mercoledì 25 dicembre 2019

Barbara

Rientrato a casa, e dopo ore di lavoro, ero così affamato che non avrei potuto dar retta a nulla che non fosse il cibo, e lei non rappresentava, stranamente, un’eccezione a questa regola. L’evidenza era così grande che pensiero e immagine non sentivano il bisogno di essere a vicenda sostenuti. Uno dei due, o anche entrambi, potevano pure scomparire dal foglio della realtà, scivolando via, lasciando inalterata la flagranza della sua, di lei, persona. Era così chiaro che mi domandavo come avrei fatto ad aprire il discorso, con quali argomenti avrei potuto toccarla, risvegliarla, per rendere anche a lei viva quell’evidenza vitale.
- Le qualità dei nostri amici si sono col tempo inasprite. Costoro sono diventati quello che all’epoca soltanto accennavano ad essere. Nulla ha deviato il suo corso.
- Ma questo è anche il tuo caso? o il mio?
I vestiti succinti rivelavano a ogni sua mossa la pelle, la carne percorsa da venuzze azzurre, d’una evidenza sconsiderata e allettante. La pienezza di quel corpo aveva resistito agli anni per arrivare integra fino a me, fino a ora. Non c’era dubbio, quella presenza conservava intatto tutto il potenziale di desiderio che un tempo aveva, pareva quasi che la distanza ne avesse aumentato pericolosamente l’intensità. Come avrei potuto districarmi in tale frangente, agendo come se nulla fosse nel frattempo accaduto, fingendo ciò che non sapevo nemmeno pensare o organizzare, non lo sapevo ancora.
Intanto, continuavo a ingozzarmi di quel cibo immangiabile, una minestra di avanzi e oggetti trovati, giusto quello che mi ci voleva per fermare la fame, recuperare le forze e la solidità. Fra un boccone e l’altro, la ingannavo con domande capziose, come quella di poco prima, a cui lei rispondeva con sorprendente perspicuità, domande seducenti che non avevano altro scopo che confondere le carte e la sua mente, rendendo al contrario la mia dura come un diamante, atta a penetrare quella carne in modo efficace e duraturo, tanto che poi non se ne sarebbe mai più parlato.
I centimetri di pelle che via via i scoprivano nell’accomodarsi dei movimenti del corpo (e che i vestiti a stento riuscivano a contenere) che si muoveva davanti a me, aumentavano a ogni minuto. Dovevo o trovare al più presto un argomento neutro di conversazione ove scaricare tutta la tensione, o saltarle addosso e violentarla – ma qui, non ero sicuro delle mie forse, dovevo continuare a mangiare cercando di non far scemare il desiderio, o nessuna delle due sarebbe accaduta.
Oltre a ciò, e a perderla, non mi venne in mente altro che il suo nome.

