mercoledì 28 novembre 2018

Circolo

Al circolo del tennis, la ragazza che ha un topo la cui coda è intrecciata al mignolo della mano sinistra, disturba assai. Fa roteare quell’animale come se fosse una fionda, da esso le viene una forza morale inusitata che le consente di tenere a bada gli attacchi che le fanno, attacchi rivolti alla dubbia moralità, che lei commenta con noncuranza facendo roteare il topo più velocemente, creando ulteriore disturbo.
Ragazza e topo sono bianchi, in contrasto al disturbo che i due arrecano: sono una macchia nel quadro perfetto del circolo tennistico, e il bianco di cui i due sono rivestiti, lungi dal frammischiarsi al bianco delle divise indossate dai soci, risalta contro il rosso e il verde dei campi da gioco. Nessuno può separare il topo dalla ragazza, ed è nell’animale che sta tutta la forza, una forza che, con tocchi di magia, le dà abbastanza potere da tenere tutti a distanza. Soltanto dividendo l’uno dall’altra si potrà aver ragione dell’altra - è pur sempre lei che parla. Reso inoffensivo, l’uno si distrugge da sé completamente. Ma non ci si può avvicinare, e la forza bruta nulla può se non dare velocità a quel roteare. Li unisce un legame fatto di coda e mignolo.
Ci vuole l’azione giusta: avvicinarsi senza darlo a vedere, senza pensare a ciò che si farà tra un momento; avvicinarsi come facendo altro, con la fronte scoperta e priva di pensieri. E così facciamo, strappando l’immonda appendice dal dito della ragazza con silenzio mentale, nemmeno rallegrandoci del fatto (in caso contrario saremmo scoperti) di esercitare in sordina una violenza che espressa normalmente sarebbe fatta di calci urla e insulti, esprimendo in questo modo il disprezzo e la sopraffazione, soprattutto la sopraffazione.

mercoledì 21 novembre 2018

Preparazione

Che ne direbbero i lor signori se prima della battaglia ci tagliassimo barbe e capelli? Lei, che è il proprietario della bottega, certo si offrirà volentieri di farlo, visto che è interesse comune combattere bene e bene vincere, di larga misura intendo. Per far ciò, una buona rasatura a zero è quello che ci vuole. Per andare alla guerra, e più in generale in ogni occasione, dimenticarsi del corpo è di primaria importanza. Vedo che lei apprezza il mio discorso, che anzi lo sottoscrive: quindi, all’opera, che siamo in cinque e pronti ad andare. Faccia un lavoro rapido, non c’è tempo da sprecate.
Potremmo usare il trucco dei guerrieri-ombra: estrarre le ombre da noi stessi e farcele montare sulle spalle per guadagnare in altezza e minacciosità. Combattere con dei guerrieri sulla testa non è difficile: quelle ombre non hanno consistenza né peso, ma colpiscono con forza, ferendo chi capita loro a tiro, uccidendo perfino. Sono uno spettacolo terribile: quelle ombre che si smuovono senza posa spaventano l’avversario. È un’arma da tener da conto.
Potremmo suonare le nostre ombre come strumenti, tenendole in equilibrio sulla testa, sbattendole come maracas, e con esse menare fendenti dolorosi al nemico, ai nemici obbrobriosi. Guardiamoci, noi, e diciamocelo: non credevamo di poter far questo, e invece ci stiamo accingendo a farlo, ci stiamo incamminando per il luogo di battaglia. Ma prima, una bella rasatura. Orsù, muoviamoci, noi inetti armati solo dell’ombra di un pensiero: stiamo per diventare materia di ricordo, di noi si parlerà nei secoli.

