mercoledì 22 febbraio 2017

K.

Questo K. non è forse degno di stima. Lo vedo mentre toglie i manifesti, e questo è l’unico lavoro che gli ho visto fare. Si inquieta se mi fermo nel cortile a fumare, e anche se non gli rivolgo lo sguardo comincia a dar segni di nervosismo, tanto che anche io subito mi riscuoto e cerco di non farmi vedere e darmi un tono, facendo le mosse di salire ai piani alti, fingendo di aver dimenticato qualcosa che dovevo invece portare con me, per poi scendere subito, roso dalla curiosità di sapere che cosa sta facendo e se la situazione è cambiata in quei secondi di assenza - è sempre lì, intento al suo lavoro, con lo sguardo perso nel vuoto, come uno che senta un gran freddo interiore.
K. toglie i manifesti dai telai di ferro dei portoni interni delle scuderie. È un lavoro umile, inadatto a lui che parrebbe destinato alle cose più alte. Entrò in questo luogo come sospinto da una nuvola di raccomandazioni delle genti più rinomate, che vedevano in lui un genio. Non si sa se  l’attuale ridimensione del suo ruolo sia dovuta a una particolare disposizione di costui al non farsi notare, o se invece siano stati i datori di lavoro a sistemarlo in quell’angolo perché non li disturbasse con le sue visioni. Era quello un modo efficace di renderlo innocuo e nel contempo di dargli la possibilità di coltivare quei pensieri insensati che tanto lo rallegravano nell’infelicità. Quello era un compromesso che andava bene a tutti, ma non a me. Non mi piaceva che stesse lì, come appoggiato a quel portone, intento a seguire con occhi ciechi il lavorio inutile delle mani. Delle cose, ne carezza il bordo levigato, dissigillandole con cura dal resto, avvolgendole su loro stesse a formare un tubo, che diligentemente ripone in un angolo. Il suo luogo di lavoro era davanti a una porta di ferro battuto e vetro che dava su una piccola corte interna, corte che nell’edificio si trovava nell’ala più estrema. Come poteva un uomo così essere un genio? A passargli vicino si provava un freddo inspiegabile: se si tentava di attaccar discorso con un pretesto, egli non parlava se non raramente. Se ne stava lì, tutto ripiegato, il viso rivolto al muro, a far quel lavoro di attacchino, togliendo i manifesti per ripiegarli con cura. C’era forse un segreto in quei cartelli che a me sfuggiva per le troppe sensazioni, naturali per una persona normale come io mi ritenevo? O era quel luogo che gli si addiceva così tanto? Adesso lo sapevo con certezza.
Mi raccontò, tanti anni fa, una sua disavventura. Lo fece con parole smozzicate, con voce inudibile. Ripeterò la storia qui di seguito, usando le sue stesse espressioni, come se fosse lui a parlare, comunicando come attraverso una cortina che, pur falsando l’immagine di quel poco che basta a renderla irriconoscibile ne mantenga inalterate le proprietà organolettiche, gli spessori e i codici. Per facilitare il racconto, integrerò le sue poche parole con le mie, al fine di farvi capire tutto.
***
La storia narra sempre di un nome, di un titolo scritto su un taccuino, insieme nome e titolo di cui si vuole avere notizia; e con questo desiderio ci presentiamo al banco. Non si sa come, il nome o il titolo spariscono dalla scrittura in virtù di un’occhiata rapida e rapinosa: di chi è la colpa? Perché con la scomparsa di quella scrittura si sente il bisogno di distruggere il nostro nome? Amico mio, tutto è collegato.
Si tratta ancora della chiave sopra cui è scritto un nome: quella chiave, per il fatto di essere tale e di possederla attraverso l’incisione di quel nome, garantirebbe il passaggio al di là. Che cos’è una porta se non un diaframma che chiude lo sguardo? La chiave lo apre e permette la visione al di là. Chi ti ha dato la chiave? Qualcuno, ma più precisamente, essa deriva dall’uso continuato di un gesto, che si assolida quasi senza far mostra di sé. Essa accade, e da quel punto in poi si è immemori delle difficoltà fino a quell’istante sostenute. Una chiave, una tessera, un nome - ecco, tutto si chiude attorno a quel nome, diventato improvvisamente una garanzia; quel nome che, al punto in cui siamo, non dà più affidamento.
