mercoledì 26 dicembre 2018

Due stati

La materia, nel suo inizio di creazione, assume due stati differenti e successivi. Il primo si chiama protro: in esso, gli atomi ancora indifferenziati si presentano con aspetto di uova di lompo, con la stessa viscosità e la medesima mancanza di carattere, indiscernibili l‘uno dall‘altro. Il nome viene dall’aggettivo protronico, che significa disposto a ricevere una carica elettrica positiva o negativa purchessia. Al mescolamento, la materia in questa condizione è refrattaria a ogni aggettivo.
Il secondo stato si chiama forestina, dal nome dello scopritore DeForest: all’aspetto, nulla pare cambiato. Il mutamento è tutto interno, interiore: ognuno di quegli atomi, ancora somigliante a ciò che era, ha nel nucleo la disposizione al destino che lo formerà, facendolo divenire uno dei novanta elementi della tavola periodica. In questa peculiare condizione, l‘indifferente, pur essendo ancora tale, possiede almeno un destino o fato avverso, una disposizione che la convertirà definitivamente al mondo materiale. Nei due stati nominati protro e forestina la materia è tale solo per convenzione: a ben vedere, essa non è nulla di più che un succedaneo, un agglomerato di sferette indiscernibili l’una dall’altra. Essa assumerà la materialità che la condanna a questo mondo solo superando le due condizioni: non sarà più possibile per essa prendere le cose per puro divertimento. Ogni lettura dovrà avere la condizione dell’intelligenza. Che difficoltà insormontabile, pensare sempre! Pensare, che fatica... Questo è ciò che dovrà fare fino al punto in cui si chiederà, a furia di troppo pensare, che cosa questo pensare significhi, e se non sia meglio un altro modo, un’altra visione, una che l’abitudine al pensiero avrà fatto oramai dimenticare.

mercoledì 19 dicembre 2018

Discipline

Sul colle prossimo alla città alloggiano i generali: abitano il villette sparse, al riparo di viale alberati e strade sabbiose. Tutto il quartiere essendo delimitato da un reticolato ampio, costruito per proteggere ma invisibile dalle abitazioni, sia perché è lontano da esse, sia perché è stato progettato per difendere senza che i difesi possano notare alcunché, costoro vivono bene. Al cancello sta una guardia, dietro la rete ci sono uffici, lontani e separati da una stradetta sterrata e senz’alberi, in piena vista. La sorveglianza sulle case dei generali è severa, nulla deve turbarli. Il soldato è stato mandato lassù con una borsa di documenti da consegnare: nulla di strano, egli fa parte della squadra di corrieri.
Al soldato è stato ordinato di andare alla villa per consegnare dei fascicoli. Egli consegna la busta al cancello principale, gli viene detto di aspettare. Lasciato solo, passeggia su e giù mentre dà occhiate a una figura lontana che si sta avvicinando, una donna, sembra, che percorre la lunga stradetta che conduce al gabbiotto di ingresso e sorveglianza: probabilmente, anche lei sarà qui per una consegna. A ogni occhiata, la donna è sempre più lontana, pare che non arrivi mai. È pomeriggio tardo, saranno le quattro, fa caldo il sole batte impietoso. Il soldato passeggia avanti e indietro chiedendosi se il procedimento, quella consegna e l’attesa, sia davvero un suo dovere. Mentre attende, si rende conto che la sua postura non è corretta come il regolamento insegna.
Egli attende distratto, come se nessuno lo vedesse, le gambe aperte a scaricare il peso del corpo, l’elmetto sbilenco, le braccia scomposte. Capisce che non è quello il modo di attendere. È davvero un soldato? Sono io un soldato?, si chiede. Arrivano dei bambini: a questo non è davvero preparato, tanta era l’intensità della sua domande interiore. Forse sono i figli dei generali: gli parlano, indovinano il suo nome. Egli, si lascia andare: forse quei bambini lo conoscono? O è il soldato che conosce loro? No, ma scherzano con lui, e lui, sempre meno cosciente di essere un soldato portaordini, scherza a sua volta. Egli sa che ci deve essere un modo, e che gliel’hanno anche insegnato, di attendere correttamente gli ordini, un modo di stare a posto senza turbare l’ordine né accantonare la dignità di persona. Lo sa ma non riesce a metterlo in pratica: quegli occhi di bambini che lo guardano abbattono ogni difesa, ed egli si ritrova talmente nudo di fronte a quei pupilli che lo slancio di cuore gli viene naturale; ed è altrettanto naturale che costoro, vedendolo così grande e alla loro mercé, non lo accolgano ma lo tengano a distanza con scherno.
Se gli ufficiali si affacciassero disapproverebbero il suo comportamento, e non è detto che non lo vengano a sapere, se quei bambini, una volta tornati a casa, parlando con i genitori, raccontassero di quello strano soldato, così inerme... se accadesse, se la passerebbe male, forse sarebbe addirittura punito. Egli ci pensa, a questa evenienza, e prova a rimettersi in riga: ormai è troppo tardi, si è lasciato andare, non sarà mai più un soldato.
Ci dovrebbe essere dignità e sopportazione, in quest’attesa. Invece, egli si svaga con mille impressioni diverse: gli sono stati affidati documenti confidenziali, e lui si dà via così. Non si può essere al sicuro con me, dice il soldato. Più che se ne rende conto, più che si sposta dal punto dove dovrebbe essere. È più forte di me, si dice: io vedo questi bambini e subito, come se riconoscessi in loro qualcosa di familiare, mi apro. È tutto nello sguardo che do loro, ed essi se ne accorgono, così fanno scempio di me. Basterebbe chiudere gli occhi, abbassarli o allontanare con un pensiero l’anima di costoro, per dargli meno importanza. Più che me lo dico, più che accade il contrario.
Quelli, a quel pensiero, come se glielo avessero letto, scoppiano a ridere.
Dietro a questo soldato non può esserci un uomo: un uomo non cade preda di bambini. Egli è troppo lontano dal dovere, non sa nemmeno che cosa sia. Guardatelo, mentre scherza con quei ragazzini: si è mai visto un soldato del genere? Esiste certo qualcosa, nell’atteggiamento di costui, che lo rende vulnerabile. Un soldato potrebbe essere tale se avesse una chiara coscienza del meccanismo che lo sovrasta. Ma quei bambini devono possedere certo un segreto, perché quella coscienza, che certamente in soldato ha, gli sfugge, pronto come è a seguirli nei loro giochi crudelmente scherzosi.
Da gabbiotto lontano della sorveglianza, nulla si muove, nessuno ritorna, la sbarra rimane abbassata. Non può nemmeno andarsene perché non è stato congedato. Deve attendere inutilmente esposto ai lazzi di quei bambini, sempre più conscio che quel procedimento irregolare non rientri nei compiti di un soldato portaordini. Tutto corrisponderebbe, però, tutto (ordine, luogo, cancello, colline, donna distante, bambini) solo se quel fascio di fogli che ha consegnato al soldato all’ingresso lo riguardasse direttamente.
Nel qual caso, questa sarebbe la punizione.

