Reb
Minkutsk aveva quattordici gambe, quattordici problemi con le donne e uno
grande con sua moglie.
Abitava
all’ultimo piano nel pozzetto cieco dell’ascensore, la porta del suo
appartamento si apriva di fronte all’unica finestrina. Per raggiungerlo non c’erano
le scale, ma scaffali di legno addossati alla parete del pozzo, che formavano
una specie di scala molto ripida dai gradini stretti, che dai piani bassi
saliva su per centinaia di metri fino a quella porta. I primi passi della
salita erano facili, ma si complicavano via via nel salire, tanto che le ultime
rampe erano quasi impossibili da superare. Chi si avventurava fin lassù doveva
avere molta fantasia per indovinare in quale modo poggiare i piedi per valicare
quegli spazi che apparivano insuperabili. Ci voleva fantasia, appunto, ma chi
desiderava far visita al Reb doveva necessariamente averla, altrimenti che cosa
gli avrebbe detto quando si fosse trovato faccia a faccia con lui?
Arrivati
lassù in alto, e riposatici un poco sostando in bilico sugli stretti scaffali
che facevano da gradini, davanti alla finestra, che dato che nessuno mai la
puliva vista la difficoltà di giungere fino a lì aveva i vetri sporchi,
prendendo un po’ di quel coraggio che ci restava dopo la salita e che ci
serviva per bussare alla porta, non avendo nemmeno l’ardire di suonare il
campanello, si stava in attesa, orecchiando i rumori che ci arrivavano da
dietro l’uscio: questo ci dava coraggio nel bussare, sapendo che nessuno ci
avrebbe aperto potevamo ora anche osare di far rumore.
Come
faceva, lui, a salire e scendere tutti i giorni? Forse era abituato, o forse la
diceria che non uscisse mai di casa era vera, non trovando nel mondo esterno
nessuno di quegli appagamenti che egli trovava lassù in quel buco di
appartamento. Chissà in che modo è arredato, chissà come son disposte le stanze
e come ci si vive - erano le domande a cui presto si pensava di trovare
risposta, nell’attimo stesso in cui ci avrebbe finalmente aperto per farci
entrare. Pensavamo: chissà dopo cent’anni e più come sarà?, intendendo con ciò
se saremmo riusciti a sostenere il suo sguardo nel caso ci aprisse, anche solo
per dare un’occhiata al disturbatore. Erano domande le cui risposte erano
inimmaginabili, proprio per la natura sfuggente e imprevedibile dell’individuo.
Si diceva che fosse malformato, ma anche questa è una delle voci filtrata dal
sentire della gente del popolo, in quanto che cosa è mai una malformazione se
non una opportunità in più che si ha per capire?
Sua
moglie lo abbandonò quasi subito, di ciò siamo quasi sicuri, così come siamo
certi che il Reb non se la prese per così poco, continuando a vivere nel modo
in cui la vita gli aveva indicato, non ritenendo necessario spostare di una
virgola il peso delle sue sofferenze. Ci rendiamo conto però che qui, con
queste parole, ci siamo addentrati in un discorso etico che non ci compete.
Andavamo
solo a trovarlo ma non ci apriva quasi mai nonostante bussassimo con forza:
sapevamo che era lì, ma nel bussare sobbalzavamo anche noi di paura come se
qualcuno volesse forzarci l’anima per entrare. “Che cosa gli diremo?”, ci si
chiedeva fra noi spauriti nell’attesa che la porta si aprisse rivelandoci il
suo aspetto. Non si apriva mai, quella porta, nonostante si aspettasse delle
mezze giornate che venisse finalmente ad accoglierci come visitatori umili e
devoti; non si apriva e per noi era un bene; e di questo ce ne rendiamo conto
solo oggi, che quello fu un regalo che egli ci fece per non turbarci troppo.
Seduti a cavalcioni di quegli scaffali, con il vuoto che si apriva sotto di
noi, ristavamo nel freddo pozzetto godendo delle emanazioni che di certo
trasparivano dalla porta. Le onde benefiche di cui era portatore illuminavano
le nostre deboli menti di novizi (solo i novizi hanno la forza necessaria per
salire fino lassù, nessun altro può possedere quell’incoscienza, quella specie
di forza stupida che spinge ad ammirare una porta chiusa, sapendo o immaginando
che dietro ad essa ci stia chissà cosa). Ogni volta, tornavamo indietro carichi
di aspettative per la prossima volta, ma anche sollevati che non ci avesse
aperto: che cosa avremmo mai potuto dirgli che non sapesse già? Di lui ci
rimane un vecchio foglio, uno scritto vergato di sua mano che un giorno
trovammo in fondo al pozzetto dell’ascensore, uno scritto mutilo che qui
riproduciamo come testimonianza del fatto che, anche se non lo vedemmo mai
direttamente, lo conosciamo meglio di tutti gli altri.
