Questa è una città ormai fuori controllo, eppure continuiamo a viverci. Nel sottosuolo accadono cose che nessuno sa descrivere con esattezza: segrete riunioni per scopi non chiari. Le autorità sono impotenti, il sindaco un uomo di pezza.
Per assistere a questi convegni ci si deve affidare a uomini di strada, una sorta di mendicanti corrotti, gente che conosce questa città sotterranea a menadito. Per qualche soldo vi ci condurrà, attraverso portoni nascosti, vie segrete, strade che soltanto egli conosce per occulta simpatia. Questi uomini sono parassiti, nati per generazione spontanea dalla feccia prodotta da tali convegni. Sono uomini biechi, questi, ciechi, esposti ad ogni rischio, abituati a vivere in strada, nelle viuzze secondarie sempre bagnate e maleodoranti, vie che sbucano in cortili senza sfondo: sono le vie dell’antico ghetto, è la loro casa. Non hanno requie, si muovono sempre, girano per quei quartieri in cerca di persone a cui far da guida in cambio di poche monete.
- Tu somigli a quello -, mi dice lei. Al momento, non comprendo bene, credo anzi che si stia riferendo ad un passante intravisto pochi attimi fa, ma poi capisco, e da lì a vederla fuggire è un tutt’uno. Scappa, velocissima a quattro zampe, latrando come un animale felice di sfuggire all’inseguitore. Ma io non mi lascio ingannare, mi getto all’inseguimento senza risparmiare le forze. Corriamo per le vie strette e buie, entrambi giocosi per quella distrazione impensata. Ha talloni da bestia, questa donna, che non sentono dolore né fatica, talloni che eccitano la corsa e fanno fuggire la strada da sotto i piedi, senza attrito né tensione.
Questo è il modo per riconsiderare l’intera realtà dalle fondamenta, questo è il modo corretto di agire. Lo è, ed è per questo che si corre leggeri, come senza peso, senza avvertire la fatica dello stare su questa terra. Gioiosamente ululiamo l’una all’altro la nostra frenesia, perché questo è l’unico modo che al momento ci resta per portare a termine il compito impostoci. Stringendo i suoi fianchi fra le mie ginocchia, percepisco il volume di quel corpo, il suo, il peso preciso, esatto, e il contorno da esso disegnato risveglia il desiderio, che si gonfia come un fiume nutrito dalla piena dei suoi affluenti. È un sentimento che non si credeva più possibile, in una città buia come questa, e invece accade e rende possibile il pensiero che si credeva perduto: si riuscirà a pensarlo fino in fondo, assumendo su di sé le conseguenze inevitabili?
Qui, dove siamo sdraiati, è un luogo dove la città non ci schiaccia più come una cosa inutile: potersi riposare qui è un sollievo per la mente, perché la dispone nuovamente all’accoglimento delle cose, senza il continuo assillo d’essere sotto assedio, sull’orlo della pazzia. Poter giacere qui con lei, senza dir nulla, ed essere rinfrancato nella propria permanenza non ha prezzo: questo angolo buio è un luogo che la città non comprende e non considera, è una terra franca che permette di ritemprarci e recuperare le forze necessarie al combattimento, lotta che riprenderà non appena ci rialzeremo da terra. È un punto in cui le nostre schiene si adagiano, e che non appartiene alla storia: è un punto inesplicabile che una volta catturato dalla parola deve esser tirato su lentamente, altrimenti tutto si spezza.
Aveva ragione lei, io sono uno di quegli uomini inferiori che si agitano nei bassifondi della città nascosta dietro l’angolo dell’ultima strada. Il fatto è che la tua osservazione mi colpisce, anche se in ritardo, ed è perché considero normale questa condizione, tanto che quasi non ci penso più. Se ti rincorro, e vedi bene che lo sto facendo spremendo da me tutte le forze possibili, è solo perché all’improvviso sento il desiderio di premere il mio corpo contro il tuo, che è disteso per terra nel mezzo della strada buia e bagnata, scarsamente illuminata dai lampioni, luce che tende a coprire un segreto più che disvelarlo. Sento il bisogno di disegnare il volume della tua presenza, circondandola con ciò che è mio, schiacciandoti il più possibile a terra; e per questa percezione distinta del peso e della consistenza, verifico se dentro di me alligna il mio piacere - o no.
Rialzati, dunque, perché non voglio che tu diventi legnosa, non voglio che tu ti riduca ad un idolo di corteccia, per poi baciare (come un idolo tascabile) il tuo ventre indurito, simile a una clessidra; non voglio che tu ti trasformi in una fibbia per tener su le vesti in vita, vesti che adesso sono sparse in giro per la fuga; e non desidero nemmeno proseguire un gioco che quegli uomini biechi, le guide sotterranee, hanno cominciato. Questa fuga per un’offesa non ha ragione di esistere. L’esperimento è dunque fallito, debbo lasciarti per tornare fra i miei simili, consumando la notte (che in questi vicoli non giunge mai a fine) per esplorare lo spazio che ancora mi resta.