mercoledì 29 dicembre 2021

Hegel

Ci sono tre tipi di animali: quelli che dimorano nei giardinetti, quelli che sono illustrati da funzioni matematiche e quelli che sono assassini. Paiono tre specie diverse, ma nel corso della narrazione vedremo che in verità appartengono tutti a una razza unica, le cui variazioni apparenti son dovute al modo in cui di volta in volta li consideriamo, sotto quale rispetto li osserviamo.
Del primo, nei giardinetti si possono osservare con calma: sono strani esseri metà uccello e metà scatola trasparente, quasi come se fossero la teca in cui si mostrano. Pellicani, cani, camaleonti: avvicinandosi a questi guidati dalla curiosità, si deve fare attenzione a non accorciare troppo le distanze. In quel caso, si attiverebbero i meccanismi di difesa dell’animale, ognuno di quelli disponendo della propria arma particolare. Per il camaleonte, che com’è noto è ghiotto di dispositivi elettronici, egli si apposta al di sopra del pellicano-scatola, tra gli arbusti dove l’uccello dimora dondolandosi incessantemente. È certo che la stranezza di quel momento non mancherà di attrarre i curiosi: Com’è bizzarro, un animale cubico e trasparente!, dice il visitatore incauto, mentre si avvicina per meglio gustare i dettagli di questa stranezza, dettagli che si rinnovano ad ogni passo.
Vedendo che nulla si muove, e che l’uccello pare intento a becchettare gli strani frutti dell’albero, uno si avvicina sperando di riempire tutta l’inquadratura. Ma nulla è morto, non è dormiente, è proprio vivo e c’è un agguato in corso. Quando è vicino a sufficienza, ecco la lingua del camaleonte che si slancia con forza, aggrappandosi alla macchinetta fotografica, allo smartphone, ai capelli, alla faccia, uno sfacelo! Battere in ritirata a quel punto è un desiderio troppo tardi espresso: non serve più a nulla. L’animale, eccitato dalla propria forza, si scaglierà con sempre maggiore veemenza contro il bersaglio capitatogli a tiro, e quando la terribile lingua retrattile non avrà più la forza necessaria a trarre a sé la preda, sarà il corpo stesso del camaleonte, facendo leva sull’ancoraggio sicuro della lingua, a scagliarsi tutto intero per divorare la preda, essendo questa la testa della visitatrice. Solo un vetro, come nei reptilarium, o una grata abbastanza fitta, può proteggere da questi attacchi. Ma così, la curiosità, non potendo avvicinarsi all’oggetto dell’osservazione, non è soddisfatta: lo zampino rimane, ma la frustrazione è molta.
Nel secondo tipo di animale ne parla il glorioso matematico B., inglese di bella fatta. Un suo libro, che dovrebbe essere presto pubblicato, esplora certe caratteristiche di alcune funzioni matematiche, molto simili a quelle sviluppate da Mandelbrot negli oggetti frattali: B. descrive il carattere visuale, non si sa trovare termine più calzante, di quei numeri. Tracciando con un apposito programma di computer grafica le curve, le derivate, le equivalenze, egli descrive un paesaggio entro cui si svolgono cortei di animali, principalmente cavallucci marini, molluschi, piccoli crostacei, semi di carte da gioco, formando disegni di carovane, straordinariamente belli. In questi disegni si nota una simmetria persistente, quasi una scansione ritmica e regolare dello spazio algebrico, descritta dalle figure animali che, in un punto e un solo punto, è disturbata da un elemento all’apparenza estraneo, quello cioè che dà il titolo al quadro. Di questi quadri, che sono gli stampati dei tracciati elaborati dal programma di grafica, ne ha fatto opere d’arte, raccogliendole in un libro illustrato, di grande valore. Ogni tavola occupa una pagina, come negli atlanti incorniciata dalle coordinate, e ha un titolo in cui riecheggiano nomi storici, classici, come Bird, Bondone, Bacon, Boeuf, e questi nomi rappresentano l’estraneo presente in ogni quadro.
-Will you publish it?-, gli chiediamo ansiosi. Ma egli non risponde, e riprende con sé il libro. Sa che se il mondo conoscesse questi suoi lavori matematici ne sarebbe sconvolto: come si riuscirebbe a guardare ancora alle cose dopo aver visto quello? L’ordine della realtà, che con fatica abbiamo costruito nei secoli con la filosofia e la religione, verrebbe alterato a tal punto che la conoscenza della verità si trasformerebbe immediatamente in desiderio di morte.
A suffragio di questa sua tesi, che a noi pare soltanto una opinione, ci narra di quella volta in cui mostrò questi risultati a un suo collega, amico di lunga data. Accadde qualcosa di così terribile che dovettero chiamare la forza pubblica per contenere il danno e non far trapelare nulla. Le indagini furono condotte in gran segreto, e con discrezione i risultati dell’inchiesta vennero tacitati, così come ogni discorso riferentesi al fatto anche solo alla lontana. Di questo, B. ci racconta trepidante. Rimane solo, nel suo racconto, l’immagine di quella piccola guardia all’uscio, che faceva passare solo i chiamati dal commissario (il celebre J., e dicendolo non ci meravigliamo più di tanto). Costui era un uomo ancora giovane, quasi un ragazzino se non fosse stato per l’altezza; aveva una faccia donnesca, glabra ad eccezione di un paio di mustacchi nerissimi e folti. Fu lui ad aprirci l’uscio quando ce ne andammo, licenziati dagli investigatori. Non servivamo più, e da quel fatto ne uscimmo così definitivamente che non sapemmo più nulla degli animali assassini.

mercoledì 22 dicembre 2021

Il cane insanguinato

Il barboncino ha le zampe davanti macchiate d’un rosso sospetto – sul pelo bianco risalta e offende l’occhio. Come può un cane innocuo essere causa di sangue e morte? Forse ha solo rovistato nel canale di scolo della macelleria in cerca di un osso con un po’ di carne da rosicchiare, senza sapere che non è un cibo adatto. Ancora, non sarebbe male, se quel cane non abbrancasse le caviglie dei passanti in preda a certi istinti mai del tutto sopiti, alquanto ridicoli in un cane di quella fatta. Ma la presa è salda, forte, e non si stacca con un semplice scrollare di gambe: essa tiene, e perdura. Scelta la vittima fra gli avventori del mercato non l’abbandona più. Con fatica ci se ne libera, e ogni volta si riavvicina, rifacendo quella presa a trucco (lo fa quando si è distratti, impegnati negli acquisti) tanto che lo si deve allontanare a calci leggeri ma decisi, senza farsi vedere dagli astanti che certo biasimerebbero tale condotta verso un cagnolino indifeso.

mercoledì 15 dicembre 2021

Donna senz'ombra

Ella beve d’un fiato l’acqua nel bicchiere, e una mosca le rimane impigliata fra le labbra. Non sa ancora che è un insetto, crede che sia un velo di polvere sull’acqua ferma, se ne accorge soltanto sputando via l’impaccio. Nel farlo, si sente così piena di sé che il corpo le rifiorisce di desiderio. Che altro fare, si dice, se non sentirselo pieno e pesante, con la carne che preme sui vestiti attillati come una fasciatura che si scombina al più piccolo movimento. Ecco, con una piccola torsione del busto scopro alcuni centimetri di pelle. Uscirò subito in strada per sentire ancora gli sguardi su di me che mi spogliano – è l’unico modo per non morire, ora che ho visto la mia anima volare via come una mosca. Ma era davvero la mia anima o era un’oppressione? Forse era un’impressione.

mercoledì 8 dicembre 2021

Aerei che cadono

Che fare se un numero telefonico urge nelle dita, spingendosi fino ai polpastrelli, e ciò mentre l’aereo si cui si è a bordo sta cadendo? Lasciare che le dita si abbandonino a quel gesto, compilando cifra dopo cifra quel numero chissà come ritornato in mente dopo tanto tempo, forse un atto di volontà in un momento in cui le forze stanno abbandonando il corpo insieme alle speranze, forse un riflesso condizionato, una memoria corporale. L’aereo sta precipitando, indubitabilmente, se si osserva bene il paesaggio al di là dal finestrino. Raggiunta la cabina di pilotaggio, si afferra la cornetta del telefono di bordo, e già ci si abbandona con piacere a quel riflesso ritrovato, curiosi di quello che ci restituirà di lì a un attimo, il tempo che una voce risponda…
Non dire alla voce, per prima cosa, che ci si è abbandonati alla disperazione e al ricordo, né della caduta e della memoria ritrovata sulla punta delle dita, ma parlare come se l’atto fosse stato cosciente e voluto. E la voce al di là del filo è così familiare che si stenta a darle un nome. Ella riconosce chi parla, mentre al di qua si arranca in cerca di una definizione: chi sarà costui che parla come a un vecchio amico lasciato appena il giorno prima? Rifacendo il numero a memoria, immaginandosi i movimenti, non si scoprono indizi.
È chiaro che quella voce sa tutto, e lo dice, anche, ma, forse credendo che tutto sia noto anche qui, non si dà la briga di svelare, proseguendo sulla stessa riga con tono un po’ canzonatorio un po’ amichevole: non c’è modo di avere una conferma, nonostante gli sforzi di dirigere discretamente e con piccoli tocchi la conversazione verso una confessione o una dichiarazione: il tempo manca. Però, il suono di quella voce è un conforto dell’anima, mentre la fine s’avvicina rapidamente agli oblò: qualcosa è andato perso, peccato averlo ritrovato solo ora. L’abbandono delle cose è penoso, ma si saluta con più gioia il loro ritorno, se mai ciò avverrà; nel frattempo, la dimenticanza è la medicina più efficace. 

