mercoledì 26 gennaio 2022

Millenni

I diavoli, scarto dell’umanità, presero la parola e il microfono, e da allora parlano sempre, tanto che ormai per noi è impossibile distogliere l’orecchio da quel rumore di fondo che è il chiacchiericcio. Adesso che sono al potere non scompariranno più, saremo noi a soccombere. Non abbiamo altro modo.
I diavoli, com’è noto, non sono extramondani, ma perdurano in una scipitaggine incoerente e maestosa: si sentono degli iddii e non sono che feccia. Non se ne accorgono, forse, o forse sì, visto che parlano incessantemente. Il loro parlare continuo ci annichilisce. Forse vogliono renderci uguali a loro: magari in questa condizione di eguaglianza riusciremmo a batterli loro malgrado. Ma a che pro battersi con loro quando anche noi ci saremo ridotti a scarto del mondo? Gli diciamo: Tutti voi avete quattrocento anni a testa, tutti insieme fate millenni, e ancora girate qui d’attorno come se aveste da controllare tutto, e noi qui che stiamo in attesa ai confini, guardandovi di lontano, aspettiamo il momento in cui schiatterete. È tanto che aspettiamo, e ancora non è successo, anzi: voi state ancora a controllare, ormai ciechi e sordi, quello che non sentite più, ripetendo a guisa di borbottio le stesse frasi, le stesse identiche frasi che diceste quel giorno in cui arrivaste qui prendendo possesso di ogni cosa, di ogni piccola cosa.

mercoledì 19 gennaio 2022

Piani

Non c’è da raccontare la grandiosità delle cose, stupefacente fino all’osso; c’è solo da raccontare come si ricominciasse ogni volta da capo, ignari perfino dell’alfabeto, dicendo le prime cose che s’incontrano con le parole più facili, che vengono subito in mente. Così, se si sta camminando per le vie di una città sconosciuta o che non si sa riconoscere, ed è sera tardi, è proprio questo che si deve dire. E se poi in quelle strade non si incontra nessuno, sebbene non sia così tardi da non incrociare gente per via, è ancora quello, che va raccontato. C’è una bambina di quattro anni che sta salendo le scale all’interno di un casamento? Anche se non è chiaro il motivo per cui sappiamo con sicurezza l’età di quella bambina, è quello che si ha da scrivere.
Se sappiamo di quei quattro anni sarà perché li abbiamo vissuti, anche senza accorgersene. La bambina si volta verso di noi di tre quarti, mentre sta ancora salendo i gradini e ci informa: Sto all’undicesimo. E questo noi diciamo nel resoconto, senza per il momento approfondire le ragioni che stanno dietro a quel numero: li si scoprirà certo più tardi, con agio, quando saremo arrivati all’undicesimo piano, rampa dopo rampa di quei gradini che ancora stiamo salendo con il favore della luce elettrica, che continua a rimanere accesa e non ci abbandona al buio sconosciuto di quel palazzo. La vita è una cosa molto strana: se uno vuole conoscere i motivi di ogni cosa in anticipo al tempo in cui dovrebbe viverli, non ottiene altro che sfarinamento. Si crede che la conoscenza anticipata ci dia un vantaggio, ma in verità è proprio l’opposto, perché non ci dà modo di apprezzare l’atto nel momento in cui ci passa davanti: lo si vorrebbe mangiare tutto intero prima che arrivi, ma il continuo sforzo ci gonfia le gote sì che in bocca non c’è più posto per altro, in gola non c’è più alcun gusto.

