mercoledì 24 febbraio 2021

Iconostasi

La cosiddetta anima portatile è in realtà un dispositivo per collegamento remoto che mette in comunicazione il qui-e-ora con un ignoto altrove dove l’amore risiede, e questo altrove è detto rapimento, non nel senso di esaltazione ma di mancanza e appropriazione da parte di altri di un bene proprio. L’anima portatile, grazie alla struttura interna raffinata e potente, permette un collegamento audiovisivo appunto con quest’anima che si è detto. La diciamo “anima” ma in realtà, a voler guardare bene le cose, è più una sorella assente che una psiche. Anche se le due definizioni prese singolarmente sono fuorvianti al massimo, e prese in coppia si annullano a vicenda, quell’entità con cui grazie al fantastico dispositivo siamo in comunicazione è proprio l’altro che vogliamo rendere partecipe di ogni nostro momento.
È una piccola scatola, presumibilmente cava, grande quanto una tessera di domino, provvista all’interno di numerosi e ignoti circuiti elettronici, e all’esterno di un visore e di apparecchi atti alla trasmissione fra il qui-e-ora e l’altrove di discorsi e immagini, miniaturizzati al punto da alloggiare in qualche sezione del telaio. Non conosciamo bene tutte le caratteristiche tecniche. Per guardare lo schermo, lo guardiamo; per trasmettere immagini e suoni, puntiamo l’oggetto verso il punto prescelto, cercando di mantenerlo fermo per evitare riprese mosse. Ma anche qui sono soltanto nostre supposizioni che nell’ignoranza del mezzo facciamo, senza tener conto delle reali condizioni e possibilità dell’oggetto.
Noi, da qui, abbiamo sul piccolo schermo soltanto il primo piano del volto dell’anima-sorella, non potendo nemmeno immaginare i luoghi ove essa viva. Ci basta che il suo simpatico volto riempia il piccolo visore, e che i suoi occhi sempre ci guardino, e guardino ciò che noi non vediamo. Del resto, facciamo di tutto per dirle tutto, per comunicarle ogni nostro gesto, anche il più sciocco e insensato, e non farla sentire estranea ai nostri modi e luoghi. Lei, da quella piccola cornice, ci sorride instancabile, e noi, stimolati da quello sguardo, portiamo in giro quel dispositivo per far sì che tutto le sia ritrasmesso: di ogni cosa ella deve sapere, di tutto deve vedere. Lei guarda e non giudica ma sorride, e noi di quel sorriso viviamo beati, convinti di fare la cosa giusta.
Ce la portammo con noi anche quel giorno che si andò dal Direttore della Radio e Televisione, a vedere appunto la radio e la tv: tutto, passava su quello schermo privilegiato, anche le pubblicità che a furia di ascoltare sapevamo a memoria. Ci stupivamo di ogni singolo dettaglio reso così evidente, e lo dicemmo anche all’anima-sorella, avendo cura di riprendere tutto. -Non pensavamo che questi suoni avessero un volto! -, gli dicemmo. Ma il Direttore fece un gesto come per dire che era irrilevante, e che non gli importava un granché delle nostre osservazioni. Il Direttore si spazientiva facilmente, e con il nostro modo di fare lo esasperammo ulteriormente: ci reputò forse dei contadini ignari, tanto che ad ogni nostra osservazione, anche piccola, diventava sempre più scortese. Eppure, era lui che ci aveva invitati: fu forse una mossa opportunamente politica, visto che uno della nostra famiglia, il padre giovane, era passato recentemente di grado? Non lo sapemmo mai con certezza. Di fatto, dopo un po’ di quel trattamento, dove anche i numerosi bicchieri di vodka ci vennero fatti pesare, decidemmo di tornarcene a casa, nonostante il padre giovane insistesse per restare, adducendo quella scortesia a occasionale stanchezza, pensando che la sua presenza in quel luogo fosse non solo opportuna ma addirittura indispensabile.
Uscendo da lì, raccogliendoci tutti noi attorno a nostra madre, che ci aveva aspettato in strada, fummo felici di mostrare all’anima-sorella i nostri modi e comportamenti in quell’occasione quotidiana e domestica. Lei, a giudicare da quel sorriso, sempre lo stesso, estremamente gentile e assente, ne fu estasiata al punto che ci sentimmo tutti quanti liberati dalla pena e investiti da una grazia soprannaturale, una di quelle grazie che salvano l’anima definitivamente.
Ci stringemmo attorno a quella telecamera cercando di inquadrarci tutti, per farle vedere tutto affinché nulla, dei nostri gesti in quell’istante, andasse per lei perduto. Lei ci sorrise. Com’eravamo ingenui!