mercoledì 1 dicembre 2021

Gli anni

Gli anni, adesso, si vendono, ma solo quelli trascorsi, in due formati: l’uovo, pesantissimo e pieno di sabbia o ghiaia, o il classico libro, in formato guida turistica, pieno di nomi e date. Quando ci si avvicina allo scaffale, per prima cosa sperimentiamo il peso eccessivo dell’uovo: per comodità diciamo che sono uova di sabbia, sabbia del tempo forse, o di una clessidra, o di ghiaia, ma non si sa che cosa ci sia dentro, né se siano organiche; di certo, contengono un anno, quello stampigliato sulla fascetta che stringe il guscio, stampigliato in eleganti caratteri bastone su un fondo blu notte. Ma, aprendolo, non si sa che cosa farsene del contenuto. Si cuoce, si mangia? si rovescia sul pavimento? Il libro, invece, offre ugualmente un anno, ma con più appigli: lo si sfoglia come un repertorio di voci, in cerca della rubrica giusta, del nome desiderato, della data ambita. Una volta finita la consultazione, la curiosità si spenge e lo si ripone insieme agli altri libri, non di anni. È strano come, di questi annuari, se ne acquisti sempre uno, e uno solo, quello dell’anno di nascita: non ci è ancora chiaro che di quell’anno nulla sappiamo, perché ancora facciamo parte dei non-nati. Sarebbe più normale sceglierne un altro, il settimo o l’ottavo a partire da quello, quando, essendo già provvisti di memorie, potremmo confrontarle con quello che vi è scritto. Se ne acquista uno, uno solo, per l’inutilità, o forse perché visto uno visti tutti. Non si sente il bisogno di accumulare. Talvolta, non lo si compra neppure, lo si sfoglia un po’, poi lo si ripone sullo scaffale, accanto alle verdure o alle carni. La scelta cade sempre sull’anno di nascita perché quella cifra esercita in noi una incoercibile attrazione. Da essa siamo ispirati, e a torto: che cosa ne sappiamo? È solo l’abitudine che ce la fa preferire. La verità, per quanto ci si sforzi, va sempre in quella direzione, perché non si può far altro.
Per l’uovo, forse, sarebbe diverso. Ma sono pesanti, intrasportabili, e poi non si sa che cosa farsene, più del libro: di decifrare i granelli di sabbia nessuno è capace. E poi, chi lo dice, potrebbe anche solo trattarsi di un uovo, da usare come una palla, lanciandoselo l’un l’altro senza mai farlo cadere.

mercoledì 24 novembre 2021

Bice

Bice ha un paio d’occhi anche nel naso. Ha la fronte rugosa segnata da tre linee verticali, come se tre dita roventi l’avessero ustionata. Quando è stanca, si acciambella sul fondo di un bidone pieno di soluzione acida, e dorme come fosse un sassolino in fondo a un lago, o un gatto morto, più come il secondo quando la si tira fuori ancora rigida: la si deve far sgocciolare, a rianimarsi ci pensa da sé.
Da quando ci siamo trasferiti, le stanze a nostra disposizione sono diminuite assai di numero, e ora ognuno conosce l’altro sin nei più piccoli dettagli imbarazzanti. Che Bice fosse diversa lo sospettavamo, ma non avremmo osato spingerci fino a questo punto nel nostro immaginare. Dev’essere di un’altra razza, di un altro pianeta addirittura. Però ci è utile: lavora senza sosta e senza lamentarsi, le sue opere sono nette, senza difetti. Non parla quasi, e si aggira accigliata scrutando tuto come se fosse una strega nella sua cucina, e ci azzecca sempre.
Nel tinello si ammassano le macchine: dodici pile sovrastate dagli accumulatori grossi come armadi mandano avanti la produzione. Li abbiamo scelti in base alla grandezza, altrimenti non avremmo potuto nemmeno entrare in casa. Le altre stanze, quelle di un tempo, sono rimaste nell’altra casa. Qui non ce ne sono di più. 

mercoledì 17 novembre 2021

Le note iniziali

Il canto è sempre il solito. Inizia nel modo consueto, riconoscibile, con quell’incedere elegiaco che fin dalle prime battute ce lo fa riconoscere. Diciamo: è lui, e mentre lo diciamo riconoscendolo, esso si adatta alla circostanza, mutando forma e andamento, diventando un’altra cosa. Ma è sempre lo stesso canto, solo che ha cambiato veste. Sotto sotto, si riconosce quella nota triste, come di malattia o di infortunio, nota tipica di certe lamentazioni di profeti: un incedere lento, senza intoppi, che subito incontra dei gradini, delle scale, alcuni mutamenti di luce – ed ecco che sotto i nostri occhi si è trasformato fin quasi a non riconoscerlo. Ma è sempre lui: è un canto che s’intona nelle più disparate circostanze della vita, tanto che esso non è conosciuto con un nome quale potrebbe essere, ad esempio, Canto di vittoria, oppure Canto di nozze, ma con un più generico e sotto certi versi più preciso nome di Canto, nome che non viene nemmeno proferito perché, se detto, sarebbe coperto dalla voce stessa che emette le note modulando il canto.
Ogni volta che si presenta, sin dall’inizio diciamo che è lui, anche se dopo muta andamento. Ad ogni nuova ripetizione, ci avviciniamo di un passo al suo significato. Infatti, noi cantiamo senza parole, perché il canto non ne ha: è una semplice modulazione di note emesse quasi a bocca chiusa, una specie di mugolio molto appassionato e corale. Il senso del canto ci si dischiude nelle sue variazioni. Le prime battute servono a noi per riconoscerlo e aprirgli il cuore e la mente, per permettergli di entrare. Poi, una volta dentro, esso muta, ogni volta è diverso, avvicinandosi così (ma senza mai toccarlo) al senso finale; ma s’avvicina ogni volta soltanto di un passo, di quello che ci permette di non essere travolti dal canto stesso. Il senso di quelle note ci è più chiaro a ogni ripetizione. Sebbene il canto faccia parte delle nostre vite, noi non siamo in grado di prevedere la prossima occorrenza in cui il canto si ripresenterà. Però, quando ciò accade, siamo d’un tratto pronti, e interiormente scattiamo in piedi per accoglierlo pienamente, sperando che anche questa volta ci sarà permesso di saperne qualcosa di più.
Si dice che l’ultimo giorno di vita, proprio nell’attimo dello spegnimento della coscienza individuale, il senso del canto si riveli all’interno del canto stesso in un bisbiglio fatto quasi in orlo d’orecchio al morente, un sussurro che esprime totalmente la vera natura del canto, l’essenza più pura, e tutti i motivi che ad esso sottostanno. I santi saggi discutono spesso di questo che a noi pare una diceria. Essi invece dicono ch’è tutto vero, come se fosse un indizio sicuro di una vita oltre la nostra. Altrimenti, dicono, a che servirebbe ricevere in dono un segreto così importante se fosse inutilizzabile. Dicono anche che l’anima, ormai leggera dopo gli anni trascorsi in questo mondo, abbia bisogno di un peso supplementare per non dissolversi nel Pleroma. 

mercoledì 10 novembre 2021

Verso sud

La villa è immersa nella campagna. Arrivarci è difficile senza una guida, e il paesaggio è così privo di indizi che è difficile dire la strada che si è appena fatta, o come si è giunti fin lì.
L’ingresso è al primo piano: una lunga scala affiancata al muro conduce alla porta. L’insieme è molto rustico, visto dall’esterno. Dentro, s’immaginano tutti gli agi della modernità. Lungo la scala stanno salendo i bambini, in silenzio, la schiena curva nel buffo atteggiamento di chi non vuole farsi vedere. Cercano di stanare il mostro. Sotto, nelle cantinette, gli adulti discutono oziosamente di vecchie questioni, sempre buone per un’ora di conversazione spigliata; chi non vuole sottostare a quel rito può starsene in pena per i bambini: fra poco saranno divorati al posto nostro, e di ciò nulla ci rimorde. È normale star qui a rivangare ricordi e collere in cui imbozzolarsi e trovare un’identità. Fra quelli, c’è il caso di ritrovare qualche vecchia conoscenza perduta nel tempo (sembra strano, ma è proprio lei, sebbene non la si sappia distinguere dal resto) ma non c’è gioia nel ritrovamento, solo un po’ di sorpresa e parecchio disappunto. Nulla in confronto all’angoscia del mostro quando ci rubava perfino il letto in quei pochi momenti in cui ci alzavamo per sgranchirci le membra colpite dall’orribile male. Orribile non per sé, ma perché ci costringeva all’isolamento. Eppure, quanti propositi su quell’assenza, e quanto li rinneghiamo oggi, mandando i bambini allo sbaraglio mentre noi ci stordiamo di discorsi inutili. Ma è questo il modo della villa di campagna, come fosse una avventura. Del resto, noi avremmo finito per vantarci di fronte a lui. 