mercoledì 18 dicembre 2019

Indizi

Confesso che a tutta prima non riuscivo a capire perché non mi desse ascolto. E sì che avevo rischiato di fare tardi, smarrendomi nel buio, confondendo due punti opposti della città con un altro, terzo, che nulla aveva a che fare con quello dell’appuntamento, evitando conoscenti incontrati casualmente per strada che mi avrebbero forse fatto perdere tempo e perfino umiliato per il fatto di avermi incontrato, concedendo a me stesso un riposo solo là dove le condizioni per riposare ci fossero effettivamente, riuscendo infine a ritrovare la strada grazie a quel meraviglioso orologio-bussola che proprio lui mi aveva donato (un oggetto unico, come unico era lui, come unica e terribile era quell’oscurità che a un tratto mi aveva avvolto facendomi perdere tutti i riferimenti).
Lo chiamavo tendendogli le cose che aveva dimenticato andandosene, e non dava segno di capire quello che continuamente gli dicevo, né tendeva la mano alla mia mano tesa per prendere ciò che gli davo. Non capii la ragione del suo disinteresse finché non scesi come lui la rampa di scale che portava al piano di sotto.
Qui, gente disperata aveva preso possesso del pianerottolo. Eravamo tutti fermi sui gradini, ad altezze diverse, a contemplare la scena che ci si presentava davanti, cercando da quell’enigma di trarre una qualche parvenza di significato che sciogliesse la mente da quell’incomodo blocco. La cosa era così insolita che perfino i bambini erano attoniti, nella speranza che qualche adulto li sollevasse dal dubbio. Purtroppo, nemmeno noi riuscimmo in quei momenti imbarazzanti a dare un senso alla scena, nemmeno io che con costoro vivevo gomito a gomito, giorno dopo giorno, sopportando il disinteresse. Da questo punto in poi, e sui vari punti che riguardano la scena, le testimonianze discordano. C’è chi dice di aver visto ciò che in realtà era solo nell’immaginazione, stimolata dalle circostanze e eccitata dalla novità, e dice il falso. A ben osservare, gli elementi erano:
a) Un divano, bianco, su cui varia gente sta seduta, quasi accasciata, in varie pose, disperante, silenziosamente.
b) Un climatizzatore da muro completamente divelto dalla parete, come se un gran peso lo avesse strappato dal telaio (dalle crepe si intravedono tubi e meccanismi).
c) Un volume di storia della musica, ediz. Einaudi con copertina ocra rossa, usatissimo e molto sottolineato, soprattutto nei capitoli dedicati all’Ottocento francese.
d) Qualcuno che disse che qualcosa, al momento non ancora ben identificato, aveva la curvatura, o forse le dimensioni, diverse. Forse un violino, di certo uno strumento.
Tutto il resto è fantasia degli astanti, che colorivano la scena dei più inconsci significati, facendole raccontare ciò che non doveva. La cosa più importante è che gli era riuscito di uccidersi, dimostrando così un coraggio e un’iniziativa di cui non avevamo sospetto. Spesso diceva di sé e dei suoi quadri: So bene che non valgono niente, ma io ne ho dipinti centinaia, migliaia.


mercoledì 11 dicembre 2019

Iconologia

Il primo emblema rappresenta una serpe che si avvicina con un rumore di treno a vapore, striscia in mezzo alle gambe e da dietro entra nel corpo senza che ci si accorga di nulla; gli occhi guardano avanti, solo gli orecchi si sono accorti di qualcosa, ma non sono riusciti ad identificarla.
Il secondo emblema raffigura il suo ritorno dopo anni: chiede fune e chiodi, tutte le funi e i chiodi che si riesce a trovare nel laboratorio, ché deve metter su casa di nuovo, stavolta vicino a noi. Nel radunare quel materiale, si trovano fotografie che la ritraggono. Lei non vuole saperne nulla, vuole solo quel che ha chiesto, soprattutto chiodi di ferro a testa quadrata.
Il terzo emblema è una cosa di questuanti allo sportello del direttore: attendono che arrivi, l’orologio della sala segna un’ora che non è quella dell’apertura degli uffici, ma loro anticipano tutto, così da avere poi tutto il tempo per parlare con comodo. Arriva poi un impiegato che avverte che oggi non ci saranno colloqui, e la coda si dissolve. Uno solo rimane, ma lui ha altri affari da sbrigare.
Il quarto è simile al primo, solo che la serpe arriva dal davanti e nulla accade, essendo stata notata: non entra nel corpo a tradimento ma scivola via, con effetti di rimpianto.

mercoledì 4 dicembre 2019

I nomi sul libro

“Voi ragazzi siete iscritti sul mio libro paga. Dovete fare quel ch’io vi dirò al momento, senza discutere né pensare se quello che vi chiedo sia poco o troppo. Alla fine, per il fatto di essere un nome nella mia lista, sarete pagati tutti, senza tener conto di quel poco o troppo. Di nulla vi dovete preoccupare se non di obbedirmi, e se lo farete il premio sarà che rimarrete nomi nel mio libro. Altrimenti accadendo, i miei occhi si poseranno su chi avrà trasgredito, e costui non sarà più un semplice nome anonimo su una lista, ma avrà una faccia e una qualità che lo renderanno evidente, e inviso ai miei occhi.”
Così il Boss.

