Il suo corpo ne è tutto cosparso, è una sfera ricoperta di telaietti bianchi, una sfera alla cui sommità sta il capo, così come la lanterna sovrasta la cupola del duomo.
Egli non vuole che ci si avvicini troppo, non lo permette: ma il suo corpo è così grande che l’attenzione non può coprirlo tutto. Ci sono distanze da rispettare, quando si è davanti a uomini di tal fatta, persone che incutono rispetto e obbligano a una distanza che difficilmente può essere annullata: quel rispetto non lo si può prendere alla leggera. Egli è pur sempre vigile, e non lascia avvicinare nessuno, anche se la sua attenzione gli dice il contrario è sempre all’erta; non per pudore, non perché si vergogna di quelle foto, ma perché non ci si può avvicinare senza motivo a un vescovo, e trattare con lui come se fosse una persona qualsiasi. In società, ci sono protocolli da rispettare, e quelli non permettono una corretta visione di quelle immagini. Egli, con il suo atteggiamento solenne, tiene a distanza tutti, ed è un peccato: così, è possibile vedere quelle fotografie soltanto cogliendo il religioso di sorpresa, prendendolo alle spalle e nel momento in cui è distratto dal discorso che sta per fare nel cerimoniale di inaugurazione, proprio come sta accadendo ora, adesso in cui ci siamo avvicinati per guardar meglio quelle immagini. Il corpo del religioso, a vederlo così da vicino, è davvero smisurato, e la sua superficie è piena di questi telaietti, ognuno raffigurante una immagine. È possibile vederne chiaramente una o due prima che il vescovo si riscuota e ci scacci, accorgendosi che ci siamo avvicinati troppo. Gli è sufficiente un’occhiata, e noi ci ritiriamo umiliati.
Si vorrebbe avere più tempo per guardarle tutte, e confrontarle fra loro; alcune di quelle fotografie si animano come ologrammi se spostiamo il punto di osservazione. Nell’avvicinarsi a lui, si è inquieti: si ha paura che lui si risvegli e si accorga che ci siamo avvicinati per scrutare quella superficie, per costruire con quelle immagini un’ipotetica vita, la vita del vescovo, vita così piena di immagini enigmatiche; le chiamiamo così perché mai abbiamo avuto la possibilità di capire che cosa davvero siano; potrebbero anche essere finestre, ritagliate sulla semisfera del vescovo, delle aperture attraverso cui è possibile scrutare all’interno, direttamente nell’anima del sacerdote.

mercoledì 1 novembre 2017

Luoghi

I luoghi eventuali, i luoghi naturali, le strade a senso unico, le statue che reggono il balcone della casa che sta per crollare sotto il peso del cielo che narra la gloria di Dio: ognuno di quei pensieri richiama un modo di stirare la realtà, stirarla come un fazzoletto o una tela, ognuno di quelli essendo stato di volta in volta vestito dalla morte per affrontare la realtà. Le strade sono di tre livelli: una è posta in basso, vicino l’argine, una è mediana. L’ultima è superiore.
Le vecchie strade sono cancellate da nuove vie, che a loro volta saranno cancellate da altre. Il reticolo delle strade, qui in questa parte della città, è in continuo mutamento; se si entra qui cercando qualcosa, un posto, un indirizzo, con l’idea che ci si è fatti di tutta questa storia, si rischia di non trovare niente. La rete di vie è in costante cambiamento, non si può arrivare qui con un’idea fissa, che a casa abbiamo messo insieme, un uno ieri remoto (almeno remoto sembra per la velocità con cui qui mutano le cose): si rischia di perdersi, di non trovare quello che si cercava. La scuola, ad esempio: è inutile dirsi che ci si arrivava da questa via. Adesso, la strada è chiusa, si deve fare un largo giro. Un domani, poi, non la si troverà più nemmeno così, perché nel frattempo l’avranno spostata. È un continuo mutare, nel tentativo di scoprire l’ordine perfetto, quello che non ha più bisogno di cambiare; ma si dispera di trovarlo, soprattutto perché non è quello che qui serve.
Le strade non sono progettate da una mente superiore - superiore nel senso che sta sopra e meglio vede - ma da tentativi di ricreare una visione interiore, la cui mutevolezza si vorrebbe riprodurre in queste strade, per offrire a chi le percorre la continua sorpresa di vedere cose sempre nuove, di osservare il luogo ormai ben conosciuto in una luce nuova ogni giorno, così da ricreare lo stupore che si ebbe nel visitarlo la prima volta. Camminando per quelle strade non si sa mai chi si incontrerà, e se lo si incontrerà davvero, senza illusione: i percorsi per raggiungere i vari punti, mutando rendono difficile tale incontro, e ognuno di noi, percorrendo quelle vie, par d’essere l’unico da quelle parti, abbandonato a sé senza il conforto dell’idea di poter chiedere la strada a qualcuno se ci si perde. Ognuno è, per quelle geometrie urbane, isolato dagli altri proprio come lo fu chi si recò laggiù la prima volta, non avendo nessuna idea di come quei posti fossero fatti, come si intrecciassero l’un l’altro per formare un tutto,
Che cos’è una strada se non un tratto rettilineo di via senz’altra relazione con il resto? Qui, le strade rimangono strade, pezzi unici nel mezzo del grande nulla, senza rapporto con il resto o con altre strade; qui, camminando, si ha la stessa angoscia di chi, smarrito in contrade estranee, non sa dove fermarsi né chiedere aiuto, dato che non vede altro che la strada che sta percorrendo, strada che rimane lì senza punto d’inizio né fine, senza contrade, puro elemento che conduce altrove rimanendo sempre lì.
Reti metalliche e siepi di rovi delimitano gli isolati: le strade stesse, in virtù di questa continua riorganizzazione, si bloccano in un punto per riprendere al di là di un isolato, ma non c’è modo di saltare l’ostacolo, si può solo sperare che, tagliando a destra o a sinistra per un sentiero che ancora non si conosce, si possa ritrovare la direzione perduta; ma è una scommessa che si è destinati a perdere. Qui, un tempo, c’erano casolari e fattorie, e le strade erano sentieri che univano i vari poderi, passaggi ad uso di chi vi lavorava, strade create dall’abitudine, dalla consuetudine di una vita bimillenaria. Le chiese, un tempo oratori in mezzo alla campagna che servivano a quelle genti per riunirsi in un luogo a pregare, divennero magazzini per il fieno o stalle, per poi essere definitivamente demolite per far spazio a questa rete provvisoria di strade.
Occasionalmente, dietro le siepi o le reti si possono vedere cantieri navali o rimessaggi o ferriere, elementi dimenticati di una topografia passata o punti focali di una quartierazione prossima ventura: sono elementi che si prestano a usi indefiniti; gru o paranchi che possono servire a qualsiasi cosa, anche ad essere spostati nottetempo come una scenografia mobile e disperata, come per mettere in scena un’altra immagine di luogo, una nuova quadrettatura dello spazio. Sbirciando, non si nota nessun operaio, si vedono solo queste apparecchiature, utensili senza alcun uso apparente. Per capirne l’uso bisognerebbe ricordarsi di tutto ciò che al riguardo si è detto e pensato, ricordandosi di tutto in un solo punto mentale che è il presente; e in quel punto confrontare tutto, uno a uno, quei singoli elementi, raffrontandoli l’uno contro l’altro e contro tutto il resto; e dopo averlo fatto, capire quello che hanno voluto dire con la loro comparsa. Fra non molto, la disposizione delle cose sarà decisa, precisamente, e allora si getteranno le basi per dei nuovi cantieri, fabbriche che edificheranno palazzi di vetro e ferro, grandi come transatlantici, congelando così la mutevole geometria di questi luoghi, fissandola in uno schema eterno.
Il desiderio di costruire una storia da questo sogno lo rimanda indietro, il sogno, da capo, per sperimentare altre soluzioni, altre immagini. Come quella delle tre vie, per una delle quali, l’inferiore, giungono gli studenti dell’Istituto, e quella della fuga verso l’alto. Ma anche questa soluzione non convince, perché a questo punto si dovrebbe dire qualcosa su questo Istituto, questa scuola, e non ci sono notizie al riguardo; così, il sogno s’ingegna a mettere in scena una tempesta, con nubi nere, promesse di diluvio e cielo pesante come Dio: si sbarrano porte e finestre, ci si addossa alle porte, addirittura, per far sì che il vento non le spalanchi. Ma anche così (visto che la tempesta tarda ad arrivare) si è costretti a ritornare all’intrico di strade, all’intrigo di strade interrotte e sempre da capo ridisegnate da un ignoto urbanista. L’idea non viene fuori, la storia nulla descrive, e tutto rimane fermo, indifferente allo sguardo che cerca un modo per mettere insieme le cose.
Però, c’è sempre qualcosa che sfugge, ed è sempre quella cosa che è necessaria, quella che spiegherebbe ogni cosa e che ogni volta ci dimentichiamo di ricordare. Non è la cosa, ad essere scordata, ma il fatto che si debba rammemorare proprio l’atto del ricordo per capire. Senza questo, tutto il necessario alla spiegazione è dimenticato e inutile.