mercoledì 3 novembre 2021

Dietro la maschera di Isaia

La nostra lingua era forte e fiera, e credevamo nella vittoria.
Quando gettammo l’Atomica nelle strade di Londra, calcolammo la giusta posizione scrivendo i dati con cura su un pezzo di carta, ripassando la grafia con un pennarello nero affinché nel momento culminante fosse tutto ben leggibile, con l’aiuto di un’enciclopedia e di quelli che vennero prima di noi, la cui esperienza era vasta e impareggiabile. Deponemmo la bomba con grande cura in un cassonetto dei rifiuti. I londinesi di nulla si accorsero, sebbene ci librassimo con un B-29 a un centimetro dalle loro teste come una zanzara molesta che depone il suo uovo con cura aiutandosi con pinze e gru, saggiando ogni centimetro per assicurarsi di un futuro. Tenendo d’occhio dagli oblò di coda la fiammella letale, fuggimmo con i motori a manetta per mettere una certa distanza fra noi e quella, seguendo il profilo della città fino ai bastioni, per poi gettarci rasente al mare, sotto la linea degli edifici per evitare l’onda d’urto che necessariamente nasce dal fuoco.
Ma la bomba non esplose, o almeno noi non vedemmo nulla se non una fiammella, quella che deponemmo nel cassone, una fiammella inutile tanto per distruggere una città quanto per vincere. La città fu rasa al suolo, però, perché noi, a guerra finita o anche subito dopo, non avemmo più un posto dove andare, le nostre case se l’erano prese. Alloggiammo perciò presso uomini curiosi e rozzi, che di ogni loro frase facevano uno scherno; e noi dovevamo rispondere, muovendoci tutti lazzi e moine (quella lingua non si poteva parlare in altro modo) con parole che non erano nostre e che spesso li offendevano: c’è sempre il rischio di essere scacciati.
Vorremmo sapere chi fu il primo a non ammonirvi, dicevamo. E quelli: Sento che tu adesso stai parlando troppo. Erano questi i termini dell’ospitalità, ma ogni volta che cercavamo di farci capire, che era davvero troppo pretendere da noi quell’obbedienza, ecco che la minaccia ridiventava efficace: Sento che tu adesso stai parlando troppo, dicevano. Ogni volta cercavamo di ingraziarci le loro donne, che intercedessero per noi, ma ciò riusciva solo a ritardare il giorno dell’esilio, che per noi vista la nostra indole sarebbe giunto presto, al limite della sopportazione.

mercoledì 27 ottobre 2021

Le 6 e 39

Dapprima, urlano molto senza dire nulla di speciale. Con quello, cercano di sfogare un qualche istinto, che necessariamente viene in superficie, essendo legati, non possono che urlare le più spietate bestialità. Poi, con l’avanzare del tempo, si fanno meno rumorosi e più raccolti. Quando aprono bocca, a quel punto, è per parlare, ma ancora non si esprimono bene, la loro grammatica manca di aggettivi precisi; così, si arrangiano affastellando parole a seconda del suono e non a senso, creando talvolta inaspettate metafore. Decifrarle è un compito spesso difficile, perché lo sforzo di mettersi nei loro panni per capire che cosa abbiano davvero detto raramente ha successo. Le risposte sono spesso della stessa natura, inafferrabili, ma da loro perfettamente capite.
Ciò non accade in casi semplici, in cui l’enunciato riguarda un fatto piano ed evidente: per riferirsi a quello non c’è bisogno di parole, basta un gesto o un’indicazione, e la cosa è superata con agio. Il difficile arriva quando vogliono esprimere un concetto articolato, come la vecchiaia o l’esperienza. Allora, le contorsioni della lingua diventano inspiegabili, difficili da seguire, il loro significato è incomprensibile anche nel caso che venga decifrato. Su che cosa puntano l’occhio per scegliere la parola? Quel dettaglio a noi sfugge o è invisibile: da questo, viene l’odio, che rimane anche nella risata falsamente accogliente che ci viene in viso, quando ci sfilano davanti finalmente a testa bassa, silenziosi come mai sono stati. Quando poi ci chiedono l’ora, sono sempre le 6 e 39, ed è sempre buio.

mercoledì 20 ottobre 2021

La disposizione mutata

È strano come i nostri dolori e i nostri passi, seppure in tempi e regioni diverse dello spazio, si assomiglino tutti. Oggi, per esempio, mi è tornata in mente Ammonaria, di come tutti godevamo del suo corpo, della sua presenza intendo, di come ella si conducesse intorno illuminando ogni cosa di lei. Starle accanto per me era una gioia, e non passava un attimo senza che quel desiderio non mi pungesse dentro.
Vivevamo allora alla periferia della città, dove le rare persone che capitava di incontrare parevano comparse in uno studio televisivo. Il quartiere gli somigliava, infatti pareva un palcoscenico dove scarsi figuranti si muovono in giro cercando di dare un senso di umanità al paesaggio. Le passeggiate che facevo con lei ci portavano sempre allo stesso posto, il grande anello come lo chiamavamo, una striscia circolare d’asfalto in mezzo al parco, protetta da una rete che lo faceva somigliare a un campo sportivo abbandonato; mi piaceva starle vicino, il più possibile, e guardarla mentre moveva camminando i muscoli atletici, quel suo corpo affinato e familiare: quante poche parole dicevamo, e quanto assennate a quei tempi! Eravamo entrambi giovani, io più di lei che quasi era adulta, e di quel silenzio godevamo intensamente. Stavo più volentieri con lei che con gli altri miei fratelli. Facevamo un giro dell’anello gareggiando per arrivare primi all’uscita, e vinceva sempre lei; una volta riuscii a precederla, ma fu perché avevo barato. Forse lei se ne accorse, si accorgeva sempre di tutto, ma non disse nulla; nemmeno mi disse bravo, pareva che quel giorno un cruccio le oscurasse gli occhi.
Un altro giorno, o forse era lo stesso, me ne accorsi dal modo in cui nostra madre aveva disposto le vivande sul tavolo da pranzo (eravamo una famiglia numerosa, come ho detto, ma io fui l’unico a parlare) e capii che Ammonaria era in procinto di andarsene, e che non sarebbe ritornata che fra molti mesi o anni. I motivi della sua andata ancora oggi mi sono ignoti, ma quel giorno, mettendomi a tavola dissi ad alta voce, quasi soprappensiero: Ammonaria se ne andrà, dunque. Lo feci senza pensarci, come ho detto, quasi obbedendo a uno strano impulso interiore, uno di quelli che nei sogni ci fanno fare sciocchezze. Nostra madre, approfittando del fatto che ero andato a lavarmi le mani prima del desinare, mi raggiunse e mi sgridò: Era proprio necessario dirlo e bruciare tutti i nostri ponti? Le risposi che Ammonaria era ormai grande, e di ogni cosa che da ora in avanti la avesse riguardata andava informata, subito e bene. Mi sentii adulto, nel dirle così. Lei si limitò a scotere la testa con disappunto, rinunciando a farmi capire quanto fossi infantile ad agire in quel modo, senza darmi spiegazioni del motivo di quella partenza. Forse, se ne dimenticò, o forse fu per una specie di vendetta. Di fatto, anche se non lo ricordo bene visti i molti anni trascorsi da allora, Ammonaria poi se ne andò davvero, e mi pare che di lei non seppi più nulla – o almeno, questo mi pare che sia stato, non so più bene.
Di lei non mi sarei più ricordato se non mi fossi soffermato a riflettere sulla somiglianza dei passi di oggi con quelli di un tempo: i sentimenti e le mozioni di oggi sono gli stessi, indubbiamente, così come è lo stesso il senso di assenza che talvolta mi prende, e a cui oggi posso finalmente dare un nome.

