mercoledì 25 marzo 2020

Tutto compreso

Tutto comincerà con un litigio…
-Sei così distante che l’unico modo che ho di difendere me e la mia mente dalla tua presenza e dai tuoi discorsi è il silenzio, ignorarti, te e ciò che dici, fare come se non fosse detto né fatto.
Non le risposi, e a bella posta, a questo discorso, un po’ perché non sapevo cosa dirle, visto che ciò che aveva appena detto era falso, e un po’ perché volevo vedere cosa sarebbe accaduto a non dir nulla, se per caso riuscivo a sradicarle dalla mente quest’idea che aveva, se per caso succedeva qualcosa a stare zitto e lasciarla sola con queste filastrocche. Poi, però, in tono dolce le dissi: Come puoi abbandonare tutto quando siamo a un passo dalla fine. Lo sai che tutto è fatto appositamente per te.
Lei non rispose né mi udì, seguendo precisamente le direttive che si era imposta nei miei riguardi. Convivere con il dolore dovrebbe dare tutt’altri risultati.
Così, decisi di partire, anche se il mio compagno, a cui mi ero dovuto unire per necessità, mi era decisamente odioso. Insopportabile, con quella precisione. Il viaggio fu esattamente come tutti i viaggi, né buono né cattivo, un viaggio che si rispetti deve essere proprio così, per deferenza verso il luogo di arrivo: quello sì, è importante.
Venezia. Sfortunatamente, l’albergo presso cui alloggiavamo non era dei migliori. I corridoi labirintici, polverosi, le camere altrettanto polverose, vecchie, stinte, i letti piccoli e bassi: tutto fa pensare a un albergo progettato da chi di alberghi nulla sapeva. C’erano regole da seguire, la prima delle quali scopersi dall’agire del mio accompagnatore: le lenzuola devono essere portate da casa, la direzione dell’albergo non ne dà alcuna in ogni caso. Io non avevo neanche bagaglio! Pensavo di comprare ogni cosa all’arrivo, ma si giunse in città a notte inoltrata. Provai a chiedere se ne avessero qualcuna da noleggiare, ma non riuscivo a distinguere gli inservienti dalla clientela dell’albergo. C’era una singolare mancanza di rispetto nei confronti degli avventori. Dissi a uno in camice grigio, dettaglio che lo faceva somigliare ad un assistente di laboratorio, incrociato per caso in un corridoio: -Ma non avreste… -No, signore, non l’abbiamo, e comunque io non sono l’addetto, si rivolga a loro. Loro, ma chi? Due, in blusa bianca e foulard d’ordinanza al collo si avvicinano. -Ma, e le lenz… -No, signore, qui non le diamo, se le doveva portare da casa. -Ma nemmeno per un’emerg… -No, nemmeno, è ben scritto sul regolamento.
Il mio compagno di viaggio pare divertito dallo svolgersi delle cose a mio sfavore. Ora, si dice, le chiederà a me, e io gliele darò perché sono magnanimo, o meglio fingo di esserlo. Ma io non gliele chiedo. Piuttosto, passo la notte nel giardino sul retro, in mezzo alle valige aperte dei clienti, tutte sparse in mezzo ai rovi.


mercoledì 18 marzo 2020

Obbedienza

L’ordine arrivò mentre ero dal dottore. La cura consisteva nell’ascolto di musica scelta da lui, brani diversi a seconda dei casi e della gravità dei sintomi che di volta in volta si presentavano, ma me quella roba non piaceva, così misi su gli auricolari e mi disposi ad ascoltare la mia, di musica, dallo smartphone.
-Non è possibile! -, disse il dottore. -Tu devi avere di certo una liquidazione in atto da qualche grande sentimento, un amore forse…
-Ma mi guardi gli occhi! -, replicai, -sono del tutto asciutti.
-Talvolta non è obbligatorio piangere dagli occhi, basta piangere all’interno, liquefarsi in qualche luogo nascosto, ignoto perfino all’introspezione. Io lo vedo benissimo, qui si stanno distaccando delle isole, trascinando con loro parti di ego inutilizzabili… c’è un grande sconvolgimento, come un ghiacciaio che rovina a valle trascinandosi dietro pezzi di montagna.
Sarà. Comunque, tornando all’ordine, per questo caso volevano un esperto di cavalli. Io un giorno, alla fiera, ne avevo visto uno, così mandarono me. E io mi disposi di buon grado ad obbedire.


