Per molto tempo si è vissuto a orecchio, senza troppa
profondità, sicuri (anche troppo, forse) che nel segno che sopraggiungeva tutto
fosse scritto come in superficie, direttamente sul segno stesso, e che quel
segno non avesse altra motivazione che quell’evidenza. Il trucco, si diceva
allora, sta nel saltargli sopra in sincrono, pieni di sicurezza in quel gesto,
il quale significava (e il significato procedeva con la stessa intensità e
nella stessa direzione di quel salto sincrono) la piena comprensione e accettazione.
Tutto consisteva nel centrare il significato di quel segno, senza capirlo
davvero o comprendendone l’origine: si era sicuri che tutto stesse nel gesto,
nella sincronia, e più gesto e sincronia erano fatto “a orecchio”, più la
comprensione si credeva assicurata, non essendo disturbata da alcun elemento
anomalo, come poteva essere un sentimento o un pregiudizio.
Tutto stava nell’accettare a cuor leggero quel salto,
salto che preludeva alla cattura del segno stesso. Tutto era lì, fuori di noi,
all’esterno, chiuso nella superficie del segno sopravveniente – e tutto era
nell’interpretazione data a orecchio, perché nell’orecchio noi si riponeva
tutta la fiducia. In esso, si può dire, albergava l’esistenza, tutta intera. Si
è detto a orecchio, ma si sarebbe potuto anche dire a occhio, in quell’occhio
che, osservando, catturava il segno alla distanza assecondandone i movimenti,
con il cuore felice di chi ha appena fatto il proprio dovere, di chi quel
dovere credeva di averlo fatto.
Troppo tardi si è voluto dare un fondamento a
quell’occhio e quell’orecchio; ammirevole tentativo è stato, quello, di certo,
ma insufficiente, visto che l’abito si è ormai radicato nell’ordine naturale
dell’agire, ed è difficile da strappare, da ridefinire e strutturare, dato che
molti sono stati gli anni dedicati a quell’aduso. Ammirevole ed eroico a veder
bene, ma d’effetto quasi nullo è questo riarrangiamento dei sensi e delle
intenzioni: queste, ormai abituate a vivere libere e senza schemi, si trovano a
disagio nel nuovo costume, e quand’anche si adattassero al fatto,
predisponendosi per loro volontà, volontà che si fa quasi spontanea tanto è
forte il desiderio di correggersi, lo sforzo non correggerebbe la traiettoria.
Si condannano quelle idee, dicendole inumane, e non ci si accorge che nascono
dal fatto di essere vivi, e umani. È un moto spontaneo della mente, che le ha
fatte nascere, insopprimibile come la vita della specie. Si crede che
trattenersi sia il metodo aureo per privilegiare gli aspetti migliori di noi, e
non ci accorgiamo che quegli aspetti sono miseri, inesistenti, incapaci di
resistere a quelle idee naturali che subito risorgono nel momento stesso in cui
dimentichiamo di trattenerci; e risorgendo, tutto travolgono di nuovo, segno
sicuro di quella inesistenza miserevole che si diceva.