mercoledì 30 ottobre 2019

Shock


L’incrocio di strade è indiscutibilmente reale, nel senso di cosa ben formata e percepibile. Vi è un attraversamento pedonale, e sul lato opposto un giardinetto ombroso d’alberi ricavato dalla particolare conformazione delle strade, che si connettono lasciando un largo spiazzo trasformato in luogo ameno, facendogli perdere quel carattere cittadino che tanto nuoce agli alberi. All’altro angolo vi è una casa di cura, riconoscibile attraverso le foglie e i rami per il carattere austero delle finestre. Il passaggio pedonale, provvisto di semafori, conduce a una via più stretta della piazza, ma pur sempre alberata.

Arrivare fin lì, non è chiaro come si possa: di sicuro è necessario perdere un momento il controllo di sé. Stordendosi o distraendo l’attenzione guardando fuori, come quando si segue un pensiero così attentamente che l’occhio non vede più dove sta andando, o come quando un dettaglio ci attrae così tanto per un attimo così violento che si perde la connessione con se stessi – ecco, così facendo, ci si ritrova lì, e da quel punto non si sa più né cosa fare né come andare avanti. Però, è un bel posto, fa sempre piacere tornarci. Se bastasse perdere la bussola per arrivarci, lo faremmo più spesso, ma quel sistema non porta sempre al risultato.

mercoledì 23 ottobre 2019

Ethica


Lui faceva consegne a domicilio; non può essere che così, salendo le scale con piglio energico, senza il minimo accenno di affanno, suonando alle porte degli altri senza tema di disturbare, anzi con la nemmeno tanto segreta coscienza di essere atteso, di quel tanto che al suo arrivo gli umori si alleggeriscono e le mance si predispongono, lui che non ha mai il dubbio di interrompere qualcosa o qualcuno, lui che è sempre sicuro che dovunque andrà le porte gli si apriranno come per magia -- nel segreto, lui aveva un dubbio.
Un giorno, gli capitò di consegnare tre cavolfiori – anzi: un cavolfiore, un cavolo nero e un broccolo, tutti e tre avvolti in carta argentata e quindi indistinguibili l’uno dall’altro se non per una certa modellatura dell’involucro – al numero dieci della via. Lei lo riconobbe subito, lui finse ancora per poco, palleggiando i tre pacchetti con disinvoltura, posandoglieli sul ripiano della cucina o dove più le aggradisse. Fu sorpreso perché riteneva che non avrebbe dovuto mostrarglisi di nuovo, lei, soprattutto dopo tanti anni.
Lei tirò fuori il libro che le aveva regalato, l’Ethica di Spinoza, con le legature allentate per il troppo consultarlo. La copertina, smembrata e tenuta su da un soccorrevole e strategico nastro adesivo, rivelava sul dorso interno della costola, dove è la colla che tiene insieme i fili della legatura, la dedica che le scrisse all’epoca, parole annotate in uno spazio segreto, e che mostrava l’incapacità di scrivere qualcosa di più grande di ciò che era già stato scritto dall’Autore stesso in quel testo così importante. Lei gliela mostrò, commossa che qualcosa potesse rivelarsi solo dopo un uso continuato, diuturno.
Anche lei lo stava dunque aspettando, il libro aperto sul tavolo, un’apertura abituale, consueta, a vedere com’è ormai squadernato quel volume: non è possibile che in tutti quegli anni trascorsi distanti quella sia stata l’unica lettura, né è possibile pensare a un pensamento continuo dell’altro, per chi quell’altro non è. Qualcosa in quello Spinoza ci dovrà pur essere per lasciare un siffatto segno. Un uso che sarà stato necessariamente continuo o permanente, o altrimenti la rilegatura non si sarebbe mai allentata per rivelare il messaggio segreto che lui le scrisse ai tempi, quando l’amava così tanto che pareva non esserci nulla di più grande. Quel messaggio, se non ci fossero state le condizioni, non si sarebbe mai mostrato.
Lui cercò nella memoria qualcosa che da parte sua avesse lo stesso valore di quel dono, qualcosa che lei gli avrebbe regalato con le medesime intenzioni, e che da lui fosse usato nello stesso modo, ma non trovò nulla, nemmeno il diapason, quello – come poteva essersi dimenticato del diapason, dimenticandosi anche del ricordo? Quello fu il dono che lei gli fece, ma lui neanche se ne rammentò. Alla vista di quelle parole scritte sulla spina del libro, dapprima provò a negare, ma di fronte alla sua propria calligrafia, si confuse, pensando se potevano ancora dirsi valide, se quelle frasi non avessero con il tempo perduto quell’importanza che ai tempi lui provò a dargli.
Egli rimase un po’ in sua compagnia, insieme rilessero passi di quella filosofia, stupefacendosi che potesse significare ancora molto, facendo a gara a chi l’avrebbe detta più grossa.