Quel nome sulla chiave, e la chiave stessa, non hanno più valore; possiamo agitarli come uno spauracchio davanti agli occhi del mondo, ma la minaccia non è più terribile - è passata, trascorsa. La porta rimane chiusa, a noi non rimane che la soddisfazione di sbatterla per fare più rumore possibile, e nel farlo pestare i piedi. Tutto si ferma lì, siamo al di fuori di quella soglia, il diaframma per noi si è chiuso. Forse non c’è nemmeno bisogno di una chiave, ma di un nuovo tipo di occhio che penetri le nebbie al di là della porta. Il fatto che ci si arrabbi e si pesti i piedi significa che non si è ancora capito nulla. Lo credevamo acquisito, invece era un fatto provvisorio.
Per recuperare quel nome, e con esso i privilegi dell’esistenza, siamo disposti anche a mostrare il lato peggiore di noi, quello che per vergogna teniamo nascosto. Lo esponiamo come a voler ricatturare l’interesse dell’Altro per la nostra permanenza in vita. Si sa che la coscienza del discepolo, quando egli è interrogato, si sente già colta in fallo come l’infante, e ciò accade perché per prima cosa non sa parlare, e poi perché non deve  mai rispondere. L’Altro lo sa, e si richiude: non è disposto a darcela vinta, corre su differenti binari, agisce secondo differente causalità. Così intenti come siamo a custodire il nome, non ce ne eravamo mai accorti, e adesso non si sa più quali carte giocare per riguadagnare ciò che si è perduto.
Da quel punto, la curva descritta dai movimenti dell’Altro comincia da allontanarsi, e a nulla valgono le grida di richiamo. Egli se ne va, la chiave nominale di cui si era possessori non ha più valore, se mai lo ha avuto, ci vien da dire. Quello che dichiaravamo immutabile, e chissà con quale coraggio lo si diceva, è invece mutato. Il nome sulla chiave o sul taccuino ce ne garantiva il possesso: ma si è mai sufficientemente scaltri per conoscersi e capire che quel nome inciso indelebilmente non vale nulla? E che la chiave apre una porta aperta? Dicono: che cosa sta facendo, crede forse di essere a casa sua? L’errore è di crederlo, e deriva dalla convinzione che esista un tutto che si possa comprendere in una singola occhiata rapida e rapinosa. La risposta dell’Altro cancella totalmente questa credenza. Attraverso quel nome si era imparato a condursi nella realtà, costeggiando il bordo legnoso delle cose fino a rintracciarne l’apertura.
E l’arrabbiatura? Essa veniva dal contrasto sussistente tra il possesso di un nome e la scarsa cura con cui fui ricevuto al banco, essendo stato servito di ciò che non avevo chiesto. Abbandonare il luogo perché le premesse non sono mantenute è sempre una questione di mercato. Chi si avvicina a una porta sentendo di essere destinato a oltrepassarla, e di fronte ad essa si ritira, rimane irrisolto. Quel discorsi resta in sospeso, e con esso anche il peso che finirà per gravare sulle cose come un freno o un’àncora, che aggancia il flusso all’istante con cui si vuole impedire lo scorrimento. Ma se l’unica risposta possibile davanti a quella soglia fosse il darle le spalle, non lo si saprà mai. A trattenerci in quell’istante è la mancanza di sapere. Si ha un bel pestare i piedi: il dubbio ci appartiene, e sarebbe stato così anche se quella soglia avessimo deciso di passarla. L’inconscio, si sa, è un notes magico dove la scrittura si conserva e si cancella da sé, dopo averci messo sull’avviso riguardo a quel limite da oltrepassare. L’insulto che segue allo sbattere della porta, insulto a cui teoricamente non è più possibile rispondere perché siamo al di qua, insulto che ci scaccia con cordiale e arrogante disinteresse, non è che il punto alla fine della frase, punto che non permette al discorso di recuperare il suo capo affinché con tale mossa si rivaluti. Non è più il tempo, ed è un bene che quel punto sia una porta chiusa che non è più possibile passare. In caso contrario, quel punto ci trascinerebbe via. È bene anche che tutto, nome chiave soglia e punto, sia scomparso, altrimenti non si saprebbe più come rimanere vivi.