mercoledì 13 ottobre 2021

Giallo

Giallo è il colore del bisogno, dell’urgenza. Il giallo, se è un vestito che viene indossato, trasforma il corpo che lo porta e lo riempie di desiderio. Chi guarda quel giallo ne è soggiogato, e subito fa come i tori che vedono rosso: s’agita e vuole concludere al più presto quello che sta facendo per spurgarsi di ogni voglia. Il vestito giallo ha un effetto così dirompente che funziona anche se portato sotto gli abiti consueti. Quel giallo, fuoriuscendo dai bordi del vestito come un sovrappiù, trasparendo appena in quell’apparente fettuccia di colore, trasforma l’individuo che osserva, facendo di costui una bestia e uno schiavo. L’impulso è così forte che un qualsiasi agitarsi diviene assalto frontale. C’è da non crederci, ma anche una donna che non ispira brama, non appena si mette quel vestituccio giallo quasi trasparente, si trasforma, e si fanno follie pur di starle vicino, vicinissimo. Tutto diviene desiderabile, mantenuto prossimo al corpo come bava: non fa più schifo, non è più una cosa brutta. Quel giallo è così attraente che le cose consuete sono diverse e più belle, anche le brutte e ripugnanti.
Affondare nell’amplesso con quel vestito giallo è una prova che in altri modi è difficile compiere: è un caldo abbraccio da cui ogni volta, a patto di sapere andare a fondo, si rinasce. Non c’è un interdetto divino: in quel colore ristagnano tutte le condizioni preliminari dell’essere umano. Nel giallo dell’abito, e ne esiste infatti uno solo che rende felice la posseditrice, c’è l’assoluzione da ogni colpa. Al cospetto di quel giallo si può procedere quasi senza remore.
Tenerlo stretto, mantenerlo retto, per chi non ha il vestito giallo, è più difficile, quasi impossibile se non ci si rammenta costantemente di quel colore: giallo, giallo, giallo… ripete la mente per arrivare a fondo. Per chi l’ha indosso, senza dubbio, è più facile, quasi agile: si destreggia nella bramosia mantenendola alta, in tensione, sempre aperta. L’altro, alla fine, soccombe di certo (è impossibile mantenere desta l’attenzione e contemporaneamente vivere e apprezzare) ma con nel cuore una certa qual gratitudine, e nello sguardo, come di chi è contento e confida in un dopo qualsiasi in cui il desiderio e la voglia saranno finalmente soddisfatti. La paura, per chi non è investato di quel giallo, è necessaria e doviziosa. Dopo, non è certo che si potrà mantenere l’impegno, ma per il momento l’idea è sufficiente. 

mercoledì 6 ottobre 2021

Il nome dell'Imperatore

Il giovane imperatore antico romano si controlla il viso allo specchio. Ha deciso di radersi per acquistare in personalità, ma le sue ghiandole non producono peli a sufficienza da rendere apprezzabile un taglio di quella portata. Togliere i baffi è utile se si può lasciare una barba a far da contorno e risalto: per il giovane imperatore non è così. Tagliandosi i baffi non fa che svilire il proprio volto, lasciandolo in balia di quattro peli inutili su una brutta pelle pallida e malaticcia. È un vizioso, l’imperatore, non ha nemmeno tredici anni, e già il difetto traspare da tutto l’atteggiamento della persona, non solo dal viso.
Piccolo, gobbo e denutrito, egli non possiede quel carisma che sta cercando disperatamente di ottenere tagliando via una parte di peli del viso, richiamandosi ai suoi predecessori: ogni gesto che fa rivela una piccineria d’animo indegna di un imperatore, a cui il taglio della barba fa un baffo. Ci vorrebbero altre e radicali trasformazioni, anche nell’abbigliamento, nell’acconciatura e nella pulizia, che lascia molto al desiderio e poco all’azione. Puzza, questo mezz’uomo, e non solo nel corpo. Puzza di sospetti e di debolezze – un taglio dei baffi riduce quel volto a una macchia grottesca, poco vezzosa per il tentativo di esserlo, ancora più ripugnante del dovuto.
-Che fare? -, si chiede disperato, ormai senza più barba né baffi. La veemenza con cui ha operato, dettata dalla disperazione, ha trasformato tutto, e non in meglio.
A chi glielo chiede non dice il suo nome, ma altri, sempre diversi: Quello vero, dice, mi è stato usurato, anzi usurpato, e ora non lo posso più sentire senza provare un moto di disgusto. Così, dico altri nomi: non è per mettermi una maschera, i nomi che vi dico essere i miei lo sono davvero, sono il nome con cui in quel momento voglio sentirmi chiamare da voi. Sapeste quanto è dolce sentirsi chiamare con un nome che voi stessi avete donato all’interlocutore, sul momento e con ispirazione. Quel nome è una scelta profonda, ben meditata. Così, a ognuno dice e dà un nome diverso, e ognuno lo chiama con quello. Poi, quando scoprono che non corrispondono, gli danno del bugiardo, ma lui scuote la testa pieno di compassione.

mercoledì 29 settembre 2021

B / N

L’amore fra due pezzi di segno opposto, come il Re bianco e la Regina nera, conduce a situazioni difficili da sostenere, come la pressione della schiera di pedoni, non importa di quale colore, che ostacola l’avanzata. Fra i due amanti si erge una muraglia fatta non di cose ma di persone, anche solo un Cavallo o un Alfiere, o, peggio, l’altra Regina: la Donna, messa così nel mezzo della scacchiera, impedisce l’incontro fa i due. Ci vorrebbe tempo, e intimità per svolgere il groviglio che angustia i due amanti, ma il tempo è proprio ciò che manca. Possono solo appartarsi un momento ai bordi del campo e conversare a monosillabi, più con gesti violenti che con parole altrettanto violente, sperando che con ciò l’espressione dei sentimenti sia completa. Non lo è, naturalmente: dopo anni di partite non giocate rimane loro difficile riprendere il discorso interrotto in un punto ormai dimenticato. Così, si gettano l’uno addosso all’altra, serrati, spingendosi ai bordi ferrati del campo, lui attaccando e lei retrocedendo, sperando di concludere. Ma tempo e memoria sono adesso entrambi cancellati, e sebbene questo incontro sia stato desiderato da entrambi, adesso si rendono conto dell’inutilità di questa partita che, però, per come stavano le cose, non poteva più essere rimandata.

mercoledì 22 settembre 2021

Città di mare

Quanto ci pesavano i nostri strumenti, laggiù in America, a trascinarceli appresso nelle subways, da una all’altra, di corsa, per esibirsi là sotto o in qualche locale pieno di fumo e di gente insensibile alle note da noi suonate, e con quello guadagnare qualche soldo che non bastava a tirare avanti. Quegli strumenti li diciamo nostri, ma in verità ci furono dati dai nostri padri, appartenendo a loro per retaggio e ora a noi per eredità, per cercare fortuna altrove. Quell’altrove noi decidemmo che fosse America, New York, e con quei bagagli andammo fin là a cercare di esistere.
La decisione di venderli fu un sollievo già dall’idea, un’idea venutaci a tutti separatamente ma in unisono, come se a distanza avessimo deciso che non era più possibile continuare. Di corsa, perché ormai il passo era quello, passammo da vari banchi dei pegni: in quel paese si trovano ovunque, ogni strada ne ha uno, e sono sempre pieni di gente che fa la fila per vendere qualcosa di sé nel tentativo di vivere, proprio come noi che avevamo cercato fino a quell’istante di fare affidamento sulla musica, senza riuscirci. Quindi, ci mettemmo in fila, anzi tre distinte file in tre diversi Pawnshop, con lo strumento (violoncello, chitarra, ecc…) a favore del banco per meglio e più rapidamente farlo valutare e ricevere al più presto quel bel po’ di soldi che tanto desideravamo.
Fu un affare veloce, da quelle parti tutto va rapido. Come pesavano, i sacchetti di monete dateci in cambio di quell’eredità ingombrante! Niente più corse a raccogliere spiccioli persi dai passanti nelle gallerie della metropolitana, niente più serate con lancinanti stomaci vuoti, senza più strumenti ma con in mano un differente tipo di peso, l’America si apriva finalmente davanti a noi, riempiendoci i polmoni. Per prima cosa avremmo trovato un impiego fisso, e poi tutto, anche i pasti e l’alloggio, sarebbe venuto in seguito. Com’era bella, ora, l’America. Un posto vero in cui viverci, lontano dalla memoria e dai rimproveri della storia da cui tutti provenivamo. Com’è dolce adesso quest’America diventata di casa, piena di scalette e ringhierine e strade in salita come una qualsiasi città di mare, con le strade ingombre di tavolini e i tavolini ingombri di tazzine vuote, sporche di caffè e bevande. Ecco che finalmente s’apriva in fronte a noi lo sterminato ventaglio delle possibilità, e solo ora capivamo, con il sangue che correva rombando nei meandri del cervello, cosa volesse dire vivere, il vivere che per noi era sempre stato mantenere l’esistenza.
Molto di più era, adesso: era fantasia e forza. Ora, l’America ci è talmente familiare che ci appare come casa nostra, senza più ingombri. Siamo invincibili, soli, contando su di noi e ognuno di noi solo su se stesso. La vera vita ora era America New York.

