mercoledì 28 dicembre 2016

Fine secolo

Sta’ attento che il risucchio delle cose, quello che viene dal cielo, quello che la realtà produce nel suo movimento, che è lento ma impercettibile, e inesorabile, ed è alimentato da ogni gesto che si fa, anche il più innocuo. - sta’ attento, dicevo, che quel risucchio non trascini via da te, senza peso ne’ interesse, quasi come se fossero piume, leggère, a cui non si sa quasi badare perché imprendibili, imprevedibili, che ad ogni spostamento d’aria si spostano di chilometri - sta’ attento, dunque, al bambino che è con te, che non ti sfugga nello spostarti, che non ti voli via come una piuma ad ogni tuo movimento.
Se per caso ti scappa, bada al modo in cui lo rincorrerai per riprenderlo, che non ti voli via ancora di più, irrimediabilmente catturato da quella forza invisibile che trascina in alto le cose, lontano dalle mani tese e dagli sforzi, trasformandolo in un oggetto perduto, stavolta per sempre.
Dovevi startene al chiuso, e non cedere al richiamo di quegli animali da cortile (il gatto, la gallina, il canguro, il vaso da fiori, tutti marroni e fulvi come mattoni cotti e sbrecciati); c’erano finestre da cui guardar fuori. Il trucco, ma sarebbe meglio dire l’inganno, stava nelle somiglianze. Tutto ciò che si vede e si sente è somigliante a qualcosa d’altro, e questa familiarità estenuante ti attira. È la somiglianza che rende facile l’accettazione della Realtà: la si prende a piene mani perché la sua presenza echeggia qualcosa che abbiamo perduto. Si crede, in questo modo, di vincere. Ma il segreto è di non cedere a quella familiarità, mantenendosi saldo nella propria visione, faticosamente conquistata nonostante le somiglianza, le assonanze del Reale.
Ma anche questa visione è ancora troppo somigliante per poter essere accettata.

mercoledì 21 dicembre 2016

Dalla soglia

Mi dici: - Vado a vedere i capi che cos’hanno deciso.
Sei giovane e bella, ti guardo ma non ho alcun desiderio. Mi giro e trascelgo, fra tutte le cose che dovrò portare con me, quelle che mi serviranno. Chi sei tu, che quasi di sfuggita mi hai parlato affacciandoti alla porta, illuminata dal sole appena sorto? Non devi essere qualcuno a cui tengo, visto che ho distolto lo sguardo come se nulla mi importasse di te. Infatti, non mi hai turbato. C’è però quell’accenno alla bellezza e alla gioventù, e null’altro. C’è forse una lunga consuetudine fra noi, un medesimo luogo ci accoglie al ritorno da occupazioni difficili o pericolose.
Forse, però hai detto: - Vado a sentire cosa dicono - come se ti riferissi alle ultime chiacchiere di un pettegolezzo, da raccogliere all’angolo del cortile dove si riuniscono le comari; come se tu volessi sapere l’ultimo svolgimento di un discorso ridicolo. In questo caso, allora, io non trasceglierei da quel mucchio di cose l’equipaggiamento più adatto, ma starei curiosando senza costrutto in un ammasso di oggetti inutili, senza storia.
Resta, è vero, l’illusione di bellezza e gioventù, ma anche in questo caso, potrebbe essere un’illusione ottica, e noi non abbiamo mai vissuto quell’esistenza dura e difficile di cui si diceva poco sopra. Anche l’impressione di una vita in comune, un’esistenza condotta fra eroismi quotidiani da cui si esce ogni volta vittoriosi in virtù della forza e della bellezza, anche quella è una illusione, un gioco di luci che ci ha colti impreparati perché eravamo distratti. È stato tutto un tranello, un inganno che la mente ci ha teso senza pensarci troppo.

mercoledì 14 dicembre 2016

Intimità d'una pozza d'acqua

La casa è un edificio di mattoni, abitato da persone che sicuramente ci stanno aspettando; e anzi, ci si chiede che cosa si stia facendo ancora a metà strada, nudi e incapaci di proseguire per la pioggia e il vento, senza avere il coraggio di dirigerci là. Proveniamo da un luogo confuso, fatto di scale e stanzette frequentate da moltitudini: nessuno ci ha detto nulla, che cosa si potrebbe infatti dire attorno a fatti naturali? Ma di quel silenzio s’intuiva la simulazione: era un tacere su qualcosa di evidente, di cui non si parlava proprio per quella visibilità.
Il freddo ci tormenta; se avessimo una sciarpa, una coperta, un riparo qualsiasi, potremmo anche restarcene qui. L’unico mezzo che abbiamo, non tanto per percorrere velocemente la via ma almeno per non sentire la stanchezza, è una sedia. È difficile far strada seduti su una sedia, ma il motore che teniamo nascosto nei piedi sarà certo di aiuto. Se noi ci sediamo e insieme sorreggiamo la sedia con le braccia, ci sarà certamente un miglioramento. In questa strana posizione, né del tutto eretti né del tutto curvi, ci possiamo affidare a quella segreta energia per giungere a casa, se non fosse che in tal modo daremmo nell’occhio. - Ma a casa ci aspettano -, ci diciamo, pieni di speranza. È con questo sentimento che ci mettiamo in marcia, sperando poi di non dover giustificare il nostro stato miserevole. È difficile anche per noi che al riguardo ne sapremmo più degli altri.