mercoledì 17 febbraio 2021

Blocco

La legatura del libro precede la fondazione della città solo di un attimo. In questa, le strade, se la colla non tiene, conducono in luoghi imprecisati e non prevedibili, che dell’originale conservano forse soltanto l’immagine acustica o l’odore, o qualcuno dei dettagli più evidenti. In una città così, siamo sicuri di non arrivare mai in nessun luogo, paghi soltanto di quelle impressioni, rifugiandosi (nel caso la sopportazione giunga al limite) in qualche abbraccio consolatorio con occasionali passanti. Ma se la legatura del libro è stabile e sicura, anche la città lo è, e acquista con quella operazione i nomi e i luoghi che ogni città detiene stabilmente, i punti di riferimento che formano il reticolo che soggiace al tutto: proprio come i fili reggono i sedicesimi del libro, così la città si regge su quei deboli nomi che la rendono solida.
È difficile, guardando il libro, pensare anche alla città: esso è massiccio, composto di blocchi numerati, stampati su carta rosso vino con inchiostro nero, scarsamente leggibile eppure ambìto come possesso e come oggetto da portare in giro. Ma la città è più importante di quelle pagine, nonostante esse siano ben rilegate, con cura certosina. Il libro è stabile e solido proprio come la città, nonostante il volume, che ora acquista la possibilità di essere abitata dalle genti. Da me, almeno.