mercoledì 15 settembre 2021

Konrad

A squassarlo non erano i fantasmi, ma una certa voglia impalpabile, che sfuggiva a ogni nome tutte le volte che si cercava di definirla. Non di meno, quel fatto mentale sussisteva, e lo guidava netto in ogni azione, senza sbavare mai se non dalla bocca che (forse a causa di qualche malattia indefinita) non chiudeva bene, impedendo la pronuncia corretta di certe parole. Anche se probabilmente non aveva combattuto in nessuna guerra, aveva un aspetto molto americano, da reduce del Vietnam: canottiera militare, occhiali Rayban, piastrina di riconoscimento, mozzicone spento fra le labbra, e un’espressione poco raccomandabile.
Quel corpo, esibito sfrontatamente, era coperto là dove lo segnavano alcune ferite, ma le tare più profonde dimoravano di certo nella sua mente, una mente reattiva al massimo grado, incapace di pensiero o di riflessione: si doveva obbedire ai suoi comandi senza possibilità di capire il motivo di quell’obbedienza, un po’ come fanno certi bambini cresciuti in altezza con i loro compagni di più piccola statura; essi s’impongono con violenza cieca, decretando cose inspiegabili per un adulto, soltanto per il gusto di dominare e imporre la paura.
Si sa che un individuo, tolti i fronzoli con cui abbellisce l’azione, esprime una sola idea in tutta la vita, quella e non un’altra, su cui batte ripetutamente la fronte finché non la riconosce, cosa che non accade spesso; ma ciò che costui voleva esprimere con tutto il suo corpo mancato non era facile da capire: pareva bloccato a un livello molto basso di sviluppo e conoscenza, un livello fatto di azione, reazione e violenza. Tutto il suo intento stava nell’essere rispettato, e di sfuggita si è notato come ciò fosse impossibile naturalmente, e nell’imporre all’altro la sua visione delle cose, una visione del tutto inesistente proprio perché composta di dispetto, di assurda obbedienza, di forzature, di punizioni ridicole. Voleva che nessuno gli si rivolgesse senza permesso, e quando qualcuno non rispettava questa regola subito si scatenava la violenza, infantile e senza insegnamento.
A suo dire, quella volta gli avevo mancato di rispetto esprimendo certe idee o opinioni, non ricordo più nemmeno quali fossero tanto erano sciocche, poco importanti e soprattutto evidenti. Lui apparentemente non se la prese, ma quando per caso gli ricapitai davanti volle farmela pagare, a suo modo s’intende, manifestando tutta la crudeltà del veterano. Dopo una prima scarica di ingiurie, mi si avvicinò fino a toccare le mie labbra con le sue, imponendomi di ripetere le frasi che diceva, parole senza senso, suoni privi di significato. Forse voleva dimostrare alle ragazze di cui amava circondarsi (e ricordo che il suo aspetto non era di quelli che attraesse le donne) di essere il più forte o il più furbo, cosa che da quella umiliazione non era di certo evidente. Per un po’ lo assecondai, sperando che finisse presto, poi la noia prevalse sul disgusto, e allora smisi. La sua reazione, chiaramente, non fu che verbale: che cosa poteva fare con un corpo così difettoso? Quella canottiera che gli copriva le piaghe del corpo esibiva quelle dell’anima. La carne cascante, la faccia scheletrica, la voce aspra e acuta – tutto contribuiva a dare di lui una immagine terribile. Ma il terrore scompariva di fronte a quello che nel frattempo avevo imparato. Perché continuare a farfugliare in quell’assurda postura quando un intero mondo attendeva fuori da quella stanza? Il pensiero della realtà, muso a muso con quell’idiota, si faceva sempre più intollerabile, come una promessa già mantenuta.

mercoledì 8 settembre 2021

La casa

La parte sporgente della casa d’angolo poggia su un palo di sostegno. A quella, corrisponde all’interno un salottino e una scala a chiocciola costruita con il metodo delle stecche retrattili, dispositivo ben conosciuto da tutti gli ombrellai del pianeta. La scala, poggiando su quelle sbarre telescopiche di ferro, è instabile, e la pressione esercitata ogni volta che la scala è discesa, provoca una perdita del rivestimento del palo di sostegno. Essendo di legno, gli occupanti si riferiscono a quella come “la perdita del legname”. -A quanto è oggi la perdita del legname? -, è un’osservazione in forma di domanda molto spesso ripetuta.
È una casa molto raccolta, di tre o quattro stanze senza finestre, molto fresche, snodantesi attorno al centro comune di quella stanza sporgente: se il palo fosse lo stelo, il salottino sarebbe il centro del fiore e le stanze i petali. Un ascensore conduce direttamente dal basso all’appartamento, senza passare per le scale comuni. Anche la scala a chiocciola è separata dal resto. In effetti, pur essendo incastonata nel palazzo, quella casa resta isolata dal tutto, indipendente e autosufficiente.
Il capofamiglia è un uomo pacato, forse un commerciante o un impiegato, che tiene le chiavi di tutte le stanze, anche dell’ascensore. Sua moglie ha l’aria invecchiata e robusta di una contadina sovietica, di quella ha anche il grembiule grigio e il fazzoletto in testa. La donna è dimessa quanto l’uomo è paziente, ma entrambi paiono dotati di una grande forza, che forse gli viene dal vivere così isolati dal resto. Le loro stanze, annodate al perno della scala a chiocciola, sono fresche e accoglienti, quasi senza odori.