mercoledì 25 ottobre 2017

Bisturi

Non lo si può raccontare con parole precise, ma si può comunque dire che questa donna cammina per le strade con passo leggero, lo sguardo alto verso le finestre che al momento sono ancora cieche: sembra quasi che la forza non debba mai scemare da quanto elastico è quel passo, leggero e senza fatica. Ella è giunta a casa, lungo quella strada, ma non può entrarci, non è più tempo: ella deve morire. Il corpo, all’apparenza così leggero, reca in sé la malattia che lo distrugge. Ella agisce come se questa non fosse che una prima volta di una lunga serie di volte, la prima di innumerevoli volte, volte che disegneranno una linea in cui ogni momento (basta che lo si voglia) ci si potrà fermare e riflettere sul fatto delle volte e delle linee; una linea lunga, che con la sua lunghezza garantisce la permanenza della vita.
Questa è l’ultima volta, e lei lo sa: sa che la serie di volte che doveva scandire il passaggio verso la morte è arrivata alla fine; dopo di questa non ci sarà più nessuna volta, né ci sarà una possibilità di abituarsi al pensiero. Eppure (si dice) è la prima volta; però, cedere a questa prima significa aver già accettato tutto il peso della serie di volte, peso che doveva essere diluito nel tempo per permettere l’accettazione della morte alla fine della serie. - Se io (dice) piego la testa sottostando a questa prima volta, allora è come se fossi già arrivata all’ultima; non importa quanto lunga dovrà essere la serie, io (dice) muoio già da oggi. Io (dice) entro per non uscire mai più. Il tempo in cui potevo entrare pensando a quando sarei uscita, e lo sarei stata presto, più presto del previsto, è trascorso. Adesso io (dice) entro per non uscire mai più, e non importa quanto io mi senta ancora in grado di farlo, non sono più viva da tempo, così come da tempo le cose mi sfuggono dalla mente e dagli occhi; da tempo, le mani non afferrano più nulla. Sono giunta alla fine (dice) e dico questo con la lucidità necessaria a soffrirne, a far pesare d’un immenso peso queste parole.
La calma con cui si prepara sorprende tutti: com’è possibile che non esista un modo per fermare questo scrivere? È che voi (dice) non ve ne accorgete, ma anche voi siete soggetti alla medesima legge, solo che non ci pensate e continuate a camminare come se niente fosse, ben disposti ad essere colpiti dalle inezie che quotidianamente vi colpiscono, distraendovi. Ma la mia condizione (dice) che a voi fa disperare così tanto, è la stessa vostra, e fa specie che non ve ne accorgiate, che continuiate a credervi liberi, addirittura compiangendo il mio ultimo passaggio da quella porta; io, perlomeno, sono precisamente sicura di ciò che mi sta accadendo, e lo stesso non si può dire di voi. Vi disperate (dice) di non poter fermare il flusso delle cose, ma ciò accade perché accade a me, sta accadendo a me. Non è, questa mia, una visione della realtà? E non è questa una visione mia? Dunque, non si capisce perché non dovrebbe sostenermi. Essa è una verità in quanto io (dice) la uso per piegare il reale ai miei voleri. Essa è la mia personale macchina sminuzzatrice di Realtà.
Ella sente, nel piede e nel cuore, l’avvicinarsi dell’ultimo battito, ma non ha parole per descriverlo precisamente; così, preferisce tacere e aspettare, affrontando il passo successivo con il distacco necessario, di chi sa ma non distintamente. Del resto (dice) non lo sapevo già dall’inizio? Allora, ciò che ho da fare è porre un piede innanzi all’altri e continuare così finché avrò forza, al resto penserò, se sarà il caso, quando accadrà. E poi (dice) ho pensato abbastanza quando ne avevo la possibilità, quando questo momento era lontano, così lontano che quasi non c’era bisogno di pensarci. Se non l’ho fatto allora (dice) adesso è tardi.
Ella non rischia la propria vita nel tentativo di scoprire il vero significato del sé, ma deambula su quella linea in compagnia della morte propria perché non può farne a meno: ella stessa è quella morte a cui non può sfuggire. Ha deciso di condurla con sé il più lontano possibile, ma adesso che deve trascorrere da quella porta, ed è arrivata all’ultima stazione, ha paura - una paura che non può dire, ma che tuttavia c’è. Quella visione interiore che doveva sostenerla adesso pare quasi mancante della forza necessaria; ma non esiste più modo di sfuggire alle cose, visione o non visione. Anche se non si è più sorretti da quella forza non c’è che andare avanti; e anzi, una certa cecità è adesso consigliabile se non addirittura necessaria, perché la cosa verso cui sta andando è così inevitabile che è meglio essere incoscienti al momento in cui le cadrà addosso.
Il colpo del destino, se così ancora si può chiamare, è del tutto interno al corpo, ed è paradossalmente un bene che nessun aiuto arrivi dall’esterno a soccorrerla: non esiste soccorso per un tale male che arriva su quella linea. Esso satura completamente il corpo e la vita del corpo.
***
C’è l’ombra di un bisturi, c’è l’ombra di una operazione, di un’apertura o di uno sventramento - come se quest’idea fosse sufficiente ad eliminare il male che mina il corpo saturandolo. In quell’ombra, ristà invece dell’altro male, altra sofferenza che non risolve alcunché. Si vuole intervenire perché così accade nel mondo reale, ma ella non vuole smembrarsi per distruggere il male. Non lo si può evitare, e allora è meglio camminargli addosso, contro, per tuffarcisi dentro ed annullarsi nella morte che il male comporta. Da cento segni si riconosce il suo approssimarsi; lo si può distillare da ciò che si è detto, prima non è possibile.
Se si potesse (dice) allontanare tutti, allora questo passo non costerebbe nulla; lo si potrebbe fare anche senza pensarci, senza far caso al fatto che è l’ultimo; ed è il loro sguardo che rende le cose difficili, perché non è possibile fare quel gesto e insieme preoccuparsi di quegli sguardi - e dicendo questo (dice) significa dire tener conto, interessarsi, temere le conseguenze, fare attenzione, evitare sprechi, tutte queste cose insieme espresse da un solo verbo. Capirete che è difficile fare quel passo quando così ampiamente ci si preoccupa. Essi costruiscono la visione del mondo che io (dice) ho, ma non sanno quanto sia doloroso e impegnativo produrne una, di visione: essi si limitano ad osservare ciò che non va, e a segnalarlo se non con parole dure almeno con pensieri altrettanto duri; così facendo non pensano alla loro, di visione del mondo. Essi parlano di ciò che io (dice) faccio, ma essi non fanno nulla, e non facendolo non sanno quanto dolore stia dietro ad una cosiddetta visione del mondo, una qualsiasi visione del mondo, anche la più scadente del più scadente, incapace di tenersi in piedi - essa è dolore, e loro non lo sanno. Se lo sapessero tutto cambierebbe, ma non lo sanno, ed è da qui, da questo continuo preoccuparsi di cui dicevo che nasce la mia sofferenza. Sapete voi quanto ci vuole per fare una visione del mondo?
***
Essi non sanno che l’ago del compasso, quando è puntato nell’occhio, buca, e non sanno che al primo colpo è pressoché impossibile trovare il punto giusto. Quindi, si tratta di provare e riprovare, di bucare e ribucare, e quando finalmente si riesce a trovare il punto giusto, l’occhio è ormai inservibile, pieno com’è di vuoti, di buchi, e di sangue e dolore - neanche a parlarne si riuscirebbe a capire. È dura soprattutto quando le parole, che dovrebbero dare forma a quella visione, si sfilacciano in bocca impastando la lingua ed il senso, tanto che alla fine non si capisce più nulla e si deve ricominciare da capo, ben consci che fra dieci parole e non di più le parole ricominceranno a sfaldarsi, senza che nemmeno questa volta si sia riusciti a capirci qualcosa. Poi, dopo innumerevoli volte che la si è detta, il significato appare all’improvviso; ho detto (dice) ‘il’ significato, ma sarebbe stato meglio dire ‘un’ significato, uno che è apparso e che non si sa se sia quello giusto, se sia quello perché lo è o se lo si consideri tale perché nel frattempo, a furia di ripetermelo, mi sembra tale: ci appare familiare e quindi (dice) ci è assai simile. Non si sa mai se quella conoscenza, quella visione del mondo di cui si diceva, sia nostra per elezione o per stanchezza, per abitudine; con gli occhi perforati a forza di compasso e la lingua impastata crolliamo stupefatti (dice) dicendo: - Sì, va bene, ho capito.
Queste parole, cosa significano? Come fanno a significare? Qualcosa le si attacca sopra fino a farle rapprendere. Noi capiamo (dice) ma senza capire perché. È un fatto automatico. Ma: ci si attagliano, quelle parole? Sono proprio nostre? Pare di sì, ma il modo di saperlo con sicurezza non lo si conosce. Accade che capiamo, e questo è tutto, ma non c’è la possibilità di sapere se sia giusto o no.
A far così, ci prende lo sconforto: perché non possiamo anche noi (dice) capire alla prima? Forse, non siamo destinati a farlo, forse non possiamo conoscere il mondo che così, a pezzi scomposti. Ci vuole sempre qualcuno che punti il dito su ogni singola parola, che va - quella parola - letta e riletta come se non ci fosse che quella, di realtà, come se il mondo non  fosse composto che di quella parola. A furia di guardarla, essa sciogliendosi inizia a rivelare il suo segreto, segreto che a noi pareva impossibile, invisibile, mascherato com’era da una fitta rete di parole legate insieme. Noi la guardiamo e diciamo (dice): ma sì, è vero, è proprio così, come non averlo capito prima?
Però, c’è un primo acchito, dove l’occhio si fissa, quando l’occhio s’inchioda su una parola che non è qualsiasi, quella parola, e dice (l’occhio dice): ma questa è come quella volta -, intendendo con ciò che ha riconosciuto, quell’occhio, nella parola, un senso, e pertanto s’inizia a guardare attorno in cerca di altri consimili segni. Accade anche così, ma come son rare queste volte. Riconosciamo una linea, in quelle parole, una linea che è come un germe che nasce dal fondo di uno specchio, rivelandosi come un’ombra, che traccia una fortificazione, un confine, una muraglia, un sentiero su di una carta topografica; e tracciandolo, unisce due punti, due concetti a noi noti, ed è un sollievo dopo tutto quel deserto inconoscibile, dopo tutto quel buio; ci diciamo (dice) dev’esser questa la via, la strada, il luogo, questa e noi non l’avevamo riconosciuto, o riconosciuta, non importa, e l’emozione ci turba il respiro. Questa è la regione a lungo sognata, che da tanto tempo pensavamo e che credevamo estinta e cancellata, oppure impensabile. Sapete voi quanto ci vuole per farsi una visione del genere? Se lo sapeste (dice) mi lascereste andare verso quella porta e - abbandonata a me stessa - accettare così il mio destino.