***
Per K. quel luogo non era l’anticamera di una scuderia, ma la scuderia stessa dove effettuare i salti in un modo specialissimo, così adatto a lui: passava al di sotto del cavallo, rompendosi ogni volta il braccio. Per questo, ne usava uno solo per togliere i manifesti dal telaio di ferro battuto, il destro, a cui erano affissi. Perché mai rompersi il braccio? Per punizione, per non aver pensato abbastanza e scritto a sufficienza. Poteva un colpo ulteriore aggiustare ciò che un colpo aveva in precedenza frantumato? Nella sua visione delle cose, sì. Accadeva ogni volta. Egli rimaneva lì per essere più vicino possibile alla stalla, per poter saltare dentro al momento esatto in cui il bisogno e la necessità si facessero urgenti, improrogabili. Lasciava il posto di lavoro e si precipitava dentro, pronto a saltare in preda a un raptus o a una febbre.
Lavorava nella corte perché la vicinanza del luogo lo confortava, e il tempo tra una crisi e l’altra lo trascorreva tentando di distaccate i manifesti dalla porte, con lo sguardo fisso e il freddo interiore, elementi necessari alla sua calma. I primi tempi qualcuno gli faceva notare che doveva saltare al di sopra dell‘animale, e glielo diceva arrabbiandosi. Lui si schermiva senza dire nulla, convinto di aver fatto l’unica cosa che fosse capace di fare, e quindi giusta per esempio ed esclusione. Non poteva certo abbandonare quel posto scomodo, ma non si lamentava di nulla. Certe volte interrompeva il lavoro, come per riposarsi un momento: appoggiava il corpo, chinandosi su di una scrivania che era stata messa lì presumibilmente per tutt’altra ragione, forse in previsione di gettarla via, e in quella posizione restava per un po’, per poi riprendere l’inutile lavoro. Quel cortiletto freddo e spesso bagnato (le grondaie si interrompevano subito sopra la tettoia, scaricando acqua al di sotto) così stretto che il sole non riusciva a raggiungerlo per riscaldarlo e asciugarlo, era il luogo del suo lavorio mentale. Nessuna osservazione, né da parte mia né da parte di altri, dico mia perché io lavoravo al piano di sopra e ne ero in certo qual modo accostumato, avrebbe penetrato il segreto. Sembrava proprio che K. avesse cercato quel luogo per l’assenza di orizzonte, la loro cancellazione, l’impensabilità tramite la cecità dei muri alti della corte, che si apriva alla fine di un lungo corridoio addentrantesi nell’ala destra dell’edificio, quella rivolta a nord. La presenza del freddo o dei buio, lungi dallo scoraggiarlo, gli davano la forza di continuare in quell’attacchinaggio. L’eliminazione degli orizzonti era il fondamento del suo pensiero. Quell’assenza totale gli dava la forza di elevarsi, come a dirsi che solo nell’assenza totale fosse possibile l’elevazione dell’anima: si richiamava a una forza interiore, e per farlo aveva bisogno di essere cieco.
Egli era compagno a me per il fatto che entrambi frequentavamo il medesimo luogo. Ma oggi, dopo tanti anni, che cosa mai potremmo avere in comune non dico per assomigliarci ma per dirsi uomini tutti e due? Nulla, mi dico. Io e K. abbiamo però avuto qualcosa che ci unì, ma sono io il primo che a tale fatto, per me naturale come è naturale l’esser in comune e dirselo reciprocamente, prova fastidio e incredulità, come se non fosse vero. Perché come fu possibile che ciò accadde rimanendo io integro nella mente? Non è possibile. La sua vicinanza avrebbe dovuto avere maggiore effetto non solo su di me ma su chiunque: avremmo dovuto, per il fatto d’essere stati prossimi l’uno all’altro, mutare occhi così tanto che non ci saremmo riconosciuti. Ora, manifestamente, ciò non era accaduto, e non poteva certo succedere ora che i giochi si erano chiusi, e la riprova di quanto dico sta nel fatto che K. non l’ho mai conosciuto. Se lo conoscessi, però, sarebbe proprio come ho detto.