mercoledì 10 febbraio 2021

Due stati

Non ero ancora sicuro di dove avrei girato per recuperare quel paesaggio e quei giorni, se a Roma o a Pisa, Roma e Pisa essendo soltanto due vaghe direzioni entro le quali avrei intrapreso il mio cammino di ricerca, Roma significando i laghi e i boschi del Ramo d’Oro, rive ricche di sfumature e coste di pini sacri, a strapiombo sulle acque nebbiose, Pisa essendo le spiagge dorate e ventose, deserte a parte alcuni radi cammelli, limpide e mosse, entrambe come i piedi e gli accenti di una poesia, distinte quel tanto che basta per renderle diverse – di sicuro, c’era solo che avrei fatto quel film.
La direzione implicava numerosi viaggi in auto, non sempre nelle migliori condizioni e spesso in compagnia di persone inadatte e indesiderate; questo avrebbe ritardato e in certi casi annullato le visioni possibili che avrei avuto una volta sul luogo, annacquandole in discorsi spenti e eventi contrari. Però, quel viaggio, se volevo entrare bene nello spirito della terra e del film, era da fare, e al più presto, e con mezzi diversi.
Comprai biglietti di treno per diverse destinazioni, anche contraddittorie, pagandoli con banconote di piccolo taglio, piccole come certi antidepressivi che per avere effetto debbono essere ingeriti in gran quantità. Con quelli in tasca, viaggiai, sempre incerto su prezzo che avevo pagato, sempre in dubbio se quei biglietti costassero realmente di più o di meno del loro prezzo, e non fossero adatti al viaggio che stavo facendo. Infatti, nulla mi rimase se non una vaga idea di luogo, inservibile ai fini della storia. La mancanza di un indizio preciso si faceva sentire.
Così rifeci quelle strade in macchina e a piedi; parcheggiavo nei dintorni di un luogo e iniziavo a perlustrare, pensando intanto ai numerosi problemi tecnici che con la mia rentrée sulle scene avrei dovuto affrontare: non ricordavo nulla né del cablaggio né di macchinari. Le apparecchiature che di lì a poco avrei dovuto usare per realizzare tecnicamente il mio film mi erano con il tempo e la lontananza diventate ignote. Contavo in una certa memoria muscolare, data dall’abitudine a certi movimenti che una volta, quando mi trovavo immerso nel lavoro, sapevo di certo fare, e senza pensarci. Girando, la memoria mi sarebbe tornata, insieme a tutti i trucchi del mestiere, faticosamente dimenticati in questi tempi. Affidandomi a quella smemoratezza e ai gesti automatici, qualcosa avrei di certo recuperato, e con il resto me la sarei vista di volta in volta.
Ora, però, rimaneva solo una cosa, la più importante: cosa dire? Vagavo tra le foreste cercando spunti affidandomi all’occhio, continuamente disturbato dalle bande che in quei luoghi imperversavano, offrendo il nuovo culto alle divinità locali, spesso niente di più che un ragazzotto biondo portato in processione dai presunti adoratori. Fu proprio in una di quelle occasioni casuali di incontro che mi fermai, senza por loro attenzione e concentrandomi tutto, e scrissi sul taccuino, disturbato di continuo da quelli, che continuavano a girare in tondo fra gli alberi, apparendo e scomparendo tra i tronchi fitti, la prima frase di questa relazione.
Continuava a ronzarmi in testa il nome di una strada, appariva e subito scivolava via non appena ci posavo la mente, tanto che non ero neanche sicuro della sua forma esteriore, della pura e semplice successione di lettere che lo formavano. Giravo attorno a quei luoghi cercandolo e mai ottenendolo. Sapevo che era un nome dolce e forte, ricco di suggestione e possibilità, ma non riuscivo a fissarlo in una forma stabile. Facevo le prove a pronunciare via via quelli che mi venivano in mente, ma nessuno era quel nome, tanto che a un certo punto disperai di poterlo ritrovare, di poter incentrare il mio film su quello. Non era più la via, o il luogo, che mi interessava ritrovare grazie a quel nome, ma il nome stesso, un nome che diceva molto di più di qualsiasi altro nome. Talvolta mi sovvenivano accenti, ma la sensazione generale era di sconforto, di disfatta.

mercoledì 3 febbraio 2021

La ferita

Ci si domanda che cosa questa ragazza, con il persistere di quegli atteggiamenti, voglia: è stata, così si dice, e lo si deduce da certi indizi che lei stessa dissemina attorno in ogni suo muoversi, una eroe di guerra, un’eroina che si è distinta in certe azioni nella guerra infinita di quelle parti di mondo. In quale modo, non si sa: gli indizi lasciati parlano di una canzone alla memoria d’un soldato, un inno o una marcia invero, di cui però non si è udito nota né visto spartiti, ma soltanto un foglio, un testo desunto da un’ignota rivista, forse militarista o guerrafondaia; una marcia in onore di un soldato caduto scritta in una lingua incomprensibile, in cui l’unica cosa distinguibile è un nome, che dev’essere (dato l’assunto) il nome del caduto. Ma come proceda questo inno, non si sa: potrebbe anche essere una boiata qualunque, potrebbe anche addirittura non esistere affatto.
Lei, se le si vuol chiedere qualcosa su quest’affare, non risponde. Ogni giorno cerchiamo di aprire la ferita per cospargerla di antisettico: la trovi sdraiata sul divano (che è dove si dorme e si muore). Pare che sia provvista di un dolore incommensurabile: forse è per questo che persiste in quel mutismo che tutti quanti ci irrita. Che fare? Lasciarla nel suo astioso torpore: sempre l’occhio duro di colei che si sente inutile in mezzo ai nani. Per darle soddisfazione, ci chiniamo su quel foglio (è l’unico indizio, a dirla tutta) cercando di capire, inutilmente. Lei alle molte domande non risponde, non l’ha mai fatto, anzi si gira dall’altra parte tirandosi il bavero della giacca militare sugli occhi.