mercoledì 25 aprile 2018

Chiodo fisso


Questi discorsi sono come il bue morto appeso in macelleria: da quel bue si tagliano pezzi che vengono venduti al banco, su richiesta; ma per chi ha visto il bue vivo, quella visione della carne è insopportabile. Noi il bue vivo non l’abbiamo mai visto, per fortuna, ma ciò non ci rallegra. È la stessa richiesta che ci fanno, di raccontare di nuovo quelle storie. Il bue vivo non l’abbiamo mai visto, e non sappiamo nemmeno riconoscerlo da questi pezzi sparsi: quel bue morto, che con la sua presenza dà un nome alle carni esposte sul banco, rinvivisce nel racconto, ed è una pena.
Sono fatti personali, la cui presenza o meno nella memoria riguarderebbe noi; sono fatti a cui abbiamo assistito, fatti privati, insignificanti come possono esserlo certi episodi del passato; cose che ci costituiscono nell’essenza nostra, ma di cui non rendiamo volentieri conto, e anzi si spera che il ricordo morirà con noi. Sono fatti di questo tipo quelli che ci chiedono ogni volta, insistentemente: vogliono conoscere tutto al riguardo, e noi glieli raccontiamo.
Vorremmo che se ne dimenticassero, vorremmo che ciò scomparisse dalla memoria degli uomini, perché è avvilente narrare una storia che sarebbe da tralasciare, in vista di altre e più interessanti storie. Ogni volta che la diciamo, gli diamo con ciò più verità e più corpo, e ogni volta di più acquista una consistenza immeritevole, al punto che essa se ne va in giro per il mondo, avendo conquistato con tutte quelle ripetizioni la condizione di storia senza il nostro permesso, diventando fatto comune.
Le cose narrate, ad ogni ripresa del racconto, si fissano sempre di più nella memoria nostra e degli uditori. Ciò che era incoerente e inutile acquista una necessità che, a cose normali, sarebbe inconcepibile. Ogni volta che rinarriamo quella storia il discorso prende un po’ più di consistenza e verosimiglianza. E il nostro discorso, che all’inizio era vago e sfrangiato, prende un tono più sicuro; le parti meno curate guadagnano consistenza, riempiendo i vuoti. Così, ogni volta quel discorso da verosimile diventa vero, e siamo noi con il raccontarlo che gli diamo unità.
Ogni volta raccontiamo, e con fastidio, chiedendoci ogni volta perché lo si debba ridire; ogni volta ridiciamo, e ogni volta la storia siamo sgomenti e impotenti di fronte all’effetto non voluto del raccontare, che dà vita a qualcosa che sarebbe da dimenticare. Ogni volta che ci chiedono il racconto noi lo narriamo con la rabbia di chi vorrebbe una buona volta tacere, desiderando che quel ricordo privato si annullasse con il trascorrere delle ore. Ogni volta ci rendiamo conto di quanto sia umiliante questo dire.
Non si rendono conto di quanto povera sia questa storia, ansi insistono per saperla; e noi, ogni volta, anche per sopportare il fatto di narrarla di nuovo, anche senza volerlo aggiungiamo dettagli, insignificanti per noi, che la rendono più accettabile e viva, dettagli che cercano di trasformare l’umiliazione in eccitazione. Senza volerlo, abbiamo detto, e anche che i dettagli aggiunti sono per noi insignificanti riguardo alla storia vera e propria - questo è importante.
Quel racconto va per il mondo, fra le genti che a loro volta se lo racconta: così, la cosa sfugge al controllo, prolifera, diventando ciò che all’inizio non era. Quella storia che molto volentieri taceremmo in quanto personale, in quanto il protagonista sarebbe elemento da dimenticare, e di dimenticare d’essersene dimenticati. Sarebbe una cosa da tener segreta, nascosta dietro la porta delle cucina come un segreto sconveniente; sarebbe cosa da non far sapere in giro perché non è segno di distinzione; sarebbe fatto da tener lontano, e assai, dalle cose di ogni giorno; sarebbe cosa da nascondere nel buio degli armadi per accelerarne a decomposizione - invece, ce lo chiedono, ci chiedono di dirlo, di raccontarlo, di ricordarcene. Ci chiedono soprattutto di ricordarcene,
Non non cediamo alla richiesta; più semplicemente apriamo la bocca e parliamo, senza preavviso né giustificazione. Diciamo la cosa così come si presenta, senza cornici. Speriamo che nel non darle importanza la cosa si esaurisca. Si spera sempre che ciò accada, ma del fatto non si è mai avuta conferma.
La dobbiamo ripetere ancora, questa storia, pur sapendo che è falsa e inutile, dobbiamo farlo perché ce lo chiedono e non si sa cosa rispondere se non ridicendo tutto da capo, senza risparmiarsi i dettagli. Agli occhi dell’altro, proprio il dettaglio diventa un pezzo unico, che dà valore a tutto il racconto, che di per sé non è nulla se confrontato al resto, ma che tuttavia diventa prezioso per quell’uso e quella curiosità che, da qualche tempo, è diventata una moda.
Continuando a interrogare, e a raccontare, la parola, si cerca di cavalcare questo minuto, e con ciò trovare la soluzione al chiodo fisso che ci trafigge la mente.