mercoledì 18 ottobre 2017

Sogno di Pegasus

Tutto è racchiuso in ciò che esce dal collo di Medusa, una cosa che cade come sabbia bagnata, uno spruzzo di sangue e materia ributtante alla vista, dalla consistenza d’alghe appena tratte dall’acqua, di acqua e sabbia che gocciola lentamente, rapprendendosi nello scendere, di sangue e vene da cui nascerà Pegasus - ma che cavallo potrà mai venir fuori da questa materia immonda? Cose schifose escono dal collo di Medusa, vene ed escrementi, tutti i pensieri che ha pensato rivolgendo alle cose colano giù dalla canna del collo, dalla carne e dalle vene, sgocciolando senza più freni, come da una bottiglia stappata.
Il nome Pegasus è scritto sopra la porta, in lettere blu su fondo bianco. È l’insegna che denomina il luogo. Nessuno entra, entrare significa conoscere, sottoporsi volontariamente allo sguardo di Medusa, un’operazione che è un taglio profondo alla base del collo, la chiusura dei rubinetti che incanalano sangue e pensieri al cervello. È uno sguardo perverso, quello di Medusa, è un occhio che tutto vuole indagare e sapere, un occhio che stana le cose dal nascondiglio per osservarle alla propria luce e guardarle mentre si distruggono, tratte fuori dal buio che le nutriva. Chi ha voglia di sottostare a questo rito deve sapere che esso non ha mai termine, ma continua indefinitamente finché ci saranno oggetti e pensieri da stanare. Sopporterete voi un tale pensiero? Sottoporsi alla fatica di esaminare anche il più piccolo dettaglio per estrarvi qualcosa in grado di dare una ragione a ciò che accade, che sappia spiegare il perché di ciò che si pensa, è difficile, duro.
Per questo, nessuno entra, nessuno varca le porte scorrevoli che, con movimento leggero, tolgono perfino la fatica di spingere i battenti: sono automatiche, basta un passo per aprirle, un passo facile. Ma una volta che si è dentro non c’è più uscita. Per questo, tutti stanno al di qua, fingendo di parlare l’un l’altro di chissà quali interessantissime cose. Quando si cade, è meglio non guardare le facce di quelli che si affacciano alla finestra da cui vi siete gettati - non è gentile nei loro confronti, e a voi quell’ultimo sguardo non servirà a granché. Meglio armarsi dello sguardo di un cieco, che non si posa direttamente sulle cose ma le circonfonde in un alone di visione; uno sguardo così, se non si è ciechi, non lo si può fingere.
Smettetela di guardare, smettetela di chiedervi cose, non è quella la verità. Pegasus mente, Medusa è una mentitrice: che cosa vi aspettavate da una il cui sguardo pietrifica? Quello che guardate non è quello che credete che sia: lo sguardo è troppo vicino per distinguere i dettagli, figuriamoci le connessioni fra quello e il resto; Medusa aveva un difetto: mentiva. Ma il suo sguardo aveva la necessità della pietra, e rendeva le cose esattamente quello che erano, senza bisogno di fingere. Quello sguardo di pietra era la sua anima.
Entrando, da quel momento dovrete sottoporre ogni cosa a quello sguardo senza mai rilassarvi un momento. A che serve un telescopio o un binocolo quando l’impegno di quel guardare è così gravoso? Prima di porre il piede sulla soglia, pensateci bene - e ci pensano infatti così bene che ancora nessuno entra.
Che cosa mai sarà quella porta se non una convenzione umana, e come tale reversibile. Che cosa mai rappresenterà quall’insegna sopra la porta, insegna che porta il nome di Pegasus, se non una cosa che occorre fra gli umani, e come tale negoziabile. Se davvero fosse così, non ci sarebbero più dubbi; e se non ci fossero davvero, allora si entrerebbe. Ma se nessuno entra, allora vuol dire che qualcosa, su quella soglia, c’è, ed è così forte da impedire il passaggio. È una inibizione, e come tale a misura d’uomo, al pari della porta e dell’insegna - ma anche qui, è meglio non fidarsi.
Medusa: tutto quello che ha veduto e di cui ha ritenuto, l’immagine o il pensiero, cola da quella ferita irreparabile, sporcando la realtà del mondo, costringendo il nostro occhio a guardare lo spettacolo senza il conforto dell’impietrire, che ci salverebbe dall’orrore e dallo schifo; invece no, guardiamo e ancora guardiamo, e ciò che vediamo è il nostro pensiero che, al pari di quello di Medusa, colerebbe sulle cose se anche a noi tagliassero le connessioni che passano per il collo.
Si dovrebbe allora usare quel collo mozzato come una canna di un telescopio per vedere più lontano, o come un collo di bottiglia da cui versare il pensiero che ci cola dal cervello non ancora raggrumato, e raccoglierlo in un bicchiere. Per fare ciò, la vista non deve impegnarsi in nulla, ma restare sulle cose, prossima alla loro gioventù, al tempo in cui ancora non si erano formate le membra e le memorie che costituiscono la realtà, quando ogni cosa era ancora molle e plasmabile, digeribile. Questi sono i consigli; se poi proprio vorrete entrare, dovrete farlo non di fronte ma di schiena.

