mercoledì 30 novembre 2016

Spettri

La bambina è inquieta: piange, si agita, salta sul letto disperata. Quando le si parla, volta di strappo lo spalle e se ne va. Come la si potrà tenere a bada per un pomeriggio se non la si può tener calma per cinque minuti? Forse, con un artificio.
È un oggetto che ha tutte le caratteristiche e i segni dell’oggetto reale, ma in verità è del tutto costruito, artefatto, messo insieme da una varietà di materiali e idee che difficilmente potrebbero raggrupparsi, se non sotto l’ingegno e l’inganno. Finché lo possiederà, non si farà domande; finché gli effetti saranno quelli dell’oggetto reale, non si chiederà se è una finzione.
È un’invenzione, un artificio: stoffa cucita, una misteriosa vibrazione, un colore pieno e puro - è un parto dell’intelligenza, è un trucco, è l’unico sistema per tenerla buona, per farle fare ciò che si vuole, anche i compiti, anche tenerla ferma per interi pomeriggi. Essa siederà in un angolo stringendosi al petto quella finzione: sarà sufficiente a farci trascorrere qualche ora tranquilla.
Ma che fare se quella disposizione diviene vizio, di cui poi non si potrà più fare a meno? Sarà difficile, allora, strapparle di mano il gingillo preferito: non solo ci saranno pianti disperati, ma la bambina non troverà più i modi per sostenere il peso dei minuti che trascorrono. Nessuna parola gentile potrà indurla a lasciar perdere quel trucco inutile, perché la sua vita gira ormai attorno ad esso. La bimba d’un sol tratto risolve il problema, strappandosi di mano l’oggetto, spettro di un sentimento, facendolo a pezzi con gesti caricati, eccessivi, troppo accentuati per essere vera espressione di sentimenti.

mercoledì 23 novembre 2016

Cacciatore di iddii

Egli è un cacciatore di iddii. Li cerca nel tempo. E quando ne trova uno che è sul punto di morire, proprio nell’attimo in cui la vita lo sta abbandonando, nel momento in cui il dio cessa di essere Dio perché muore, egli lo prende con sé traendolo nel tempo in cui viaggia. Lo cattura ancor vivo, fremente di pensieri e di intenzioni, il corpo e la mente, quella mente divina così piena di succhi nutritivi, ancora funzionante, e lo mangia a morsi, ancor vivo. Se il dio urla quando gli si strappa da dosso la carne a morsi, allora vuol dire che è ancora in possesso della divinità, e per questo motivo è un cibo corroborante, vivificante.
Il dio non si difende: è legato per i polsi, appeso a un albero. Guarda lo scempio con orrore, ma anche con soddisfazione, considerando che quel truce banchetto di cui è l’unica e prelibata portata è prodotto da lui stesso. È contento di rappresentare così la sua morte, non a tutti gli dèi è stato concesso l’onore di essere mangiati vivi. È contento di morire in modo così efficace, conscio di trasformarsi da corpo in parola, da sangue in conoscenza; di poter vedere se stesso mutarsi in dogma trascorrendo lentamente e dolorosamente nella morte. Quelle urla sono il modo più efficace di dire al divoratore di non fermarsi, di non smettere. In questo modo, in séguito non si avrà da dubitare di non aver posseduto la parola, di non essersi con essa nutriti a sufficienza. Inoltre, questo è il modo più efficace di dimostrare la propria divinità. 

mercoledì 16 novembre 2016

La confusione dei nomi

Ho un gallo grigio, che tengo ben chiuso nella stia, e un gatto ugualmente grigio, che faccio girar libero nell’aia. Devo stare ben attento a maneggiarli perché solo una lettera li distingue. Un gesto dettato dalla fretta o dall’impazienza può rompere le sbarre della gabbia e gettare uno nelle zampe dell’altro; e sebbene sia divertente vederli scappare avvinghiati, così stretti formare uno strano animale mai visto, così stretti che non si sa più chi sia l’uno e chi l’altro, rimettere le cose al loro posto è cosa difficilissima. Non basta, ad esempio, invertire la freccia del tempo, perché l’attimo dello scatenamento è talmente breve da essere impercettibile.

