Dei tre fratelli K., tutti e tre ricchi commercianti, il primo, il più piccolo, aveva ceduto la moglie a un uomo, un vecchio amico d’infanzia, per godere della figlia di costui; il mediano, avendo lasciato il lavoro con il grado di vicedirettore per diventare agrimensore, lasciò poi perdere anche questa impresa ritirandosi a vita privata. Il terzo, il più grande d’età e anche d’onore, il biondo eroe alto e bello, limpido come la fronte alta ove risplende la pura intelligenza, il soldato fermo come una statua, magnificente come la gloria – era lui quello morto.
Tutti noi in segreto volevamo partecipare alla veglia funebre per onorarlo degnamente e fregiarci della sua conoscenza, avremmo fatto carte false pur di essere lì, ma eravamo troppi a volerlo per essere tutti soddisfatti nel desiderio. Io, soprattutto, volevo esserci: fin dal pomeriggio ero andato a letto costringendomi a dormire in previsione della nottata. L’eccitazione aveva superato ogni limite, tanto che non riuscii a chiudere occhio, anche perché di sonno a quell’ora non ne avevo. Tanto meglio, mi dicevo: sarò ancora più lucido, eviterò in tal modo di fare figuracce. Una veglia funebre, e per un così grand’uomo, amato da tutti, era una cosa da non stare più nella pelle.
Avevo una mezza idea, al mattino dopo, di uscire in strada a sparare colpi di fucile in aria, per svegliare tutti come dopo una nottata gioiosa, quasi d’una resurrezione. Ero deciso a trascorrere la veglia nella gioia, perché ero convinto – anzi: io sapevo, non so dir come ma ero certo – che quella morte, che grande dolore recava alla famiglia di K. (egli non aveva ancora trent’anni, si può dire che avesse una vita davanti, e in essa avrebbe certo trovato il posto a lui più consono, un posto che di certo sarebbe stato onorevole) era in realtà una gioia, perché preparava il terreno a una grande rivoluzione delle anime che avrebbe interessato tutti, anche me nel particolare. Quel dolore, che faceva sussurrare nel pianto la madre dal morto, e questi sussurri schiantavano il cuore e la testa, si sarebbe tramutato presto in gioia, una gioia infinita (soltanto questa parola era in grado di descriverla) che sarebbe durata non una settimana o due o tre, ma anni e anni, e qui io mi vedevo davvero davanti agli occhi volar via le settimane come fossero copertine di giornale, rotocalco a cadenza settimanale, tutte uguali ma diverse, differenti immagini e colori nella stessa gabbia di impaginazione.
Ogni morte, e a maggior ragione una morte di qualcuno così grande come K., è segno di mutamento; e anzi, quel mutamento non potrebbe avvenire senza questa morte. Questo io mi dicevo, ch’era necessario e assurdo che egli morisse. Con questi pensieri mi preparavo gioiosamente ad affrontare la notte di veglia, quando vennero a suonare per dirci che i posti erano già tutti esauriti e che della mia presenza ne facevano a meno. Mi dispiacque, ma il pensiero del futuro imminente mi risollevò alquanto il morale.