mercoledì 27 maggio 2020

Il tavoliere

Conoscete la storia di Macbeth? Era un uomo forte e giusto, ma quando tre streghe gli predissero che sarebbe diventato re, commise i peggiori crimini, finendo per morire lui stesso nell’impresa.
Così è nel tavoliere: va percorso tutto come si percorrerebbe una scacchiera, in modo geometrico e meditato. Ma non basta far così. Le azioni vanno compiute esattamente il giorno 9, dopo lo sganciamento della bomba che ha raso al suolo ogni cosa infettandola di radiazioni: lentamente, con mosse sempre uguali, pedantemente la scacchiera va percorsa tutta, con movimenti di Peano, descrivendo con una linea una figura che copra tutto il piano. Naturalmente, la radiazione ivi sprigionantesi, corrodendo il corpo della pedina, intorpidendolo con succhi nefasti, aumenterà le difficoltà. All’apparenza, quell’ingrossamento provoca piacere: toccandosi, si riesce a sentire tutto attraverso le vesti, che adesso si tendono sotto i muscoli risvegliati dalle emanazioni. Il piacere che si prova a considerare la mutata dimensione del proprio corpo è proporzionato alla morte che, ancora lontana e inimmaginabile, arriverà poi. Ma al poi c’è sempre tempo. Per adesso si va avanti e indietro come buoi che arano. Anche i pochi sopravvissuti che, inginocchiantisi presso are votive autocostruite e preganti i loro lari, sarà dato di incontrare, saranno sottoposti al rigonfiamento radioattivo: i loro corpi saranno impensabili, un paradiso di delizie e di possibilità. In virtù di questo, non sarà raro trovare momenti di eccitazione sensuale, soprattutto se rinnovati dal rinnovellarsi dei corpi – ma di questo sarebbe meglio lasciar stare, che il tempo non è molto e si deve arrivare alla meta prima che il desiderio, gonfiandosi, irrompa nel disegno delle cose e distrugga definitivamente la strada, cancellandola dalla mappa della città rasa al suolo, cancellando il tratto mentale pazientemente ricostruito.


mercoledì 20 maggio 2020

Red

L’affittacamere, di cui già molto sappiamo dagli scritti di autori come la Mansfield, narratori in grado di fermare anche i dettagli meno visibili, e di cui molto altro egli è venuto a conoscenza attraverso una frequentazione infida e malevolente (non per nulla è un compare del Gatto e della Volpe, altra celebre coppia non del tutto letteraria, e si dice non del tutto perché davvero esistenti, come presto vedremo) della cerchia a lor più intima, - possiede il vetro rosso: si trova nella finestra del salotto dell’anticamera, protetto alla vista da tende alla veneziana, e cortine di broccato. Per questo, il salone che accoglie il visitatore è in penombra – ma torniamo un momento all’affittacamere e a sua sorella. Le due donne, alte magre, sono il prototipo del genere: severe, occhialute, come due vecchie zie accolgono il viandante nella loro casa con sobrietà. Là, appunto, si trova il vetro rosso, appeso in terrazza, annesso alla lanterna a cui compete, una lanterna di come si usava un tempo nelle autostrade o in ferrovia, con l’alloggiamento del lume all’interno, lo sportello di chiusura, il ferro ricurvo per impugnarla e agitarla nel buio nel momento del senso dell’urgenza, e il famigerato vetro rosso, attraverso cui si sprigiona la luce avvertente, quel pericolo da cui sta cercando di preservarci. Quel vetro rosso, così ben molato, d’un rosso profondo e mai visto, è il suo obbiettivo.
Dopo molto ungere, egli è riuscito a farsi ammettere dalle affittuarie e guadagnare la loro fiducia, e una camera, in cui non alloggerà di certo visto che ciò è solo un pretesto per l’ingresso in quell’anticamera buia. Finalmente potrà agire con calma e depredarle del vetro. Lo fa subito, senza dar loro il tempo di rifiatare, appena entrato, nell’attimo in cui dall’altra stanza le due si avvicinano (e lui al buio può agire non veduto, prima ancora di stringere le mani e presentarsi, approfittando della confusione momentanea – è un attimo. Sgattaiola dietro la tenda, solleva la veneziana, e, prossimo alla lanterna, con un dito solleva il vetro dell’alloggiamento e se l’intasca.
Riguadagnare il posto nel salotto buio che fa da anticamera sarebbe un gioco se non ci si mettesse in mezzo un vaso da fiori, che nella bruschezza del gesto si rovescia: fortuna che è vuoto. Eccolo al punto di prima, la mano tesa in attesa di dare e ricevere, ed è tutto un ipocrita stringere mani e sorridere. È fatta, si dice, è mio.
Ma squilla il telefono: sono Gatto e Volpe, che con voce beffarda e con estrema impudicizia annunciano una visita, proprio qui alla pensione, proprio ora che deve andarsene e sparire: una visita per lui, direttamente a lui, con un’inaudita libertà di parole che fa quasi scandalo. Glielo dice, glielo urla dentro la cornetta di non venire, di non trattenerlo ulteriormente, dice no, no, lo ripete mille volte alzando ogni volta il tono della voce – ma quelli son già di sotto, pronti a salire. Sono finito, dice lui. Questa, insieme alla terrina rovesciata in terrazza, lo farà scoprire, anzi: è come se l’avessero già scoperto e catturato. Quel vetro rosso non sarà mai suo.