mercoledì 27 novembre 2019

La seconda volta

Io ho una figlia, dallo sguardo triste e incrociato, con la tempia gonfia, la sinistra, dolorante, una tempia che chiede insistentemente carezze. Una bambina che ha ancora cinque anni, fecondata da me a me stesso con una contorsione intellettiva, uno sforzo supremo per accedere da me a me, una piegatura che soltanto nei sogni s’avvera, e sempre quando nel sognare si è davanti a uno specchio e nessuno ci è accanto, un atto privato e violento, dove gli estremi si chiudono spingendo con forza, giù in fondo alla gola – ecco che allora accade il fatto, suggellato questa volta da una presenza inquietante della bambina, che parla appena perché il dolore alla tempia la minaccia da dentro. L’unica cosa che chiede è la mia mano, se la porta all’attaccatura dei capelli vicino all’orecchio perché gliela massaggi, forse in questo modo il dolore le passa, o forse è solo il modo che lei ha per esistere. Confondere le acque con la scrittura è una cosa abbastanza facile. Più difficile è dire una cosa in maniera precisa, in un modo in cui non è stata mai detta. Ancora più difficile è dirla una seconda volta.

mercoledì 20 novembre 2019

L'ora grigia

Il grido accade alla mattina presto, non appena fa giorno. Il suo apparire ci sconcerta, di quel poco in cui riusciamo a pensare di averlo forse già sentito. Ci sgomenta di nuovo, ed è sempre quello. È passato così tanto tempo che ce n’eravamo dimenticati.
Ha la irrevocabilità del ferro, e una certa gentilezza, come d’inginocchiamento, di preghiera. Il suo svolgersi nel tempo, breve di un respiro, è stabile, tutto d’un’unica nota, chiara e tenuta senza increspature. È una voce allenata al grido, all’urlo, è una voce di qualcuno che alla voce è abituato e spesso vi si affida. La posizione nello spazio, increspato dalle vie e dai palazzi, è invece dubbia.
È un grido d’una voce stabile, dai toni medio alti, da tenore, ma di volume inaudito: arriva da lontano con tutta quella potenza, e pare che a ogni nuova occorrenza si sia fatta più vicina, e invece è sempre distante. Par che dica un nome o un’invocazione, una parola singola in cui si esprime, sempre quella, fu ancora quella (adesso che ce ne rammentiamo) la volta precedente in cui la udimmo, e non per la prima volta. Passano minuti, fra un grido e l’altro, tanto che uno sempre si dice: adesso ha finito. Infatti, in genere quello che si desidera durante quel grido, quando è emesso da una voce così sconosciuta, è che smetta presto. Lo si desidera con tutta l’anima, visto che quell’urlo ci sconvolge a ogni passata. Ce ne ricordiamo dall’ultima volta, che sebbene ce ne fu soltanto uno, poi non dormimmo più ugualmente, e a causa proprio di quella unicità. Adesso è tornato, e solo ora riusciamo a capire quante siano state le volte in cui lo abbiamo sentito. Molte, ecco, e non si sa dire più di così.
A sentirlo, le cose, immerse nella penombra, perdono valore: gli archi della piazza, i portoni, perfino i mobili nella stanza in cui siamo. Non osiamo alzarci a vedere, tutte queste cose (la piazza, i mobili) sono nell’immaginazione: di fronte a quel grido nulla si oppone, tutto si disgrega, anche il desiderio di alzarsi dal letto e mettersi a sedere.
Il grido non si avvicina mai: a ogni nuovo apparire (e quella parola non muta) permane lontano, indistinto eppure limpido nella sostanza di cui è fatto, sebbene non si capisca, a causa dell’estrema deformità della laringe, necessaria all’emissione di una sì grande voce, cosa dice, se sia un nome o una bestemmia, se sia una preghiera o un ordine, nulla di lui. Si è quasi contenti che i rumori della città piano piano sommergano quel grido solitario. Dopo due o tre volte già non si ha più il cuore di sentirlo, potete figurarvi come accogliamo il sole che lo cancella: se è qualcuno che soffre, uccidetelo! se chiama, arrivate! Siamo contenti di alzarci, quasi, e di far sì che i rumori fatti nello spostare le cose ci coprano lentamente. Già ce ne stiamo dimenticando, almeno fino alla prossima volta.  È a te che quel grido s’indirizza.

