mercoledì 28 ottobre 2020

La veglia

 Dei tre fratelli K., tutti e tre ricchi commercianti, il primo, il più piccolo, aveva ceduto la moglie a un uomo, un vecchio amico d’infanzia, per godere della figlia di costui; il mediano, avendo lasciato il lavoro con il grado di vicedirettore per diventare agrimensore, lasciò poi perdere anche questa impresa ritirandosi a vita privata. Il terzo, il più grande d’età e anche d’onore, il biondo eroe alto e bello, limpido come la fronte alta ove risplende la pura intelligenza, il soldato fermo come una statua, magnificente come la gloria – era lui quello morto.
Tutti noi in segreto volevamo partecipare alla veglia funebre per onorarlo degnamente e fregiarci della sua conoscenza, avremmo fatto carte false pur di essere lì, ma eravamo troppi a volerlo per essere tutti soddisfatti nel desiderio. Io, soprattutto, volevo esserci: fin dal pomeriggio ero andato a letto costringendomi a dormire in previsione della nottata. L’eccitazione aveva superato ogni limite, tanto che non riuscii a chiudere occhio, anche perché di sonno a quell’ora non ne avevo. Tanto meglio, mi dicevo: sarò ancora più lucido, eviterò in tal modo di fare figuracce. Una veglia funebre, e per un così grand’uomo, amato da tutti, era una cosa da non stare più nella pelle.
Avevo una mezza idea, al mattino dopo, di uscire in strada a sparare colpi di fucile in aria, per svegliare tutti come dopo una nottata gioiosa, quasi d’una resurrezione. Ero deciso a trascorrere la veglia nella gioia, perché ero convinto – anzi: io sapevo, non so dir come ma ero certo – che quella morte, che grande dolore recava alla famiglia di K. (egli non aveva ancora trent’anni, si può dire che avesse una vita davanti, e in essa avrebbe certo trovato il posto a lui più consono, un posto che di certo sarebbe stato onorevole) era in realtà una gioia, perché preparava il terreno a una grande rivoluzione delle anime che avrebbe interessato tutti, anche me nel particolare. Quel dolore, che faceva sussurrare nel pianto la madre dal morto, e questi sussurri schiantavano il cuore e la testa, si sarebbe tramutato presto in gioia, una gioia infinita (soltanto questa parola era in grado di descriverla) che sarebbe durata non una settimana o due o tre, ma anni e anni, e qui io mi vedevo davvero davanti agli occhi volar via le settimane come fossero copertine di giornale, rotocalco a cadenza settimanale, tutte uguali ma diverse, differenti immagini e colori nella stessa gabbia di impaginazione.
Ogni morte, e a maggior ragione una morte di qualcuno così grande come K., è segno di mutamento; e anzi, quel mutamento non potrebbe avvenire senza questa morte. Questo io mi dicevo, ch’era necessario e assurdo che egli morisse. Con questi pensieri mi preparavo gioiosamente ad affrontare la notte di veglia, quando vennero a suonare per dirci che i posti erano già tutti esauriti e che della mia presenza ne facevano a meno. Mi dispiacque, ma il pensiero del futuro imminente mi risollevò alquanto il morale.

 