mercoledì 13 maggio 2020

Linea gialla

Il famoso miliardario zurighese Meier viaggia con la sua macchina a altissima velocità su strade e autostrade, senza mai fermarsi, né rallentare nei punti più difficili o scabrosi. Il mio navigatore parla chiaro, dice lui, mandando a tutti messaggi e segnali di precedenza, e ognuno, ricevendo il suo, deve farsi da parte e lasciarmi passare. Sono un uomo attivo, con mille interessi in mille punti diversi del globo, e devo essere in ognuno di quelli nel più breve tempo possibile. È un divertimento assoluto, aggiunge soddisfatto concludendo il discorso, tagliando corto sui reali motivi che lo spingono a mantenere quella velocità eccessiva. Una fede salda lo sorregge, proprio come accade al signor Di Meola, contadino: egli guida il trattore, gonfio come una vescica di color rosso vermiglione, per i campi che son suoi, lentamente, dirigendolo attraverso gli stipiti di fuoco fino a raggiungere la stanza più interna del cascinale. Io non conosco questo signor Di Meola, dice Herr Meier, ma se ha fede mi basta.
Com’è noto, ci sono molti modi per essere uomo di fede, almeno quattro, anche se io al momento ne ricordo solo due.
L’uno è prosciugarsi e farsi di pietra, secco e magro come un osso, leggero nell’aria quasi senza toccare terra, e grave come la morte che ne consegue, dalla forma inequivocabile, una morte che essendo sassosa non intacca nulla ma abbellisce.
L’altro è gonfiarsi e farsi di sale, imbibendosi di ogni umidità presente nelle atmosfere e farla propria senza starci a troppo pensare, e con essa veleggiare verso l’infinito che è anche nella profondità. A entrambe pertiene una linea gialla ch’è confine e alloggiamento, avvertenza e obbligo.
Ce ne sono sicuramente altre due, che mi sovvengono da una filastrocca che dice chiaramente il numero delle fedi essere quattro, ma il ricordo vivissimo del signor Di Meola, rinfrescato dai discorsi del miliardario Meier, me li ha fatti dimenticare. Probabilmente non erano importanti, e se forse lo erano non è bene che se ne parli così leggermente.


mercoledì 6 maggio 2020

Troppo facile

Adesso, i due possono solo guardarsi. Nemmeno farsi cenno possono, a distanza, ma solo lanciarsi l’occhio, che sia anonimo, che non si faccia notare troppo dall’occhio del padrone, il quale non perdonerebbe. Sono lì, lontani, che si scambiano un occhio impassibile, cercando di non farsi notare se non tra loro due soli, immersi o fintamente intenti in una pratica che non li assorbe né li interessa, intenti come sono intorno a quell’occhio che hanno cura di lanciarsi da lontano, lanciarsi e riprendersi senza muoversi né altro – solo l’occhio, che dice: Io brucio. Anche io. Di passione. Anche io. Troviamoci, alla fine della strada, ai cespugli, dopo il turno.
La strada, in quel punto, è invasa dalla rena della spiaggia vicina, e ancor più in là muore dietro un cespuglio di ortensie, vicino alla cabina telefonica: i due si ritrovano lì, brucianti d’amore, pronti a saltare. Al di là, si apre il bosco indistinto, verso cui non si può alzare lo sguardo per vergogna.
Qui, è da rappresentarsi un buco, una mancanza, dove lo scenario manca a un tratto di quel sostegno necessario della finzione che lo fa essere quello che è: il desiderio, improvvisamente mancando da qualche parte della scena, fa crollare le cose nell’inutilità propria dell’illusione. Il volto delle persone con l’umore cambia, pur rimanendo lo stesso. Così, la scena, che è sempre la stessa ma è cambiata. Ecco che i due si avvicinano al punto e fra loro, pronti a saltare nell’attimo della brama che poco prima li univa – o pareva farlo. Ora si capisce che uno dei due non può più competere né con l’aspirazione, né con l’altro, né con il desiderio dell’altro, e che il secondo si accorge di queste mancanze, e si ritiri per questo.
Ora qui c’è odore di polvere da sparo, non è chiaro a quale uso sia stata messa sulla scena. In mezzo alle gambe della donna, che ora è accovacciata davanti a lui. Da parte sua, di certo lo si vede dell’atteggiamento. Qualcosa salterà in aria se si fa un passo e si pasa all’azione. Dietro l’arbusto c’è forse qualcuno? C’è solo un passo, solo un’orma da calcare sulla sabbia sparsa sull’asfalto per annullarsi nell’occhio, ma nulla la convincerà a farlo. Ma chi, che cosa? C’è quell’uno nascosto di certo dietro quel cespuglio. C’è una miccia posta a difesa e che è pronta all’esplosione. Di più. Alla bruciatura. Tutto va a monte. Tutto rimane al di qua del bosco. Lo sguardo innalzato con fatica precipita nuovamente – evidentemente, non c’è stata fatica.