mercoledì 15 febbraio 2017

Il Decano

La casa del ritrovo era vicino alla piazza della Santa Croce. Si entrava dal retro; l’appartamento, agli ultimi piani, quasi un attico, si sviluppava in profondità tanto che le finestre all’opposto della porta d’ingresso davano direttamente sulla piazza, mentre il portone d’ingresso era in una stretta via laterale.
Presentarsi a quel modo, dopo aver annunciato a tutti che non avrebbe più partecipato agli incontri, adducendo come scusa una perdita d’interesse, giudicando di scarso valore quelle amicizie, per il Decano fu un gesto alquanto sconsiderato. Non ebbe alcuna vergogna, se si esclude quella iniziale del ritrovamento, del riallacciare un discorso che da tempo giaceva morto privo di argomenti comuni. Non ci riuscì, questo è certo, ma questo è del tutto secondario. Non gli era stato possibile abbandonare il “vecchio stile”, mentalmente se lo trascinava dietro; neppure le cure efficaci di quelle donne che spesso lo circondavano riuscirono a liberarlo.
Gli altri lo accolsero come un eccentrico, a cui si dà corda senza pensarci troppo, sempre pronti a ritrargliela al primo accenno di stravaganze. Fu facile attaccare discorso, bastò una parola casuale, un accenno a qualcosa di passato e di comune a tutti per far aprire le bocche e predisporle al sorriso. Lei, che ospitava la riunione, non accennò nemmeno per un momento al disturbo che poteva egli recare a tutti: una vera signora, una donna davvero in armonia con quell’appartamento, signorile e ricco di storia.
C’era anche X., inaspettatamente. Si appartarono subito, lei e il Decano, senza vergogna, come se fosse una cosa data. Lui la abbracciò assetato, gettandosi su quella carne come se fosse l’unica cosa a questo mondo in grado di dargli piacere. Costei aveva una bocca bruttissima, una ferita sul volto a forma di mezzaluna, piccola e coricata sul dorso; lui morse quello squarcio infetto come se volesse trarre da esso tutto il piacere del mondo.
Si fermò soltanto un attimo come a chiederle se non le dispiacesse, se lo schifo non l’avesse nel frattempo sopraffatta; ma lei accettava tutto, anche questo spregio superficiale. Non l’amava di certo, voleva solo prendersi una rivincita sull’amico che di lei era il marito. Quel corpo era reso desiderabile dall’oscurità dei corridoi che si protendevano verso la piazza: era il movimento architettonico che favoriva la passione, rendendo piacevole quel contatto.
In quel modo di abbracciare, di stringere a sé, c’era la rabbia e l’inesperienza - si poteva agire così per il buio e la scarsa presenza di dettagli, che nel caso farebbero distinguere le cose. Ci si sentiva protetti e autorizzati ad agire così, come in preda a una  febbre d’astinenza - ma, in verità, non era proprio questo che sentiva. Era quella casa, il fatto che appartenesse a lei, a rendere desiderabile quello spregio. Non c’era altro, dietro a quei gesti, se non il proposito di ferire tutti profondamente e nel minor tempo possibile (per avere poi tutto il resto della festa da apprezzare, tutta la serata da trascorrere insieme a loro, con nel cuore il successo derivato da quel disgusto, sentimento intimo e esplicito al medesimo momento).