mercoledì 11 ottobre 2017

Finaia

Lo stato di Finaia sorge sulle coste d’Africa o di India, ma le radici culturali che lo informano sono europee, belghe o finlandesi. Un sovrano di un tempo lontano e di quei detti luoghi trapiantò la nostalgia di posti a lui cari nel continente nero. Quello stato è una dimostrazione di affetto da parte di un re che volle far conoscere a un mondo ignaro la bellezza del proprio paese. Si limitò ad un apparato scenografico per non avere poi la preoccupazione di governare un paese aggiuntivo, e così costruì in quei luoghi una replica delle cose che secondo il suo regale parere erano le migliori, cose che il paese d’origine offriva già al mondo. Finaia è una cortina teatrale, uno scenario fittizio.
Finaia non ha storia, non può averla, ha a malapena una geografia, non sa neppure attribuire un paese d’origine al suo sovrano, e non sa definire nemmeno i suoi confini effettivi, né stabilire la latitudine a cui appartiene. Finaia è una idea da enciclopedisti, è il tormento di un bambino irrequieto. Sull’enciclopedia, l’articolo dedicato al regno o stato di Finaia è deliberatamente breve e conciso: nulla vi è da raccontare su questo paese senza storia e senza guerre, nato per un capriccio di un sovrano. È una nazione inattiva, non produce né esporta alcunché, né di essa si sa qualcosa oltre al fatto che esiste, e ciò è così non perché la storia di Finaia sia segreta, ma perché ci si ferma al fatto che esiste.
Se l’articolo sull’enciclopedia è stringato, il repertorio fotografico conta centinaia di immagini: là in Finaia ogni cosa rassomiglia ad altro. I comignoli sui tetti sembrano teste di vacca, le case stesse, dai tetti spioventi, paiono sottane indossate da muli docili e pasciuti, i covoni di grano nei campi paiono statue dell’Antica Grecia, i campi stessi disegnano un intrico che è quasi un arabesco, le formazioni di parata dell’esercito sembrano elefanti indiani. Quest’ultima affermazione parrebbe suggerire che Finaia abbia un esercito pronto a combattere, sempre sul punto di attaccare i paesi confinanti, ma non è così: è una falsa percezione delle cose, anch’esse riflessi ingannevoli di un’apparenza. L’esercito di Finaia è un’armata da esposizione, un esercito di parata: è fatto di fasci e nappe, di fez e alamari; quello è un esercito fittizio come fittizia è ogni cosa in Finaia. Credete voi, per esempio, che le case che sembrano muli in sottana siano case fatte per abitarci? Sono case da teatro, case di facciata, con un di fuori che dentro non ha nulla. Tutto, laggiù, è apparenza esteriore senza sostanza; ma non è per cattiveria o svogliatezza che le cose stanno così, ma per suprema necessità: quella di meravigliare chi guarda.
Questa somiglianza portata all’eccesso è un soggetto amato da fotografi di ogni tempo, che in quel luogo hanno scattato più che altrove, ritraendo tutte queste corrispondenze. Forse, è anche questo uno dei motivi per cui del regno di Finaia non si sa nulla: tutti quelli che, passando di là, hanno cercato di studiarlo per raccontarcelo si sono fermati alla superficie, alle somiglianze, e paghi di quelle apparenze non se la sono sentita di approfondire le implicazioni e i motivi di quelle coincidenze, né hanno indagato se esistessero ragioni che legassero con sentimento profondo quelle cose al luogo. Le pagine che parlano di Finaia sono poche: tentano di dire qualcosa sulla parte di mondo in cui si trova, ma i dati sono confusi, le narrazione subito s’inceppa.
Aprendo l’enciclopedia, per abitudine non si sente certo bisogno di approfondire le conoscenze al riguardo: si passa subito al repertorio di immagini, per perdersi nel gioco di specchi delle somiglianze e delle curiosità. I bambini sono solitamente colpiti da queste fotografie senza tempo. Guardano e chiedono: ‘perché?’, ma noi adulti non sappiamo dar loro una risposta, né riusciamo a capire del tutto la natura di quel perché - si tratta forse di capire perché ciò accada? o forse vogliono sapere perché ci si sia ridotti ad uno sterile gioco di somiglianze? Non si sa, non si approfondisce, e del resto anche i bambini, ormai distratti dalla loro stessa domanda e conquistati dal gioco vertiginoso delle apparenze, non vogliono più sapere; la loro era una domanda che riempiva un attimo di disagio: davanti a quelle cose non avevano avuto altro modo per esprimere la vertigine che in un momento li aveva colti quasi di sorpresa, quasi come se una porta si fosse aperta per rivelare che al mondo c’è altro, c’è qualcosa di perverso e affascinante, ci sono le somiglianze di Finaia. Subito, catturati dal gioco di linee, si sono ammutoliti, perduti nell’apparenza.
Finaia è l’occhio di un re nostalgico che, nel periodo storico in cui altri stati conquistarono l’Africa o l’India per impiantarvi delle colonie, sfruttando così al massimo le ricchezze che in quei luoghi si trovavano, impiantò un palcoscenico in qualche luogo della Terra per mostrarci e dimostrarci le sue visioni.
Di che cosa vivono, i sudditi di Finaia? Essi provarono ad andarsene, ma subito tornarono nell’apparenza consolante. Di nulla si danno pensiero se non di godere di quelle somiglianze, perdendosi in esse e ritrovando con il perdersi l’armonia che li lega all’esistenza. Quel re non ebbe la pretesa di replicare il suo paese d’origine: si limitò ad amministrare le apparenze, la facciata. Non ebbe l’ambizione coloniale dei re suoi simili, ma solo la sfrenata nostalgia, e una smodata presunzione che gli faceva credere il suo paese il più bello del mondo, così bello che chiunque avrebbe dovuto conoscerlo, anche soltanto mediante una copia. Ma copiare non bastò, egli volle che Finaia fosse lo specchio del mondo, e che avesse in ogni sua apparenza le immagini di altre cose, rispecchiate in esse come in un rimando continuo. Finaia doveva essere, nelle intenzioni del suo fondatore, lo specchio in cui il mondo, osservandosi, riconoscesse se stesso, e in questo atto di riconoscimento si scoprisse inutile e sovrabbondante, così inutile e sovrabbondante da essere tentato di cancellare la propria storia, quella storia che il regno di Finaia, fin dalla sua fondazione, aveva dimostrato di non gradire affatto, tanto da cancellarla del tutto dalla propria narrazione.
Se l’enciclopedia è il racconto circolare di un mondo, in cui ogni voce rimanda ad altre voci, Finaia è la voce finale di quel racconto, il luogo in cui ogni lemma enciclopedico trova posto e riposo. Finaia è l’asse centrale attorno a cui quel re leggendario - di Belgio o di Finlandia non si sa, anche se la seconda ipotesi per il suono pare la più plausibile, per quel suono e non perché rappresenti la fine - volle che il mondo ruotasse.

mercoledì 4 ottobre 2017

Asa Din

La signora inglese, che si chiama Asa Din, dice di se stessa: “La mia gabbia è ampia ma non è grande; è fatta di cose simili fra loro, talvolta le confronto andando da un bordo all’altro, talvolta le esamino una ad una contando le sbarre, talvolta in esse io mi smarrisco e non so più chi sono”.

mercoledì 27 settembre 2017

Dono

Un tempo, gli incontri fra due persone comportavano uno scambio di oggetti: si supponeva che i due fossero viaggiatori (in un mondo come quello non poteva che essere così) e lo scambio, o anche solo il mostrare quegli oggetti - ad esempio, un ramoscello proveniente dalle rive del Mar Morto, bruciato dal sale - avevano lo scopo di narrare l’esperienza di una vita vissuta al limite dei deserti. Quegli oggetti erano come dei punti entro cui le storie individuali si condensavano: mostrarli significava mostrare la curiosità che ce li fece raccogliere, quelli in luogo di altri perché rappresentavano al meglio la visione del mondo a noi cara; significava dimostrare la nostra presenza in quei luoghi, essendo quelli quasi un testimonio, muto ed evidente; e significava infine anche accennare alla passione che ci spingeva a disegnare il tracciato della nostra peregrinazione in quella desolazione.
Lo scambio di quegli oggetti ci permetteva di indagare nella psiche del nostro simile, facendoci anche noi scrutare in virtù del medesimo principio, i motivi che lo avevano condotto fin lì. Con lo scambio, ci si rassicurava a vicenda delle intenzioni: era sufficiente uno sguardo e tutto andava a posto. Oltre che un metodo di comunicazione era quello anche un modo per non sentirsi soli in tutto quel deserto: raccogliendo gli oggetti, pregustavamo il momento in cui li avremmo mostrati; ma non era per vanità che li raccoglievamo: era un atto dovuto, imprescindibile, e scevro di ogni intenzione che non fosse quella di obbedire a quell’impulso - impulso che veniva prima di ogni pensiero.
Mostrare quegli oggetti: sebbene fosse l’unico modo che avevamo di esistere, tuttavia non commettemmo mai l’errore di riversare in esso le pulsioni e i desideri che ci agitavano; quegli oggetti non erano la nostra vita, essi la rappresentavano soltanto; mostrarli non era un atto di cessione, ma di arricchimento; non era una condivisione, ma una necessità. Mostrarli era mostrare una superficie su cui era inscritta una storia che si radicava in profondità, ma di quella profondità nulla andava perduto nel mostramento. Essa rimaneva ben salda in nostro possesso, protetta da quella superficie.
Oggi vale soltanto la superficie, oggi si mostra soltanto quella credendo che sia sufficiente. Quando piantiamo il coltello in quella superficie, o anche quando a forza di martellate la si manda in pezzi (coltello e martello escono da una piega delle nostre ampie vesti), l’Altro ci guarda con un’espressione incomprensibile, irritato e insieme sorpreso; così accade sempre e inevitabilmente dopo il primo colpo. Egli ci guarda come se non capisse, come se quel nostro gesto fosse l’ultima cosa che si aspettasse dopo tutto quel tempo: non aveva dunque capito la natura del nostro sguardo, non era riuscito a decifrare il fondo del nostro occhio, e sì che il deserto avrebbe dovuto insegnarglielo. Egli ci guarda come se soltanto adesso gli riuscisse di vedere nella luce corretta, come se finalmente si rendesse conto di tutto, adesso che è troppo tardi per correre ai ripari.
La bocca gli si apre in un’espressione di sorpresa che tale non è, o non soltanto, almeno: è anche disperazione, che il suo occhio si premura di emulsionare dal resto indifferente delle cose. Credeva davvero che il tempo lo avrebbe protetto dal nostro desiderio? Credeva davvero di scamparla? La sua bocca, il suo occhio - e il disappunto - dicono di sì. Dell’oltraggio non rimane niente, nemmeno un po’ di sabbia, neppure un pensiero un po’ disturbante, un po’ noioso; eppure, questo è l’unico modo che si ha per accettare il dono.