mercoledì 7 dicembre 2016

Brindisi

Adesso che termineremo con questo brindisi di celebrazione, ed è inutile che tu ostenti il tuo bicchiere nella mia direzione, dato che entrambi sappiamo che il tuo è di cristallo e il mio di cartone, anche se continui a negare ostentatamente il fatto - adesso che la finiremo, ti accompagnerò te e il tuo amico alla stazione. Datemi ancora un attimo per ripulirmi e sarò a vostra disposizione per quest’ultimo favore; datemi tregua, vi ho detto, state un momento silenziosi, non passeggiatemi davanti alla porta. Fate che io sbrighi quest’ultima incombenza e poi sarò vostro per l’ultima volta.
Questo corpo che non obbedisce più, che non riesce più ad abitare negli spazi consueti: tutto è diventato piccolo, e ogni movimento ingombrante e fuori misura. Una volta da solo, saprò certamente far fronte a queste piccole contrarietà che, sommate l’una all’altra, rendono la vita insopportabile. Vi porterò dove vorrete andare con la speranza che poi mi lascerete solo, che non ci sarà più bisogno di pensare troppo al corpo. Ecco l’ultimo brindisi, ancora, certo, ma poi si spera che la mente potrà ritrarsi su se stessa in pace, lasciando andare la carne alla deriva.
Quante volte abbiamo contemplato, voi e io insieme, i misteri del corpo; quante volte ci siamo trovati senza parole di fronte all’inspiegabile che noi eravamo. Ci si guardava in silenzio non credendo ai nostri occhi, non credendo che noi eravamo quelli lì. Eppure, eravamo noi a impersonare quel mistero, eravamo noi a rivestire quell’anima con un corpo impensabile, d’una carne quasi mistica.
Ora, però, basta con tutto questo: debbo ritrarmi in me, come un nervo che si contrae abbandonando a se stessa la sensazione troppo a lungo mantenuta. Devo lasciar andare, non posso più pensare quanto alieno tutto mi sia. Guardate, come si muove: sembra animato dall’esterno, sembra che non ci appartenga da quanto è inimmaginabile. Chi l’avrebbe mai detto, che noi avremmo somigliato a ciò che contemplavamo con tanta devozione, sicuri che non ci sarebbe toccato in sorte di esserlo. E invece, guardate come siamo diversi, adesso, come non siamo più noi a muoverci.
Ora, però, non si può più continuare come se nulla fosse: ci sarà certo un prezzo da pagare, se persisteremo in questi atteggiamenti, in questi pensieri. Per conto mio, dopo quest’ultimo brindisi - e ancora tu ostenti in tuo bicchiere contro il mio ammiccando a quell’ineffabile, come se ancora non fossimo in noi - smetterò. Tornerò a guardare come risplende il vuoto. Non so che cosa farete voi, ma non mi interessa. Null’altro se non il corpo mi lega a voi, e una volta che l’avrò abbandonato, sempre che ci riesca, anche di voi smetterò di occuparmi. Colerò il cemento sulla botola per non aprirla più, nemmeno per sbaglio.

mercoledì 30 novembre 2016

Spettri

La bambina è inquieta: piange, si agita, salta sul letto disperata. Quando le si parla, volta di strappo lo spalle e se ne va. Come la si potrà tenere a bada per un pomeriggio se non la si può tener calma per cinque minuti? Forse, con un artificio.
È un oggetto che ha tutte le caratteristiche e i segni dell’oggetto reale, ma in verità è del tutto costruito, artefatto, messo insieme da una varietà di materiali e idee che difficilmente potrebbero raggrupparsi, se non sotto l’ingegno e l’inganno. Finché lo possiederà, non si farà domande; finché gli effetti saranno quelli dell’oggetto reale, non si chiederà se è una finzione.
È un’invenzione, un artificio: stoffa cucita, una misteriosa vibrazione, un colore pieno e puro - è un parto dell’intelligenza, è un trucco, è l’unico sistema per tenerla buona, per farle fare ciò che si vuole, anche i compiti, anche tenerla ferma per interi pomeriggi. Essa siederà in un angolo stringendosi al petto quella finzione: sarà sufficiente a farci trascorrere qualche ora tranquilla.
Ma che fare se quella disposizione diviene vizio, di cui poi non si potrà più fare a meno? Sarà difficile, allora, strapparle di mano il gingillo preferito: non solo ci saranno pianti disperati, ma la bambina non troverà più i modi per sostenere il peso dei minuti che trascorrono. Nessuna parola gentile potrà indurla a lasciar perdere quel trucco inutile, perché la sua vita gira ormai attorno ad esso. La bimba d’un sol tratto risolve il problema, strappandosi di mano l’oggetto, spettro di un sentimento, facendolo a pezzi con gesti caricati, eccessivi, troppo accentuati per essere vera espressione di sentimenti.