Lui, durante tutta la serata, non fece che pulirsi la bocca nel tentativo di far sparire i segni della violenza che, con il tramite di X., aveva perpetrato ai danni dell’amico. Quei segni non erano però che nella sua testa, e per questo si accaniva così ferocemente nel cancellarli. Nessuno se ne accorse o, se lo fecero, nessuno ne parlò. Era grande la stima che di lui avevano gli altri, si ricordavano bene ciò che egli aveva rappresentato all‘interno del gruppo. Per questo ricordo, nascondevano ai loro stessi occhi la bruttezza che costui presentava ogni volta al mondo. Egli stesso non riusciva a capacitarsi della natura e della qualità di quel sentimento: lo accettava, ma senza gratitudine, e ogni volta era pronto a ricambiarlo con le più terribili sgarberie, per controllare se quell’amore scemasse o no. E ogni volta ne constatava l’incancellabile profondità.

mercoledì 8 febbraio 2017

Allocuzione dal treno

Lentamente, il treno sta entrando in stazione. Ci sono ancora alcune gallerie da superare, passaggi di scambio e sicurezza che assottigliano il convoglio predisponendolo all’arrivo. Se uno, infervorato dalle aspettative che stanno per realizzarsi, si avventura e scende in corsa, deve sapere che sarà poi inevitabile addentrarsi in varchi difficili, ricchi di ingranaggi e ghiaia scivolosa (se non fai attenzione potresti perdere i denti inciampando sulle lamiere), e che l’illuminazione sarà così scarsa che ad ogni istante si interrogheranno i sensi per capire se si è ancora vivi. Può capitare che uno non lo sia più, ed è come un peso che all’improvviso arriva sulla schiena: si fa appena in tempo a raggiungere il letto per liberarsene, e c’è tutto l’agio di percorrere lo spazio che ci divide da quel sollievo. Una volta giunti alla mèta non rimane che sedersi e aspettare.
Il treno non può che sottostare alle leggi dell’inerzia, e, come spinto dal proprio peso, della massa che esso è, godendo di quella massa, del peso e della velocità senza opporsi, e con questo schiantarsi sulla schiena di chi già sopporta il peso che gli è proprio. È un peso morto, come di una donna anziana che cade all’improvviso, una vecchia il cui piede è distratto da un sassolino insignificante (per noi). Ella non oppone resistenza, ma asseconda il movimento lasciandosi andare, come una pera cotta, per così dire, senza contrapporre alcuna volontà di restare in piedi, quasi rassegnata a quella caduta incipiente. Si lascia andare a braccia mollemente distese mormorando un oh di sorpresa - una finta sorpresa, in realtà non aspettava altro che finalmente cadere - schiantandosi a terra con un tonfo sordo (anche quel tonfo è umido e molle dalla pesantezza che d’improvviso è calata sulla schiena), accettando tutto senza restrizione.
Sta’ in piedi, sta’ pronto, ogni attimo potrebbe spiarti, colpirti distruggerti. Prevenirlo è il segreto. Questo passaggio è formato da tante parole da capire, da trasformare nell’anima in nutrimento, da macinare e da rileggere, tutte queste parole da comprenderne a fondo il meccanismo e i legami, da meditare; tutte parole che sono inutili, e non ci salveranno dalla stazione di arrivo. Le dovremmo gettare via e non pensarci più, non provarci nemmeno; scagliandole si avrebbe almeno l’impressione temporanea di liberarci di un peso. Invece, son sempre sulla schiena, pesanti, che schiacciano la faccia a terra e costringono all’umiliazione, a rendersi conto che si è del tutto inutili.
E poi, questi doppi occhiali, doppie lenti che affaticano i nervi e muscoli del cervello, che dolgono e bruciano nella girandola di lettere che formano parole da capire, trasformare e meditare senza mai riposo, son del tutto inutili. Togliendoseli, ci potremmo liberare dal giogo della lettura obbligata, che si muove come un respiro, un fiato che se cessa un momento subito si soffoca. Non farebbero più così male, almeno questo. Come si fa a voltare l’anima verso il sole? Ovvero, a predisporla alla luce, al farle riaprire le correnti dello spirito e del pensiero, che fluiscano nuovamente i nuovi modi di vedere parole e cose? A far sì che funzioni di nuovo? Ci si deve costantemente dire, a ogni rollio del vagone, che ogni fatto è una verità metafisica, oppure ricordarsi delle parole del poeta che di parola è morto - egli la chiave l’ha posseduta, e c’e il caso che anche noi questa volta la si possa scampare.