mercoledì 13 novembre 2019

L'uovo d'oro

L’industriale, separato, padre di due bambini, mi racconta i suoi crucci:
…quando ritornano, li vedo bisbigliare fra loro, e questo mi dà il più grande dei dispiaceri. Allora, mi avvicino a loro, cercando con parole noncuranti di introdurmi in quel bisbiglìo e insieme di far sì che le parole acquistino in volume senso, diventando intelligibili e parte di un discorso che possa riguardare anche me. Mi avvicino e cerco di interessarli alle cose che mi circondano, a questo lusso a cui so che non sono abituati. Li faccio parlare e rispondo loro qualcosa che sia interna, fra noi cioè, che possa interessare noi, me e loro insieme, svegliandoli dal loro torpore. Lo so che a me non sono abituati, che hanno perso l’occhio e mi vedono quasi come un estraneo. Mi spacca il cuore vedere che il loro legame non si rompe, che io nulla posso contro quella forza che lontan da me si è sviluppata. Non so se questo si debba all’atteggiamento della loro madre, quella mia moglie che, disgraziata, ha tutti i difetti di questo mondo, verso di me in mia assenza. Però, è pur sempre la loro madre, e io cerco di adeguarmi a ogni loro visita partendo da questo pensiero, da questo fatto compiuto, provando a usarlo come un cavallo di troia che mi faccia entrare nella fortezza vuota dei miei figli. È una pena indicibile constatare che ogni volta fallisco nell’impresa e ricado indietro nel mio isolamento, lasciando loro nel loro, ben più ricco del mio che è solo lusso.

mercoledì 6 novembre 2019

Underpass


Nel sotterraneo, passeggiamo avanti e indietro per la galleria commerciale, incontrandosi a ogni passaggio, ma ogni volta, sebbene io sappia che devo conoscerti, non ti riconosco, e ogni volta devono dirmi chi sono costoro. So che mi hanno raccontato, all’incontro precedente, una storia o un fatto o un ricordo, però, sebbene io sappia che dev’essere così, non me lo ricordo, né ricordo i loro nomi, e ogni volta è da ricominciare da capo con le presentazioni. Solo una volta io mi ricordai, confusamente è vero, che qualcosa doveva essere successo fra me e quell’altro, ma non seppi dirlo chiaramente, così a quello toccò rifare tutta la trafila, di nuovo dall’inizio fino al punto presente. Ma anche quella volta non seppi ritenere nulla di quanto mi disse.

mercoledì 30 ottobre 2019

Shock


L’incrocio di strade è indiscutibilmente reale, nel senso di cosa ben formata e percepibile. Vi è un attraversamento pedonale, e sul lato opposto un giardinetto ombroso d’alberi ricavato dalla particolare conformazione delle strade, che si connettono lasciando un largo spiazzo trasformato in luogo ameno, facendogli perdere quel carattere cittadino che tanto nuoce agli alberi. All’altro angolo vi è una casa di cura, riconoscibile attraverso le foglie e i rami per il carattere austero delle finestre. Il passaggio pedonale, provvisto di semafori, conduce a una via più stretta della piazza, ma pur sempre alberata.

Arrivare fin lì, non è chiaro come si possa: di sicuro è necessario perdere un momento il controllo di sé. Stordendosi o distraendo l’attenzione guardando fuori, come quando si segue un pensiero così attentamente che l’occhio non vede più dove sta andando, o come quando un dettaglio ci attrae così tanto per un attimo così violento che si perde la connessione con se stessi – ecco, così facendo, ci si ritrova lì, e da quel punto non si sa più né cosa fare né come andare avanti. Però, è un bel posto, fa sempre piacere tornarci. Se bastasse perdere la bussola per arrivarci, lo faremmo più spesso, ma quel sistema non porta sempre al risultato.

