mercoledì 27 ottobre 2021

Le 6 e 39

Dapprima, urlano molto senza dire nulla di speciale. Con quello, cercano di sfogare un qualche istinto, che necessariamente viene in superficie, essendo legati, non possono che urlare le più spietate bestialità. Poi, con l’avanzare del tempo, si fanno meno rumorosi e più raccolti. Quando aprono bocca, a quel punto, è per parlare, ma ancora non si esprimono bene, la loro grammatica manca di aggettivi precisi; così, si arrangiano affastellando parole a seconda del suono e non a senso, creando talvolta inaspettate metafore. Decifrarle è un compito spesso difficile, perché lo sforzo di mettersi nei loro panni per capire che cosa abbiano davvero detto raramente ha successo. Le risposte sono spesso della stessa natura, inafferrabili, ma da loro perfettamente capite.
Ciò non accade in casi semplici, in cui l’enunciato riguarda un fatto piano ed evidente: per riferirsi a quello non c’è bisogno di parole, basta un gesto o un’indicazione, e la cosa è superata con agio. Il difficile arriva quando vogliono esprimere un concetto articolato, come la vecchiaia o l’esperienza. Allora, le contorsioni della lingua diventano inspiegabili, difficili da seguire, il loro significato è incomprensibile anche nel caso che venga decifrato. Su che cosa puntano l’occhio per scegliere la parola? Quel dettaglio a noi sfugge o è invisibile: da questo, viene l’odio, che rimane anche nella risata falsamente accogliente che ci viene in viso, quando ci sfilano davanti finalmente a testa bassa, silenziosi come mai sono stati. Quando poi ci chiedono l’ora, sono sempre le 6 e 39, ed è sempre buio.

mercoledì 20 ottobre 2021

La disposizione mutata

È strano come i nostri dolori e i nostri passi, seppure in tempi e regioni diverse dello spazio, si assomiglino tutti. Oggi, per esempio, mi è tornata in mente Ammonaria, di come tutti godevamo del suo corpo, della sua presenza intendo, di come ella si conducesse intorno illuminando ogni cosa di lei. Starle accanto per me era una gioia, e non passava un attimo senza che quel desiderio non mi pungesse dentro.
Vivevamo allora alla periferia della città, dove le rare persone che capitava di incontrare parevano comparse in uno studio televisivo. Il quartiere gli somigliava, infatti pareva un palcoscenico dove scarsi figuranti si muovono in giro cercando di dare un senso di umanità al paesaggio. Le passeggiate che facevo con lei ci portavano sempre allo stesso posto, il grande anello come lo chiamavamo, una striscia circolare d’asfalto in mezzo al parco, protetta da una rete che lo faceva somigliare a un campo sportivo abbandonato; mi piaceva starle vicino, il più possibile, e guardarla mentre moveva camminando i muscoli atletici, quel suo corpo affinato e familiare: quante poche parole dicevamo, e quanto assennate a quei tempi! Eravamo entrambi giovani, io più di lei che quasi era adulta, e di quel silenzio godevamo intensamente. Stavo più volentieri con lei che con gli altri miei fratelli. Facevamo un giro dell’anello gareggiando per arrivare primi all’uscita, e vinceva sempre lei; una volta riuscii a precederla, ma fu perché avevo barato. Forse lei se ne accorse, si accorgeva sempre di tutto, ma non disse nulla; nemmeno mi disse bravo, pareva che quel giorno un cruccio le oscurasse gli occhi.
Un altro giorno, o forse era lo stesso, me ne accorsi dal modo in cui nostra madre aveva disposto le vivande sul tavolo da pranzo (eravamo una famiglia numerosa, come ho detto, ma io fui l’unico a parlare) e capii che Ammonaria era in procinto di andarsene, e che non sarebbe ritornata che fra molti mesi o anni. I motivi della sua andata ancora oggi mi sono ignoti, ma quel giorno, mettendomi a tavola dissi ad alta voce, quasi soprappensiero: Ammonaria se ne andrà, dunque. Lo feci senza pensarci, come ho detto, quasi obbedendo a uno strano impulso interiore, uno di quelli che nei sogni ci fanno fare sciocchezze. Nostra madre, approfittando del fatto che ero andato a lavarmi le mani prima del desinare, mi raggiunse e mi sgridò: Era proprio necessario dirlo e bruciare tutti i nostri ponti? Le risposi che Ammonaria era ormai grande, e di ogni cosa che da ora in avanti la avesse riguardata andava informata, subito e bene. Mi sentii adulto, nel dirle così. Lei si limitò a scotere la testa con disappunto, rinunciando a farmi capire quanto fossi infantile ad agire in quel modo, senza darmi spiegazioni del motivo di quella partenza. Forse, se ne dimenticò, o forse fu per una specie di vendetta. Di fatto, anche se non lo ricordo bene visti i molti anni trascorsi da allora, Ammonaria poi se ne andò davvero, e mi pare che di lei non seppi più nulla – o almeno, questo mi pare che sia stato, non so più bene.
Di lei non mi sarei più ricordato se non mi fossi soffermato a riflettere sulla somiglianza dei passi di oggi con quelli di un tempo: i sentimenti e le mozioni di oggi sono gli stessi, indubbiamente, così come è lo stesso il senso di assenza che talvolta mi prende, e a cui oggi posso finalmente dare un nome.