In
quel foglio vi era scritto:
“TU
CERCHI il nome luminoso, lo cerchi in mezzo a quelle parole, e quando lo trovi
allora quelle parole assumono un altro significato, più alto, quasi
incomprensibile da quanto è alto, illuminato dal suono di quel nome; ma già te
ne ritrai, da quelle parole, pieno di paura, perché quel nome terribile ha già
intriso le altre parole della sua presenza insostenibile, una presenza che non
si può sopportare senza perdersi in essa, in quella e nel suono di quel nome,
un nome che può essere solo intravisto ma mai declinato, proprio per questa sua
caratteristica. Lo cerchiamo, quel nome, in ogni dove, ed esultiamo quando lo
si incontra, quasi per caso, in mezzo ad altri nomi che non c’entrano niente, e
ci avviciniamo per esserne rinfrancati - ma non ci possiamo avvicinare senza
scomparire. Vedere quel nome e avvicinarsi ad esso è tutt’uno, così come
tutt’uno è avvicinarsi e subito respingerlo per paura di esserne bruciati, di
scomparire con esso, ustionati da quella musicalità unica. Non possiamo che
sforzarci di restarne lontani per non sparire di fronte ad esso. In questo
movimento si svolge il nostro pensiero.
Cerchiamo
di restare nei nomi che sono prossimi a quel nome, di orbitare attorno ad essi
nella speranza di catturare un barlume riflesso di quella luce, un barlume che
non sia così intenso da fulminarci, ma che abbia ancora una certa intensità per
illuminarci. Talvolta cediamo all’impulso di farci vicini, convinti come siamo
di poter sopportare la luce del nome originario: qualche volta ce la facciamo,
a restare nella vampa di quel nome, ma anche se non periamo il pensiero è quasi
bloccato. Allora, anche se non siamo scomparsi, dobbiamo retrocedere per
riacquistare le nostre facoltà. Il recupero è sempre possibile, ma avviene
lentamente, così lentamente che si crede che non si penserà mai più di nuovo.
Ovviamente, non è così, non è mai così come appare, e il pensiero torna sempre
a visitarci per donarci il suo bene, quel bene di cui noi viviamo. Talvolta,
noi orbitiamo nei cerchi esterni, cioè nel nome che è ripetuto, di una
ripetizione che è essa stessa ripetizione, una citazione lontana, svuotata di
ogni energia, una ripetizione senza mente né ingegno, fatta a mente vuota, con
intelligenza spenta come la ripetizione di un pappagallo, di uno che ripete una
cosa senza averla capita, un nome che è una storpiatura di quel nome, ma che in
un certo modo conserva ancora qualcosa del nome originale, nel suono e
nell’andamento; e in quello stare noi ci inganniamo, cercando di godere di quel
suono divino, di quella luce bruciante. Ma in quel restare lontani, illuminati
solo dalla pallida eco riflessa di quel nome, noi non sentiamo nulla, sebbene
ci si sforzi con ogni nostro vivere di vivere alla luce di quel nome - ma
quella luce e quel suono, essendo solo un fioco rimbalzo del suono originale,
non è che un’illusione: ci illudiamo di possederlo e di starne vicini, ma ne
siamo più che mai lontani. È uno schermo che nulla ha a che fare con quel nome,
quel suono, quella luce, quella che brucia e annichilisce.
Il
pensiero ci dà dei doni, in quelle lontananze d’obbligo. Ma quei doni, quei
pensieri, sono come delle meditazioni che noi facciamo a posteriori sulla
natura di quel nome e di quella luce, sulla consistenza di quel suono di quel
nome, di come esso piombi sulle cose trasformandole; e di come dev’essere il
pensiero che sta dietro a quel suono, quel nome e quella luce: è un meditare
riflesso, e anche adesso il pensiero che ci anima è attorno a ciò di cui non
(sul foglio non
c’era scritto altro)