mercoledì 16 ottobre 2019

Boom


La bravura del regista sta nell’isolare dal mondo circostante la scena che sta girando, separando l’inquadratura dal caos. Quando Federighi girò la famosa scena del bagno solitario di Dora, nel film sull’amicizia, quando in mezzo alle onde ella si affanna, disperata per l’assenza dell’amato, quando il suo occhio pare spaziare per il mare che noi immaginiamo deserto, quello stesso mare ai bordi della macchina da presa era saturo di curiosi che guardavano, rumorosamente commentando ogni cosa – sullo schermo, vediamo soltanto la donna che nuota tristemente in un mare deserto. L’occhio del Maestro riuscì a cancellare tutta la realtà dalla realtà proiettata, facendo di quella scena, ancora oggi giustamente ricordata come esempio, il cardine di tutta la storia.
Invece, qui basterebbe puntare l’obbiettivo e riprendere quello che si vede. Filiamo a gran velocità sull’autostrada, il nastro taglia la campagna abbandonata. Le terre, disabitate dagli uomini e dai costruttori, sono un ininterrotto pianoro brullo, incoltivabile, terreno di scarto senza più vita né interesse. Le bande di uomini-donna percorrono la zona, questa è già la seconda che incontriamo. Si trascinano come cagnolini al guinzaglio gli attrezzi da scavo: martelli, picconi, trivelle. Con quelli, scavano la terra in cerca di sostentamento. Sono vestiti con abiti succinti, poco più che strisce di tessuto a colori fluorescenti a coprire le vergogne. Hanno catene e tacchi a spillo e capelli cortissimi, trattenuti da retine in tinta con i vestiti.
C’est le désert, c’est la vie, c’est la fin, un deserto domestico, italiano, da boom economico, creature quelle di quest’improbabile benessere, abbandonati a loro senza istruzioni, vaganti in cerca di indizi con cui ricostruire il mondo appena perduto. Non hanno vergogna perché averla è un lusso. Si fanno innanzi mascherati da passi incerti, traballando sui tacchi dai colori sgargianti. Si trascinano dietro le loro masserizie in catene, ma senza rumore né fatica, come in una parata o una festa, sventolando i boa piumati a loro comodo. Qualcosa li guida, perché il passo è determinato e sicuro, come se in questo pellegrinaggio ci fosse un’idea. I cantieri abbandonati dànno alla scena l’orizzonte spettrale che le compete. I viadotti tagliano a misura il nastro grigio dell’autostrada. Nei quadranti così ottenuti, si muovono, ci muoviamo.
Basterebbe riprendere tutto così come è e sarebbe ancora incredibile, come i colpi di martello dati con impercettibile pazzia da quelle figure come se saggiassero le cose ancora ignote, come se da quei colpi venisse un piacere a noi negato, come se quelle persone a metà riuscissero a sentirsi vive: vagano, si spostano senza dimora. Qui non li accoglie nulla, solo l’autostrada corre veloce, con noi a bordo della vettura, unici utenti, intenti ad andare lontano.