mercoledì 21 ottobre 2020

Abiti

Ricordo che arrivammo alla Madrasa che era pomeriggio inoltrato. Era un giorno nuvoloso e caldo sebbene fossimo in autunno, e cominciava ad imbrunire. Ero giovane, allora, e affamato, e ricordo che prima di entrare, dopo che avevamo suonato e attendendo che venissero ad aprire, in quei secondi di sospensione, detti a mia madre il cibo che mi era avanzato dal viaggio, due pani di sesamo che avevo tenuto in mano fino a quel momento. C’erano anche le mie sorelle. Una volta dentro, le mie donne scomparvero, forse dirigendosi verso i locali a loro assegnati.
Mi avvicinai al banco del ristoro, che era gestito dalla moglie dell’Imam e dalle sue due figlie, una più bella dell’altra: l’una era al banco a servire insieme alla madre, l’altra sistemava i tavoli disposti nella stanza. Ricordo che ero vestito piuttosto male, e il lungo viaggio sostenuto a piedi non aveva di certo migliorato il mio aspetto. La figlia dell’Imam mi apostrofò aspramente:
-Non ti vergogni? Il tuo vestito è del tutto inadatto.
Non ero certo di bell’aspetto, e l’abito sebbene malmesso non aveva disegni o colori vivi, cose entrambe vietate all’interno della Scuola. Ero soltanto un po’ trasandato, ma ero giovane e entusiasta, due cose che forse bilanciavano la mia scarsa presenza. Io sapevo che ella aveva detto così perché l’avevo in qualche modo colpita, eccitando la sua fantasia. Decisi perciò di replicare alla giovane: il suo corpo era fine, ma i suoi abiti erano dozzinali:
-Forse che tu sei vestita meglio?
Questa frase la impressionò, tanto che stette un attimo in silenzio, immobile, come se il suo onore o la sua intelligenza fossero stati messi in dubbio da questo mio dire. Poi, rispose:
-Sì.
Era sicura di sé, ma io sapevo bene cosa dire, a quel punto. Era certo un po’ sconveniente rivolgersi così arditamente alla figlia dell’Imam, direttore della Madrasa presso cui stavo per essere ammesso, ma decisi di tentare, e di dare una bella lezione a quella ragazzetta che non sapeva tenere pe sé i suoi pensieri:
-No, invece, è il tuo corpo ad essere bello, ma i tuoi vestiti sono più brutti dei miei.
Lei era alta, snella, e sapeva di essere bella e di potersi abbigliare con qualsiasi straccio, e sarebbe stata ugualmente bella e desiderabile.
-Stavolta ha detto giusto! -, sussurrò la madre della giovane dietro il banco. Io quel corpo già lo desideravo pur avendolo visto in quella prima volta, e quando sentii lei che mi si rivolgeva in modo aspro, provai un desiderio fortissimo di soggiogarla, di tenermela stretta in pugno non solo fisicamente ma anche mentalmente. La mia risposta, pescata chissà dove con l’ostinatezza tipica dell’offeso fu la replica perfetta che la conquistò a me senza dubbio o incertezza. Ella fu mia fin da quel primo incontro; ma la cosa, essendo lei la figlia del mio all’epoca maestro futuro, era forse sconveniente, e molti, se non fossero offuscati come lo ero stato io dall’orgoglio, lo avrebbero notato. Ma io ero come accecato da lei, tanto che desideravo annullarla, del tutto, con le mie parole.

 

 