mercoledì 23 novembre 2016

Cacciatore di iddii

Egli è un cacciatore di iddii. Li cerca nel tempo. E quando ne trova uno che è sul punto di morire, proprio nell’attimo in cui la vita lo sta abbandonando, nel momento in cui il dio cessa di essere Dio perché muore, egli lo prende con sé traendolo nel tempo in cui viaggia. Lo cattura ancor vivo, fremente di pensieri e di intenzioni, il corpo e la mente, quella mente divina così piena di succhi nutritivi, ancora funzionante, e lo mangia a morsi, ancor vivo. Se il dio urla quando gli si strappa da dosso la carne a morsi, allora vuol dire che è ancora in possesso della divinità, e per questo motivo è un cibo corroborante, vivificante.
Il dio non si difende: è legato per i polsi, appeso a un albero. Guarda lo scempio con orrore, ma anche con soddisfazione, considerando che quel truce banchetto di cui è l’unica e prelibata portata è prodotto da lui stesso. È contento di rappresentare così la sua morte, non a tutti gli dèi è stato concesso l’onore di essere mangiati vivi. È contento di morire in modo così efficace, conscio di trasformarsi da corpo in parola, da sangue in conoscenza; di poter vedere se stesso mutarsi in dogma trascorrendo lentamente e dolorosamente nella morte. Quelle urla sono il modo più efficace di dire al divoratore di non fermarsi, di non smettere. In questo modo, in séguito non si avrà da dubitare di non aver posseduto la parola, di non essersi con essa nutriti a sufficienza. Inoltre, questo è il modo più efficace di dimostrare la propria divinità. 

mercoledì 16 novembre 2016

La confusione dei nomi

Ho un gallo grigio, che tengo ben chiuso nella stia, e un gatto ugualmente grigio, che faccio girar libero nell’aia. Devo stare ben attento a maneggiarli perché solo una lettera li distingue. Un gesto dettato dalla fretta o dall’impazienza può rompere le sbarre della gabbia e gettare uno nelle zampe dell’altro; e sebbene sia divertente vederli scappare avvinghiati, così stretti formare uno strano animale mai visto, così stretti che non si sa più chi sia l’uno e chi l’altro, rimettere le cose al loro posto è cosa difficilissima. Non basta, ad esempio, invertire la freccia del tempo, perché l’attimo dello scatenamento è talmente breve da essere impercettibile.