mercoledì 9 novembre 2016

Beckett / Transiti

Questo libro è un orario, una descrizione dei movimenti della grande città, con gli snodi e le coincidenze, i capoversi di tutte le storie in essa narrate. Sono le regole, rappresentate dai simboli all’interno delle combinazioni tipografiche a garantire il ritorno a casa e la giusta partenza, ovvero la corretta narrazione degli eventi, senza che avvengano salti o incongruenze. In queste linee è racchiuso il grande segreto, per saperlo è necessaria la loro applicazione, una dopo l’altra.
Il formato del libro, un volumetto in 16°, le pagine in carta velina, ognuna stampata su due colonne, con capoversi in neretto e carattere di corpo più grande, è di quelli adatti ad esser portati in giro, per averlo con sé in ogni evenienza. La copertina, di cartone duro, resiste bene agli urti. L’aspetto è quello di una Bibbia tascabile, e in un certo senso le è simile, perché vi vengono narrate, come in quella, le storie della città. La storia che cerchi in dettaglio non c’è, ma ci sono tutte quelle che la riguardano per contiguità o somiglianza, o anche perché scritte dal medesimo autore; è come una grande tabella, con cui si possono formare treni narrativi a piacimento e a volontà.
Quelle linee di testo non formano parole o frasi, ma conducono a esse mediante simboli, se si ha la pazienza di legarle insieme accordando i rimandi e i simboli. Quelle linee sono quanti di energia, con cui - similemente all’elettrone che acquista carica e si sposta di orbitale - si può saltare da un punto all’altro, pur sempre seguendo le regole. Non si ritroverà mai la storia desiderata, quella ben conosciuta e che fu narrata ai tempi, ma se ne riscontrerà la presenza attraverso le linee dei simboli grafici: sono codici formati da lettere, numeri e simboli. Seguendoli, combinandoli, accordandoli l’uno all’altro sarà possibile ricostruire quella storia. È un percorso su una mappa a più dimensioni.
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C’è quella della donna, grassa, grossa, ma leggera come una piuma, tanto che la si può prendere per la vita e sollevarla come una bambola di pezza - e della bambola ha anche la morbidezza - che è vestita con gonna al ginocchio e corpetto di panno nero, le calze a quadri e i capelli di lana color ruggine, di grana grossa, piacevole al tatto. Il volto è di bambola di pezza e non ha desideri, proprio come un giocattolo, che non disturba e non pretende.
Ha mal di denti, la donna bambina, e il suo dentista è un uomo severo, dalla testa calva, fatto di cuoio e acciaio e stivaloni, con addosso in grembiulaccio da calzolaio per ripararsi dagli schizzi di sangue. Ma la donna bambina non ha cuore, e quindi neppure sangue; non ha neppure un dente malato, ma soltanto nostalgia. Di certo, ha un dolore lancinante che solo il suo dentista potrà curare.
- Su, dottore - , gli dico - mi dia una mano a metterla sulla poltrona.
Ma lui si arrabbia, si volta dall’altra parte rifiutandosi perfino di rivolgermi la parola; e allora tocca a me prenderla di peso, grazie al fatto che è di pezza e non pesa molto. Adesso, per il fatto di trovarsi sulla sedia del dentista, si sente già meglio: forse è l’idea di una prossima guarigione che le solleva l’anima, così tanto gliela solleva che par che prenda il volo. È un piacere, assaporare questo momento di letizia, anche se il dottore si ostina a non voler partecipare al sentimento generale. Ma sarà certo questione di un attimo, e tutto si risolverà.
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C’è quella della pazzia di questa donna, un’altra, consistente in una smania di conquista, di appropriazione delle cose altrui. Costei agguanta il primo oggetto che le capita e dice che è suo, e che non si azzardino a portarglielo via o gliela farà vedere.
In realtà, difendere la propria posizione con tali argomenti è difficile, ma non se ne rende conto, è appunto pazza. La madre, anziana, pazza anche lei ma più tranquilla, la conduce in giro, nel circondario: teme, a portarla più lontano, che queste idee di possesso diventino sempre più difficili da tenere a controllo con il crescere della distanza da casa. Qui, la conoscono tutti, chi più chi meno, e hanno pazienza, soprattutto con la vecchia, costretta a quell’età ad andare in giro con una figlia così folle da non distinguere il bianco dal nero.