mercoledì 12 dicembre 2018

Legge

Le bestie, una specie di gorilla o scimmia muscolosa, nere e lucide, debbono essere vuote all’interno: esse sono così addentro alla natura che ogni loro orifizio è aperto, al pari degli altri animali. Quelli, infilano le mani all’interno per trarre i cuccioli non ancora formati. Il loro tocco consegna l’incompleto alla vita: appena fuori dal ventre, i piccoli di leopardo passeggiano intorno miagolando. Debbono essersi resi conto di aver oltrepassato la misura, perché con la stessa facilità con cui li hanno estratti, quelle scimmie li rimettono dentro, riparando al danno e alla fretta. Sono così esperti delle cose che non si è trattato né di danno né di fretta, ma di curiosità, una curiosità scimmiesca, la stessa che li fa rovistare nei loro propri orifizi.
La venuta alla vita, con essi, non fa violenza alla forza vitale, e la stessa cosa si dovrà certo dire per l’abbandono. È per invidia che ficcano le mani nel ventre della leopardessa per estrarne i cuccioli o è per assecondare l’opera naturale? Per nessuno dei due motivi: è per una verifica. Codeste bestie, con le mani prensili, controllano che la natura faccia il suo corso. Hanno certo uno strumento sicuro di misura o di controllo, nel caso si debbano raggiustare le cose per un errore, ma per adesso non è mai successo, si è visto solo il loro ficcare le mani e rimettere a posto come se nulla fosse accaduto.
È una legge naturale che procede come in un sogno, con molte contraddizioni apparenti e un solo grande unico fine, che è la sopravvivenza, se della specie o di un’idea non è dato saperlo.

mercoledì 5 dicembre 2018

Libro dei corpi

È un corpo particolare, assume le caratteristiche della luce che lo illumina. Per ottenere questo effetto, si apre il libro alla pagina desiderata e lo si mette sul pavimento. Salendoci su, il corpo prende le caratteristiche dalla pagina su cui i piedi poggiano. Una di quelle pagine illustra un corpo flessibile, ed esso diviene flessibile; un’altra illustra un corpo muscoloso e quello diviene muscoloso; e così via per ognuno dei caratteri illustrati. Nel libro, vi sono rappresentati corpi sani e corpi malati: per sperimentare tutte le condizioni è sufficiente entrare con il piede sulla pagina corrispondente. Non ci sono controindicazioni, né limiti alle trasformazioni che si possono ottenere con questo sistema. Per raggiungere il massimo del risultato il piede deve poggiare sulla pagina, e dall’alto l’illuminazione dev’essere adeguata, in modo che il corpo che si sottopone all’esperimento sia chiaro in ogni parte, senza ombre di nessun tipo. La trasformazione avviene quando tutto è ben illuminato, racchiuso come in un cono di luce, una cabina di forma quasi cilindrica, luminosa, che esalta e protegge il corpo dagli effetti del nuovo sistema.
Ciò che esalta il corpo sono le pagine del manuale, ma soprattutto quella luce che disperavamo di vedere di nuovo. Su questo corpo, sempre in primo piano, abbiamo adesso un vantaggio, rinchiudendo i suoi fattori tra le pagine di un libro. Fattori, certo, come altezza, profondità, spessore, robustezza. Tutte cifre, parametri fissati una volta per sempre in schemi, ognuno per pagina. Che pace aver ridotto questo corpo ingombrante al silenzio. Questo gioco di luci e atomi muterà l’aspetto esterno di un io profondo, ma non potrà cambiare la forma attraverso la quale il reale è veduto: muteranno le superfici, ma il rumore di fondo sarà sempre li stesso.