mercoledì 25 luglio 2018

Stessa storia


Personaggi: l’uomo U, la donna D, l’amico A.
Tema: U, per un motivo a noi ignoto, vuole che D muoia. Per far ciò, incarica A. Egli, mentre U si troverà all’appuntamento con D, si intrufolerà nella casa di costei, casa di cui U ha le chiavi, attenderla là per poi toglierla di mezzo al suo arrivo. Ma le cose mai andranno nel modo che si è detto, ogni volta interverrà una variazione.
Svolgimenti possibili:
D va all’appuntamento con U, ma indugiando investita da improvvisi dubbi al riguardo, torna a casa prima che vi sia giunto A, il quale non può più entrare. Oppure:
U e D si incontrano effettivamente, rappacificandosi. D trascorre la notte da U, mentre A, lasciato solo nella casa deserta di D si addormenta, risvegliandosi solo al mattino dopo. Ognuno dei tre, al risveglio, si ritroverà nelle identiche condizioni della sera prima. Oppure:
U e D si ritrovano come sopra, ma A sbaglia casa, penetrando in quella di U, dove trova la di lui moglie. Scambiandola per D la sopprime. Questa soluzione non è da prendere in considerazione per la presenza di un quarto personaggio non considerato nelle condizioni iniziali e per la troppa evidente violenza. Oppure:
U e D si ritrovano come sopra, ma fra i due scoppia una lite furiosa. Nella concitazione D ferisce mortalmente U con una bottiglia di campagne. Oppure:
È U che trascorre la notte da D, nella cui casa trovano A, il quale non sa giustificare la sua presenza in quel luogo, presenza che a questo punto è inaspettata. Oppure:
U va all’appuntamento, ma strada facendo ci ripensa, l’intera faccenda non gli pare più così importante. Quindi, torna a casa. D attende da sola all’appuntamento. Dopodiché: a) va a casa di U, e qui possono a loro volta accadere molte cose, del tutto simili ai casi fin qui presentati, casi frutto del caso e del capriccio; b) va a casa sua dove trova A che I) può a questo punto finalmente eliminarla come era nei piani, II) si innamora di D, III) non accade nulla di rilevante ai fini della storia qui rappresentata, IV) la riconosce come vecchia amica; c) vaga per le strade dove è investita da un’auto anonima. Oppure:
U, D e A, convinti di avere a che fare l’un l’altro con uno squilibrato, non fanno quello che hanno stabilito di fare, e l’azione non si sviluppa.
Si possono considerare questi movimenti come i passaggi di una sonata o di un trio: i tre sono gli strumenti, più o meno definiti. Le loro scaramucce e i loro incontri sono i vari passaggi musicali. Il mutamento di carattere corrisponde a un mutamento di tonalità. Oppure, possono essere le tre parti della psiche, di volta in volta rivestendo, a seconda della situazione considerata, i panni dell’Io, dell’Es e del Super-io. Lo svolgimento delle scene ne permetterebbe l’identificazione, che nella scena successiva muterebbe radicalmente, confondendo così le acque. - Di sicuro, non mi lasceranno proseguire, - dice l’Autore, - non mi lasceranno colpire la Donna. È convinto che ciò accada davvero, e invece ogni anno, alla medesima data, è la stessa storia. Scrivendo, si rende conto della dispersività di queste note, cerca in ogni caso di serrare le fila delle ipotesi, ma è distratto da accadimenti esterni alla sua volontà, da memorie improprie e fatti inaspettati. Dice: Camminando su muraglie sopraelevate, e distratto da facce simili a maschere grottesche che intravedo dalle finestre, come mi si può rimproverare qualcosa? Eppure c’è chi lo fa, e senza vergogna.