mercoledì 9 novembre 2016

Beckett / Transiti

Questo libro è un orario, una descrizione dei movimenti della grande città, con gli snodi e le coincidenze, i capoversi di tutte le storie in essa narrate. Sono le regole, rappresentate dai simboli all’interno delle combinazioni tipografiche a garantire il ritorno a casa e la giusta partenza, ovvero la corretta narrazione degli eventi, senza che avvengano salti o incongruenze. In queste linee è racchiuso il grande segreto, per saperlo è necessaria la loro applicazione, una dopo l’altra.
Il formato del libro, un volumetto in 16°, le pagine in carta velina, ognuna stampata su due colonne, con capoversi in neretto e carattere di corpo più grande, è di quelli adatti ad esser portati in giro, per averlo con sé in ogni evenienza. La copertina, di cartone duro, resiste bene agli urti. L’aspetto è quello di una Bibbia tascabile, e in un certo senso le è simile, perché vi vengono narrate, come in quella, le storie della città. La storia che cerchi in dettaglio non c’è, ma ci sono tutte quelle che la riguardano per contiguità o somiglianza, o anche perché scritte dal medesimo autore; è come una grande tabella, con cui si possono formare treni narrativi a piacimento e a volontà.
Quelle linee di testo non formano parole o frasi, ma conducono a esse mediante simboli, se si ha la pazienza di legarle insieme accordando i rimandi e i simboli. Quelle linee sono quanti di energia, con cui - similemente all’elettrone che acquista carica e si sposta di orbitale - si può saltare da un punto all’altro, pur sempre seguendo le regole. Non si ritroverà mai la storia desiderata, quella ben conosciuta e che fu narrata ai tempi, ma se ne riscontrerà la presenza attraverso le linee dei simboli grafici: sono codici formati da lettere, numeri e simboli. Seguendoli, combinandoli, accordandoli l’uno all’altro sarà possibile ricostruire quella storia. È un percorso su una mappa a più dimensioni.
***
C’è quella della donna, grassa, grossa, ma leggera come una piuma, tanto che la si può prendere per la vita e sollevarla come una bambola di pezza - e della bambola ha anche la morbidezza - che è vestita con gonna al ginocchio e corpetto di panno nero, le calze a quadri e i capelli di lana color ruggine, di grana grossa, piacevole al tatto. Il volto è di bambola di pezza e non ha desideri, proprio come un giocattolo, che non disturba e non pretende.
Ha mal di denti, la donna bambina, e il suo dentista è un uomo severo, dalla testa calva, fatto di cuoio e acciaio e stivaloni, con addosso in grembiulaccio da calzolaio per ripararsi dagli schizzi di sangue. Ma la donna bambina non ha cuore, e quindi neppure sangue; non ha neppure un dente malato, ma soltanto nostalgia. Di certo, ha un dolore lancinante che solo il suo dentista potrà curare.
- Su, dottore - , gli dico - mi dia una mano a metterla sulla poltrona.
Ma lui si arrabbia, si volta dall’altra parte rifiutandosi perfino di rivolgermi la parola; e allora tocca a me prenderla di peso, grazie al fatto che è di pezza e non pesa molto. Adesso, per il fatto di trovarsi sulla sedia del dentista, si sente già meglio: forse è l’idea di una prossima guarigione che le solleva l’anima, così tanto gliela solleva che par che prenda il volo. È un piacere, assaporare questo momento di letizia, anche se il dottore si ostina a non voler partecipare al sentimento generale. Ma sarà certo questione di un attimo, e tutto si risolverà.
***
C’è quella della pazzia di questa donna, un’altra, consistente in una smania di conquista, di appropriazione delle cose altrui. Costei agguanta il primo oggetto che le capita e dice che è suo, e che non si azzardino a portarglielo via o gliela farà vedere.
In realtà, difendere la propria posizione con tali argomenti è difficile, ma non se ne rende conto, è appunto pazza. La madre, anziana, pazza anche lei ma più tranquilla, la conduce in giro, nel circondario: teme, a portarla più lontano, che queste idee di possesso diventino sempre più difficili da tenere a controllo con il crescere della distanza da casa. Qui, la conoscono tutti, chi più chi meno, e hanno pazienza, soprattutto con la vecchia, costretta a quell’età ad andare in giro con una figlia così folle da non distinguere il bianco dal nero.
Da un po’ di tempo, la donna si infila nelle auto di altri rivendicandone il possesso, e la gente di qui, sebbene comprenda la difficile particolarità di quella mente, sta cominciando a prenderla a noia. Mettiamo il caso (dicono loro) che si debba saltar su un’auto e partire a tutta velocità per un caso di emergenza qualsiasi, e ci si trovi questa matta nel mezzo che si mette a discutere di proprietà e di furto, che si ha a fare, allora?
Bisogna allora prenderla, con dolcezza, facendola uscire piano piano mormorando parole inutili, e non sempre è possibile fare così, soprattutto in una eventuale emergenza come vorrebbero farci intendere. Quando poi siamo riusciti a farla uscire, si può anche partire, ma è facile che dopo tutto il tempo sprecato nell’assurda trattativa, sia ormai troppo tardi.
***
C’è quella, assai più terribile, che comincia con una frase.
- Ero morto, chi vi ha dato il permesso di continuare a nutrire per me i più benevoli sentimenti? Io non vi dovevo nulla, con la mia scomparsa. Perché pensare altrimenti? Perché costringermi, per ciò che pensavate voi, ad accettarvi? Io non vi voglio, qui nella morte mi son fatto un’altra vita, vita che non concerne né voi né i vostri affari.
È quasi irriconoscibile, i gesti agili e flessuosi inadatti a un vecchio o a un morto, quasi scattanti. Non riconosce il figlio che dopo anni si è spinto fin lì per salutarlo. Anzi, quel padre non sa neppure come chiamarlo, se fratello o amico o zio; così, si limita a un cenno generico di riconoscimento nella speranza di essere riconosciuto come consanguineo. Egli ha fiducia, insomma, che quel padre lo accetterà in quanto suo figlio. Non sa che suo padre è un uomo (anche se adesso morto) e come tale ha i difetti e le ubbie tipici della razza, e i fastidi di dover rivedere qualcuno dopo così tanti anni di morte e d’assenza: dover ricominciare la finzione da capo lo snerva e lo annoia.
Non lo vuole proprio, quel figlio, perché nel tempo della mancanza ha scoperto cose di cui non sospettava nulla, cose che adesso gli hanno riempito la vita in sostituzione di ciò che con la morte perdette. Non lo vuole, quel figlio, non vuole ricominciare da capo tutto. Ma il figlio, questo non lo capisce. - È mio padre - , continua a ripetersi, dicendo con questo che fra loro la naturalezza non potrà mai venire meno, e che ci sarà sempre voglia e desiderio di stare insieme.
- Non ti capivo allora -, dice il padre, - figuriamoci oggi.
***
Questi racconti sono, nelle intenzioni dell’autore, narrati in una lingua non loro, nel tentativo di spiegare cose che normalmente non si saprebbero dire. È un vecchio trucco, quello della lingua, a cui nessuno crede più ma a cui tutti si adattano per comodità. Ciò accade anche in questo libro, dove le vite degli uomini sono simili al discorso dell’orario generale dei treni o della effemeride.
Si crede, a ragione questa volta, che una lingua a cui non si è accostumati renda meno schiavi, e permetta con fraseggi più lunghi e musicali di esprimere ciò che si vorrebbe tener nascosto. La coscienza è in questo modo quasi ingannata, perché i pensieri hanno acquistato una veste che li rende estranei, quasi irriconoscibili. È questa astuzia, che a ben vedere non è tale perché la mente sa bene qual è il contenuto di quei pensieri, e l’artificio della lingua straniera è un trucco che si conosce fin troppo bene, a cui tutti fingono di credere per non avere la responsabilità di un tal dire: il linguaggio per primo perché in questo modo un po’ sciocco riesce a farsi fluente e bello, e la mente, la cosiddetta psiche, perché senza colpa riesce a sgravarsi di tali pesi - è questa astuzia, si diceva, a rendere belle queste storie.
Ecco perché Samuel Beckett, fra i tanti nomi possibili.