mercoledì 13 ottobre 2021

Giallo

Giallo è il colore del bisogno, dell’urgenza. Il giallo, se è un vestito che viene indossato, trasforma il corpo che lo porta e lo riempie di desiderio. Chi guarda quel giallo ne è soggiogato, e subito fa come i tori che vedono rosso: s’agita e vuole concludere al più presto quello che sta facendo per spurgarsi di ogni voglia. Il vestito giallo ha un effetto così dirompente che funziona anche se portato sotto gli abiti consueti. Quel giallo, fuoriuscendo dai bordi del vestito come un sovrappiù, trasparendo appena in quell’apparente fettuccia di colore, trasforma l’individuo che osserva, facendo di costui una bestia e uno schiavo. L’impulso è così forte che un qualsiasi agitarsi diviene assalto frontale. C’è da non crederci, ma anche una donna che non ispira brama, non appena si mette quel vestituccio giallo quasi trasparente, si trasforma, e si fanno follie pur di starle vicino, vicinissimo. Tutto diviene desiderabile, mantenuto prossimo al corpo come bava: non fa più schifo, non è più una cosa brutta. Quel giallo è così attraente che le cose consuete sono diverse e più belle, anche le brutte e ripugnanti.
Affondare nell’amplesso con quel vestito giallo è una prova che in altri modi è difficile compiere: è un caldo abbraccio da cui ogni volta, a patto di sapere andare a fondo, si rinasce. Non c’è un interdetto divino: in quel colore ristagnano tutte le condizioni preliminari dell’essere umano. Nel giallo dell’abito, e ne esiste infatti uno solo che rende felice la posseditrice, c’è l’assoluzione da ogni colpa. Al cospetto di quel giallo si può procedere quasi senza remore.
Tenerlo stretto, mantenerlo retto, per chi non ha il vestito giallo, è più difficile, quasi impossibile se non ci si rammenta costantemente di quel colore: giallo, giallo, giallo… ripete la mente per arrivare a fondo. Per chi l’ha indosso, senza dubbio, è più facile, quasi agile: si destreggia nella bramosia mantenendola alta, in tensione, sempre aperta. L’altro, alla fine, soccombe di certo (è impossibile mantenere desta l’attenzione e contemporaneamente vivere e apprezzare) ma con nel cuore una certa qual gratitudine, e nello sguardo, come di chi è contento e confida in un dopo qualsiasi in cui il desiderio e la voglia saranno finalmente soddisfatti. La paura, per chi non è investato di quel giallo, è necessaria e doviziosa. Dopo, non è certo che si potrà mantenere l’impegno, ma per il momento l’idea è sufficiente. 

mercoledì 6 ottobre 2021

Il nome dell'Imperatore

Il giovane imperatore antico romano si controlla il viso allo specchio. Ha deciso di radersi per acquistare in personalità, ma le sue ghiandole non producono peli a sufficienza da rendere apprezzabile un taglio di quella portata. Togliere i baffi è utile se si può lasciare una barba a far da contorno e risalto: per il giovane imperatore non è così. Tagliandosi i baffi non fa che svilire il proprio volto, lasciandolo in balia di quattro peli inutili su una brutta pelle pallida e malaticcia. È un vizioso, l’imperatore, non ha nemmeno tredici anni, e già il difetto traspare da tutto l’atteggiamento della persona, non solo dal viso.
Piccolo, gobbo e denutrito, egli non possiede quel carisma che sta cercando disperatamente di ottenere tagliando via una parte di peli del viso, richiamandosi ai suoi predecessori: ogni gesto che fa rivela una piccineria d’animo indegna di un imperatore, a cui il taglio della barba fa un baffo. Ci vorrebbero altre e radicali trasformazioni, anche nell’abbigliamento, nell’acconciatura e nella pulizia, che lascia molto al desiderio e poco all’azione. Puzza, questo mezz’uomo, e non solo nel corpo. Puzza di sospetti e di debolezze – un taglio dei baffi riduce quel volto a una macchia grottesca, poco vezzosa per il tentativo di esserlo, ancora più ripugnante del dovuto.
-Che fare? -, si chiede disperato, ormai senza più barba né baffi. La veemenza con cui ha operato, dettata dalla disperazione, ha trasformato tutto, e non in meglio.
A chi glielo chiede non dice il suo nome, ma altri, sempre diversi: Quello vero, dice, mi è stato usurato, anzi usurpato, e ora non lo posso più sentire senza provare un moto di disgusto. Così, dico altri nomi: non è per mettermi una maschera, i nomi che vi dico essere i miei lo sono davvero, sono il nome con cui in quel momento voglio sentirmi chiamare da voi. Sapeste quanto è dolce sentirsi chiamare con un nome che voi stessi avete donato all’interlocutore, sul momento e con ispirazione. Quel nome è una scelta profonda, ben meditata. Così, a ognuno dice e dà un nome diverso, e ognuno lo chiama con quello. Poi, quando scoprono che non corrispondono, gli danno del bugiardo, ma lui scuote la testa pieno di compassione.