mercoledì 27 gennaio 2021

No vacancy

Siamo dei novelli Chisciotte e Sancio, chi di noi sia l’uno o l’altro non ha importanza, il fatto è che siamo in due: è la tua bisaccia piena abbastanza o vuoi che andiamo in paese a fare spesa? Forse non gradisci il tipo di pane che ho, e ne vuoi comprare altro: meglio andare ora che ancora si ha da iniziare il viaggio. Ti devi addentrare, seguendo il testo passo passo, traducendolo linea per linea, introducendo fra le linee colme di lettere e simboli il tuo significato personale, quasi come se lo spremessi da quelle, nella palude, facendo attenzione a seguire la storia e con essa la strada, ripercorrendo le orme dei due eroi che questa storia la vissero per primi.
Allora, procediamo, lentamente, un occhio alle righe stampate, un occhio al paesaggio che merita forse più di uno sguardo (fu teatro di quelle avventure!) e un occhio alla storia, che come un faro deve guidare ogni nostro passo verso la meta, quella della storia e la nostra; che queste righe e questi passi ci concedano almeno un decimo del valore di quelle.
È tutto già scritto, ma quello è da mettere in pratica seguendolo parola per passo, e passo dopo parola ricostituendo nel tempo vitale ciò che è già tutto inscritto nello spazio della pagina. Se si potesse, alla fine, scrivere, riscrivere fra le linee di testo anche la nostra storia particolare, sommando la riga a quella già esistente, ispessendo le fila della stampa, manipolandola e riconformandola al viaggio (la poesia è questo ispessimento) allora nulla sarebbe perduto.
I piedi nella palude si posano stanchi, solo rinfrescati dall’idea persistente d’una riga e un passo successivo; ciò che sperimentiamo in essa, tutti colmi del viaggio appena iniziato, è un cibo che si mangia solo presso gli dèi. Il paesaggio, rinfrancante e immutabile, conforta l’animo che, distratto, si esacerberebbe assai: in questo modo, rimanendo concentrati, sarà più facile arrivare alla fine. Il libro, è il nostro conforto, quella storia tante volte narrata prest’a’ssera e tard’a’lletto, quella storia incomprensibile che fu sogno d’un uomo e ideale di molti, anche di noi due che procediamo con i piedi di piombo.

mercoledì 20 gennaio 2021

Medio-oriente

Nelle pause fra le battaglie del deserto, ci rilassavamo facendo una cosa qualsiasi, ad esempio rammendare quella parte di uniforme che non avevamo addosso, cercando di darle un aspetto più decente, chiudere quei buchi che il nostro rapido avanzare produceva nel tessuto. In quei casi, ammiravamo vicendevolmente le collezioni personali di aghi; il mio compagno ne aveva una di tutte le misure e tipi, ordinatamente disposta all’interno del coperchio della scatola di legno che conteneva i fili per cucire. Finivo sempre per chiederne a lui: erano cose di qualità, efficienti anche in quelle condizioni di penuria, e anzi di più, ed era questo che mi faceva desiderare di usarli. Con i miei, non avrei ottenuto rammendi così perfetti. Invece, bastava alla fine un colpo di forbici per tagliare il sovrappiù, e la cucitura nemmeno si vedeva. Non c’era il rischio di incorrere nelle sanzioni dell’ufficiale superiore: le uniformi, qualsiasi cosa accadesse, erano sempre a posto.
Talvolta, quando il frastuono delle armi non la sovrastava, ascoltavamo musica. Il mio compagno, sempre lui, aveva con sé registrazioni di ottima qualità, versioni alternative di notissimi brani: con quelle, il piacere d’un discorso era assicurato. Era stimolante poter discutere con lui di cose a me care, sapendo che avevamo gli stessi gusti. Lo vedevo dai suoi atteggiamenti, dai gesti, e da come si comportava in battaglia, coraggioso ma circospetto. Della pattuglia faceva parte anche un terzo.
Altre volte, per spengere la guerra dentro di noi, vagavamo nei dintorni, cercando di stordirci con il paesaggio. Chiudevamo gli occhi e si andava dentro, cercando di perdersi per via, attraverso folte macchie d’alberi e strade in salita. Negli anni, le guerre erano state così numerose che i confini delle nostre terre non li conoscevamo più nemmeno noi che dovevamo difenderli: erano così confusi che qualche volta capitava di ritrovarsi, senza accorgersi di nulla, nella parte avversaria. Sbucavamo in una piazza di periferia che somigliava alle nostre ma non lo era: strade in cemento, niente alberi, edifici diroccati, una piazza quadrata su cui si affacciavano un paio di negozi, una friggitoria ad esempio. Vedevamo facce che somigliavano alle nostre, ma i corpi che le accompagnavano erano sformati, diversi dal consueto. E anche i volti, a una seconda occhiata quando il disgusto per quelle pance sporgenti ci aveva già preso, non erano più tanto familiari, pieni di cicatrici ancora fresche: incutevano ribrezzo e voglia di scapparsene via.
In quelle missioni, la fame ci prendeva. C’erano cibi in vendita, da quelle parti: sebbene mi stuzzicassero a prima vista non osavo addentarli. I miei compagni, invece, ne mangiavano e anzi suggerivano varianti, che venivano subito messe a cuocere e servite. I due si confondevano tra la folla, fingendo di essere del posto. Io mi mettevo d’un canto, sopraffatto dallo schifo, rifiutando di mangiare quello che essi addentavano di gusto. Dapprima, cedevo, poi lo stomaco mi si chiudeva tanto da dover distogliere lo sguardo, per non morire di nausea e di terrore.