mercoledì 12 gennaio 2022

Vermi

A quei tempi, la decadenza dei costumi era già a buon punto. Nei giorni di festa si usava mangiare una sorta di stufato con patate, abbondante, mantenuto caldissimo in piatti speciali. Si apparecchiava la tavola con cura, i posti degli uomini da un lato, le donne dall’altro (i bambini si sedevano al lato a seconda del sesso a cui appartenevano) in mezzo alla tovaglia bianca di lino si ponevano due gatti orientati uno in senso opposto all’altro; poi ci si metteva a mangiare, pescando con la forchetta dal piatto i pezzi migliori e più grandi, alimentando con quelli i due animali che, fra un’imboccata e l’altra, miagolavano impazienti. Dopo il pranzo, di cui rimaneva nei piatti il sugo speziato che freddo era immangiabile, d’un colore poco invitante e di scarso valore nutritivo, si usava far musica, con i fiati infetiditi da quel cibo. Il pranzo stimolava l’attività artistica, e tutti erano a quel tempo capaci di suonare uno strumento, s’intende suonare insieme agli altri, il che significa produrre suoni e ascoltare. Così, con quell’ombra di fogna nella gola, si dava fondo alla musica con flauti, percussioni, elastici pizzicati, canne di bambù traforate, pentoloni, tutti oggetti di fortuna recuperati in cucina, nelle vicinanze dl tavolo centrale della stanza, trovati lì attorno ma dotati di altissima consonanza e musicalità. Quei concertini duravano il tempo necessario a esaurire l’argomento, cioè a sviluppare appieno il tema nato da quell’improvvisazione e portarlo a compimento, senza sbavature e con tono elegante, proprio come si racconta una storia con un inizio uno svolgimento coerente alle premesse e una conclusione.
Al termine del pranzo festivo era uso fare una gita nelle vicinanze della città: vi erano mare, monti, arte, campagna. A quel tempo, pioveva poco, e quando accadeva subito il sole usciva ad asciugare tutto, così era sempre l’ora di partire. Si andava fuori spesso, certo, ma altrettanto spesso si restava in casa a far qualcosa di avvincente: un libro da finire, un quadro da concludere, alcune foto da riordinare, qualche poesia da correggere o comporre. Ci si abbandonava un po’ al triste dilemma se andare o restare, e triste lo facevamo diventare noi mettendola in quel modo. In verità, fra andare e venire non c’erano differenze, e si faceva volentieri tanto l’una che l’altra cosa. I bambini erano felici, abbastanza spensierati da crescere armoniosamente. I loro corpi traboccavano dai vestiti, che non riuscivano a contenerli. C’era sempre qualche punto del corpo non tenuto da conto e che spuntava fuori ammiccando, ma anche quello era un segno di salute e benessere. Quei bambini erano gentili, e capivano tutto quello che gli si diceva senza mai sbagliarsi sul senso delle parole e delle cose. Ci volle quel tempo perché quella fase finisse, ingoiata dal flusso della storia, ma qualcosa di quell’epoca dura ancora oggi: la fame, e il dilemma. Quelli son rimasti, tutto il resto si è trasformato.

mercoledì 5 gennaio 2022

Bemidbar

Ai tempi, sarà di certo capitato che Giacobbe o Esaù, o anche entrambi, spinti fuori dal letto dai dèmoni notturni, i quali producono un’insonnia angosciosa a sopportarsi conducendo a un’azione inconsulta (i diavoli, là, sono particolarmente persistenti), si ritrovassero all’aperto, nel buio delle steppe, a orinare, e a misurare la potenza dei loro getti, comparando la durata il flusso e la grossezza dei membri (e quanto grossi dovettero essere lo si capisce dalla stirpe a cui hanno dato vita). Possiamo anche spingerci a immaginare i pensieri di ciascuno dei due nel maneggiare affari di così grande lunghezza: a quei tempi, l’organo sessuale non era considerato sacro in quanto organo della procreazione, ovvero della perpetuazione del genere umano, ma solo uno strumento di piacere e mezzo esecutivo per una lunga buona pisciata che allagasse il terreno fino allo straboccamento: dava piacere e senso di potenza, due cose adattissime ad annullare l’effetto di quei draghi notturni, perniciosi e insistenti.
Li vediamo indaffarati a misurarsi per vedere a chi vada la vittoria. E vediamo anche loro padre Isacco, che silenzioso alle loro spalle si alza e dice, mezzo imbarazzato e adirato, come se quel gioco lo conoscesse bene anche lui e adesso se ne vergognasse alquanto: Che cosa fate?
Allora i due figli, rinfoderato l’organo, o anche nudi così com’erano, grandi e grossi, se ne tornano alla tenda a capo chino, e senza guardarsi indietro, sperando di riprendere sonno.