mercoledì 2 novembre 2016

Turbamenti

Cuciremo un occhio dentro un sacchetto di stoffa, lasciando uno spiraglio perché possa parlare, e lo seppelliremo nella terra umida di un cimitero. L’altro occhio andrà presto a fargli compagnia, dall’altro lato. Di tanto in tanto, essi daranno un buon consiglio a chi si troverà a passare - quasi per caso - dal cancello principale.

mercoledì 26 ottobre 2016

Fiala

L’auditorium è vasto, chiaro; le gradinate a semicerchio incombono sul palco degli oratori. Tutto è pulito, tutto è limpido come potrebbe esserlo in un ambulatorio medico a metà del secolo scorso. Dopo l’allocuzione, il grande medico annuncia che visiterà i pazienti convenuti: già si sono messi in fila, e io con loro, mentre il discorso ancora non era terminato. È una visita formale, fatta con i rapidi mezzi della sapienza, senza altro strumento che non sia la mano o l’orecchio del dottore, una scienza tutto volta a confermare o smentire uno stato di cose che già si conosce, e che non può migliorare; stato che in passato è già stato confermato o smentito, se solo si avesse avuto orecchi per intendere e forza per sopportare il verdetto. È il mio turno, e il sapiente mi porge una fiala da rompere, il cui liquido mi inietterà affinché i livelli delle sostanze nel mio organismo si equilibrino.
- Reggi la fiala dopo che l’ho spezzata… Non gettarla via!
- Pensavo che tu mi avessi dato da togliere il sigillo, per questo la stavo gettando.
- No! Ti ho dato la fiala per dimostrarti che mi fido.
- Io credo invece che tu ti sia confuso, e che accorgendoti di ciò tu stia cercando una giustificazione razionale a una distrazione inconcepibile.
(Inietta il liquido. Gli salto addosso, bloccandolo a terra con il mio peso).
- Perché, dottore, non dirmi nulla?
- Io, di notte, ho una visione come di una forma allungata, come una custodia di violoncello, come un prosciutto, o un fiasco, una specie di grossa pera opaca che s’illumina all’interno mostrandomi cose di cui non vorrei saper nulla, cose che riguardano i miei pazienti, te in particolare.
- E cosa mai avresti veduto?
- Ho visto cose, di te, terribili, che con la mia scienza cerco di mitigare.
- Dimmi, dunque, e presto!
- Della tua vita, priva di vita con una morte precoce; del fatto, anche, che in ogni tuo gesto manchi l’energia, la scossa che trasforma l’attimo in qualcosa di eterno…
- Tu non hai capito nulla, di quelle visioni: non capisci che ogni mio istante è pervaso dal pensiero, e questo pensare mi strappa dal qui e dall’ora per trasportarmi là dove io comprendo tutto. Non capisci che è un gioco d’azzardo, come quando si punta ai cavalli una grossa cifra? La pellicola della realtà, in quei momenti, pare strapparsi, sottoposta com’è a quella tensione così grande, tanto grande che le fattezze degli uomini si riempiono di rughe simili a disturbi radio, che offuscano la scena senza cancellarla… Nulla ha più importanza di quel momento in cui la corsa finirà: in quegli istanti l’energia della mente sale a livelli altissimi, tanto che ci si chiede se si potrà un giorno tornare a terra, con i piedi ben saldi. Non lo si può, ovviamente, e questo è un bene: in quei momenti, nulla è più importante di quello strappo, di quella continua scorticatura.
- Dunque, non vuoi che io ti guarisca…
- No, visto che pur non capendo ti ostini a dire che comprendi. La tua scienza ti rende cieco a quelle che sono le ossature della vita, senza le quali nessuno può dire Io. Cessa dunque di curare e lascia che io muoia nel modo in cui sono, nella maniera che più mi compete. E se non puoi, allora è meglio che non ci si veda più. 