mercoledì 1 settembre 2021

Il figlio maggiore

Nostra madre certo si preparò a quel giorno segnandolo in rosso sul calendario.
Suo figlio, il maggiore, era fuggito in città lasciando la tenda del padre e con essa il lavoro di guardiano del gregge. Per lei, fu un duro colpo, ma non si dette per vinta: ella credé che la fuga fosse da imputarsi al desiderio di una vita più piena e diversa da quella dedita alla pastorizia e all’amministrazione delle ricchezze familiari. Pensava che il figlio desiderasse le cose che solo la vita cittadina poteva offrirgli, piena di insidie, di occasioni, di perdizione. La vita sotto le tende si svolgeva nel rispetto della legge di Dio, alquanto monotona, e ogni suo momento, pur essendo rivolto al lavoro, era scandito da riti e osservanze che misuravano il tempo dandogli un senso, una direzione e una profondità, cose che ella là nella città credeva perdute.
Fu durante i lunghi mesi caldi, con il ridursi delle attività, quando noi altri figli dovevamo accudire le mogli e i piccoli nati nel frattempo, lasciando ai servi il lavoro nelle pasture. L’unica nostra preoccupazione era il rimestare nelle acque zuccherate nei recipienti, badando alla soluzione e che nessuno si addormentasse nel far ciò, o si sentisse male. Lunghi mesi di apparente riposo necessario allo sviluppo nel futuro della nostra comunità, lunghi mesi in cui le assenze di nostra madre si facevano frequenti; e a ogni suo ritorno, la accoglievamo con gratitudine, anche se non ci confidava nulla: era come se si stesse preparando a un grande passo doloroso. Noi, per rispetto, non le chiedevamo niente, ma in quel silenzio, che nelle notti estive si faceva dolce e sereno, una pena e una domanda ci crescevano dentro. Dove l’avrebbe portata il dolore dell’assenza del figlio, il prediletto, il più simile al padre e che per questo sarebbe diventato il capo della tribù? La risposta non riuscivamo a immaginarcela.
La vedevamo, prima delle sue assenze, girare d’attorno quasi con noncuranza, e dopo un momento non la vedevamo più, e per giorni. Era una donna saggia, sicuramente sapeva quello che faceva, e sapendolo come era certo che lo sapesse, a noi non restava altro che curarsi si lei quando era presente, e nel frattempo star dietro ai nostri beni, alle nostre donne. Quando era con noi, a parte la pena sorda e tutta interiore che noi immaginavamo provocata da quell’assenza, null’altro sussisteva.
Venne finalmente il capo d’anno, e con quello i dieci giorni di pentimento. Per quella volta, decidemmo di andare in città per festeggiare la ricorrenza e pregare nella sinagoga maggiore, assistiti da quei rabbini che, avendo studiato a fondo la Legge, sanno cos’è meglio per noi. La data che nostra madre aveva segnata in rosso, ad essa preparandosi tutto quel tempo a nostra insaputa, era arrivata. In città, ci mettemmo alla ricerca di nostro fratello. Domandammo in giro, e le voci ci condussero agli appartamenti contigui al Tempio. Fu grande la sorpresa quando scoprimmo che era diventato rabbino: la fuga dalle tende non ebbe come scopo la dissolutezza cittadina immaginata da nostra madre, ma un più approfondito studio di Dio, cosa che nostro padre avrebbe certamente apprezzato se fosse stato ancora con noi.
Egli ci accolse con parole gentili, piene di spirito. Nostra madre, forse commossa ma di certo arrabbiata, lo insultò dicendogli: Ma allora vuoi prendermi in giro?, ripetendo più volte questa frase come se non sapesse o potesse dire altro, come se l’idea di una delusione si fosse ormai radicata in lei da non poter più essere cancellata. Il figlio accolse tutti offrendoci del vino, denso e rosso, in cui disciolse una zolletta di zucchero: quel liquore non dava alla testa, offerto com’era con la speranza di riunirci per un attimo in grande pace e comprensione. Ma la sorpresa di trovarcelo davanti all’improvviso, così simile a quando se n’era andato, senza che sul suo volto apparissero i segni di quella santità a cui doveva certamente appartenere, sciupò ogni gesto di quell’incontro, evento di cui ci rimase (e molto tempo ci volle prima che quella sensazione si cancellasse) un senso postumo di inutilità. Forse, nostra madre non aveva tutti i torti a comportarsi con quell’astio. La sua irragionevolezza era tale solo in apparenza, in realtà andava dritto al nocciolo.
Fu in quel momento del brindisi che lei gli consegnò il documento con cui lo ripudiava: nei periodi in cui era assente dall’accampamento si recava in città a cercare aiuto dai sapienti, maestri della Legge, e da loro si era fatta vergare quel documento di scomunica. Si era appellata a quei rabbini per strappare da sé la parte più preziosa, e aveva avuto cura di rivolgersi ai migliori per avere un documento inoppugnabile, infallibile ed efficace che la riportasse a uno stato originario, in cui quel figlio non era più suo figlio, ma non era neppure mai nato. Con orrore, ci rendemmo conto di questo e anche di altro: arrivando in città ci eravamo diretti subito e senza indugio verso la casa in cui avremmo ritrovato nostro fratello; ma noi, di quella casa, nulla sapevamo.
Anche qui, nostra madre aveva agito per noi: non solo aveva scovato i migliori rabbini, che gli avevano dato quel documento che tanto bramava, ma aveva ricercato per suo conto quel suo figlio maggiore, scoprendo dove era, cosa faceva, con chi stava – e tutto senza mai dirci nulla. A dirla tutta, noi questo fratello quasi non sapevamo chi fosse, non conoscendolo per nulla se non per un nome vago che ogni volta era pronunciato diversamente, riconoscendo in lui soltanto il foro provocato dalla lesina sul lobo dell’orecchio. Di lui ne avevamo sempre sentito parlare come di una cosa vaga o una possibilità, talmente remota da non valere nemmeno come pietra di paragone. Ora, invece, stava di fronte a noi, con nostra madre a far da unico tramite fra noi e lei, quasi sconosciuta adesso anche lei, per i maneggi che aveva condotto in gran segreto tutto quel tempo. Tutto questo viaggio verso la città non era stato per desiderio di meglio festeggiare il capo d’anno, con i riti della Legge, ma per un desiderio di vendetta di cui tutti noi figli eravamo rimasti all’oscuro. Con il suo assentarsi, nostra madre aveva tessuto una tela di cui noi eravamo i fili. Senza riguardo aveva trattato noi tutti come quel figlio maggiore, inconsapevoli mezzi di un suo desiderio privato. Di lei, nulla avevamo davvero mai saputo, e nulla avremmo mai più saputo dopo oggi. Ci rimase solo quella sua frase, detta con astio: Ma allora, vuoi prendermi in giro? 

mercoledì 25 agosto 2021

Amerika

America, terra di conquiste, di fango e di bacilli! Le tue acque infette hanno corroso le gole dei nostri smartphone, tanto che adesso nulla possiamo più inghiottire senza soffocare. Avevi promesso luoghi isolati, come se ne trovano nelle campagne da noi, provvisti di casolari abbandonati in cui rifugiarsi dall’epidemia, e non l’hai mantenuta. Le nostre bocche sono piene del tuo fango, un fango a scaglie, poco liquido, simile a calcare, che non va via con l’acqua ma con lo scalpello delle nostre unghie, dita ficcate in gola per rimuovere le placche.
Ci avevi fatto intendere che una terra governata da un presidente nero avrebbe potuto rappresentare un diversivo, e invece proprio di quel presidente nero siamo divenuti prigionieri, quasi ostaggi, costretti a comportarci come se nulla fosse mentre la morte ci mangia dall’interno.
È andata così: ci rifugiammo in una colonica, una di quelle che appunto ci avevi promesso prima che venissimo a te. Stavamo cercando di determinare la lunghezza d’onda di certi colori del tuo cielo, della tua terra, e ci accorgemmo lì che i nostri strumenti erano tutti andati, e con essi anche i nostri corpi, inservibili entrambi, infettati malamente da quel cancro. Scotendoli, i corpi e gli strumenti, si vedeva come in trasparenza una patina che limitava i movimenti e i pensieri: era la tua musica, insulsa e priva di profondità, che si era posata su tutto, inavvertitamente. Ci vollero giorni, mesi di privazioni e sofferenze per rimuoverla tutta, e quando finalmente, dopo tutto quel tempo passato nascosti al mondo e a te, decidemmo di uscire per tentare di tornare ai nostri lidi, incontrammo il tuo presidente, la sua famiglia felice di neri alti e armoniosi. Ci presero con loro come ragazzi sperduti, rimproverandoci del nostro ardire, come se quella fuga dal nostro paese e il nascondimento in terra straniera fossero una marachella di bambini. Ci costrinsero ad abitare con loro, ma non tutti: solo alcuni di noi, gli altri sarebbero lasciati andare “alle loro case”, come dissero, ma in realtà alla deriva e alla disperazione. Ci trattarono come esseri inferiori, cosa che forse eravamo diventati dopo l’infezione, e non manifestarono alcuna gentilezza, solo una severità immane travestita da compassione; e nemmeno lo fu davvero, compassione, perché separarci (dividendoci ci avrebbero condannato, e sono convinto che dietro le apparenze lo sapevano bene, e che di proposito si comportarono così) tenendo presso di loro una parte di noi e gli altri lasciandoli liberi nel nulla, nella wilderness che l’America in quel tempo era diventata, fu un gesto crudele di condanna a morte e all’oblio. Per i congedati, e fra quelli ero io, anzi ero io soltanto, non ci fu altra scelta che tornare alla macchina, e sperare che si sarebbe messa in moto, consentendomi di lasciare il paese per sempre. Quanto a tornare a casa, non ce l’avrei mai fatta.

mercoledì 18 agosto 2021

La fiala

La giovane donna è contenta: ha trovato casa, direttamente all’interno del carcere. È di certo un appartamento dei custodi. Alla domanda se sia al chiuso o all’aperto, ella con sicurezza risponde all’aperto, segno che quelle stanze danno direttamente nel cortile interno della prigione, se non addirittura negli orti. Vi è un’edicola e un fornaio, spiega diligentemente a chiunque le domandi qualcosa, e l’ingresso non è sorvegliato, nemmeno l’uscita. Certo, si deve sopportare il disagio di attraversare lunghi corridoi bui e senza indicazioni, però la strada è in linea retta e senza curve o angoli, così si va alla mèta come un fuso o un treno, e dopo i primi mesi quasi non ce ne accorgiamo più.
Ha trovato in sé forza grazie alla fiala – o forse dovremmo dire alla fiaba, un racconto sconnesso che lei da sé stessa ha generato, proprio al suo interno, per riempirsi di esso come un animale impagliato. Attinge a quelle gocce come a delle visioni: la mente le desidera così tanto che non pensa al male di quel liquido che scorre nella fiala; anzi, in esso ripone tutta la speranza. -Tra poco, lo vedrò di nuovo! -, mormora tra sé, non chiaro su cosa vedrà e se quello sarà visto di nuovo o per la prima volta. Ciò che intende è il particolare carattere di fondo di quelle visioni: un senso di leggerezza e mobilità che allevia il cuore facendogli credere di poter saltare a grandi distanze. Ma anche se ciò dovesse accadere, e non è detto che accadrà, al ritorno non ci saranno parole disponibili per raccontare il viaggio: se le sarà prese tutte quel fluido che, adesso, appesantisce la schiena e la lingua, rendendole tarde entrambe, inutili e inutilizzabili. Quel buio da attraversare è molto simile al buio che prende la mente quando la donna annuncia la grande notizia: già dai giorni precedenti aveva lasciato intuire alcune cose, nelle sue visite ai conoscenti, ultima fra quelle un giornale a fumetti la cui protagonista appunto cerca casa, trovandola proprio all’ultima vignetta.
Quel buio che arriva al suo arrivo e annebbia la testa è dettato anche dall’invidia: lei, minuta e seminuda com’è suo costume, disinibita e impudente come una bambina, ha già trovato di che vivere. S’aiuta da sé, a differenza di quel buio della testa che simuliamo per farci compatire un po’. Poi, però, le felicitazioni arrivano davvero, e già ce la vediamo mentre agita la manina dietro le sbarre, illuminata da quel sole da cortile, finalmente padrona della propria vita. È una cosa che ricorda molto la metropolitana di Londra sotto i bombardamenti.