mercoledì 1 febbraio 2017

Note sul campo II

Le loro frasi, pronunciate, sono un’accozzaglia paurosa di vocaboli, inframmezzate, le parole, da termini dialettali o nomi onomatopeici il cui suono non assomiglia a nessuna delle lingue note, lingue che essi hanno conosciuto durante la migrazione. Il loro idioma è composto da termini di provenienza slava, aramaica, indiana e araba, usati tutti insieme, come se ogni frase fosse espressa in una girandola vorticosa di elementi talvolta fiammeggianti, talvolta aspri. Che idee si potranno esprimere in una lingua così? Forse, semplici impressioni sensoriali, abitudini, riflessi linguistici, frasi fatte. Se i concetti non sono tenuti a bada, come fare per prenderli e comprenderli? Ma anche dopo aver detto questo, che pare indiscutibile, poi non si sa bene cosa pensare al riguardo.
La loro lingua si è creata dalle loro conquiste. Ci si può domandare in origine come parlassero, quale lingua usassero per esprimersi, e non lo si sa dire. Forse, della lingua originaria rimane il modo con cui combinare i suoni, la maniera rauca e gutturale di pronunciarli. Il modo in cui costoro usano questa lingua è particolare: è come se rovistassero frammenti sparsi su un tavolo, in cerca di un colore o una forma da piazzare nel discorso, non importa in che lingua il concetto sia espresso. Nessuno di noi ha mai capito il criterio di quella scelta, perché sia usata una lingua invece di un’altra. Forse, le scelte avvengono per un accordo di nomi che forma una consonanza; ma è più probabile che agiscano così per pigrizia, prendendo il primo termine che capita loro a tiro, basta che si attagli più o meno al concetto che in quel momento vogliono esprimere.
Non esiste un modo univoco, stabilmente definito da una grammatica, una lingua o un’intonazione, che serva a nominare un oggetto, ma quel modo cambia con il cambiare delle occorrenze, ora così ora diversamente, dipendendo ciò da qualche ragione o legge interna, inscrutabile eppure rigorosa come può esserlo un sentimento, anche se tutto rimane soggetto al modo e all’occasione del discorso. Sembrerebbe che tale modo accresca inevitabilmente la confusione linguistica fra i parlanti, ma non è così: loro si comprendono assai bene, tanto che le risposte precise arrivano anche dopo domande che appaiono zoppicanti, incerte, quasi balbettanti (ma questo, va detto di passata e fra parentesi, è quello che pare a noi che restiamo al di fuori di quella comunicazione; può darsi benissimo che costoro si prendano gioco di noi, ipotesi non da scartare del tutto). Talvolta, pare che un discorso sia espresso dall’inizio alla fine in una sola lingua, senza interpolazioni, ma è un’impressione, e come tale è errata: è quel loro modo gutturale che assimila le parole dette in varie lingue a una sola, dando loro una patina unificatrice. Non c’è nessuna logica per la quale trascelgano da quel piano linguistico (la tavola) una parola e una lingua piuttosto che un’altra parola e lingua, e l’uso non giustifica tale scelta, perché in altra occasione, parola e lingua saranno diversi, nuovamente trascelti da quella superficie.
Sembrerebbe quasi che non i significati, ma i nomi veicolino i sensi: se questo fosse vero, sarebbe relativamente semplice ingannarli, non certo scendendo su quel terreno a loro congeniale, scimmiottando quel loro curioso modo di parlare, ma attenendosi invece alla nostra grammatica rigorosa, e con questa spiegare a loro l’universo e le cose in esso contenute usando le più fantasiose teorie: nulla gli impedirebbe di assorbirle, per così dire, come fondamento tecnico della realtà. Con questo strumento, li potremmo assoggettare, guidandoli ai nostri voleri.