mercoledì 19 ottobre 2016

Due apocrifi

I. Arco luminoso.
Dio discende in terra, e - nella sua speciale vettura - la percorre come se fosse all’indomani della Creazione, verificandone lo stato e l’integrità. Non ha un tragitto stabilito, essendo Lui il facitore di tutti i tragitti, ma gira di qua e di là a Suo capriccio, decidendo di tanto in tanto di fermarsi, come per soddisfare un segreto desiderio. Si ferma in un luogo non previsto, là dove si apre un arco che dà su un negozio scintillante di luci: è un’arcata che invita a entrare, ma dove condurrà?
Che cosa cerca, qui? Ha forse qualche scrupolo riguardo alla Sua opera? Vuole stabilire qualche legge aggiuntiva concernente la condotta degli uomini? Riprende infine la sua corsa, sempre alla guida del Suo veicolo d’esplorazione, una sorta di piattaforma sopraelevata munita di ruote, un mezzo utile per chi voglia vedere le cose dall’alto, in guisa di dio.
Saluta i passanti che incontra, ma essi non Lo riconoscono; Lui continua ad agitare il palmo, qualcuno Gli risponde come per riflesso.
Al Suo fianco siede Lucifero: guarda la strada, i passanti e l’agire di Dio, e si chiede se tutto ciò accada ogni mattina : - e se accade, - dice, - che lezione dovrei trarne?
È perplesso, non sa cosa pensare. Il suo pensiero si agita al vento che le cose producono nel loro essere.

II. Dialogo fra Lucifero e Sapienza.
- Dunque, è lei a dominare qui!
- Certo, ma non si aspetti che le rivolga la parola dopo le brutte cose che mi ha detto.
- Ma che cosa le avrò detto mai?
- Che voleva far da solo, che non si fida di chi si approfitta delle debolezze altrui, e che di me non sapeva che farsene. Crede forse di essere unico? Non si accorge che ogni sua azione ha un’evidenza innegabile?
- Non se la prenda, signorina, lo sa che sono irascibile e che divento subito sgradevole se mi si rivolge l’attenzione… ma è una forma di difesa, non mi giudichi troppo duramente.
- D’accordo. Che cosa le serve, allora?
- (apre il cavo della mano) Una cosa del genere, ma che funzioni e che non si rompa sul più bello. Non come la volta scorsa che mi avete rifilato uno scarto, un fondo di magazzino.
- Dove l’ha comprato?
- Ma qui da voi! e dove, se no?
- Mi faccia vedere… non so cosa dirle, qui sono tutti oggetti della stessa razza, non c’è modo di trovare l’eccellenza. Che fa, lo prende lo stesso?
- Vorrei prendere lei, se me lo concede.
- No, questo è impossibile. Si ricordi come mi ha trattata. Io con lei non ci vengo, lei mi disprezza e mi odia.
. Va bene, va bene…

mercoledì 12 ottobre 2016

Appunti sul campo

Hanno gli occhi mobili, la fronte sfuggente, lo sguardo scaltro; si muovono come se esercitassero l’arte della seduzione, una seduzione volgare e smaccata. Sembra che guardino altrove, che siano per un momento distratti. In realtà, comprendono tutto e tutto è registrato per un uso futuro immediato. Non li si può costringere a nulla perché le loro vite si innestano in territori inimmaginabili. Li si può privare di ciò che per noi sono i diritti imprescindibili, e loro non muoveranno un dito per riconquistarli, perché per loro quelle cose non hanno significato. Essi sono sempre altrove.

Non li si può imprigionare, perché per loro la libertà è cosa assai diversa da noi, e neppure si possono punire, perché non si è capito ancora bene che cosa li faccia soffrire. Li si può, è vero, isolare, ma anche in questo modo essi reagiscono in un modo sconcertante, quasi pigro e rassegnato, quasi come se tutto questo nostro industriarsi attorno alle cose per loro non avesse significato.

Talvolta si riuniscono, e parlano con quella parlata gutturale, di cui non si riescono a distinguere neppure i suoni per quanto diversi siano dai nostri. Qualcuno si è provato ad imitare la loro inflessione, e con questa specie di lingua inventata ha provato a comunicare con loro; ma essi, a tutta risposta, guardano con occhi indolenti, dallo sguardo lontanissimo e triste, e non si sa che cosa replicare a uno sguardo così.