mercoledì 11 agosto 2021

Il richiamo

Le anime si radunano sul tetto del palazzo; non sono propriamente anime, sono ancora corpi. Sono attratti dal rumore della festa, ma non è una festa, piuttosto un’insolita vibrazione, la stessa che si ritrova nelle loro anime. Non sono anime, sono perdute, proprio a causa di quella vibrazione; ma non lo sanno ancora, e così salgono tutti i piani del palazzo abbandonato in mezzo ai rovi, dopo aver attraversato il fango, per ritrovarsi sul tetto; non è un tetto spiovente, ma piatto, provvisto di ringhiere ai bordi. Più una terrazza che un tetto; là si ritrovano, e tutti insieme si muovono al ritmo di quella vibrazione che è la stessa per tutti, con minime variazioni dai individuo a individuo. Non la sentono con l’orecchio, ma con l’anima, e questo li danna.
I diavoli li aspettano lassù, nascosti dietro ai comignoli: quando arrivano le anime, gli saltano addosso, strappando i loro corpi e dannando lo spirito, martoriandoli entrambi, e senza anestesia. Non sarà la solita scena di dannazione, sarà molto peggio: i diavoli non si limiteranno a passare attraverso ogni corpo, straziandolo, ma li renderanno inutili a qualsiasi resurrezione finale – ciò è proprio una dannazione, sicuro!
Guardiamo con orrore e fuggiamo, incapaci di voltarsi e insieme di continuare a guardare. Solo dalle finestre di casa guarderemo il paesaggio cercando di riconoscere fra i molti palazzi quel tetto grigio su cui s’è consumato il misfatto: sarà questo o quello? Eccolo, grigio, ferro, nero. Nessun ritorno a casa ci potrà mai aiutare, nemmeno il pulire le scarpe lorde di fango, strappate dai rovi, nemmeno il percorrere strade amiche, nemmeno essere di nuovo amati. Quel ricordo ci toglie il pensiero a ogni istante. Eravamo lassù anche noi, e siamo scampati per una forza di volontà, strappandoci a quel languore senza sapere come – c’è naturalmente qualcosa di sbagliato, in questo, e il non saperlo dire è un affronto che aggiunge sale alla ferita, già così profonda. 

mercoledì 4 agosto 2021

Gusci

Dopo una magia o più propriamente dopo una guerra nucleare che tutto ha bruciato, i corpi si ritroveranno risorti e lucidi, nuovi come se la pelle si fosse smaltata a quel fuoco senza paura di ossidarsi o di invecchiare (e dopo ciò che è avvenuto, mai più decadimento si presenterà), provvisti di gesti e azioni che si adattano più che bene a quella nuova veste: sessualmente attraenti, passeggeranno nudi, sciorinando i nuovi trucchi che nel frattempo hanno imparato senza intelligenza o fatica. E le occasioni d’incontro, una volta frequenti, si addenseranno come un’unica e sola consuetudine: ci si vedrà, a coppie o a terzetti, e nell’incontro si vomiterà ogni volta quella sequenza di gesti e contorsioni che il fuoco ci ha donato come ultima occasione. È un incantesimo, solo eccitazione e soddisfacimento, tensione e rilascio senza alcun pensiero che lo abiti o lo guidi. Ogni volta, ovvero ogni incontro, sarà la stessa, identica alla precedente; ma quella sequenza di gesti ogni volta mostrata come un sacchetto di diamanti gettati su un panno nero con noncuranza (e la luce che risplende su quei corpi nuovissimi la ricorda un po’, quella luminosità delle pietre) non avrà altro significato che sé stessa. Nessun io vi starà dietro o sopra: niente dimostrerà che in quelle nuove capacità risieda una coscienza in grado di unificare le esperienze sotto un concetto comune o una sintesi. Non se ne accorgono, intenti come sono: dietro a quei muscoli lustri, ogni tanto chiama una voce flebile, ma nessuno ci fa attenzione. Tutt’al più, ci sarà un lieve disagio, subito ricoperto dall’eccitazione dell’orgasmo. 

mercoledì 28 luglio 2021

Strindberg on the beach

Le due ragazze cieche e malate sono sedute al banco del bar da un’ora e sono appena arrivate. Si sentono fuori posto ma sono determinate ad andare fino in fondo: vogliamo guarire, siamo qui per questo, dicono. Ci vorrebbe per loro un ausilio, un orizzonte che renda più facile il soggiorno qui in città, un luogo di villeggiatura, quindi un porto che offra molte occasioni a due ragazze, ancorché cieche e malate, e anzi per questo molto più desiderose di vita.
Una parola di, mettiamo, otto lettere, variamente raggruppandole in ordine e numero ogni volta diverso permette di identificare i luoghi e le ore. La prime tre lettere, ad esempio, potrebbero identificare l’albergo; la prima, la terza, la quinta e l’ultima, ma in ordine inverso, potrebbero designare l’ospedale; le ultime tre, poi, in un ordine scambiato, potrebbero significare bar, proprio come questo in cui sono sedute le due. Un’unica parola da tenere a mente, e sopra d’essa un disegno numerico che rappresenti i raggruppamenti possibili con cui formare parole di significato inequivocabile. Ecco il signor Strindberg che arriva a passo rapido attraversando la piazzetta vicino ai campi sportivi. -Ma è proprio lei? -. Allarga le braccia, l’ometto basso, calvo alla sommità del cranio, i capelli lunghi sulle spalle che lo fanno assomigliare a un chierico malaticcio, o a un folle spensierato. Guarda con occhio sorridente attraverso gli occhialini, mentre gli spieghiamo tutta la faccenda. Pare contento, ma più contente saranno le due ragazze: una di loro potrà finalmente vestirsi senza che il corpo nudo si mostri attraverso le pieghe dell’abito. Cosa non conveniente, del resto, ed è pure una contraddizione. 

mercoledì 21 luglio 2021

Ad infinitum

Ludwig Wittgenstein dice, tra sé: Non posso più stare qui e continuare a insegnare come se niente fosse. Qualcosa è senz’altro accaduto. Debbo allontanarmi per porre a verifica quanto io so, e se lo sappia davvero; un metodo efficace per provarlo è andar via, partire per un luogo indeciso. L’importante è pur sempre il camminare lungo una retta via. Ma cosa porterò con me? Libri di certo, ma soltanto quelli che io potrò leggere agevolmente nelle pause del viaggio, per poi mentalmente ripetermeli a me stesso mentre vado. A ben guardare, non c’è nemmeno bisogno che io li porti con me. Molti di questi libri li so già a memoria. Porterò solo quelli che ricordo bene, così potrò lasciarli qui e trasportare soltanto il loro contenuto, mentalmente. E gli oggetti, quali oggetti? Quelli che mi servono davvero, quelli utili a fare il punto ogni volta. E a chi mi chiederà, risponderò soltanto con il sapere che ho imparato ad adoperare, non con teorie astratte.
E la lunghezza, la strada, che sarà? Saranno dei passi, numerabili, sperimentabili. Ogni duemila – no: ogni due milioni di passi mi fermerò obbligandomi a fare il punto. Come farlo, quel punto? Forse, fermandomi in mezzo alla via, di traverso, che sto percorrendo, gli occhi fissi al nastro grigio per poi alzarli, e annotare punto per punto quello che incontro con gli occhi, via via e di punto in punto, senza saltare nulla, costringendomi a identificare quello che si vede, nominandone l’uso. Soprattutto, distratto mai, ma con gli occhi sempre su quelle cose mentali senza deviare nemmeno di un millimetro o di un passo, di qualsiasi lunghezza si voglia. Nel lungo viaggio, saranno gli occhi e non gli oggetti a tenermi saldo in piedi. Questo sarà un modo efficacissimo di fare il punto: e ogni punto, confrontarlo con il sapere, per vedere se regge. Quindi, porterò con me solo quelle cose che mi aiuteranno nell’ignoto a fare il punto.
E cosa insegnerò all’uomo? Solo quello che anch’io so e posso ripetere a me, niente libri né indici a segnare le cose, niente tabelle a cui richiamarsi. Solo quello che mi è rimasto in testa, senza occuparmi dell’orpello o della veste da camera: non ci saranno più camere né fornelli di pipa da accendere o ravvivare, non più poltrone e discorsi davanti al caminetto, non più la finestra a Cambridge, ma solo una via, un nastro grigio che si snoda di due milioni in due milioni di passi – Quanti saranno, mille chilometri, forse? Saranno quel che è, è ora di andare. Non ci sono istruzioni, né campioni, né sagome con cui identificare i fatti, solo questa mente piena come un diamante; e solo con essa io potrò, senza essere distratto dalla catena infinita di ragioni e di passi, passando da luogo a luogo, ad infinitum, arrivare alla fine del viaggio. 