mercoledì 18 luglio 2018

Raccolta


La strada scorre tra le ferrovie, da cui è protetta da una recinzione, e la pineta, che inizia subito dopo un piccolo declivio erboso, al fondo del quale la sabbia disegna i movimenti dell’acqua durante le piogge, ramificandole in linee serpentine. Al limitare del bosco sono accampati gli zingari. Ripuliscono le case per pochi soldi, caricandosi di tutti i rifiuti che a noi non servono più. Non a tutti è dato di parlare con il loro capo, ma ci si può sempre, trovandosi a passare di lì, intrattenere con coloro che, sul ciglio della strada, in baracchette improvvisate, formate talvolta anche solo da un tappeto liso e bisunto su cui sfoderano le loro paccottiglie, predicono il futuro e il passato affidandosi ai tarocchi e ai pianeti. Sono socievoli, ma il loro umore cangiante non li rende compagni fidati: essi vivono nel bosco per questa ragione. Parlando con loro si ha subito un’idea della vivacità del loro ingegno, che si guasta non appena si sottomette ai sentimenti del momento: ciò che un attimo prima era espressione pura di cuore, un secondo dopo si trasforma in scherno pungente e impietoso.
Non ci fanno del male, né lo fanno a coloro che si trovano a transitare da qui. Ma sono appunto esseri mutevoli, e in questa condizione di spirito non si sa mai che cosa aspettarsi da loro, talvolta un piacere insperato, altre volte una beffa irrimediabile. Ma non hanno memoria dei gesti che fanno, anche se quei gesti ci appaiono gravi e guidati da un sentimento o da un’idea. In loro, non c’è nulla di questo, c’è solo il capriccio dell’istante, la fuga precipitosa del pensiero nel mentre si inganna, l’altro. O il tentativo di tutto questo, che è lo stesso.
Vorremmo parlare con il capo-tribù: è occupato in qualche affare, ma sarà subito qui. Nel frattempo, vogliate farvi predire la sorte. Se siete con il capo non pagherete nulla, dicono. Ma ecco che si è liberato, e siamo condotti da lui senz’indugio nella capanna di legno e resina.
- Noi avremmo, ecco, dei rifiuti per voi: li desiderate?
- Desiderare? È un verbo insultante, usato da voi. Noi desidereremmo solo vivere le nostre esistenze nel modo che ci è dato, godendo dell’oggi senza ombra di rifiuti che lo turbi. E voi, osate venir qui a parlarne?
- Noi non vogliamo dire male, scusateci se si è detto ciò che non volevate sentire, non volevo dire ciò che pensavate, anzi: ciò che pensavo.
- Io vivo all’ombra del taglio di una spada ch’è pronta a recidervi la testa se non ve ne andate.
- Perdonateci, capo-tribù, non volevamo parlare di ciò di cui voi vivete. Se dite che non vi servono, quei rifiuti li getteremo via, così magari vi degnerete di prenderli senza che noi ve li abbiamo dati.
- Andatevene, andate a schernire le vostre donne, e uscendo, badate di non torcere un capello ai miei compagni!
Ci circondano, i compagni, e sono violenti, pronti a usare le mani a ogni parole che sia per loro fuori posto. Ci gridano i loro nomi per indurci a dire i nostri, ma sarebbe un errore cedere all’impulso, perché poi non avremmo più dove ripararci. Consegnare loro i nostri nomi non è che il modo da loro usato per scoprire l’anima di chi gli sta davanti: se cedi, sei perduto. Gli diciamo al posto di quelli veri un nome falso, per confonderli e fuggire senza conseguenze, ma non ci cascano, come se ci conoscessero davvero. I giorni trascorsi nella foresta li hanno resi sospettosi, non favorendo le qualità su cui noi potremmo fare affidamento. La proiezione è una lusinga difficile da evitare. In essa si nasconde una trappola. Sono volubili, meschini, pare quasi che si divertano a essere come sono. Non sanno ancora bene come è fatta la realtà, e così la imbrattano con la loro presenza, insultandola con il vociare dei loro canti alla sera.