mercoledì 18 aprile 2018

Il ritorno


Sebbene il pranzo sia finito da ore, non possiamo andarcene per non turbare la bambina. La figlia dei nostri ospiti non sopporta di vederci andare via, così dobbiamo attendere il momento in cui sarà mentalmente più debole: approfittando di quella mancanza, potremo andarcene a casa.
Il pensiero è inquieto, come quando si è inquieti in un sogno mentre fuori, nel mondo reale, scoppia un temporale: i tuoni e i fulmini passano nel sogno, ma non nella forma a loro propria, ovvero come fulmini e tuoni, ma trasfigurati, modificati per adattarsi al sentimento generale del sogno. Questa angoscia è simile a quella che si proverebbe se si fosse nel mezzo della tempesta, ma senza la pioggia che alla tempesta compete la sensazione è impoverita e adattata alle circostanze, ovvero a questo fatto che stiamo assistendo a una scena messa su da una bambina capricciosa e un po’ isterica. Eppure, anche se non riusciamo a riconoscerlo, il sentimento è lo stesso. Poter fare questo discorso mentale è già un sollievo, perché ci si libera un poco di quella tensione; ma non è abbastanza, si dovrebbe fuggir via senza indugio per scamparla del tutto.
Nel frattempo, sopportiamo i giochi che la bambina inscena nella convinzione infantile che sia l’interesse ciò che ci trattiene, mentre invece l’indugio è dovuto ad una elementare forma di pudore verso i poveri genitori. Ella canta, esibendosi con mossette che dovrebbero deliziarci e che invece, dopo il copioso pranzo e le chiacchiere scambiate, ci spossano terribilmente. È una bambina sensibile, anche troppo; si attacca, anche fisicamente, a chiunque le dimostri un certo interesse.
È un interesse che lei provoca, con cognizione e metodo, in chiunque le capiti a tiro. Così, continuiamo a fingere, anche se solo per buona creanza, sempre ben attenti ad ogni piccolo segnale di cedimento, necessario alla fuga, che nel caso sarà rapida e senza spiegazioni.

mercoledì 11 aprile 2018

Lo scherzo


Arrivai là e c’era questo: c’era il far del male per essere creduti. C’erano persone che con le parole imbozzolavano gli atti e i pensieri di un altro, uno di loro. Per un fatto che adesso mi sfugge, costui veniva obbligato a credersi folle, per via di certe parole che gli venivano dette dagli altri. Egli non aveva la possibilità di dimostrare la propria innocenza, perché avrebbe potuto farlo soltanto con le parole, avrebbe potuto farsi credere solo con le parole; ma tutti gli altri gliele avevano, di comune accordo, rubate, quelle parole, ma non rubate nel senso di sottratte. Quell’uomo aveva un bell’invocare una ragione superiore, quando questa era in ostaggio di parole che gli venivano ritorte contro: la ragione era dalla parte degli altri, che detenevano il controllo delle parole. Così, a costui non restava altro che usare la violenza per respingere da sé quelle accuse. Egli faceva del male agli altri per essere creduto, proprio da quelli che gli avevano rubato tutto. Egli li picchiava a più non posso per far sì che non lo emarginassero con quelle verità artefatte, ma la cosa era così ben costruita che anche se egli non avesse fatto nulla, accettando senza discutere il loro dire, sarebbe stato emarginato ugualmente: in entrambi i casi il risultato sarebbe stato lo stesso. Però, egli si agitava, dando pugni in faccia ai suoi simili che lo stringevano da ogni parte e cercavano di sbatterlo fuori dal loro mondo.
Tutte le evidenze sono contro di lui, e per abbatterle dovrebbe far leva sulla memoria; ma se anche la memoria è costituita da parole, e se di quelle è stato spossessato, che cosa gli rimane da fare? Anche se gli dicessero che è tutto uno scherzo, egli non accetterebbe mai più di rientrare nei ranghi, ora che ha capito.


mercoledì 4 aprile 2018

Come al contrario


L’occhio vede, è contento di essere un occhio. D’un tratto, vede un altro occhio, e si dice: questo è migliore, più chiaro, più bello; non come me. E l’Altr’occhio pensa lo stesso, ma come al contrario. Ed ecco che l’inferno è creato.