mercoledì 14 novembre 2018

Il pozzo


“Tutto questo non vuol dire nulla, nulla, nulla. Sono parole morte, e io ho bisogno di parole vive”. Questo fu il discorso fatto prima di scendere.
Dei tre modi classici, solitamente viene usato il terzo, la bellezza, per giudicare dell’insieme, trattando ogni elemento come se fosse un corpo a sé stante, verificando se la posizione di quello risponda o no a quei criteri assunti come guida, come ad esempio la flessibilità o il sudore, assommando poi le varie parti fino a ricomporre l’intero.
Esiste un altro modo per giudicare, e questo è la ripercursione, intesa come percorrere di nuovo: ripercursione e non ripercorrimento, perché la parola, terminando in -ione, deriva da un participio passato; ripercursione perché in questo modo viene ad assomigliare alla ripercussione, che è il percuotere nuovamente. In questo modo corrotto e inconsueto, i vari concetti espressi la quella singola parola sono raddoppiati. Ripercursendo, cioè rifacendo il cammino a ritroso, lentamente e a piedi, si riescono a cogliere dettagli che altrimenti sono invisibili, e la lentezza del passo permette di assimilarli pienamente. Il passo, poi, non sempre è costante, ma rallenta con l’accrescersi dell’attenzione, mutando con il mutare degli elementi che di volta in volta arrivano ai sensi. Così, la ripercursione offre il modo di fissare e rammemorare cose in modo permanente, consentendone il superamento, perché si sa che nell’analisi un elemento non superato tende a ripresentarsi, mentre al contrario con questa pratica esso è assimilato, digerito; non scompare, ma entra a far parte della persona in modo organico.
Passando il ponte di pietra, ampio e breve, ci giungono dall’oltre i parapetti voci amiche: non si può ancora gettare uno sguardo al di là, per le grate in acciaio rinforzate la lastre che chiudono la vista. Sono note gaie, conosciute. E ora, un momento, perché il punto del ponte è critico: ci vogliono nervi saldi e penna altrettanto salda, che non scivoli, che segua ordinatamente il pensiero.
Si è detto che le voci al di là del parapetto sono amiche: in che modo lo sono? Per una qualità cristallina, che allevia lo spirito dalle noie quotidiane. Sono toni che ricordano altri toni, armonici che ne fanno vibrare altri, e le parole sono piene di chiarezza, anche se non si capisce che cosa dicono. È il suono, che spezza l’aria mattutina in mille schegge, che dispone al sorriso. Le voci vengono dai meandri, dai balconetti e dalle rientranze degli edifici che in quel punto si riuniscono a formare un pozzo. L’audizione, grazie a quel pozzo e all’artificio delle grate di ferro, ne esce rafforzata, netta e non confusa.
La strada, dopo il ponte, digrada dolcemente, piegando verso destra con una curva ampia e accogliente, il piede è accompagnato nella discesa tanto che il passo non pesa più, ed è comodo procedere in tal modo osservando i dettagli che prima, nel passaggio veloce in vettura, ci erano rimasti ignoti. Proprio a metà della curva, sulla destra, si apre una piazzetta in cui stazionano venditori di lucchetti e borse. Espongono la merce su pali di cemento provvisti di uncini, ad ognuno dei quali appendono un articolo: centinaia di modelli di lucchetti o borse, in vendita a poco. Se si abbandona la via principale in questo punto, si potrebbe, piegando dolcemente a destra con un angolo di circa centotrentacinque gradi, ritornare al punto di partenza, seguendo una via più scomoda, stretta da palazzi aggettanti l’uno sull’altro tanto che non rimane quasi spazio: il valico che sulla strada maestra è rappresentato dal ponte, seguendo questa via sarebbe la ferrovia, che andrebbe allora attraversata a piedi con grande pericolo. Rimanendo invece nella piazzetta, nonostante la minacciosa presenza di mercanti orientali, di cui è notorio che nulla si sa né si è mai saputo a causa del loro linguaggio incomprensibile e violento, si gode una piacevole atmosfera: le luci del giorno si smorzano in un continuo crepuscolo di luci al neon accese, una temperatura colore dove il contrasto di luminosità induce alla malinconia temperante, uno stato d’animo di dolcezza che tritura l’io a dovere, predisponendolo a più benevoli pensieri; una luce soffusa, non ancora notturna, può fare questo e altro. Dispone perfino all’acquisto di cose inutili come i lucchetti o le borse. Giureremmo che questi commercianti impiantarono qui la loro attività sicuri di far buoni affari con oggetti cattivi grazie a questa luce.
Se volessimo, potremmo imboccare quella stradetta, e certamente altre cose vedremmo che non vedevamo da molto: ripetizioni di cose e impressioni che si annunciano come già esistite, quando la visione recente rinfresca una più precedente visione; un luogo in cui siamo stati in un tempo in cui la ragione non era ancora sviluppata, un luogo la cui vista ci colpisce come la vista di qualcosa che è già stato. Ma se prendessimo la stradetta, non potremmo sentire di nuovo, al ritorno, il suono di quelle voci amiche, voci invisibili che solleticano la mente invitandola a dolci pensieri, a pensieri pacificati. Quelle voci rappresentano la migliore approssimazione a quella parola di vita che, in questo paio d’ore e incamminandoci lentamente ripercursendo ogni cosa, cercammo ansiosamente.