mercoledì 11 marzo 2020

Al di là del fiume

Se si fa questa strada, se vi trovate a farla, è perché si è stati lontani dal tempo e non si sa come rientrarvi. Seguite le istruzioni passo passo.
-il bar
Si entra dal retro, dopo la discesa ripida in mezzo ai rovi. L’entrata si distingue dal resto, è facile vederla. Un dettaglio ve la fa risaltare. Il locale attraversa tutto l’edificio di cui è la fondamenta, e rientrando dal retro si deve passare longitudinalmente tutto lo spazio che occupa, costeggiando il banco per non perdere riferimento ed equilibrio, cosa che può accadere visto che il bar è pieno, affollato da avventori bizzarri e maleducati, come gli ubriachi che si stendono di traverso sul pavimento, o che fumano e urlano, dandosi spintoni; fino a sbucare dall’entrata principale all’opposto. È utile avere in tasca qualche moneta da elargire qui e lì in contingenze salienti per guadagnarsi il passaggio – ma all’uscita nessuno oserà rimproverarvi se dal vassoio delle elemosine recupererete il denaro eventualmente speso.
-la piazzetta
Si sbuca in una specie di piccola piazza formata da un trivio. Lì si affacciano, oltre al palazzo del bar, un paio di edifici uniti a far da angolo. Soffermandosi a guardare attratti dall’improvvisa calma (è il contrasto con il caos all’interno a farla apparire tale) evitate di considerare bello il palazzo di fronte a voi, baloccandosi con l’idea che abitarvi sarebbe piacevole. In primo luogo, il palazzo è mal fatto, con rifiniture assenti e muri sbrecciati, mal pitturati di un bianco spento bruttissimo all’occhio, e poi non sarebbe bello come sembra in quell’istante: quella piazzetta è vuota di vita, come le finestre che vi si affacciano, simili a orbite vuote. Là, nessuno abita più da tempo, le strade sono state battezzate con altri nomi, all’apparenza vietnamiti, di certo sconosciuti. Leggendoli, il fastidio che si prova fa passare ogni voglia di continuare.
-il lungofiume
Sul lungofiume, le giovani madri abbandonano le carrozzine, preferendo tenere i figli in braccio. È inutile richiamarle all’ordine o arrabbiarsi con loro, non ascoltano nessuno.
-i ponti
Il fiume, in quel punto della città, descrive molte anse e ritorni, formando serpentine. I numerosi ponti da attraversare, almeno due o tre, non presentano alcuna difficoltà. Per il ponte coperto, rammentarsi che è senza luce. I rari passanti che semmai incrocerete si rivolgeranno a voi con una frase, sempre la stessa. Così pare, ma a vedere meglio, non è a voi che il discorso si rivolge. Frasi come “Ha una grafica orribile” non possono riguardarvi in nessun modo. Se avete rilevato la differenza fra questa città e quella vera allora già ne sapete abbastanza, e potrete anche proseguire da soli affidandovi alla scienza ritrovata. In caso contrario, continuate a seguire le istruzioni.
-lo slargo
Lo slargo, all’ultimo ponte, dove probabilmente comincerà a piovere; là c’è una pensilina in cemento e facili passaggi pedonali. Andate avanti sicuri, l’acqua non ha da essere un impedimento. Là c’è un ortolano che sistema la merce sulle casse esposte, controllandone freschezza ed esattezza. A questo punto, vi dovete affidare all’istinto, perché le cose si fanno nebulose e prive di punti di riferimento che si possano formulare con parole o frasi, anche perché parole e frasi le avete gettate ai rovi all’inizio del viaggio. A questo punto è anzi probabile che abbiate in testa una vecchia canzone, mutata di quel poco che vale a renderla irriconoscibile. Cantatela mentre seguite la strada, siete quasi arrivati. Altro non so dirvi, anche a me adesso mancano le parole per descrivervi la scena che eventualmente seguirebbe. A mio parere, non ve n’è alcuna, non ce n’è più nulla, andate avanti, solo questo ho da dirvi.


mercoledì 4 marzo 2020

Le cose

Un uomo trova una vite sul davanzale della finestra. Si chiede se forse appartenga a qualcosa che ha in casa. Così la prende e la ripone in un cassetto apposito nella speranza che gli venga in mente nel frattempo di quale oggetto sia. La vite è piccola, nera, di metallo lucido. Da quel momento, a quell’uomo tutto va per il verso sbagliato, fino a poco dopo morirne di una bizzarra patologia: per così dire, gli insetti gli riempiono la testa. Durante quel tempo che passa dalla scoperta alla morte, egli non si rende conto che il male che gli capita è causato dalla piccola vite che si è messo in casa, e anche se lo sapesse non potrebbe farci nulla, come per esempio toglierla da quel cassetto e gettarla o rimetterla sul davanzale affinché un colpo di vento se la porti via. Quel cassetto è pieno di viti simili, decine di viti piccole e grandi, vecchie e nuove. Quell’uomo ha un chiodo fisso per le viti, sono la sua passione. Però, solo quell’ultima vite raccolta è la responsabile del male che gli sta capitando, ed egli di ciò mai potrà rendersene conto. Non perché la vite appartenga a un qualche ignoto meccanismo senza di cui la realtà non funziona o funziona male o peggio, non perché appropriandosi di quella vite egli abbia sconvolto un qualche ordine o ingranaggio che regola la sua vita. Di tutto questo non si sa né si deve sapere nulla. Solo, il fatto di raccogliere quella vite e incamerarsela ha causato quello sconvolgimento che lo porterà alla morte, e quell’uomo non può fare nulla per rimediare, in nessun modo.