Da un po’ di tempo, la donna si infila nelle auto di altri rivendicandone il possesso, e la gente di qui, sebbene comprenda la difficile particolarità di quella mente, sta cominciando a prenderla a noia. Mettiamo il caso (dicono loro) che si debba saltar su un’auto e partire a tutta velocità per un caso di emergenza qualsiasi, e ci si trovi questa matta nel mezzo che si mette a discutere di proprietà e di furto, che si ha a fare, allora?
Bisogna allora prenderla, con dolcezza, facendola uscire piano piano mormorando parole inutili, e non sempre è possibile fare così, soprattutto in una eventuale emergenza come vorrebbero farci intendere. Quando poi siamo riusciti a farla uscire, si può anche partire, ma è facile che dopo tutto il tempo sprecato nell’assurda trattativa, sia ormai troppo tardi.
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C’è quella, assai più terribile, che comincia con una frase.
- Ero morto, chi vi ha dato il permesso di continuare a nutrire per me i più benevoli sentimenti? Io non vi dovevo nulla, con la mia scomparsa. Perché pensare altrimenti? Perché costringermi, per ciò che pensavate voi, ad accettarvi? Io non vi voglio, qui nella morte mi son fatto un’altra vita, vita che non concerne né voi né i vostri affari.
È quasi irriconoscibile, i gesti agili e flessuosi inadatti a un vecchio o a un morto, quasi scattanti. Non riconosce il figlio che dopo anni si è spinto fin lì per salutarlo. Anzi, quel padre non sa neppure come chiamarlo, se fratello o amico o zio; così, si limita a un cenno generico di riconoscimento nella speranza di essere riconosciuto come consanguineo. Egli ha fiducia, insomma, che quel padre lo accetterà in quanto suo figlio. Non sa che suo padre è un uomo (anche se adesso morto) e come tale ha i difetti e le ubbie tipici della razza, e i fastidi di dover rivedere qualcuno dopo così tanti anni di morte e d’assenza: dover ricominciare la finzione da capo lo snerva e lo annoia.
Non lo vuole proprio, quel figlio, perché nel tempo della mancanza ha scoperto cose di cui non sospettava nulla, cose che adesso gli hanno riempito la vita in sostituzione di ciò che con la morte perdette. Non lo vuole, quel figlio, non vuole ricominciare da capo tutto. Ma il figlio, questo non lo capisce. - È mio padre - , continua a ripetersi, dicendo con questo che fra loro la naturalezza non potrà mai venire meno, e che ci sarà sempre voglia e desiderio di stare insieme.
- Non ti capivo allora -, dice il padre, - figuriamoci oggi.
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Questi racconti sono, nelle intenzioni dell’autore, narrati in una lingua non loro, nel tentativo di spiegare cose che normalmente non si saprebbero dire. È un vecchio trucco, quello della lingua, a cui nessuno crede più ma a cui tutti si adattano per comodità. Ciò accade anche in questo libro, dove le vite degli uomini sono simili al discorso dell’orario generale dei treni o della effemeride.
Si crede, a ragione questa volta, che una lingua a cui non si è accostumati renda meno schiavi, e permetta con fraseggi più lunghi e musicali di esprimere ciò che si vorrebbe tener nascosto. La coscienza è in questo modo quasi ingannata, perché i pensieri hanno acquistato una veste che li rende estranei, quasi irriconoscibili. È questa astuzia, che a ben vedere non è tale perché la mente sa bene qual è il contenuto di quei pensieri, e l’artificio della lingua straniera è un trucco che si conosce fin troppo bene, a cui tutti fingono di credere per non avere la responsabilità di un tal dire: il linguaggio per primo perché in questo modo un po’ sciocco riesce a farsi fluente e bello, e la mente, la cosiddetta psiche, perché senza colpa riesce a sgravarsi di tali pesi - è questa astuzia, si diceva, a rendere belle queste storie.
Ecco perché Samuel Beckett, fra i tanti nomi possibili.

mercoledì 2 novembre 2016

Turbamenti

Cuciremo un occhio dentro un sacchetto di stoffa, lasciando uno spiraglio perché possa parlare, e lo seppelliremo nella terra umida di un cimitero. L’altro occhio andrà presto a fargli compagnia, dall’altro lato. Di tanto in tanto, essi daranno un buon consiglio a chi si troverà a passare - quasi per caso - dal cancello principale.