mercoledì 14 ottobre 2020

Dittatore

L’uomo, il Re che chiamano Zio, improvvisamente è impazzito. Vero è che gli abbiamo augurato morte e malanni in gran copia, e che ci siamo trattenuti dal dargliele solo in virtù del pensare che un tale agire dipenda in fondo esclusivamente dalla religione e dalla morale, e come tale sia talmente personale da non poter essere messo in discussione. Ma stavolta il caso è assai più urgente – drammatico, lo si potrebbe definire.
Ci ha rinchiusi tutti nella sua camera: Egli, lungo disteso nel letto, imbottito di cuscini e coperte ricamate, pesantissimo su quelle morbidezze come potrebbe esserlo un Re, nelle medesime condizioni di rivolta (del Popolo) e asserragliamento nel Castello (del Re e del seguito), li tiranneggia da una clausura infinita, che non trova altre possibilità né sbocchi.
Da schizofrenico puro, la mania di persecuzione gli si avvita nel cervello, costringendolo a una visione più chiara, ma devastante, delle cose. Il suo seguito, tutti quelli che lo accerchiano nell’ora del suo trionfo sono (o sono stati) ladri, omicidi, traditori. Ecco, soprattutto traditori, della causa e di lui stesso, il Re. Adesso, lo vede bene, e tanto più il suo occhio è chiaro quanto più le porte si serrano, quelle della Camera, del Palazzo, del Castello. Alla vigilia della rivoluzione, tutto si incarognisce, e la collera del Re, accompagnata dalla pazzia, si stringe al punto da assomigliare alla tortura. Nella stanza, il seguito attenta alla salute del Sovrano mediante inghippi e stratagemmi, imbastisce storie per ingannarlo e fargli aprire le porte per tornare liberi. La libertà, vogliono: che stupidi, che non sapranno che farsene. Non capiscono che è questo il loro ordinamento ideale, quello in cui è dato loro di prosperare. Nella libertà moriranno, eppure si ingegnano di conquistarla, e con le trame vergognose dell’inganno. Non sono chiari con loro stessi nemmeno nell’ora del bisogno. Il Re ghiotto è distratto dall’offerta di dolci e di gelato, gli fanno intendere che dabbasso è giunto il gran Gelatiere Reale con assaggi di somma bontà. Le porte s’aprono, uno o due vanno di sotto a riceverlo. Ma è il dottore, arrivato in carro medico, con iniezioni di calmante e cianuro, per mettere a tacere il Re: riuscirà questo dottorucolo nell’impresa? A guardarlo, pare scarso, di umile carattere e ancor più umile sapienza. Per controbattere quel pazzo ci vorrebbe qualcosa di più sodo. Ma andiamo avanti: se tutto fallirà, saranno scoperti, e tutta la rete di inganni crollerà trascinandoli alla morte.
È bene imbastirla bene, questa menzogna, se ha un così alto prezzo. E allora, procediamo con l’avvelenamento del Re, vorrò proprio godermela nel momento in cui gli aghi, penetrando nella pelle attraverso spesse coltri di abiti regali, porteranno il sonno e l’inoffesa e la morte del Re. Vorrò proprio godermela tutta, di come faranno a impacchettarlo e vivere dopo senza remore o dubbi infestanti. Io dico che non ci riusciranno mai, e quasi quasi parteggio per il cosiddetto Zio, il re folle che vede più lontano di tutti.
-Hai sentito, il Re è impazzito! -, dice quello che è riuscito a sgattaiolare dabbasso per avvertire il dottore, e che poi per sé se l’è svignata. Racconta perfino della morte del Re, e che il Palazzo è chiuso (e con esso la biblioteca dai mille e mille volumi, guarda che disdetta che non ci si può nemmeno andare per istruirsi) mentre invece tutto è esattamente come prima. Mica scemo, l’amico! Se l’è data a gambe prima che i giochi fossero chiusi, e ora racconta la storia come se ne fosse stato lui l’autore. Non sa che il dottore, da incapace qual è, non è riuscito a combinare nulla, mettendo in allarme il folle, spingendolo a raddoppiare la sorveglianza. Adesso sì, che le stanze sono serrate! Nessuno ne uscirà mai più, tutto è segnato dalla pazzia, lo Zio folle che è Re tiene tutti stretti nel suo pugno.

mercoledì 7 ottobre 2020

A view to a kill

 I due gemelli, ammanettati l’uno all’altro, scendono i gradini della Tour Eiffel. L’uno è stato finalmente catturato dall’altro, almeno fino al momento in cui questo chiederà del fuoco. È sufficiente un gesto mille volte provato, un passaggio di fiammifero acceso e sigaretta, le mani s’incrociano come per un piacere reciproco, tocca l’una dove è l’altra scambiandosi in un attimo ruoli e posti, dove i due oggetti si scambiano di luogo grazie a un inavvertito movimento di dita e polso, che adesso l’uno è libero e l’altro ammanettato, e le catene sono sciolte. A guardarli, nulla pare cambiato, se non fosse per la pistola che ha cambiato proprietario. Lo si nota solo se si è tenuto sempre l’occhio fisso sui due, altrimenti, per il fatto che sono gemelli non si noterebbe nulla.