mercoledì 20 settembre 2017

Anagramma

In che modo si potrà catturare l’attenzione delle giovani donne in autobus?
Giovani, o forse non più giovani ma vecchie o comunque in là con gli anni, ancora apparentemente giovani, dai modi giovanili, dalla sembianza ingannevole e sfumata dal buio del crepuscolo, in ogni caso le uniche, le ultime due persone a cui ci si può rivolgere. Se non fosse che questo rivelerebbe la nostra povertà d’animo e di sentimento, lo si potrebbe anche fare. Però, ci vergogniamo l’uno dell’altra, come se non ci conoscessimo già abbastanza da questo desiderio, e non si sapesse l’una dell’altro che siamo fatti così e che non c’è nulla da fare.
Le fermate si susseguono veloci, c’è da escogitare in fretta una soluzione, non c’è tempo di pensarci su, e in ogni momento ogni cosa potrebbe sfuggire di mano e svanire. Mandala a prendere quel pacco, dice una voce interiore affannata, una voce che ha fretta di concludere perché sa che questa occasione non si ripeterà, e non ci sarà più modo di sapere la verità.  Quel pacco, quello che contiene il quaderno degli appunti e la stesura dello scritto su H. - lei lo vedrà, capirà chi sei e a quel punto si domanderà se sarà giusto o no lasciare a sua volta una traccia su quelle pagine, un appunto che racconti di lei, di chi è, per fargli capire che vuole, che desidera. Infatti (sfogliando il volume che lei mi porge, lei che subito se ne va senza attendere che io lo scopra, dopo un arrivederci sussurrato e timido, lei che adesso sa ma che vuole lasciare a me l’iniziativa e la responsabilità) c’è una scritta: un nome, vergato in caratteri infantili, infantile il nome stesso come è infantile la sua figura giovanile, i suoi denti perfettamente allineati, tutti uguali, tutti vicini quei denti, un nome d’altri tempi, un nome impronunciabile e vergognoso: Vittoriana.
- Non siamo forse entrambi cresciuti per questa commedia?
- Che cosa ci è rimasto, a noi, se non recitare le parti che tempo addietro ci furono assegnate?
- Siamo troppo vecchi per creare qualcosa di nuovo, dobbiamo affidarci alle vecchie lezioni: se non lo facessimo non capirebbero che cosa vuole l’Altro. È necessario, se vogliamo sopravvivere, affidarci ai modi che meglio conosciamo, come questo mio sorriso che tu deplori tanto: nonostante ciò, lo riconosci, e sai che cosa vuol dire. Potremmo far finta che questa sera che ci avvolge sia una di quelle che vivemmo da bambini, una sera ricca di promesse ma almeno tranquilla, una sera in cui le angosce si calmano perché siamo a casa, al sicuro.
- È meglio che io e te ci si perda di vista nuovamente, che ci si allontani l’uno dall’altra, come si fa con gli sconosciuti, come se quelle congetture su di noi fossero un brutto pensiero che si è affacciato alla mente ed è stato subito ricacciato indietro dall’istinto che riconosce i brutti pensieri che tormentano. In questa rinnovata primavera ci comportiamo come se difendessimo i nostri difetti dallo sguardo dell’Altro, come se invece di quei difetti ci fossimo riconosciuti a vicenda.
- Tu mi schernisci ma mi riconosci, e se questo è l’unico modo che tu hai per riconoscermi, allora io per farmi riconoscere da te sono pronta anche a questo, che per me è il peggio. I giorni cambiano, al risveglio; basta un nulla e i vecchi schemi sono distrutti. È un battito di ciglia che la mente fa senza accorgersi di nulla, forse di notte, quando lo strappo si fa impercettibile. Quello è il salto che fa la natura.
Rimane quel nome scritto a lapis sulla pagina del quaderno, una delle ultime, nome che adesso rivela la sua vera identità, quel nome che appariva vergognoso e impronunciabile: Rotativa.

mercoledì 13 settembre 2017

Litopedio

La donna, che porta in grembo un bambino, guarda dall’alto. La donna, che sa che il bambino in grembo è morto, guarda dall’alto di un’onda. La donna con il bambino morto dentro di sé ha uno strano sguardo, dall’orlo di quell’onda: uno sguardo che giunge da lontano, uno sguardo che sa, che sa e non vuole rivelare nulla. Uno che vede quello sguardo sa che qualcosa è accaduto, ma che non può essere riferito perché è un fatto grave ed inspiegabile, e nonostante ciò la donna se lo assume su di sé, in sé, come se ella fosse il mondo e quel fatto la vita che sopra d’esso scorre.
L‘uomo, che nell’onda sta sotto, si tocca il viso con le mani come ad esprimere meraviglia, e attende - calcolandolo con esattezza - al disegno del tracciato lungo cui con il figlio vivo quella donna arriverà. Il padre del figlio vivo e di quello morto intanto si intrattiene con lui, parlando del più e del meno, come se l’orrore del bimbo morto, che è l’orrore di tutto il mondo esistente, non lo toccasse. Quasi si divertono, i due, al di sotto dell’onda cavalcata dalla donna, la madre del bambino morto che è ancora annidato nel grembo come un male incurabile, un male da strappare via.
Ogni pensiero è certamente trascinato in basso da quel fatto del bambino morto; ogni tentativo di uscire da quell’orbita comporta il ricaderci. Con tutto quel peso inconfessato, stupisce che la donna cavalchi con tanta leggerezza l’onda, e che il suo sguardo si fissi lontano sull’orizzonte che da lassù si può ottenere. È un’onda vasta, ampia, di grande respiro; percorrendola con gli occhi si ha l’impressione di esplorare un mondo sconosciuto: è come un monte che, piuttosto che escludere l’orizzonte ne crea uno, di ampiezza sproporzionata; chissà da sopra, se già da sotto ci si sente trascinare via.
Se ella sapesse che la sua storia è raccontata in ogni dove, e con toni non proprio lusinghieri, visto che in quella storia lei appare sempre nei panni di una che erra, e che sbagliando così tanto gli uditori di quella storia già l’hanno ribattezzata l’Errante dimenticandosi del suo vero nome, si risentirebbe assai nell’animo, dicendosi con quello che, sebbene convinta di aver raggiunto un punto di equilibrio in quella erranza, è ben contenta di essere quello che essi credono: l’Altro può sempre rimetterti in riga con un’osservazione su un fatto ovvio e banale, tanto irrilevante che se ne è persa la percezione; e nonostante questo, tenerti in pugno. Quel fatto rimane, ed è il marchio caratteristico di ogni azione in seguito compiuta, di ogni pensiero che ne segue. La chiacchiera, la curiosità e l’equivoco spezzano anche i più forti animi, quello più nobili, quelli che trascinano su di loro il peso di intere morti, di bambini morti e non nati, un peso inconcepibile eppure portato con naturalezza, con gli occhi del pensiero che errano lontani per trarre dal lontano la forza di non dirlo.
Un figlio. Se fosse un foglio, lo si saprebbe usare, scrivendoci sopra. Se fosse una pietra, la si potrebbe lanciare, sbarazzandocene così. Ma un litopedio - come sopravvivere ancora dopo una parola del genere?

mercoledì 6 settembre 2017

Il volto

Un volto come quello lo si può portare in giro soltanto con una buona dose di stoltezza: è un assemblaggio di parti diverse, messe insieme più per dare un’idea generale di volto che per raffigurarne uno. Due buchi asimmetrici a far da occhi, un’immonda rosa di carne tremolante a fare da bocca, le fattezze sbilenche, lo sguardo disattento e sfuggente. La stoltezza, di cui quel volto è insieme causa ed effetto, sarebbe necessaria in massimo grado se si volesse intraprendere una qualsiasi azione di cui si debba bene o male sperimentare le conseguenze. Non tutti i possessori di quel genere di volto, però, hanno questo ardimento: costoro si limitano a deambulare ai confini del mondo, in sentieri resi a loro consoni dall’abitudine. Li si può trovare nei paeselli di montagna, dove magari gestiscono una qualsiasi attività che ingeneri una consuetudine negli avventori, come barista o edicolante, condizione che è loro necessaria per farsi accettare. L’Altro, continuamente vedendo quel volto grottesco, giorno dopo giorno frequentando il bar o l’edicola, finisce per abituarcisi e non farci più caso. Capita però che l’imprevisto sradichi quel volto dall’abitudine per lanciarlo nella casualità delle cose.
Chiunque avesse a che fare con esso, dovrebbe poi pagarne le conseguenze fino in fondo, e quel fondo - quando si tratta di un volto come quello di cui si parla - potrebbe non avere fondo. L’errore compiuto si riverbera in quell’abisso portando con sé conseguenze inimmaginabili. La stoltezza di quel volto essenziale produce comportamenti che mal si accordano all’andamento delle cose. Queste, infatti, procedono nei sentieri della necessità: l’ostacolo sarebbe appunto la conseguenza messa in opera da tale stoltezza. Però, l’Altro non se ne rende conto, abituato com’è a procedere flessibilmente nei sentieri di cui si parlava poc’anzi; crede che quello sia un atto di ribellione, atto che bene si accorderebbe all’andamento dell’abitudine delle cose - e invece è soltanto stoltezza.
Le cose, infatti, procedono con una certa elasticità, fattore a cui ormai siamo così abituati che quasi non ci facciamo più caso. Lo stolto, invece, procede per somma di ostinazione. Il volto dovrebbe essere un segnale, anzi: un marchio di quella ostinazione. Quel volto rappresenta un avvertimento che dice: io che possiedo queste fattezze sono rigido, ostinato e sciocco, e su di me i fatti del mondo hanno poca presa. Io procedo con fare assolutamente (detto in senso filosofico) stolto. L’Altro, essendosi abituato al volto, si dimentica della stoltezza ad esso essenziale, e sbaglia perseverando nell’errore di valutazione, moltiplicandolo. Pensare di confrontarsi con costoro nei sentieri comodi della consuetudine è l’errore in cui l’Altro incorre più frequentemente, perché ci vuole un nulla per deviare. Egli ignora che lo stolto possessore di volto procede sul sentiero della necessità, che a sua volta esige ordine e disciplina, una disciplina tutta interiore che non trova sbocco nel mondo reale se non in maniera disagevole e controversa.
È quello un modo rigido di procedere che mal si accorsa all’ordine delle cose - ed è in questa disarmonia che nascono, quando lo scontro accade, i più grandi disagi, disagi a cui non si sa come mettere ordine. L’Altro crede ancora di trovarsi nel consueto, e nel consueto ancora operare, mentre si trova già nell’imprevisto, dove la flessibilità si scontra con il rigore, dove lo stolto possessore di volto procede casualmente come una pallottola imprevedibile e impazzita.
Chi possiede un volto di tal fatta procede per sillogismi, rigidi e rigorosi, che non offrono scampo. Chi vuole avere a che fare con lui deve ragionare allo stesso modo, senza concedersi nessuno dei diversivi che alleviano la rigidità della vita quotidiana, quelle elasticità che rendono più accettabile l’esistenza. Se gli si concedono delle deroghe, si deve sapere che tutto alla fine verrà fatto pagare, con l’aggiunta di interessi che al momento è difficile immaginarsi.
Non ci si può scontrare con un volto siffatto, ma sono molti e impensabili i modi in cui può interferire con il corso naturale degli eventi, modi che nessuno si azzarderebbe a definire in questo modo sbrigativo se non in un accesso di smodata ilarità mentale. Lo stolto, in questi scontri, non ha nient’altro da perdere che la sua stoltezza (permanendo tuttavia immutato il suo volto) e noi invece abbiamo da perdere ogni cosa, e non si parla certo di qualità morali, ma di oggetti, cose che sono nostre nella vita di tutti i giorni. Lo stolto le reclamerà con il pagamento dell’ammenda, le esigerà come un risarcimento morale dei danni che con la vostra testardaggine gli avrete senz’altro provocato. Interferire nell’andamento della vita dello stolto comporta una irritazione da parte sua, un adiramento, una contravvenzione che esigerà un contrappasso. Procrastinare sarà inutile, erigere barriere logiche o mentali altrettanto inutile: lo stolto possessore di volto passerà all’azione senza che ve accorgiate, reclamando in cambio (un cambio che non vi frutterà nulla) ciò che al momento avrete con voi - l’esazione sarà immediata, impercettibile.
Vi ritroverete privi del vostro più caro e necessario avere in un battito d’occhi. Sarà stato sufficiente distrarsi un attimo. Tutto sparirà, irrimediabilmente, senza possibilità di recupero, quando egli pronuncerà le fatidiche parole: - La sua perfidia è pari solo alla sua ingenuità.