Parlano sottovoce, sottovoce ridono, quasi silenziosamente. Ogni tanto, durante il discorso, alzano lo sguardo tutti insieme, e insieme si guardano intorno, scrutando l’orizzonte che rimane vuoto, desolato. Poi, come se nulla fosse accaduto, si curvano di nuovo gli uni verso gli altri e ricominciano a confabulare in quello strano idioma. Di che cosa parleranno mai, e quale potrà mai essere la filosofia che intesse le loro vite così sfuggenti e fuggevoli non si sa, ed è questa la causa delle nostre inquietudini.

I figli non stanno mai con i genitori, ma gli uni e gli altri si radunano tutti insieme in luoghi separati, e là svolgono i loro giochi impudichi, con movimenti lascivi e sguscianti, poco simili ai passatempi consueti ai nostri bambini. La loro fronte è ancora più piatta e sfuggente di quella degli adulti, i loro occhi più guizzanti, meno malinconici. Non si sa che cosa intervenga nel loro sviluppo che muti il tal modo il loro sguardo. Gli adulti sono assai più malinconici, solitari.

Li vedi negli accampamenti che vagano da soli, seguendo vie note solo a loro. Una questione, da noi spesso discussa, riguarda i loro morti: dove li seppelliscono? Con quali cerimonie? Infatti, nessun anziano è presente nel loro stanziamento; forse che muoiono giovani, condannati da un morbo a noi sconosciuto ma a loro tristemente noto? Si spiegherebbe così la sottile e pervadente tristezza degli adulti. Ma non è uno sguardo cosciente, dietro di esso permane un’acquosità un po’ animale, calorosa.

Hanno essi una metafisica, una religione? Ed esiste nella loro lingua una parola simile? Sono molte le domande che si affollano al confine del campo presso cui questa popolazione vive, ma questa è la più bruciante, la più urgente: in che modo sperano e continuano a vivere costoro?

Accostandosi ai limiti esterni dell’accampamento, si può richiamare la loro attenzione con una voce, e allora si avvicinano a frotte - i bambini e le donne, che escono dalle tende, facendosi appresso con uno sguardo interrogativo, quelle donne sconosciute, inimmaginabili nelle loro esistenze; si avvicinano curiosi, tendono le mani come per ricevere qualcosa in cambio. Ma quello che prendono, quello che noi diamo, non li interessa, e dopo il primo istante di curiosità, si allontanano quasi stancamente, con negli occhi quel costante senso di scoramento e delusione, pensando chissà a cosa.

Avranno un dio, queste genti? E come lo pregheranno, ammesso che lo facciano? Questa domanda si ricollega a quella che riguarda le loro filosofie, la loro metafisica; in che modo, cioè, essi si rapportino alla realtà, alle cose del mondo, se per loro esista o meno, un mondo. Non lo si sa. Ma lo scarso significato che per loro riveste la libertà personale (li si può infatti punire o imprigionare senza per questo ricevere in cambio che quell’incomprensibile sguardo, incredibilmente lontano) fa supporre che non abbiano nulla del genere, e che vivano alla giornata prendendo come un dato di fatto lo scorrere immutato dei giorni.

Ugualmente oscuro è il discorso del possesso di se stessi, ma qui ci spingeremmo molto oltre, e non è consigliabile farlo.

mercoledì 5 ottobre 2016

Uomini neri

Silenziosi e incomprensibili si avvicinano; già da lontano fanno paura. Li accompagna un rumore agghiacciante, che fa tremare le mani e i polsi.
Sono alti, vestiti di nero, con lunghi cappelli spaventosi. Si muovono silenziosi, accompagnati da Assi di Picche, da bastoni col pomello, e da fiori rossi, con cui si fanno mantello. Un rumore agghiacciante li precede: fate in fretta a rientrare nei portoni, fate in fretta a girar le chiavi, tenete a casa i  bambini, non fateli uscire.
Sono alti, vestiti di nero; gli Assi di Picche gridano alle vie la loro vocale; tuniche di fiori rossi coprono le schiene, la loro andatura blocca ogni gesto. Sbrigatevi con quelle chiavi ad aprire i portoni! A chiudere le case! Il loro suono agghiacciante non perdona, e anche se li vedrete di spalle non significherà che non siete perduti.
Sono alti, già da lontano; si intravedono da dietro gli angoli, e i gesti si congelano dalla paura dei loro gesti. Dovere farvi forza, salire ai piani e rinchiudervi dentro; e non  guardateli dalle finestre perché il loro sguardo - come la loro vicinanza - uccide. Questo non ricapiterà più, ed è un bene. O un male.
Hanno mani che non si vedono, e occhi nascosti, e questi due segreti bloccano ogni gesto; si avvicinano dondolando come dei sonnambuli, ronzano come biciclette vuote, come modernissimi rubinetti. Che cosa avranno al posto delle mani per reggere i loro bastoni dal pomello d’avorio, per portare in giro il loro Asso con la vocale che urla alle strade vuote? Forse hanno le chele come i granchi? Comunque, fate presto e mettete in salvo i bambini, perché anche se la vicinanza uccide, dopo si continua a vivere.