mercoledì 23 ottobre 2019

Ethica


Lui faceva consegne a domicilio; non può essere che così, salendo le scale con piglio energico, senza il minimo accenno di affanno, suonando alle porte degli altri senza tema di disturbare, anzi con la nemmeno tanto segreta coscienza di essere atteso, di quel tanto che al suo arrivo gli umori si alleggeriscono e le mance si predispongono, lui che non ha mai il dubbio di interrompere qualcosa o qualcuno, lui che è sempre sicuro che dovunque andrà le porte gli si apriranno come per magia -- nel segreto, lui aveva un dubbio.
Un giorno, gli capitò di consegnare tre cavolfiori – anzi: un cavolfiore, un cavolo nero e un broccolo, tutti e tre avvolti in carta argentata e quindi indistinguibili l’uno dall’altro se non per una certa modellatura dell’involucro – al numero dieci della via. Lei lo riconobbe subito, lui finse ancora per poco, palleggiando i tre pacchetti con disinvoltura, posandoglieli sul ripiano della cucina o dove più le aggradisse. Fu sorpreso perché riteneva che non avrebbe dovuto mostrarglisi di nuovo, lei, soprattutto dopo tanti anni.
Lei tirò fuori il libro che le aveva regalato, l’Ethica di Spinoza, con le legature allentate per il troppo consultarlo. La copertina, smembrata e tenuta su da un soccorrevole e strategico nastro adesivo, rivelava sul dorso interno della costola, dove è la colla che tiene insieme i fili della legatura, la dedica che le scrisse all’epoca, parole annotate in uno spazio segreto, e che mostrava l’incapacità di scrivere qualcosa di più grande di ciò che era già stato scritto dall’Autore stesso in quel testo così importante. Lei gliela mostrò, commossa che qualcosa potesse rivelarsi solo dopo un uso continuato, diuturno.
Anche lei lo stava dunque aspettando, il libro aperto sul tavolo, un’apertura abituale, consueta, a vedere com’è ormai squadernato quel volume: non è possibile che in tutti quegli anni trascorsi distanti quella sia stata l’unica lettura, né è possibile pensare a un pensamento continuo dell’altro, per chi quell’altro non è. Qualcosa in quello Spinoza ci dovrà pur essere per lasciare un siffatto segno. Un uso che sarà stato necessariamente continuo o permanente, o altrimenti la rilegatura non si sarebbe mai allentata per rivelare il messaggio segreto che lui le scrisse ai tempi, quando l’amava così tanto che pareva non esserci nulla di più grande. Quel messaggio, se non ci fossero state le condizioni, non si sarebbe mai mostrato.
Lui cercò nella memoria qualcosa che da parte sua avesse lo stesso valore di quel dono, qualcosa che lei gli avrebbe regalato con le medesime intenzioni, e che da lui fosse usato nello stesso modo, ma non trovò nulla, nemmeno il diapason, quello – come poteva essersi dimenticato del diapason, dimenticandosi anche del ricordo? Quello fu il dono che lei gli fece, ma lui neanche se ne rammentò. Alla vista di quelle parole scritte sulla spina del libro, dapprima provò a negare, ma di fronte alla sua propria calligrafia, si confuse, pensando se potevano ancora dirsi valide, se quelle frasi non avessero con il tempo perduto quell’importanza che ai tempi lui provò a dargli.
Egli rimase un po’ in sua compagnia, insieme rilessero passi di quella filosofia, stupefacendosi che potesse significare ancora molto, facendo a gara a chi l’avrebbe detta più grossa.