mercoledì 30 agosto 2017

Amanti

Per capire di cosa si sta parlando, e quindi per iniziare il tracciato, si deve esser lesti nell’assegnare le parti e dire: questo è quello, quello è questo; e bisogna deciderlo in fretta, pena il non capirci più nulla. Qui si tratta di una giovane madre, che dopo la scomparsa del marito decide di rifarsi un amore, una donna, di cui continuamente parla, affermandone la bellezza, di come è stata catturata da questa avvenenza - i discorsi, nell’assenza di lei, ruotano attorno a questo.
Un antico sapore le si è risvegliato in bocca e fa desiderare, sentendo tutto presente, d’un’evidenza schiacciante; è in questo desiderio che s’annida la speranza della giovane madre quando si mette a magnificare le qualità della sua amata, di some i fianchi disegnino un profilo perfetto, ricolmo di desiderio, di quelli che fa sempre più desiderare perché rinnova quel sapore nella bocca, un gusto di fresco che mai avrebbe sperato di risentire, quel sapore insapore che cancella del tutto i grevi umori del corpo.
Il figlio, non riuscendo a capire, orbita attorno alla gonna materna nel tentativo di decifrare i pizzi multicolori che la adornano, della cui veduta egli mai si stanca. Il figlio guarda, rielabora la propria visione delle cose, visione che credeva stabilita una volta per tutte e per tutta la vita, attraverso gli occhi della madre, e dice: se lei ha fatto così, perché a me dovrebbe essere precluso? E già s’immagina imbarcato in vicende amorose, vicende di cui non sa nulla, di cui non conosce l’interiore architettura. Egli non sa nulla e già si crede capace di tutto. Si gingilla girando intorno ai multicolori tessuti della sottana di sua madre, credendo si scovare in quei disegni, nella disposizione di sfumature, la risposta ad una assillante domanda; Perché proprio lei? - si dice, non specificando se si riferisce all’una o all’altra. È confuso, il bambino, tanto che non sa trovare la propria morte, quella morte che va al posto suo quando tutto il resto è in ordine, quella morte che non si può sperimentare se s’ignorano le correnti che ci spinsero nel punto in cui siamo. Meglio per lui orbitare sotto l’ampia chioma a ombrello, mentre dai rami disposti a ventaglio piovono grati succhi sonniferi che ottundono i sensi e l’ardire.
Egli non riconosce l’oggetto quando alla prima volta glielo fecero vedere. Come con tutti, gli furono presentate le cose che avrebbero dovuto fare parte della sua intelligenza; quando passò la più importante era distratto, e fu ugualmente distratto quando gliela ripassarono davanti agli occhi. - Che cosa straordinaria, ripararsi all’ombra dell’ombrello; perché mai fare attenzione a simili cose? -, si disse, ed è questo il motivo della sua permanenza.
A lui mancano dei pezzi, per funzionare, anzi: solo uno, soltanto un incastro con cui addentellarsi al mondo, solo un attacco affinché il suo ingranaggio ruoti come il resto. Egli non lo possiede proprio per quella distrazione originale, e per quel motivo non comprende né capisce e non gira a tempo. Non sa che di quest’ampia chioma, sotto la quale trova rifugio, un’ombra che non sa nemmeno come chiamare; e si domanda come sopravvivere se la pioggia di polline, una pioggia vischiosa che irrita le mucose e gli occhi, cesserà di nutrirlo e accoglierlo. Si preoccupa, sicuro, ma non così tanto da essere distolto dalla contemplazione ombrosa di questo mondo a metà.
Io che li ho creati, madre e figlio, vedo bene che il loro dire è falso, ma non so se mi fa più male saperlo così bene o vederli errare malamente, senza costrutto.

mercoledì 23 agosto 2017

Il Bestiario di A. Z.

Si deve ad Athanas Zölst, il famoso naturalista, la scoperta del cosiddetto plancton anfibio. Questo, è formato da: larve, girini, piccoli scorpioni albini e esseri non ancora ben formati, che il forte vento spazza via dai luoghi naturali, depositandolo - quando il vento notturno è stato davvero forte - sulle pietre laviche dei gradini fuori dal portone, sulle pietre grigie dell’entratura, sui marmi capitolati degli anditi e dei corridoi bui, sugli infissi e le mensole in pietra serena delle finestre, sulle porte di legno, su tutto ciò che è freddo e oscuro.
Il plancton anfibio, ricordiamo che il nome plancton deriva dal greco e significa: qualcosa che erra senza fissa dimora (ed errare è qui inteso nel duplice senso di commettere un errore e di andare alla deriva), è formato da esseri semi-viventi, ancora imprigionati in una biologia elementare dai movimenti rigidi, in forme senza colore né consistenza. Depositandosi sul freddo sasso presente nelle nostre case, privati dell’habitat a loro consono, questi corpuscoli impediscono il passaggio in quanto sdrucciolevoli, e minacciosi ci appaiono in quella insensatezza così peculiare: un qualsiasi passo può schiacciarli, e chi sa che cosa accadrebbe poi.
Si raggruppano in strane costellazioni, che acquistano iridescenze particolari quando tutto diventa chiaro con il sole del mattino, dai raggi radenti: i bambini sono ogni volta affascinati dallo spettacolo di colore, ed è un colore riflesso perché quegli animaletti non possiedono nulla che appartiene al visibile. Si affollano ai bordi delle pozze, e passerebbero ore a commentare fra loro, con le frasi più belle e fantasiose, le pulsazioni e i movimenti che appaiono alla superficie. Sono indubbiamente vivi, a giudicare da quelle variazioni, vivi di una vita impoverita e ridotta al minimo, una vita che si sposta da un polo all’altro con un movimento come di orologio, fatto di scatti che passano da qui a lì senza stazioni intermedie. Per liberare il passaggio per i nostri bambini, perché debbono pur uscire e andare a scuola, montiamo delle passerelle, sgomberando così il passaggio.
Athanas Zölst ci ha lasciato, nel suo Bestiario, una bella raffigurazione di questo plancton anfibio, che egli però chiama “krill“, forse confondendosi con altro. I colori con cui lo disegna sono quelli dell’aldilà della vita, di una vita essiccata o sul punto di farlo, una vita che si è ridotta alle minime pulsazioni di chi non ha scelta. Oggi noi sappiamo che le vittime del vento notturno non hanno altro destino che allietare i nostri figli al mattino presto, prima che vadano a scuola.  È una bella lezione, per loro, e il fatto che Zölst ne abbia parlato nella sua opera ci dà la possibilità, alla sera, quando i bambini sono rincasati e noi possiamo dedicare loro del tempo, quel tempo che si meritano per essere stati bravi ed obbedienti, di raccontare di come Zölst scoprì questi animaletti, di come pazientemente li studiò catalogandoli, facendo con essi la stessa cosa che i nostri genitori fecero con noi; e se siamo così fortunati da avere in casa una copia del Bestiario, copia rara e ormai squadernata per l’uso ripetuto, copia che ormai è ridotta ad un ammasso di fogli senza più alcun ordine, potremo corroborare il nostro dire confrontandolo con quelle meravigliose illustrazioni, ricche di dettagli, diagrammi e informazioni.
Dobbiamo tenere a bada le voci interiori che ci impongono di non toccare nulla, di non modificare e lasciare tutto così com’è; dobbiamo superare le resistenze che ci bloccano nei gesti. C’è una certa ostentazione nel modo in cui noi, pareggiando quei fogli per metterli in ordine, ricostituiamo l’antica parvenza del Bestiario: le sue pagine limpidamente illustrate sono ora mischiate con tutt’altro genere di fogli: ritagli di giornale, pagine di riviste illustrate delle più disparate, biglietti usati del tram o di museo (e quanto tempo è che non si va al museo, uno qualsiasi, non lo si sa nemmeno più; e com’è possibile penetrare il senso di quest’Opera così multiforme, opera che non sta nemmeno più insieme, che non riesce più a reggersi sulle sue gambe; ed ogni volta ci diciamo che lo dobbiamo fare per loro, per avere qualcosa da raccontare al riguardo, per potergli dire qualcosa a proposito di quegli animaletti invisibili), fogli di quaderno strappati a quaderni antichi su cui scrivemmo le nostre impressioni su qualche fatto dimenticato, pagine di cataloghi, liste, cartamodelli, prezzari, carte da gioco - tutto ciò che è cartaceo trova rifugio nel Bestiario di Athanas Zölst, perché tutto ciò che è carta è legato, in un modo che a noi risulta ancora oscuro, ma che però è istintivamente sentito, alla comparsa e all’osservazione del plancton anfibio.
Tutte le carte del mondo trovano ricetto in quell’astuccio, e questo è l’unico modo per salvarci dal veleno asfissiante che promana dalle inspiegabili cose che ci circondano; è l’unica maniera possibile, o almeno per noi immaginabile, che abbiamo per raccontare ai nostri figli la storia nel modo corretto, nel modo in cui le cose sono davvero andate, prima che, attratte dall’odore di decomposizione, arrivino le mosche a corrompere ogni cosa con le loro menzogne.

