Questo libro è un orario, una descrizione dei movimenti della grande città, con gli snodi e le coincidenze, i capoversi di tutte le storie in essa narrate. Sono le regole, rappresentate dai simboli all’interno delle combinazioni tipografiche a garantire il ritorno a casa e la giusta partenza, ovvero la corretta narrazione degli eventi, senza che avvengano salti o incongruenze. In queste linee è racchiuso il grande segreto, per saperlo è necessaria la loro applicazione, una dopo l’altra.
Il formato del libro, un volumetto in 16°, le pagine in carta velina, ognuna stampata su due colonne, con capoversi in neretto e carattere di corpo più grande, è di quelli adatti ad esser portati in giro, per averlo con sé in ogni evenienza. La copertina, di cartone duro, resiste bene agli urti. L’aspetto è quello di una Bibbia tascabile, e in un certo senso le è simile, perché vi vengono narrate, come in quella, le storie della città. La storia che cerchi in dettaglio non c’è, ma ci sono tutte quelle che la riguardano per contiguità o somiglianza, o anche perché scritte dal medesimo autore; è come una grande tabella, con cui si possono formare treni narrativi a piacimento e a volontà.
Quelle linee di testo non formano parole o frasi, ma conducono a esse mediante simboli, se si ha la pazienza di legarle insieme accordando i rimandi e i simboli. Quelle linee sono quanti di energia, con cui - similemente all’elettrone che acquista carica e si sposta di orbitale - si può saltare da un punto all’altro, pur sempre seguendo le regole. Non si ritroverà mai la storia desiderata, quella ben conosciuta e che fu narrata ai tempi, ma se ne riscontrerà la presenza attraverso le linee dei simboli grafici: sono codici formati da lettere, numeri e simboli. Seguendoli, combinandoli, accordandoli l’uno all’altro sarà possibile ricostruire quella storia. È un percorso su una mappa a più dimensioni.
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C’è quella della donna, grassa, grossa, ma leggera come una piuma, tanto che la si può prendere per la vita e sollevarla come una bambola di pezza - e della bambola ha anche la morbidezza - che è vestita con gonna al ginocchio e corpetto di panno nero, le calze a quadri e i capelli di lana color ruggine, di grana grossa, piacevole al tatto. Il volto è di bambola di pezza e non ha desideri, proprio come un giocattolo, che non disturba e non pretende.
Ha mal di denti, la donna bambina, e il suo dentista è un uomo severo, dalla testa calva, fatto di cuoio e acciaio e stivaloni, con addosso in grembiulaccio da calzolaio per ripararsi dagli schizzi di sangue. Ma la donna bambina non ha cuore, e quindi neppure sangue; non ha neppure un dente malato, ma soltanto nostalgia. Di certo, ha un dolore lancinante che solo il suo dentista potrà curare.
- Su, dottore - , gli dico - mi dia una mano a metterla sulla poltrona.
Ma lui si arrabbia, si volta dall’altra parte rifiutandosi perfino di rivolgermi la parola; e allora tocca a me prenderla di peso, grazie al fatto che è di pezza e non pesa molto. Adesso, per il fatto di trovarsi sulla sedia del dentista, si sente già meglio: forse è l’idea di una prossima guarigione che le solleva l’anima, così tanto gliela solleva che par che prenda il volo. È un piacere, assaporare questo momento di letizia, anche se il dottore si ostina a non voler partecipare al sentimento generale. Ma sarà certo questione di un attimo, e tutto si risolverà.
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C’è quella della pazzia di questa donna, un’altra, consistente in una smania di conquista, di appropriazione delle cose altrui. Costei agguanta il primo oggetto che le capita e dice che è suo, e che non si azzardino a portarglielo via o gliela farà vedere.
In realtà, difendere la propria posizione con tali argomenti è difficile, ma non se ne rende conto, è appunto pazza. La madre, anziana, pazza anche lei ma più tranquilla, la conduce in giro, nel circondario: teme, a portarla più lontano, che queste idee di possesso diventino sempre più difficili da tenere a controllo con il crescere della distanza da casa. Qui, la conoscono tutti, chi più chi meno, e hanno pazienza, soprattutto con la vecchia, costretta a quell’età ad andare in giro con una figlia così folle da non distinguere il bianco dal nero.
