L’ospite, con il tempo e con l’uso, si è ridotto in dimensioni: con il tempo per averlo sempre in giro in ogni istante, per l’uso con le domande e le risposte e le richieste che inevitabilmente la seduzione porta con sé. Un ospite, un genio, pronto a soddisfare i desideri con il dispetto e l’acribia di chi vive vicino, pelle a pelle, e che perciò non è possibile ingannare. Un genio, un ospite che a ogni richiesta soddisfatta si riduceva, diventando alla fine invisibile all’occhio ma non all’orecchio: che cosa rimane da fare quando un genio, un ospite si dissolve nell’aria pur restando sempre presente (e la voce ne è testimone)?
Rimane da domandargli le cose, i desideri da esaudire, per localizzare la voce in risposta e insaccarlo in uno zaino, con precisione, e quindi continuando le domande e risposte per farlo parlare e individuarlo precisamente, inzainarlo e gettarlo dalla finestra, ovvero gettarlo attraverso lo sguardo e il giudizio altrui, dell’Altro che anche se invisibile guarda, osserva e stabilisce i mezzi. Gettarlo con rapida mossa dal diaframma della finestra, giù in strada, dove piove, e l’acqua avrà ragione dell’ospite, del genio, che già si permette di dire: - Lei si fa maschera d’una scienza non sua. Si deve essere rapidi, e falsi nel nascondere il vero desiderio dietro una maschera di finto desiderio: egli è un genio, può leggere la mente, è il suo lavoro. Egli è un ospite, ha buon gioco di voi perché ormai vi conosce.
Rapidi e senza dubbi che frenino i gesti, rattenendoli nel dubbio di non fare la cosa giusta. Ci sarà sempre, al momento del fatto compiente, una voce che dice che non dovevate farlo, e che adesso siete perduti. Correre da basso e recuperare il sacco o lo zaino non avrà altro risultato che di farvi bagnare dalla pioggia (non vorrete mica scendere in pigiama?).
Il genio o l’ospite, a quel punto, se ne sarà andato, non è dato sapere dove: si sarà di certo premunito contro la vostra doppiezza. Comunque, presto, e che qualcuno non ve lo rubi nel tempo che impiegate a scendere le scale: una rampa si fa presto a scenderla, e con agilità. Ma chi è già fuori ha un vantaggio, che è quello di trovarsi sul posto. Un sacco appena gettato dalla finestra fa presto ad attirare l’attenzione, e chiunque, per non sapere né leggere né scrivere, lo prenderebbe al volo, non discutendo ma subito, rimandando a un di poi l’esame del contenuto: non si sa mai che cosa si può trovare in un sacco all’apparenza vuoto. Se è stato gettato via, ci sarà certo un motivo, - Ma lo scoprirò dopo! -, dic’egli. Che importa se il genio o l’ospite se n’è già andato, l’importante è ciò che nel sacco già c’era e che non si è fatto in tempo, nella foga dell’estromissione, a esaminare e togliere.
Quelle sono le cose importanti, e non il genio o l’ospite: le cose nel sacco, che nessun altro deve vedere né prendere e che hanno potuto attraversare i vetri senza essere notati, le attenzioni essendo tutte rivolte allo sgradevole personaggio; ma ora è tempo di sottrarle allo sguardo indagatore dell’Altro, che non mancherà di trovarle se s’indugia ancora.
Quella voce dell’ospite o del genio, quella voce chioccia, pungente, sempre pronta al commento non richiesto; sempre pronta a rimproverare, ma non un rimprovero semplice, ma sempre corredato da nome, quel vostro nome puntato come una freccia su di voi e sul commento, come a dire che non si deve equivocare né sul contenuto né sul destinatario. Quel nome gridato, a voi sembra proprio così, che sia gridato ai quattro venti, quel nome ch’è vostro e che state cominciando a odiare: non può il genio o l’ospite rivolgersi a voi in modo generico, deve sottolineare che è proprio di voi che si sta parlando, è a voi che sta parlando, e il nome è apposto come etichetta. È a voi, signore, che questo discorso si rivolge. Questa fu la molla che fece traboccare il vaso, la goccia che fece saltare il meccanismo, molla e goccia ormai indissolubili e indistinguibili, abbarbicate l’una all’altra.
Pensatele, le vostre formule, le vostre etiche: pensatele e applicatele. Nulla vale il peso di quella voce, nulla riesce ad annullarla, nessuna abitudine e più radicata del vostro nome. È solo un nome, uno fra molti, dice il genio o l’ospite, che male può farvi? È innocuo, credetemi. -, e intanto parla, e la sapienza che credete di aver con voi nulla può fare contro quel suono penetrante che non sia immagine ma solo suono, nome. Non ci sono armi da opporre a quel nome: tutta la scienza non potrà contrastare il fatto che si rivolga a voi, quel nome, che è di voi che si parla. Nessuna cognizione può sopportare una tale messa a nudo, nessuna conoscenza può controbattere quel peso. Che cosa potrete erigere a difesa di quel nome se quel nome entra a far parte, volenti o nolenti, del vostro apparato di difesa? Esso è gruccia rivestita dal misero sapere. Nessuna sapienza può contrastare la violenza di quel nome che a voi, solo a voi si rivolge. Potrete pensare tutte le formule di questo mondo, ciò non mitigherà il bruciore di quel nome: siete voi, signori, ciò di cui si parla. Che muro potrete rizzare per reggere allo scontro? Sara sempre di voi che si parlerà.
Nessun abito o abitudine vi sosterrà ancora di fronte alla spoliazione.