mercoledì 16 agosto 2017

Il gesto più semplice

Avendo a disposizione dell’inchiostro, quali linee si traccerebbero sul corpo dell’Altro per renderlo accettabile - divorabile? Ovvero: come avvicinare il pennello al corpo altrui, come toccarlo per la prima volta, per tracciare il primo segno. In quale punto, in quale modo procedere, in che modo avvicinarsi per farglielo capire, a quel corpo, che dev’essere tracciato, separato - anche mentalmente. Come reagirà la mente a una tale idea? Fuggirà? Accetterà?
Il pennello si intinge nell’inchiostro con l’idea di tracciare una linea si quel corpo, la prima linea di suddivisione, ma quest’idea già lo turba: come si avvicinerà? Dall’alto, sicuramente, ma con quale pensiero supererà lo spazio che lo divide dal punto in cui la linea inizierà, punto che appartiene all’Altro, ed è per questo impensabile - non si sa. Intanto, riempie la mente con il concetto di linea, con quell’idea di tracciamento; ma questo pensiero rende il corpo dell’Altro ancora più distante, più lontano. Sembra quasi che, a questo punto del ragionamento, quella distanza sia invalicabile. Eppure, l’unica maniera che egli ha per conquistare quel corpo è tracciarlo, suddividendolo con linee. È una mappa, si dice fra sé il Gemello, nient’altro che un tracciato, una guida, un rendere esplicito ciò che è implicito, e che quindi si trova già in quel corpo, sulla superficie. Non deve far altro che pensare fortemente a questo, e la linea si traccerà da sé.

mercoledì 9 agosto 2017

Belve e bestie

Belve e bestie sono dappertutto: non si sa come distinguerle, si sa solo che le une vanno a quattro zampe e sono feroci - anzi, lo sarebbero, se non fossero tenute a bada dalle altre, che invece stanno ritte su due zampe, indossano abiti e a occhio paiono meno minacciose. I loro musi sono allungati, coperti di peluria: hanno occhi al cui sguardo non si resiste, e un’espressione distante. Ormai non è possibile non incontrarli, ovunque si vada ci sono anche loro, con le bestie tenute libere, che si avvicinano a noi con il muso basso come per annusare, come per sentire di che odore siamo fatti - e il subitaneo richiamo del padrone, consanguineo (forse), fa sì che si allontanino da noi, che smettano di farci paura con quel movimento della testa.
Che cosa li differenzia, belve e bestie, a parte l’andatura? Che siano meno feroci è soltanto una chiacchiera, e per convincersi del contrario basta guardarli negli occhi - se ci si riesce. Non si può fare un passo che esse son lì ad attenderci: fuori dal luogo di lavoro, al tempio, alla scuola, per strada poi non ne parliamo. Ormai si vive in un costante stato di minaccia, una minaccia mai resa esplicita, che aleggia come il terrore di essere divorati da un attimo all’altro. È evidente che la nostra presenza li disturba e li annoia; lo si nota dal modo in cui, se interpellati, si staccano dalle loro occupazioni per darci retta: lo fanno controvoglia, come per un dovere.
Da dove siano giunti, non si sa. Ce li siamo trovati come d’improvviso, e subito, guardandoli, abbiamo capito in che modo dovevamo comportarci con loro. Siamo ancora noi, i padroni? -, ci diciamo. Certo, ci lasciano andar liberi, non abbiamo nessun obbligo verso di loro; ma la loro presenza ci opprime in un modo che è difficile spiegare. Già il fatto che dobbiamo trattenerci dal parlare, è una cosa che fa pensare al peggio. Essi, del resto, non ci dicono nulla, né ci rimproverano: si limitano a guardarci - se mai lo fanno, perché pare proprio che avere a che fare con noi provochi in loro un disgusto irrefrenabile. Quando parlano, non pronunciano che una o due parole incomprensibili all’indirizzo delle bestie, come per richiamarle, distogliendole dall’insano interesse che hanno per il nostro odore. Per noi, non una parola, né di minaccia né di scuse.
A ben vedere, a due o a quattro zampe, queste belve o bestie sono identiche fra loro, sono tutte la stessa cosa, rispondono tutte al medesimo ordine: qual è la parola in grado di farle esplodere, di farle saltare in aria? Ce la siamo dimenticata, non ce n’è più traccia, non c’è modo neppure di ritrovarla, né di sapere se ci sia mai stata. Non c’è modo nemmeno di ritirarsi nella distanza, perché non esiste luogo in cui esse non siano già.

mercoledì 2 agosto 2017

Atrio

Entrare nella casa, è facile; uscire, invece, è difficile, si deve fare la coda.
È casa mia, dove ci sono gli affetti più cari, io abito qui, al piano il secondo o il terzo. Non è la mia casa, è un ospedale che di notte si riempie di visitatori che cercano di vedere i degenti, i malati, i dottori; non è un ospedale, è un museo in cui tutti vogliono entrare per vedere la mostra di nuovissime opere d’arte; non è un museo, è la Banca Nazionale, il cui atrio si riempie durante il giorno di postulanti che poi quando arriva la sera non vogliono andarsene perché fuori fa freddo e sempre sperano di salire; non è la Banca Nazionale, è un orfanotrofio, dove i bambini indesiderati sono gettati nella ruota e fatti girare, nella speranza che trovino qualcuno che li accudisce, e questi che si accalcano sono i genitori che quei bambini li lanciano; non è un orfanotrofio, è un cinema dove è proiettato un film vecchio ma ancora attuale, e questi cercano di fare il biglietto; non è un cinema, ho detto che è casa mia, e ogni volta che devo uscire, che voglio uscire, devo superare questo muro di folla che si accalca nell’atrio, e non importa quanto io attenda la notte nella speranza di non trovarmi fra questa gente che mi ostacola, la folla è sempre qui, e non fanno neppure la fila.
Una volta che sono uscito, scendo le scale che danno sulla piazza scendendo a destra, lungo il muro esterno dell’edificio, nel buio ormai sicuro di me stesso, sicuro che nulla mi potrà più colpire. Nel buio, finalmente da solo, fischietto una vecchia canzone, dirigendomi dove so io, totalmente confortato dalle strade familiari.

mercoledì 26 luglio 2017

Personae

Messi uno di fronte all’altro, per questa volta lo schiavo sorride e il padrone piange; anzi, lo schiavo sorride proprio guardando il padrone, come se il fatto che pianga per una volta lo allietasse. Il padrone, invece, piange senza curarsi che delle sue lacrime.
Ognuno dei due ha poi uno spettro che lo accompagna: quello del servo sta accanto al padrone, in modo che questi si trova fra il servo e il suo fantasma, e quello del padrone sta accanto al servo, in modo che questi si trova fra il fantasma del padrone e quello reale. I due fantasmi guardano la scena senza capire, i due spettri si guardano fra loro come per indovinare ognuno il pensiero dell’altro: capendo che nessuno dei due ha capito, tornano ad osservare le loro copie in carne e ossa.
Ognuno guarda la propria copia senza capire, e poi guarda l’altro e ancora non capisce, e infine guarda il fantasma come a ricercare in esso una parvenza che spieghi questo incomprensibile stato d’animo. Perché il servo che dovrebbe piangere ride? Perché il padrone che dovrebbe ridere piange? Le due cose sono certo intimamente connesse, ma si fa fatica a capire. E poi, servo e padrone si guardano come da due rive opposte.
In questo atteggiamento c’è qualcosa che li distingue e qualcosa che li accomuna: il fatto che si presentino come padrone e servo significa che l’elemento in comune è un lavoro. Da un lato si crede che dividendo l’infinito in due si ottengano due infiniti distinti, cosa che non è vera perché si limiterebbero a vicenda; dall’altro si crede che non sia possibile farlo, perché se lo fosse dovremmo porre un limite per stabilire il taglio alla metà esatta, e anche questo non è possibile. Il fatto di aver chiarito una possibile origine della controversia non ci ha però aiutato a chiarire perché uno dei due rida e l’altro pianga.