mercoledì 16 ottobre 2019

Boom


La bravura del regista sta nell’isolare dal mondo circostante la scena che sta girando, separando l’inquadratura dal caos. Quando Federighi girò la famosa scena del bagno solitario di Dora, nel film sull’amicizia, quando in mezzo alle onde ella si affanna, disperata per l’assenza dell’amato, quando il suo occhio pare spaziare per il mare che noi immaginiamo deserto, quello stesso mare ai bordi della macchina da presa era saturo di curiosi che guardavano, rumorosamente commentando ogni cosa – sullo schermo, vediamo soltanto la donna che nuota tristemente in un mare deserto. L’occhio del Maestro riuscì a cancellare tutta la realtà dalla realtà proiettata, facendo di quella scena, ancora oggi giustamente ricordata come esempio, il cardine di tutta la storia.
Invece, qui basterebbe puntare l’obbiettivo e riprendere quello che si vede. Filiamo a gran velocità sull’autostrada, il nastro taglia la campagna abbandonata. Le terre, disabitate dagli uomini e dai costruttori, sono un ininterrotto pianoro brullo, incoltivabile, terreno di scarto senza più vita né interesse. Le bande di uomini-donna percorrono la zona, questa è già la seconda che incontriamo. Si trascinano come cagnolini al guinzaglio gli attrezzi da scavo: martelli, picconi, trivelle. Con quelli, scavano la terra in cerca di sostentamento. Sono vestiti con abiti succinti, poco più che strisce di tessuto a colori fluorescenti a coprire le vergogne. Hanno catene e tacchi a spillo e capelli cortissimi, trattenuti da retine in tinta con i vestiti.
C’est le désert, c’est la vie, c’est la fin, un deserto domestico, italiano, da boom economico, creature quelle di quest’improbabile benessere, abbandonati a loro senza istruzioni, vaganti in cerca di indizi con cui ricostruire il mondo appena perduto. Non hanno vergogna perché averla è un lusso. Si fanno innanzi mascherati da passi incerti, traballando sui tacchi dai colori sgargianti. Si trascinano dietro le loro masserizie in catene, ma senza rumore né fatica, come in una parata o una festa, sventolando i boa piumati a loro comodo. Qualcosa li guida, perché il passo è determinato e sicuro, come se in questo pellegrinaggio ci fosse un’idea. I cantieri abbandonati dànno alla scena l’orizzonte spettrale che le compete. I viadotti tagliano a misura il nastro grigio dell’autostrada. Nei quadranti così ottenuti, si muovono, ci muoviamo.
Basterebbe riprendere tutto così come è e sarebbe ancora incredibile, come i colpi di martello dati con impercettibile pazzia da quelle figure come se saggiassero le cose ancora ignote, come se da quei colpi venisse un piacere a noi negato, come se quelle persone a metà riuscissero a sentirsi vive: vagano, si spostano senza dimora. Qui non li accoglie nulla, solo l’autostrada corre veloce, con noi a bordo della vettura, unici utenti, intenti ad andare lontano.