Si è parlato, poco sopra, delle conquiste che questo popolo avrebbe fatto nella lunga migrazione, ma non di guerre si è trattato: essi non sono portati per il combattimento, si dice anzi che nella loro lunga storia non abbiamo mai fatto una guerra; le conquiste si rivelano soltanto nella lingua. Loro dicono, al contrario, di averli conquistati, quei paesi che hanno attraversato, ma ciò non può essere vero. Noi, che li guardiamo, non ritroviamo nessuna delle qualità che fanno un guerriero. È dunque probabile che quei paesi che li hanno visti passare nello spostamento rappresentino un altro tipo di conquista. Lento movimento, si è detto, e lento dev’esser stato per permettere loro un siffatto assorbimento linguistico, che - sebbene si mostri superficialmente e a uno sguardo casuale - dovette essere stato abbastanza profondo per tramutare così la loro lingua. Infatti, che cosa mai possono aver conquistato se non quelle lingue, e quei suoni? Tuttavia, quella capacità di orecchiare e trasformare i suoni, e le prime volte dovettero sembrar loro incomprensibili, privi com’erano (ma, ancora, si tratta di una supposizione) di struttura, sconcerta, e noi invidiamo grandemente quella capacità che essi hanno, legati come siamo alla nostra grammatica.
Poco prima, forse a sproposito, si è parlato di assoggettamento, ma non è del tutto corretti, e non è nemmeno onesto: si sarebbe voluto dire desiderio, se solo la vergogna non ci avesse bloccato il pensiero costringendolo a una deviazione mentre si disponeva a confessarsi. Una vergogna intensa e bruciante, che se fosse espressa rivelerebbe la macchia oscura che infesta, noi poveri redattori di questo resoconto, il nostro animo altrettanto buio. Desiderio, perché quei loro corpi bruniti e flessuosi, tanto agili quanto sporchi, accendono il nostro, quello di ognuno di noi, che dal limitare del loro accampamento, si sofferma ad osservarli da lontano, immersi nelle loro pratiche quotidiane - quelle che formano la loro vita.
Ogniqualvolta chiudiamo gli occhi noi li sogniamo, e questo sogno turba i respiri che di giorno facciamo: il loro odore di terra secca, oltre ad evocare paesaggi indistinti, ci eccita, facendoci pensare a cose ancora senza un nome, ma che, accavallandosi come fantasmi, ci accende gli occhi della stessa luce con cui alimentiamo i nostri pensieri vergognosi. Chissà se hanno anche un inconscio, e come lo usano; a guardarli, sembrerebbe di no, intenti come sono ai loro giochi di parole combinatori, con cui costruiscono universi sbilenchi e sgangherati, eppure resistenti all’uso che ne fanno. Se li scambiano giocosi, noi guardiamo cercando di capire - e non capiamo.
Li vogliamo, quei corpi, ma non come prigionieri o servi, ma come nostri pari con cui comunicare le nostre realtà; li vogliamo, quei corpi, insieme all’animo che li occupa. Li vogliamo, o almeno li vorremmo, così come vorremmo sentire il tocco di quelle dita sulle nostre, e i loro muscoli sgusciare agilmente dalle nostre prese malferme. Li vorremmo abbracciare e cadere con loro a terra, sentire il tocco della terra e il dolore dell’urto - e invece, continuiamo a osservare.
Sono pigri, per conquistarci definitivamente, ed è un bene per noi: non fanno altro che adagiarsi nell’erba e guardare il cielo, lasciando che i nomi si travasino lentamente e spontaneamente nelle orecchie, imbevendo la mente di parole nuove e nuovi suoni - e certamente nuovi concetti, anche se non possiamo dire con certezza. È così che usa fare questa gente, che chiamiamo Barbari, e di conquiste c’è da giurare che nella loro storia mai se n’è parlato, né se ne parlerà mai. Il peccato, con loro e per loro mezzo, eccita i sensi e trasforma i nostri movimenti. La sera, tornando dal campo verso casa, già quasi non sappiamo più che pensare.