mercoledì 11 luglio 2018

Premio


Sono giunto qui con mia moglie. Ella mi ha accompagnato sempre, in ogni occasione, sebbene nulla conosca dei miei pensieri al riguardo di questa lunga marcia. Si è sempre accontentata di star là, rivendicando un possesso che a prima vista pare inutile e affaticante. Per lei tutto è dato, per me nulla è dovuto, e io stesso sono un usurpatore. Ella non sa che le parole che descrivono la filosofia descrivono anche il dubbio e la fatica di apprenderle, facendo coincidere punto contro punto lo sforzo e la dottrina. Per lei questo è sempre stato incomprensibile e inutile, per me è la vita stessa. Eppure, mi è sempre stata vicina, come un baluardo.
Ella non sa del faticoso Libro primo, non sa nulla di come fare per apprenderlo, non sa nemmeno che esista. È difficile vedere in quelle parole il nostro agire mentre cerchiamo di comprenderle. Gli indugi del testo corrispondono agli indugi del nostro ragionare, e le speditezze la speditezza. Se di questo non si è abbastanza informati, non lo si nota. Da un lato, vorrei discutere con lei della cosa, ma dall’altro comprendo che non può farlo. Davvero non si capisce perché siamo sposati. Questo modo di pensare lei lo disprezzerebbe, ne sono sicuro. Lei non sbuccia il reale per vedere cosa c’è sotto, non inventa parole apposite per descriverlo. Per lei non c’è che la superficie. Eppure, in questo lungo viaggio mi ha accompagnato silenziosa e inscrutabile some al solito. Una pagina scritta lei la abbandona, io torno a rileggerla.
Siamo venuti qui in molti, ognuno per conto suo, formando una moltitudine di singoli individui senza rapporti con l’altro. Il miraggio di un frutto colto dalla pianta, forse un grappolo d’uva, ci ha adescato, e ora tutti ci arrampichiamo sui tralci per cercare di raggiungerlo.
Il palazzo si allunga verso l’orizzonte senza parere d’aver fine. È un ammasso di tubi di acciaio e vetro e portelloni di cemento. Persone si affollano attorno a certi punti strategici, forse effettuando controlli sulle perdite di gas o di fibra di vetro o sulle pareti stagne che lasciano passare l’aria. Sembra una rampa di lancio posta orizzontalmente, a perdita d’occhio.
La incontro, sdraiata sul triclinio come una principessa egizia esule.
- Quanti giorni di permanenza hai vinto? Duecentocinquanta, forse, non potendo arrivare al massimo di un anno, avrai certo conquistato una cifra ragguardevole. - Lei fa no con la testa, ammiccando.
- Allora, forse, duecentocinquantuno, intendendo con quell’uno in più non un premio di maggior valore ma un’aggiunta risibile, fatta solo per distinguersi dagli altri. -
- No, dodici. Dodici giorni. -, e mi stringe la mano, sinceramente sopraffatta dall’ironia della situazione, tanto che entrambi non possiamo che riderne.
- Come faremo a sopravvivere a questi attacchi di fortuna sfacciata? Pensa un po’ che ho traversato il deserto soffrendo la fame e la sete, con la speranza di arrivare qui e guadagnarmi un posto in questo paradiso. Mi dicevo: più soffrirai più sarai contenta, e con questo andavo avanti. Dodici giorni, proprio un bel risultato! -
- Che vuoi, forse un anno intero sarebbe troppo, e in quel periodo dimenticheresti cosa accade quando accadono le cose. Una privazione di un anno non è un premio ma una punizione. Guardali, i vincitori: si arrampicano sulle piante cercando di scavalcare il reticolato, guadagnandosi un posto al di là. Non hanno capito che non è per sempre.-
- E anche così, sarà orribile. -, aggiunse lei.

mercoledì 4 luglio 2018

Porto


Sulla cartina non ci sono che cinque edifici. Questi cinque edifici risaltano, disegnati in assonometria su una mappa del tutto anonima, che presenta un reticolato di strade che dà su un semicerchio, probabilmente la raffigurazione schematica di un porto. Essi cinque sono: una chiesa, riconoscibile dalla cupola e dagli archi del portico, un ospedale, riconoscibile dalla croce e dalla spiegazione della cura, lo svolgimento della cura e la natura della cura, e tre ville in perfetto stile palladiano, per quel che è dato di vedere. È un esemplare chiarissimo di atlante pubblicitario, dove si vendono quelle case là raffigurate in assonometria. Infatti, la chiesa non è una chiesa, e l’ospedale non è un ospedale, ma entrambi sono edifici più grandi dei restanti tre, adatti quindi ad ospitare un maggior numero di gente. Osservando con attenzione il modo in cui è disegnata una delle tre ville, una qualsiasi delle tre, si pensa che sarebbe bello alloggiarvici e vivere una vita tranquilla, circondati da strade anonime, strade dispiegate sul piano della Terra come un reticolato purissimo di idee, di strade senza nome: in quel modo, nulla potrebbe colpire alcunché, e la vita scorrerebbe tranquilla, priva di un assillo purchessia. Non si è detto che sarebbe bello viverci, ma che sarebbe bello pensarci di farlo. Sono due cose diverse. Non si può evitare di essere quello che si è, anche in quelle contrade, ma si può sempre cercare di essere ciò a cui aneliamo, in quanto l’ultima parola dello stato di essere, ovvero l’ultimo giudizio sul fatto di esserci, non tocca a noi né ad uno dei nostri pari.