mercoledì 9 ottobre 2019

Experimentum crucis


L’incontro con il leone, se accade, è sempre un fatto che sconvolge, e non solo l’ordine mentale dell’individuo. È insieme un presagio e un sogno, è una previsione e una constatazione. C’è chi fugge e chi lo affronta, e c’è anche chi fa entrambe le cose, il modo essendo la disposizione mentale del soggetto. Il fatto di incontrare, e verrebbe da dire: finalmente!, il leone, significa che si è giunti a un punto cruciale, che determinerà la vita avvenire in modo sicuro e noto.
Egli si trova sul dolce pendio che porta al villaggio. Da basso, da dove sta venendo, sta avvicinandosi un bonobo. Questa scimmia non è una figura particolarmente determinante, se raffrontata al leone; rappresenta forse la parte migliore di noi, dopotutto, e per questo è bene starle lontani, e non vederla nemmeno in immagine. La seduzione che esercita risulterebbe mortale per chi non è adeguatamente preparato. Così, si fugge.
Alle porte del villaggio, c’è il leone: non si può entrare. Ecco l’incontro di cui si diceva, incontro necessario. Sul pendio, s’incontrano altri due compagni, li si avverte dell’avvicinarsi del bonobo. Quelli, nulla sanno del leone, non li riguarda, non è qui per loro. La parola stessa non gli dice nulla, neanche il suono li tocca, vivono separati, in apparenza, come proiezioni, messi lì per popolare di immagini la scena. Li si potrebbe considerare come un Padre che ti accompagni nel tuo primo viaggio, su per la scala mobile e le passerelle di un aeroporto da cui si sta per partire, mostrando come ci si comporta; ma c’è il rischio che a troppo seguire quei consigli si dimentichino i bagagli a terra. Oppure, li si potrebbe considerare come una Madre, da odiare visceralmente, insultandola per poi pentirsi un attimo dopo: la tazza che lei avrebbe fatto cadere la si può sempre ricomprare, e il fatto che il servizio sia scompagnato non è un buon motivo per trattarla così rudemente, anche se, con le gentilezze e i riguardi, mai si conquisterebbe l’indipendenza. Questi Padre e Madre li si potrebbe considerare come due figure di confratelli incontrati sul dolce pendio che porta al villaggio, e vedere come si comportano, come agiscono in pratica. Il bonobo allora sarebbe la cartina di tornasole, il loro personale experimentum crucis.
Il leone: mettersi in salvo è possibile solo se cisi avvicina lentamente, con le spalle avanti, camminando all’indietro, un po’ di lato e un po’ girandosi, avvicinandosi alla bestia per allontanarsene poi, ma sempre senza darlo a vedere, sempre mascherando se stessi come se si fosse un elemento della giungla cangiante, mosso dal vento. Uno sterpo, un arbusto, un ramo, un cespuglio: ecco ciò che si diventa nell’avvicinarsi al leone. La belva si muove, come incuriosita dal rimanente della realtà che non siamo noi: si dondola gravemente sulle zampe, talvolta frustando l’aria con la coda. Sarà un leone, o è il gatto che dorme sul fondo alla coscienza? È sornione, deliziato dalla brezza, si appropinqua e si addistanzia come se nulla fosse, e intanto noi torniamo al pensiero della sua zampata, che sebbene non eguagli quella della Tygre, tygre, brucia e brylla, è pur sempre strumento di morte, la nostra.
Chi potrebbe sopportare quell’assenza di sguardo, quel disinteresse supremo? Ci vuole un cuore saldo, e nervi forti, che non si scuotano nemmeno sotto la più dure sollecitazioni; ci vuole un occhio altrettanto assente per farsi vicino e non essere sconvolto da quella vicinanza; e un cuore altrettanto solido, che non pensi né rifletta ma colga l’attimo nel divenire, senza occuparsi di ciò che sta per arrivare poi. Così, l’incontro con il leone propriamente non vi è stato, ma nello stesso momento è avvenuto: ci sa che cosa sia più importante, se l’incontro faccia a faccia per essere da lui riconosciuto, o l’avvicinarsi, il sentire dai sensi la sua presenza vicina, come una minaccia sul punto di scoppiare. Non si sa: il mio incontro con il leone si è compiuto con la mia entrata al villaggio e il suo allontanarsi: c’è stata mostra di codardia, di furbizia, di doppiezza? Nessuno, non essendo stato lì di fronte al leone, potrebbe giudicare, ma io so che questo incontro non si ripeterà.

mercoledì 2 ottobre 2019

Excelsior


Qui, i bambini ciechi vengono accompagnati al cinema in pullman. Arrivati a destinazione, scendono tutti uno a uno, per poi una volta a terra prendersi per mano due a due, ed entrano disciplinatamente spingendo la porta vetrata, per nulla intimoriti dalla penombra. I vedenti fra loro, di solito non più di due per classe, attendono a bordo, fuori. Il pullman parcheggia dall’altro lato della strada per farli scendere, poi fa inversione (con un po’ di difficoltà a causa della strettezza della via e la presenza di spartitraffico) per presentarsi all’imbarco nella giusta direzione, con la porta in favore di salita.
Per passeggiare in strada, le giovani prendono in braccio le sorelle minori. Queste si raggomitolano fono a toccarsi il petto con il mento, quasi affondandoselo come se si vergognassero. Non ha importanza se la differenza d’età fra le due è minima, anche pochi mesi (non so se in natura sia possibile, ma questo accade anche fra sorelle di padri diversi, di madri differenti), è sempre la maggiore che porta in braccio la minore. È l’essere portata che la qualifica come minore. Hanno facce gentili e occhi ammiccanti e dolci, quegli occhi che mancano ai bambini ciechi in visita al cinematografo.
Quando escono, molti di loro hanno l’impulso di abbracciare chi li attende all’esterno, ma non a tutti è concesso di riceverlo, l’abbraccio. C’è un istinto che li guida, o un senso di pericolo, che pone un limite alle loro affezioni.