mercoledì 19 luglio 2017

Passione

Noi ci avviciniamo al recinto agitando le nostre idee e le nostre leggi davanti ai loro occhi, per dir loro che con esse possiamo mostrargli una nuova realtà; cerchiamo di allettarli con queste proposte, ma essi ci guardano senza capire, senza neanche uno sforzo per comprendere le nostre parole, come se quelle idee, che ci sono costate millenni di applicazione, non fossero che chiacchiere senza senso. Siamo noi a crollare sconsolati di fronte al loro disinteresse. Ogni loro gesto rivela qualcosa che noi ancora non riusciamo a capire, e non ha importanza di quanta convinzione noi si metta nell’avvicinarsi a loro, non ha importanza di quanta intenzione noi si metta nelle nostre proposte - il risultato sarà sempre quell’ottuso disinteresse che distingue il loro modo dal nostro.
Essi non hanno filosofie, non possiedono visioni del mondo, la loro mente è così incomprensibile che nessuna psicologia la può sorreggere; anche noi, sconvolti da questo inconsueto modo di fare, ci volgiamo alle verità che stringiamo fra le dita e non le riconosciamo: non erano quelle intimamente nostre da ricalcare punto per punto ogni punto della nostra anima? Dobbiamo ammettere a malincuore che quelle verità non sono per nulla evidenti, né convincono a prima vista l’occhio che ci si posi - a malapena, adesso, le riconosciamo, anche se non osiamo ancora distogliercene, per antica abitudine. Com’è stato possibile che abbiano significato così tanto per noi, che ogni volta che ne leggevamo ci sentivamo ritemprati nel corpo e nello spirito? Una tale potenza non può certo essere disconosciuta a cuor leggero. Resta il fatto che se guardiamo alle nostre leggi dopo averli guardati, non le riconosciamo più: e non perché d’improvviso questa dottrina non sia più autentica, ma perché di fronte a Loro non sappiamo più cosa pensare.

mercoledì 12 luglio 2017

L'incompleto

- Che fare se un oculista, oltre che ceco, è anche cieco? -, gli dissi. Ma lui parve non sentirmi. Da tempo giriamo attorno spingendo degli speciali cestelli muniti di ruote, che chiamano carrelli; dagli scaffali, prendiamo le merci che più ci aggradano per forma e colore, e li riempiamo, quei cesti, dei nostri desideri alquanto futili. Desideri che, non avendo più alcun filtro o resistenza, sono direttamente collegati alle mani che si muovono sfrenate nello spazio, catturando le prime cose che il tatto incontra nell’esplorazione del mondo; senza censure, insomma. Si debbono far provviste per i tempi duri che stanno per arrivare: per questo, ci si muove in fretta, come se i minuti non bastassero al bisogno, come se si dovesse far prima del pensiero.
Si pensa che stasera faremo baldoria, magari con una bella cena, ma le provviste gettate spensieratamente nei carrelli sono oggetti inutili, impossibili da mangiare e perfino da maneggiare; sono sacchetti di cose senza nome né colore, tendenti al nero lucido e all’assenza: affari racchiusi in sacchetti di cellophane che buttiamo nel carrello senza pensare, come se il tempo non bastasse più a scegliere, a discernere.
- Una cena, faremo -, ci diciamo per mascherare il terrore e l’angoscia dell’assenza che di lì a poco ci prenderà. - Portiamo anche gli strumenti, faremo un po’ di musica -, ci diciamo per distoglierci dal fiato corto che ci funesta i petti. Che cosa ce ne faremo, di sacchi di castagne e custodie di violino? Che nutrimento si può trarre da elementi così scombinati? Riempiamo tutto, e in fretta, che fuori è già buio e una grande serata ci aspetta.
- Pensi di poter orchestrare il tuo sapere in maniera organica? -, gli chiedo. - Si pensa sempre di poterlo fare. -, mi risponde.

mercoledì 5 luglio 2017

La vita sul retro

Le luci non sono ancora arrivate. Di tanto in tanto lanciamo uno sguardo verso la piazza, perché è là che arriveranno, come se scendessero dal cielo. Nel frattempo, attendiamo, e prepariamo bene ogni cosa, sistemando i dettagli, assicurandosi che quando giungerà il momento tutto sarà a posto e non ci saranno indugi quando ci si trasferirà nel retrobottega, nei locali chiusi e protetti. Allora, tutto dovrà essere a posto, perché quando arriveranno le luci ci dovremo muovere in fretta, senza fare tanti discorsi; in silenzio e con precisione dovremo chiudere tutte le porte, e lo si dovrà fare velocemente, senza ripensamenti o indugi.
Quando le luci arriveranno, ci distoglieremo dagli affari, che per il momento nell’attesa conduciamo ancora, come se nulla fosse, e traslocheremo sul retro, chiudendo le paratie, le false porte e i falsi muri, eretti a protezione di quelle luci dal cielo. Come si è detto, l’operazione dovrà essere compiuta con rapidità e precisione, senza l’ausilio del pensiero, senza soffermarsi su dettagli ormai inutili (dico “ormai” perché il quel momento ogni mossa sarà già giocata e non ci sarà tempo né per dire forse, né per riscattare un errore): muovendosi con rapidità, ci sposteremo lontano, perché che cosa vogliano le luci non si sa: atterrano nella piazza principale, ed è là che i nostri sguardi si dirigono nell’attesa, nei momenti in cui dall’uscio della bottega, lasciando gli affari per un istante pieno di timore, osserviamo tremanti.
Quando arrivano, le luci si muovono come se sapessero dove andare, scrutando ogni cosa nel loro modo peculiare. Le luci circondano le cose, le esaminano come esplorandole, scandendo lo spazio attimo per attimo. Noi non sappiamo che cosa può accadere a una persona se viene circondata dalla luce: spesso, le cose esaminate mutano, talvolta spariscono come se fossero state digerite.
Abbiamo cura di lasciare nei cassetti e negli armadi qualcosa per loro, le cose più importanti che abbiamo: facciamo finta di nasconderle affinché le luci non siano deluse - diciamo questo ritenendo che in esse ci siano intelligenza e memoria - e non abbiano poi a rifarsela con noi, attraverso rappresaglie o cose simili. Le lasciamo lì per loro: sono ciò che di meglio la nostra razza ha da offrire alla loro, sicuramente superiore. Gliele lasciamo affinché ci lascino vivere: quelle cose possiamo sempre rifarle, anche se ci costa fatica e tempo e pensiero dedicato. La vita non è forse tutto questo? Quindi, finché si avrà vita potremo sempre ricostruire tutto da capo. Quelle cose preziose che noi doniamo loro le ricostruiamo ogni volta. Non sapendo se si potrà continuare a vivere se ingoiati da quelle luci continuiamo a fare cose, certo con grande spreco, ma con la possibilità di eguagliare, e forse un tempo superare, ciò che siamo.
Eccole! Atterrano silenziosamente sulla piazza, e noi ci rintaniamo, assicurando alla via di fuga muraglie e catene invisibili ma efficaci, impercettibili ma di grande sicurezza: è la dietro che noi continueremo a vivere mentre le luci violenteranno le nostre espressioni. Quando si uscirà da qui contempleremo lo sfarzo e la distruzione, forse ci chiederemo per quanto tempo ancora si potrà andare avanti in questo modo, ma sarà solo un primo pensiero dovuto alla disperazione; poi, continueremo come se nulla fosse accaduto.
Quelle cose sono le nostre, e anche se costano fatica e ce le portano via rimangono nostre, e nostre sono sin dal momento in cui le pensiamo. Come potremmo farne a meno? Una vita senza, non sapremmo neanche pensarla. Qualcuno dice che quelle luci ci portano in un luogo meno miserevole, ma quale luogo potrà mai esser nostro se non si potrà mettere in opera il nostro pensare, quel nostro costruire attraverso il pensiero? Nessuno ci garantisce che dopo saremmo in grado di farlo, e noi lo possiamo finché rimaniamo quelli che siamo - e l’unica maniera è questa.
Saremo, dopo, gli stessi? Non c’è modo di saperlo; per questo, ci nascondiamo nel retrobottega. La vita sul retro non ha nulla di bello: ci vergogniamo l’uno dell’altro eppure viviamo gomito a gomito, immersi nelle nostre deiezioni e incapaci di pulirci. Non abbiamo più dignità, e l’unica cosa che ci salva dall’ucciderci a vicenda è l’oscurità che circonda ogni cosa. Noi ci ritiriamo là in silenzio, in attesa, e neppure parliamo fra di noi perché è inutile, visto che lo spazio è scarso, e per così dire è tutto in comune, anche i discorsi che eventualmente ci sarebbero tra noi. Quelle, sono larghe stanze piene di scheletri di locomotive a vapore e poltrone sdrucite, su cui ci sediamo dandoci ogni tanto la voce l’un l’altro per assicurarci di essere ancora lì.
A chi appartengano quelle cose non si sa: poltrone e locomotive le abbiamo trovate, erano già corrose dal tempo e inutilizzabili, e non ci siamo mai domandati nulla al riguardo; così, esse sono per noi il luogo consueto, abituale, delle nostre vite. Non ce ne siamo mai interessati: quegli scheletri li abbiamo sempre visti, non sappiamo di luoghi ove non ve ne siano: così, abbiamo creduto che fosse la consuetudine, non osiamo neppure pensare il contrario.