Ci sono tre tipi di animali: quelli che dimorano nei
giardinetti, quelli che sono illustrati da funzioni matematiche e quelli che
sono assassini. Paiono tre specie diverse, ma nel corso della narrazione
vedremo che in verità appartengono tutti a una razza unica, le cui variazioni
apparenti son dovute al modo in cui di volta in volta li consideriamo, sotto
quale rispetto li osserviamo.
Del primo, nei giardinetti si possono osservare con
calma: sono strani esseri metà uccello e metà scatola trasparente, quasi come
se fossero la teca in cui si mostrano. Pellicani, cani, camaleonti:
avvicinandosi a questi guidati dalla curiosità, si deve fare attenzione a non
accorciare troppo le distanze. In quel caso, si attiverebbero i meccanismi di
difesa dell’animale, ognuno di quelli disponendo della propria arma
particolare. Per il camaleonte, che com’è noto è ghiotto di dispositivi
elettronici, egli si apposta al di sopra del pellicano-scatola, tra gli arbusti
dove l’uccello dimora dondolandosi incessantemente. È certo che la stranezza di
quel momento non mancherà di attrarre i curiosi: Com’è bizzarro, un animale
cubico e trasparente!, dice il visitatore incauto, mentre si avvicina per
meglio gustare i dettagli di questa stranezza, dettagli che si rinnovano ad
ogni passo.
Vedendo che nulla si muove, e che l’uccello pare
intento a becchettare gli strani frutti dell’albero, uno si avvicina sperando
di riempire tutta l’inquadratura. Ma nulla è morto, non è dormiente, è proprio
vivo e c’è un agguato in corso. Quando è vicino a sufficienza, ecco la lingua
del camaleonte che si slancia con forza, aggrappandosi alla macchinetta
fotografica, allo smartphone, ai capelli, alla faccia, uno sfacelo! Battere in
ritirata a quel punto è un desiderio troppo tardi espresso: non serve più a
nulla. L’animale, eccitato dalla propria forza, si scaglierà con sempre
maggiore veemenza contro il bersaglio capitatogli a tiro, e quando la terribile
lingua retrattile non avrà più la forza necessaria a trarre a sé la preda, sarà
il corpo stesso del camaleonte, facendo leva sull’ancoraggio sicuro della
lingua, a scagliarsi tutto intero per divorare la preda, essendo questa la
testa della visitatrice. Solo un vetro, come nei reptilarium, o una grata
abbastanza fitta, può proteggere da questi attacchi. Ma così, la curiosità, non
potendo avvicinarsi all’oggetto dell’osservazione, non è soddisfatta: lo
zampino rimane, ma la frustrazione è molta.
Nel secondo tipo di animale ne parla il glorioso
matematico B., inglese di bella fatta. Un suo libro, che dovrebbe essere presto
pubblicato, esplora certe caratteristiche di alcune funzioni matematiche, molto
simili a quelle sviluppate da Mandelbrot negli oggetti frattali: B. descrive il
carattere visuale, non si sa trovare termine più calzante, di quei numeri. Tracciando
con un apposito programma di computer grafica le curve, le derivate, le
equivalenze, egli descrive un paesaggio entro cui si svolgono cortei di
animali, principalmente cavallucci marini, molluschi, piccoli crostacei, semi
di carte da gioco, formando disegni di carovane, straordinariamente belli. In
questi disegni si nota una simmetria persistente, quasi una scansione ritmica e
regolare dello spazio algebrico, descritta dalle figure animali che, in un
punto e un solo punto, è disturbata da un elemento all’apparenza estraneo,
quello cioè che dà il titolo al quadro. Di questi quadri, che sono gli stampati
dei tracciati elaborati dal programma di grafica, ne ha fatto opere d’arte,
raccogliendole in un libro illustrato, di grande valore. Ogni tavola occupa una
pagina, come negli atlanti incorniciata dalle coordinate, e ha un titolo in cui
riecheggiano nomi storici, classici, come Bird, Bondone, Bacon, Boeuf, e questi
nomi rappresentano l’estraneo presente in ogni quadro.
-Will you publish it?-, gli chiediamo ansiosi. Ma egli
non risponde, e riprende con sé il libro. Sa che se il mondo conoscesse questi
suoi lavori matematici ne sarebbe sconvolto: come si riuscirebbe a guardare
ancora alle cose dopo aver visto quello? L’ordine della realtà, che con fatica abbiamo
costruito nei secoli con la filosofia e la religione, verrebbe alterato a tal
punto che la conoscenza della verità si trasformerebbe immediatamente in
desiderio di morte.
A suffragio di questa sua tesi, che a noi pare
soltanto una opinione, ci narra di quella volta in cui mostrò questi risultati
a un suo collega, amico di lunga data. Accadde qualcosa di così terribile che
dovettero chiamare la forza pubblica per contenere il danno e non far trapelare
nulla. Le indagini furono condotte in gran segreto, e con discrezione i
risultati dell’inchiesta vennero tacitati, così come ogni discorso riferentesi
al fatto anche solo alla lontana. Di questo, B. ci racconta trepidante. Rimane
solo, nel suo racconto, l’immagine di quella piccola guardia all’uscio, che faceva
passare solo i chiamati dal commissario (il celebre J., e dicendolo non ci
meravigliamo più di tanto). Costui era un uomo ancora giovane, quasi un
ragazzino se non fosse stato per l’altezza; aveva una faccia donnesca, glabra
ad eccezione di un paio di mustacchi nerissimi e folti. Fu lui ad aprirci
l’uscio quando ce ne andammo, licenziati dagli investigatori. Non servivamo
più, e da quel fatto ne uscimmo così definitivamente che non sapemmo più nulla
degli animali assassini.