Da un po’ di tempo, la donna si infila nelle auto di altri rivendicandone il possesso, e la gente di qui, sebbene comprenda la difficile particolarità di quella mente, sta cominciando a prenderla a noia. Mettiamo il caso (dicono loro) che si debba saltar su un’auto e partire a tutta velocità per un caso di emergenza qualsiasi, e ci si trovi questa matta nel mezzo che si mette a discutere di proprietà e di furto, che si ha a fare, allora?
Bisogna allora prenderla, con dolcezza, facendola uscire piano piano mormorando parole inutili, e non sempre è possibile fare così, soprattutto in una eventuale emergenza come vorrebbero farci intendere. Quando poi siamo riusciti a farla uscire, si può anche partire, ma è facile che dopo tutto il tempo sprecato nell’assurda trattativa, sia ormai troppo tardi.
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C’è quella, assai più terribile, che comincia con una frase.
- Ero morto, chi vi ha dato il permesso di continuare a nutrire per me i più benevoli sentimenti? Io non vi dovevo nulla, con la mia scomparsa. Perché pensare altrimenti? Perché costringermi, per ciò che pensavate voi, ad accettarvi? Io non vi voglio, qui nella morte mi son fatto un’altra vita, vita che non concerne né voi né i vostri affari.
È quasi irriconoscibile, i gesti agili e flessuosi inadatti a un vecchio o a un morto, quasi scattanti. Non riconosce il figlio che dopo anni si è spinto fin lì per salutarlo. Anzi, quel padre non sa neppure come chiamarlo, se fratello o amico o zio; così, si limita a un cenno generico di riconoscimento nella speranza di essere riconosciuto come consanguineo. Egli ha fiducia, insomma, che quel padre lo accetterà in quanto suo figlio. Non sa che suo padre è un uomo (anche se adesso morto) e come tale ha i difetti e le ubbie tipici della razza, e i fastidi di dover rivedere qualcuno dopo così tanti anni di morte e d’assenza: dover ricominciare la finzione da capo lo snerva e lo annoia.
Non lo vuole proprio, quel figlio, perché nel tempo della mancanza ha scoperto cose di cui non sospettava nulla, cose che adesso gli hanno riempito la vita in sostituzione di ciò che con la morte perdette. Non lo vuole, quel figlio, non vuole ricominciare da capo tutto. Ma il figlio, questo non lo capisce. - È mio padre - , continua a ripetersi, dicendo con questo che fra loro la naturalezza non potrà mai venire meno, e che ci sarà sempre voglia e desiderio di stare insieme.
- Non ti capivo allora -, dice il padre, - figuriamoci oggi.
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Questi racconti sono, nelle intenzioni dell’autore, narrati in una lingua non loro, nel tentativo di spiegare cose che normalmente non si saprebbero dire. È un vecchio trucco, quello della lingua, a cui nessuno crede più ma a cui tutti si adattano per comodità. Ciò accade anche in questo libro, dove le vite degli uomini sono simili al discorso dell’orario generale dei treni o della effemeride.
Si crede, a ragione questa volta, che una lingua a cui non si è accostumati renda meno schiavi, e permetta con fraseggi più lunghi e musicali di esprimere ciò che si vorrebbe tener nascosto. La coscienza è in questo modo quasi ingannata, perché i pensieri hanno acquistato una veste che li rende estranei, quasi irriconoscibili. È questa astuzia, che a ben vedere non è tale perché la mente sa bene qual è il contenuto di quei pensieri, e l’artificio della lingua straniera è un trucco che si conosce fin troppo bene, a cui tutti fingono di credere per non avere la responsabilità di un tal dire: il linguaggio per primo perché in questo modo un po’ sciocco riesce a farsi fluente e bello, e la mente, la cosiddetta psiche, perché senza colpa riesce a sgravarsi di tali pesi - è questa astuzia, si diceva, a rendere belle queste storie.
Ecco perché Samuel Beckett, fra i tanti nomi possibili.