mercoledì 28 settembre 2016

Radici

I.
Oggi il vento soffia forte e scuote le cime degli alberi. Vivendo alla periferia della periferia, posso osservarli agevolmente, in nulla ostacolato: sono scossi da spasimi furiosi, pare quasi che vogliano fuggire - fuggirebbero certo, se avessero gambe. Il solo scopo che questo vento raggiunge è lo strappo degli insetti dai tronchi e dai rami. Trasporta i loro corpi lontano, verso ostacoli che si ergono lontano da qui, verso le mura della città lontana. O più semplicemente, li trasporta su di me, e questi piccoli insetti dalle bocche voraci mi mangiano tutto, prima i vestiti e poi la carne. Questi esseri minuscoli mi trasfigurano, mi spiritualizzano. Sembra un duro lavoro ma lo fanno volentieri. E io, ormai reso spirito da questi gentili piccoli insetti, giro per le strade piene di vento e di gente che ha fretta, scostante, nemica, che mi getta occhiate disapprovando il mio semplice metodo. Invidiano i miei insetti, anche se forse è solo apparenza. Tutto è apparenza, anche il vento e gli alberi.

II.
Noi tutti stiamo ben piantati con i piedi nella terra della piazza cittadina, con i denti ben stretti alla sbarra di ferro che da quella terra spunta; le vibrazioni di quel ferro passano attraverso i denti e le ossa del cranio, e noi vibriamo sempre più velocemente, sempre più dolorosamente, fino a che le nostre voci di dolore si alzano nel cielo azzurro e pieno di rondini. Finalmente esanimi, cadiamo a terra, l’esperienza ci ha spossato, una cosa così inutile mai la si era vista. Come siamo contenti del cessare di quella scossa che spacca le ossa e fa uscire gli occhi dalle orbite!

III.
La pazzia; anzi, la follia, quella ventata gelida rigeneratrice di storie affannose. Quanto è affascinante. Nessuno scapperà di fronte alla porta chiusa su cui campeggia l’avvertenza. Si vorrà in ogni caso sbirciare, un attimo solo: a cosa serve un avvertimento se non a trasgredirlo? Se non volevano che si guardasse, sarebbe bastato tacere.

IV.
L’invadenza delle facce, quei volti esageratamente segnati dalle intemperie, quegli occhi affogati in desideri non numerabili: è disturbante, questa invadenza. Anche questi corpi eccessivamente pesanti, sotto cui si intravedono ossa di dinosauro, massicce e biancastre; queste mani enormi, questi piedi troppo grandi, pronti ad afferrarti e a portarti. Ecco, sono invadenti, conquistano ogni spazio, ogni porzione di campo visivo. È impossibile sfuggirgli, si ha sempre paura di venir presi dalle maglie titaniche dell’ingranaggio. Somigliano a quei figli di Dio, a quei Giganti che sposarono le figlie dell’Uomo.

V.
Guardandosi riflessi alla vetrina in strada non riusciamo ad abbinare l’energia che ancora sentiamo scorrere nelle vene e nei nervi con quell’immagine opaca: anche di questo si vorrebbe dire, ma si continua a credere che non è possibile farlo. Quindi si tace, e si prova a far qualche passo in avanti. Il trucco riesce sempre, è per questo che facciamo presto a dimenticarci di aver visto.

VI.
Dopo aver tanto percorso avanti e indietro quella strada, prima sulla mappa seguendo l’itinerario con un dito, poi dal vero fermandosi ogni volta a verificare la via fatta e il paesaggio (che sembra non dover mai esaurire le sue sorprese); ecco, dopo tutto questo attardarsi per strada, non viene naturale dire che non si tratta di curiosità scientifica ma di ritardo mentale?

VII.
C’è una stanza in cui si viene giudicati per quello che si è. È una stanza senza luci, illuminata debolmente da due finestre su pareti che fanno angolo. Lì vi è un tavolo, e numerosi armadi vuoti. Se si dà uno sguardo dalle finestre si vede un incrocio quasi sempre deserto. Quelle strade sono di certo percorse da un filobus, visto che ci sono i cavi tesi da in palazzo all’altro. Le finestre di quei palazzi sono sempre chiuse, e i pesanti portoni sono sempre aperti. Ma non c’è nessuno che entri o esca.