mercoledì 9 ottobre 2019

Experimentum crucis


L’incontro con il leone, se accade, è sempre un fatto che sconvolge, e non solo l’ordine mentale dell’individuo. È insieme un presagio e un sogno, è una previsione e una constatazione. C’è chi fugge e chi lo affronta, e c’è anche chi fa entrambe le cose, il modo essendo la disposizione mentale del soggetto. Il fatto di incontrare, e verrebbe da dire: finalmente!, il leone, significa che si è giunti a un punto cruciale, che determinerà la vita avvenire in modo sicuro e noto.
Egli si trova sul dolce pendio che porta al villaggio. Da basso, da dove sta venendo, sta avvicinandosi un bonobo. Questa scimmia non è una figura particolarmente determinante, se raffrontata al leone; rappresenta forse la parte migliore di noi, dopotutto, e per questo è bene starle lontani, e non vederla nemmeno in immagine. La seduzione che esercita risulterebbe mortale per chi non è adeguatamente preparato. Così, si fugge.
Alle porte del villaggio, c’è il leone: non si può entrare. Ecco l’incontro di cui si diceva, incontro necessario. Sul pendio, s’incontrano altri due compagni, li si avverte dell’avvicinarsi del bonobo. Quelli, nulla sanno del leone, non li riguarda, non è qui per loro. La parola stessa non gli dice nulla, neanche il suono li tocca, vivono separati, in apparenza, come proiezioni, messi lì per popolare di immagini la scena. Li si potrebbe considerare come un Padre che ti accompagni nel tuo primo viaggio, su per la scala mobile e le passerelle di un aeroporto da cui si sta per partire, mostrando come ci si comporta; ma c’è il rischio che a troppo seguire quei consigli si dimentichino i bagagli a terra. Oppure, li si potrebbe considerare come una Madre, da odiare visceralmente, insultandola per poi pentirsi un attimo dopo: la tazza che lei avrebbe fatto cadere la si può sempre ricomprare, e il fatto che il servizio sia scompagnato non è un buon motivo per trattarla così rudemente, anche se, con le gentilezze e i riguardi, mai si conquisterebbe l’indipendenza. Questi Padre e Madre li si potrebbe considerare come due figure di confratelli incontrati sul dolce pendio che porta al villaggio, e vedere come si comportano, come agiscono in pratica. Il bonobo allora sarebbe la cartina di tornasole, il loro personale experimentum crucis.
Il leone: mettersi in salvo è possibile solo se cisi avvicina lentamente, con le spalle avanti, camminando all’indietro, un po’ di lato e un po’ girandosi, avvicinandosi alla bestia per allontanarsene poi, ma sempre senza darlo a vedere, sempre mascherando se stessi come se si fosse un elemento della giungla cangiante, mosso dal vento. Uno sterpo, un arbusto, un ramo, un cespuglio: ecco ciò che si diventa nell’avvicinarsi al leone. La belva si muove, come incuriosita dal rimanente della realtà che non siamo noi: si dondola gravemente sulle zampe, talvolta frustando l’aria con la coda. Sarà un leone, o è il gatto che dorme sul fondo alla coscienza? È sornione, deliziato dalla brezza, si appropinqua e si addistanzia come se nulla fosse, e intanto noi torniamo al pensiero della sua zampata, che sebbene non eguagli quella della Tygre, tygre, brucia e brylla, è pur sempre strumento di morte, la nostra.
Chi potrebbe sopportare quell’assenza di sguardo, quel disinteresse supremo? Ci vuole un cuore saldo, e nervi forti, che non si scuotano nemmeno sotto la più dure sollecitazioni; ci vuole un occhio altrettanto assente per farsi vicino e non essere sconvolto da quella vicinanza; e un cuore altrettanto solido, che non pensi né rifletta ma colga l’attimo nel divenire, senza occuparsi di ciò che sta per arrivare poi. Così, l’incontro con il leone propriamente non vi è stato, ma nello stesso momento è avvenuto: ci sa che cosa sia più importante, se l’incontro faccia a faccia per essere da lui riconosciuto, o l’avvicinarsi, il sentire dai sensi la sua presenza vicina, come una minaccia sul punto di scoppiare. Non si sa: il mio incontro con il leone si è compiuto con la mia entrata al villaggio e il suo allontanarsi: c’è stata mostra di codardia, di furbizia, di doppiezza? Nessuno, non essendo stato lì di fronte al leone, potrebbe giudicare, ma io so che questo incontro non si ripeterà.

mercoledì 2 ottobre 2019

Excelsior


Qui, i bambini ciechi vengono accompagnati al cinema in pullman. Arrivati a destinazione, scendono tutti uno a uno, per poi una volta a terra prendersi per mano due a due, ed entrano disciplinatamente spingendo la porta vetrata, per nulla intimoriti dalla penombra. I vedenti fra loro, di solito non più di due per classe, attendono a bordo, fuori. Il pullman parcheggia dall’altro lato della strada per farli scendere, poi fa inversione (con un po’ di difficoltà a causa della strettezza della via e la presenza di spartitraffico) per presentarsi all’imbarco nella giusta direzione, con la porta in favore di salita.
Per passeggiare in strada, le giovani prendono in braccio le sorelle minori. Queste si raggomitolano fono a toccarsi il petto con il mento, quasi affondandoselo come se si vergognassero. Non ha importanza se la differenza d’età fra le due è minima, anche pochi mesi (non so se in natura sia possibile, ma questo accade anche fra sorelle di padri diversi, di madri differenti), è sempre la maggiore che porta in braccio la minore. È l’essere portata che la qualifica come minore. Hanno facce gentili e occhi ammiccanti e dolci, quegli occhi che mancano ai bambini ciechi in visita al cinematografo.
Quando escono, molti di loro hanno l’impulso di abbracciare chi li attende all’esterno, ma non a tutti è concesso di riceverlo, l’abbraccio. C’è un istinto che li guida, o un senso di pericolo, che pone un limite alle loro affezioni.