Questi
discorsi sono come il bue morto appeso in macelleria: da quel bue si tagliano
pezzi che vengono venduti al banco, su richiesta; ma per chi ha visto il bue
vivo, quella visione della carne è insopportabile. Noi il bue vivo non
l’abbiamo mai visto, per fortuna, ma ciò non ci rallegra. È la stessa richiesta
che ci fanno, di raccontare di nuovo quelle storie. Il bue vivo non l’abbiamo
mai visto, e non sappiamo nemmeno riconoscerlo da questi pezzi sparsi: quel bue
morto, che con la sua presenza dà un nome alle carni esposte sul banco,
rinvivisce nel racconto, ed è una pena.
Sono
fatti personali, la cui presenza o meno nella memoria riguarderebbe noi; sono
fatti a cui abbiamo assistito, fatti privati, insignificanti come possono
esserlo certi episodi del passato; cose che ci costituiscono nell’essenza
nostra, ma di cui non rendiamo volentieri conto, e anzi si spera che il ricordo
morirà con noi. Sono fatti di questo tipo quelli che ci chiedono ogni volta,
insistentemente: vogliono conoscere tutto al riguardo, e noi glieli
raccontiamo.
Vorremmo
che se ne dimenticassero, vorremmo che ciò scomparisse dalla memoria degli
uomini, perché è avvilente narrare una storia che sarebbe da tralasciare, in
vista di altre e più interessanti storie. Ogni volta che la diciamo, gli diamo
con ciò più verità e più corpo, e ogni volta di più acquista una consistenza
immeritevole, al punto che essa se ne va in giro per il mondo, avendo
conquistato con tutte quelle ripetizioni la condizione di storia senza il
nostro permesso, diventando fatto comune.
Le
cose narrate, ad ogni ripresa del racconto, si fissano sempre di più nella
memoria nostra e degli uditori. Ciò che era incoerente e inutile acquista una
necessità che, a cose normali, sarebbe inconcepibile. Ogni volta che rinarriamo
quella storia il discorso prende un po’ più di consistenza e verosimiglianza. E
il nostro discorso, che all’inizio era vago e sfrangiato, prende un tono più
sicuro; le parti meno curate guadagnano consistenza, riempiendo i vuoti. Così,
ogni volta quel discorso da verosimile diventa vero, e siamo noi con il
raccontarlo che gli diamo unità.
Ogni
volta raccontiamo, e con fastidio, chiedendoci ogni volta perché lo si debba
ridire; ogni volta ridiciamo, e ogni volta la storia siamo sgomenti e impotenti
di fronte all’effetto non voluto del raccontare, che dà vita a qualcosa che
sarebbe da dimenticare. Ogni volta che ci chiedono il racconto noi lo narriamo
con la rabbia di chi vorrebbe una buona volta tacere, desiderando che quel
ricordo privato si annullasse con il trascorrere delle ore. Ogni volta ci
rendiamo conto di quanto sia umiliante questo dire.
Non
si rendono conto di quanto povera sia questa storia, ansi insistono per
saperla; e noi, ogni volta, anche per sopportare il fatto di narrarla di nuovo,
anche senza volerlo aggiungiamo dettagli, insignificanti per noi, che la
rendono più accettabile e viva, dettagli che cercano di trasformare
l’umiliazione in eccitazione. Senza volerlo, abbiamo detto, e anche che i
dettagli aggiunti sono per noi insignificanti riguardo alla storia vera e
propria - questo è importante.
Quel
racconto va per il mondo, fra le genti che a loro volta se lo racconta: così,
la cosa sfugge al controllo, prolifera, diventando ciò che all’inizio non era.
Quella storia che molto volentieri taceremmo in quanto personale, in quanto il
protagonista sarebbe elemento da dimenticare, e di dimenticare d’essersene
dimenticati. Sarebbe una cosa da tener segreta, nascosta dietro la porta delle
cucina come un segreto sconveniente; sarebbe cosa da non far sapere in giro
perché non è segno di distinzione; sarebbe fatto da tener lontano, e assai,
dalle cose di ogni giorno; sarebbe cosa da nascondere nel buio degli armadi per
accelerarne a decomposizione - invece, ce lo chiedono, ci chiedono di dirlo, di
raccontarlo, di ricordarcene. Ci chiedono soprattutto di ricordarcene,
Non
non cediamo alla richiesta; più semplicemente apriamo la bocca e parliamo,
senza preavviso né giustificazione. Diciamo la cosa così come si presenta,
senza cornici. Speriamo che nel non darle importanza la cosa si esaurisca. Si
spera sempre che ciò accada, ma del fatto non si è mai avuta conferma.
La
dobbiamo ripetere ancora, questa storia, pur sapendo che è falsa e inutile,
dobbiamo farlo perché ce lo chiedono e non si sa cosa rispondere se non
ridicendo tutto da capo, senza risparmiarsi i dettagli. Agli occhi dell’altro, proprio
il dettaglio diventa un pezzo unico, che dà valore a tutto il racconto, che di
per sé non è nulla se confrontato al resto, ma che tuttavia diventa prezioso
per quell’uso e quella curiosità che, da qualche tempo, è diventata una moda.
Continuando
a interrogare, e a raccontare, la parola, si cerca di cavalcare questo minuto,
e con ciò trovare la soluzione al chiodo fisso che ci trafigge la mente.