mercoledì 7 novembre 2018

Il potere dei nomi

L’ospite, con il tempo e con l’uso, si è ridotto in dimensioni: con il tempo per averlo sempre in giro in ogni istante, per l’uso con le domande e le risposte e le richieste che inevitabilmente la seduzione porta con sé. Un ospite, un genio, pronto a soddisfare i desideri con il dispetto e l’acribia di chi vive vicino, pelle a pelle, e che perciò non è possibile ingannare. Un genio, un ospite che a ogni richiesta soddisfatta si riduceva, diventando alla fine invisibile all’occhio ma non all’orecchio: che cosa rimane da fare quando un genio, un ospite si dissolve nell’aria pur restando sempre presente (e la voce ne è testimone)?
Rimane da domandargli le cose, i desideri da esaudire, per localizzare la voce in risposta e insaccarlo in uno zaino, con precisione, e quindi continuando le domande e risposte per farlo parlare e individuarlo precisamente, inzainarlo e gettarlo dalla finestra, ovvero gettarlo attraverso lo sguardo e il giudizio altrui, dell’Altro che anche se invisibile guarda, osserva e stabilisce i mezzi. Gettarlo con rapida mossa dal diaframma della finestra, giù in strada, dove piove, e l’acqua avrà ragione dell’ospite, del genio, che già si permette di dire: - Lei si fa maschera d’una scienza non sua. Si deve essere rapidi, e falsi nel nascondere il vero desiderio dietro una maschera di finto desiderio: egli è un genio, può leggere la mente, è il suo lavoro. Egli è un ospite, ha buon gioco di voi perché ormai vi conosce.
Rapidi e senza dubbi che frenino i gesti, rattenendoli nel dubbio di non fare la cosa giusta. Ci sarà sempre, al momento del fatto compiente, una voce che dice che non dovevate farlo, e che adesso siete perduti. Correre da basso e recuperare il sacco o lo zaino non avrà altro risultato che di farvi bagnare dalla pioggia (non vorrete mica scendere in pigiama?).
Il genio o l’ospite, a quel punto, se ne sarà andato, non è dato sapere dove: si sarà di certo premunito contro la vostra doppiezza. Comunque, presto, e che qualcuno non ve lo rubi nel tempo che impiegate a scendere le scale: una rampa si fa presto a scenderla, e con agilità. Ma chi è già fuori ha un vantaggio, che è quello di trovarsi sul posto. Un sacco appena gettato dalla finestra fa presto ad attirare l’attenzione, e chiunque, per non sapere né leggere né scrivere, lo prenderebbe al volo, non discutendo ma subito, rimandando a un di poi l’esame del contenuto: non si sa mai che cosa si può trovare in un sacco all’apparenza vuoto. Se è stato gettato via, ci sarà certo un motivo, - Ma lo scoprirò dopo! -, dic’egli. Che importa se il genio o l’ospite se n’è già andato, l’importante è ciò che nel sacco già c’era e che non si è fatto in tempo, nella foga dell’estromissione, a esaminare e togliere.
Quelle sono le cose importanti, e non il genio o l’ospite: le cose nel sacco, che nessun altro deve vedere né prendere e che hanno potuto attraversare i vetri senza essere notati, le attenzioni essendo tutte rivolte allo sgradevole personaggio; ma ora è tempo di sottrarle allo sguardo indagatore dell’Altro, che non mancherà di trovarle se s’indugia ancora.
Quella voce dell’ospite o del genio, quella voce chioccia, pungente, sempre pronta al commento non richiesto; sempre pronta a rimproverare, ma non un rimprovero semplice, ma sempre corredato da nome, quel vostro nome puntato come una freccia su di voi e sul commento, come a dire che non si deve equivocare né sul contenuto né sul destinatario. Quel nome gridato, a voi sembra proprio così, che sia gridato ai quattro venti, quel nome ch’è vostro e che state cominciando a odiare: non può il genio o l’ospite rivolgersi a voi in modo generico, deve sottolineare che è proprio di voi che si sta parlando, è a voi che sta parlando, e il nome è apposto come etichetta. È a voi, signore, che questo discorso si rivolge. Questa fu la molla che fece traboccare il vaso, la goccia che fece saltare il meccanismo, molla e goccia ormai indissolubili e indistinguibili, abbarbicate l’una all’altra.
Pensatele, le vostre formule, le vostre etiche: pensatele e applicatele. Nulla vale il peso di quella voce, nulla riesce ad annullarla, nessuna abitudine e più radicata del vostro nome. È solo un nome, uno fra molti, dice il genio o l’ospite, che male può farvi? È innocuo, credetemi. -, e intanto parla, e la sapienza che credete di aver con voi nulla può fare contro quel suono penetrante che non sia immagine ma solo suono, nome. Non ci sono armi da opporre a quel nome: tutta la scienza non potrà contrastare il fatto che si rivolga a voi, quel nome, che è di voi che si parla. Nessuna cognizione può sopportare una tale messa a nudo, nessuna conoscenza può controbattere quel peso. Che cosa potrete erigere a difesa di quel nome se quel nome entra a far parte, volenti o nolenti, del vostro apparato di difesa? Esso è gruccia rivestita dal misero sapere. Nessuna sapienza può contrastare la violenza di quel nome che a voi, solo a voi si rivolge. Potrete pensare tutte le formule di questo mondo, ciò non mitigherà il bruciore di quel nome: siete voi, signori, ciò di cui si parla. Che muro potrete rizzare per reggere allo scontro? Sara sempre di voi che si parlerà.
Nessun abito o abitudine vi sosterrà ancora di fronte alla spoliazione.