mercoledì 13 gennaio 2021

La ricerca

Ognuno degli ingredienti del piatto ha, che lo protegge, un fantasma, una ossessione e un luogo. Per affrontare ognuno di quelli ci vuole animo sereno, ed essere pronti a tutto, anche a cose sgradevoli. I fantasmi, infatti, proteggono da intromissioni, stuzzicando il ricercatore con scherzi bislacchi e irritanti, parole aspre e rudi per distoglierlo facendogli perdere la calma: due fratelli gemelli vestiti di stracci, ad esempio, che par che parlino fra loro e invece irretiscono con discorsi vuoti e inconcludenti, fatti apposta per attirare l’attenzione.
Una volta che lo si è messo in chiaro, sarà facile proteggersi, e anzi risponder loro con baldanza e sicurezza, ma senza intenzione, certi di cogliere nel segno. Infatti, anche i fantasmi hanno punti deboli, ma questi non sono evidenti, vanno ricercati con analisi psicologiche sopraffine, e una volta trovati vanno storditi senza pietà. Ma il colpo dovrà essere sicuro, e unico.
I luoghi, invece, sono vostri, e dipendono dal vostro propendere per certi paesaggi: gli elementi si trovano proprio là, ma nascosti, amalgamati al tutto, confusi con quella certa atmosfera che conoscete bene per averla mille volte sperimentata, dal vivo o nel ricordo: ci vuole spirito, per rintracciarli.
Le ossessioni anch’esse sono vostre, e riguardano certi modi di fare che intimamente avete in voi cercato di sopprimere: si tratta di automatismi che mettete in opera ogni volta e a ogni ritrovamento di ingrediente, come ad esempio nascondersi nel bagno di case altrui per curiosare nella farmacia, o usare alcune parole al posto di altre che sarebbero più convenienti.
La pietanza ottenuta con quegli ingredienti, e cucinata con tutte le attenzioni, è particolarmente adatta ad essere offerta. Un cibo simile è utile come dono, da dare alle persone segretamente amate, a causa del lungo tempo e del tanto spazio percorsi entrambi con dedizione e spirito del pericolo nel tentativo di mettere insieme ciò che in origine era diviso, e così selvaggiamente protetto.
Ripulire ogni ingrediente dai fantasmi e dalle ossessioni ha richiesto una gran cura, e non sempre è andata bene, nel modo che sarebbe stato auspicabile. Spesso, l’inciampo si è presentato in modo subdolo, travestito da qualcosa di favorevole. Altre volte, l’inciampo è stato desiderato in quanto unico gradino possibile per passare all’altro lato. Di fatto, il piatto così com’è è immangiabile, e anche dopo cotto non lo sarà meno. Il a eté qu’une tentative, fatto per ammaliarla o conquistarla, nient’altro che un tentativo andato male.

mercoledì 6 gennaio 2021

Rosso e rosa

Sempre, me l’avevano detto, di non comportarsi come il rosso dei candelotti di dinamite, che si accalcano disordinatamente, ma di fare come il rosa dei fiammiferi, elegantemente disposti in file ordinate nella scatola; fai così o non ti crederanno. Infatti, quando mi sono presentato al banco della portineria chiedendo se per caso abitavo lì, e a che piano, mi dimenticai di aggiungere che avevo traslocato il giorno prima e che ancora non mi era ben chiara la disposizione dei piani e degli appartamenti all’interno dello stabile, un palazzo signorile del secolo scorso, con i pavimenti in marmo e le pareti di solido mattone.
Mi diressi lì uscendo direttamente al lavoro, dove ero stato insultato e preso non nella dovuta considerazione. È vero che non ero vestito decentemente, ma questo è un fatto che si poteva spiegare con la mia innata disposizione mentale. Mi chiedete che cosa sia questa disposizione innata? Ve lo dirò: immaginate che un genio vi proponga un desiderio da soddisfare, a patto che lo esprimiate (fatto, questo, molto sospetto per non declinare subito l’offerta). Non sapendo voi che cosa veramente desideriate, vi affidate a lui sperando che egli possa cogliere più dettagliatamente il desiderio all’interno della vostra psiche, che per voi è sigillata. E poi pensate anche che l’avverarsi d’un simile desiderio comporti il conoscere la data esatta della vostra morte.
Intendiamoci, non è che non desiderando voi siete immortali, ma che con l’avverarsi di quel desiderio la vostra morte è certa anche per voi, fissata in quel giorno preciso: questo basta a togliere ogni appeal al desiderio e al suo avveramento. Qui, ancora, è meglio declinare l’offerta, dopo averla ben valutata.
La disposizione mentale innata è quella che permette al genio di soddisfare il desiderio decretando la vostra morte: è qualcosa che il singolo non sa, ma che l’altro, provvisto di conoscenze esteriori e superficiali, vede benissimo. Questa mia disposizione mi porta ad agire come il rosso della gelatina che ricopre i candelotti, mai come il rosa con cui le capocchie dei fiammiferi sono fatte.
Sarebbe stato sufficiente, in quelle difficoltà, restringersi e aspettare; raggrumarsi e attendere che dall’altrove arrivassero a cercarmi. Invece, mi sono messo in cammino io, e, sebbene percorressi luoghi a me familiari fin dalla giovinezza, mi sono perso, tanto che non so più nemmeno io dove abito – e non me lo vogliono dire! Rapprendersi come raccogliendo l’anima attorno al fuso centrale, chiudendo gli occhi e i sensi, pronto a essere toccato ma non a toccare: ed ecco che la salvezza arriverebbe. Agire appunto come il rosa.
Quand’è che mi fu raccontata una storia che pareva parlasse di me sì da farmi temere di morire ogni qual volta la lettura s’arrestava?