mercoledì 25 settembre 2019

La mancanza


È tornato. Sembra che ogni cosa sia rimasta uguale, forse la disposizione è diversa e fa apparire tutto più spazioso. È difficile dire se manca qualcosa, pare un giochino enigmistico in cui si deve far corrispondere uno a uno gli oggetti della prima con quelli della seconda vignetta, anche se qui nulla somiglia alla vignetta numero uno. C’è solo il risultato finale da confrontare a memoria, ed è sempre difficile stabilire in modo preciso le regole di questi confronti, così il risultato finale si riduce ad essere un’impressione e niente più.
Però, qui davvero manca qualcosa: il tavolinetto basso, quello che ha dipinte sul ripiano le scimmie, quello quadrato che ha attraversato tutti questi anni, e che è stato evidentemente tolto di mezzo. Tutti, ma proprio tutti, all’arrivo fanno a gara a pronunciare il suo nome salutandolo, facendosi notare, esagerando nel saluto per far vedere che sono bravi a farlo, coccolandolo in un modo che mai si era visto. Sembra che il ritorno giovi alla popolarità, perché tutti si affannato attorno a lui, dandogli spiegazioni non richieste, informandolo di inezie trascurabili, ma soprattutto chiamandolo, senza requie. Il tavolino con le scimmie disegnate. Lui è confuso dall’accoglienza, e lo sguardo non riesce a focalizzare subito la mancanza. Poi, però, se ne accorge, e chiede perché. Vuole sapere che fine ha fatto quel tavolino. Se qualcuno di voi se lo è preso, dice, ditemelo. Qualcuno dice: L’ho preso per mio nipote. Quest’ammissione tardiva pare fatta apposta per compiacere. Ho preso anche il bastone, dice un secondo, e la sbarra, dice un terzo. Accampano motivi, descrivono fatti, ma tutto è evidentemente falso, tanto che ci si domanda fin dove li porterà la loro vergogna, se continueranno con queste ammissioni. Le mancanze si moltiplicano, la differenza fra le due vignette aumentano a dismisura, tanto che ora si capisce chiaramente la natura di quello spazio. Non è un senso di pulizia dato da una differente disposizione delle cose, come accade in uno spazio che da affollato e rumoroso diviene deserto. È proprio una mancanza effettiva, una sottrazione indebita di elementi. Insomma, qui manca roba, e non si sa dove sia finita. Quelle scuse che dicono, son tutti falsi, dice, di certo mi nascondono qualcosa, qualcosa che è accaduto nel periodo in cui non c’ero. Gli dicono addirittura delle bugie, se queste gli vengono suggerite dal suo atteggiamento incredulo. Credono di fargli piacere, ma lui vorrebbe tanto che dicessero la verità. Dov’è, insomma, dice: e gli ripetono tutto da capo, la menzogna.
Nauseato, si rifugia nella capannuccia in giardino. Sfoglia alcune dispense scolastiche che trova lì, quelle illustrate e rilegate con la cerniera di plastica. Si perde nella contemplazione delle illustrazioni mentre fuori gridano il suo nome: vogliono dirgli, vogliono fargli vedere, vogliono nominarlo in faccia a lui, vogliono farsi vedere che lo amano, e con questo coprire lo spazio vuoto. Cos’è mai se non l’angoscia di dover fare qualcosa che non si può fare? Che stanchezza, dice, dover fuggire così da loro. Ma che potete darmi se non il mio nome che io stesso odio? Sono nato così, e loro passano il tempo a ricordarmelo. Ho provato a legarmi alle cose, e me le hanno portate via. Lasciatemi, dice ancora, in pace con queste figure, che è l’unica cosa che mi resta.