mercoledì 14 luglio 2021

La promessa

La sposa è condotta dal padre su per i campi e i vigneti, a forza di spintoni. Sotto l’abito bianco si indovina che è nuda, ed egli imbraccia un fucile. Da qui siamo lontani, e ancora indugiamo a guardare senza essere visti ciò che accadrà. La conduce alla gogna dei nostri sguardi, è certo, e s’avvicina il più possibile per farcela vedere e vederci egli stesso, così da imbracciare il fucile e punire con un colpo la nostra curiosità. Lo ammettiamo, è morbosa, la curiosità, ma non riusciamo a staccare gli occhi, lo spettacolo di un padre che conduce a botte e spintoni la sua figlia sposa su per i pendii della vigna è uno spettacolo da vedere: a ogni brusco gesto del padre corrisponde una scopritura di quel vestito bianco sulla pelle nuda. La figlia è bella, così almeno s’intuisce alla distanza, troppo bella perché qualcuno se la maritasse e zitto. Con una figlia così non si può tacere. È così perspicua che la parola non deve solo coprirla. Ma chi riuscirà a pronunciarla? Il padre deve aver tanto cercato qualcuno che fosse in grado di parlare così, e la rabbia della delusione adeso si mostra tutta in quei gesti.
Uno di noi due dovrebbe presentarsi a lui come l’uomo ideale per sua figlia; invece, ci accontentiamo entrambi di stare qui a spiare non visti, attendendo che egli avvicinandosi troppo ci scorga e finalmente ci spari – perché non può che finire così. Dilatiamo il tempo rallentandolo negli sguardi, truccandone le variabili per mantenerlo a nostro vantaggio e vedere tutto da vicino, così vicino che solo lo sposo lo vedrebbe, solo a lui sarebbe permesso. S’avvicinano e noi continuiamo a rischiare di essere scoperti, fino al punto in cui, troppo prossimi, il padre imbraccia il fucile, prende la mira là dove adesso ci ha sicuramente visti e fa fuoco, mancandoci, perché un istante prima ci siamo strappati a quel luogo con uno sforzo di volontà fuggendone veloci, lontano.
Che dire di questo agli ospiti? Essi si scusano della troppo improvvisa partenza. Parlano di rivedersi presto ma son chiacchiere, come quelle che debbono aver deluso il padre con la figlia (e che dirgli di questo, a loro che non capirebbero di certo?), parole e smorfie di comodo che si fanno e si dicono quando non si ha più la voglia di dire qualcosa di concreto. Son germanici, della razza dello specchio e della civetta, mentitori e contraffattori: le loro parole sono false come i loro volti, nulla di loro è sincero ma artefatto, truccato al punto di crederlo vero. Dire loro della sposa è fiato sprecato. Nulla di loro vale, neanche una promessa strappata con l’immagine dell’infanzia, la più cara e edibile, gustosa d’un gelato mille gusti, da loro astrattamente mischiato fino a che non rimane nulla di comprensibile. Si finge serietà e compunzione atteggiando la faccia, ma la parola tradisce, la parola è nuda sotto quelle smorfie. Sì, sì, diciamo a calmarli, ma vorremmo che se ne andassero e tacessero, lasciandoci pensare ancora un po’ alla sposa e al modo di raggiungerla, di carpirla al padre con un trucco, una promessa, una parola. 

mercoledì 7 luglio 2021

Il male interno

All’epoca si poteva parlare soltanto attraverso la malattia, più per moda che per altro. Che cosa se ne poteva mai ragionevolmente trarre? Malattia significava piastrelle bianche al muro, letti di ferro e corsie deserte; e più le piastrelle erano ingiallite più duri i letti e più deserte le corsie, più che della malattia si credeva di dire tutto: era una moda, e un modo di dire, ma chi dalla malattia ci era passato davvero si sentiva premiato improvvisamente da quell’insolito destino. In quei momenti, la condanna era quasi un privilegio. Naturalmente, della malattia si faceva un gran dire per abitudine: ne parlavamo come dottori, senza avere le parole che descrivessero i sapori che chiudevano la gola. Ogni racconto di malattia, come bene si sa, si riduce a poca cosa, a pochi elementi variamente ricombinati che formano un discorso monotono e stancante. Come invece ogni racconto, passando per quello della malattia, ne riuscisse vivificato, era un mistero.
Ogni discorso, come ogni sogno che si rispetti, doveva attraversare quel residuo, e i nostri discorsi quotidiani si orientavano a quella corrente dominante. Tutto ci passava attraverso, anche ciò che con quello nulla aveva da spartire. Il lungo e quotidiano dire della malattia, e tutto cominciò quando di quella cominciò a parlare un noto personaggio pubblico, era il passaggio attraverso cui ogni parola del discorso trovava la sua verità e esistenza.
Si parlava di malattia, ma si intendeva la guarigione, o meglio: la cura. Una cura dolorosa e sofferta, fatta di convulsioni e intossicazioni: erano quelli i momenti in cui la gola si serrava, le piastrelle si ingiallivano, i letti diventavano più duri e le corsie deserte. Nel dolore della cura si era tutti impotenti: si aveva il terrore di ricaderci dentro, di tornare indietro al nulla da cui si era partiti. Si aveva speranza si andare avanti, di macinare un altro minuto senza che la malattia crescesse di nuovo dentro di noi (e il dolore era il segno che tutto, forse, andava bene). Si aveva il desiderio inconfessato di fermarci, di arrestare tutto e di godere di quell’attimo solo. In molti lo facevano, questo discorso, lo ripetevano più per sentito dire che per sentirlo davvero, e qualcuno introduceva anche delle varianti a proprio gusto; ma nessuno sapeva realmente, senza esserci passato, cosa ciò significasse, quale grazia leggera avessero quella speranza, quel terrore e quel desiderio – solo chi ci era passato conosceva il senso, portandoselo tatuato sul rovescio della pelle. Era solo una moda, ma serviva a farsi capire.

mercoledì 30 giugno 2021

India

Le linee del ponte aiutano la corsa: dapprima ascendente, quasi ripido ma senza darlo a vedere; la spinta si accresce senza fatica fino al culmine. Le linee sobrie dell’architettura non mostrano nessuno sforzo, così anche la corsa. Dal punto centrale, cruciale per il passaggio inavvertito dall’ascendere al discendere, la via procede con la stessa angolazione rispetto all’immaginario piano verticale che taglia il culmine, ma con segno diverso dalla prima parte. Dapprima si corre in salita senza fatica, dappoi si rallenta in discesa senza frenare: il ponte permette questa mossa, e le architetture seminascoste sostengono questa possibilità.
Il film, che principalmente narra di una processione, inizia con la corsa vertiginosa, tutta velocità, nascondimento e acrobazia, degli uomini, giovani al punto in cui iniziano a salire, invecchiando via via che procedono sul ponte: dapprima maturano, poi diventano anziani, e tutto accade mentre corrono e saltano sul ponte, prima aumentando la velocità e poi diminuendola. Arrivati all’altra sponda, essi sono vecchi, agili ancora ma anziani, pronti (e noi con loro) all’argomento dell’opera.
Il modo in cui corrono, scivolando l’uno accanto all’altro, nascondendosi a vicenda ma senza darlo a vedere, essendo quello un effetto della corsa, aiuta a mascherare il trucco: nella finzione cinematografica, essi non invecchiano davvero nell’attraversamento del ponte, ma sono sostituiti da controfigure, da attori che prendono il posto di altri attori, a tempo, in perfetto sincronismo; ma se si aguzza lo sguardo, gli scambi si notano. Ciò suggerisce l’idea dell’invecchiamento dovuto all’attraversamento. Questo io dico alla mia amica distratta, ma lei non mi crede: è tutt’occhi sulla processione. Diciamo: Bello, ma forse lo crediamo soltanto. Al punto in cui siamo, è difficile cogliere la differenza fra i due modi. La processione la vediamo da lontano: arrivare laggiù è quasi impossibile. Ci sono elefanti, donne con il sari, gente che fa festa, ombrelli colorati. Si snoda per le vie del centro. Si capisce subito che quella parata nuziale è un fatto simbolico, soprattutto quando ci rendiamo conto che anche noi indossiamo, sopra i nostri panni consueti, gli abiti di scena, coloratissimi e intonati all’occasione. Il film ha valicato i contorni labili dell’inquadratura intromettendosi nella realtà, invadendone tutte le pieghe, conformandola alla fantasia.
Al termine del film, quegli uomini invecchiati risalgono il ponte allo stesso modo in cui l’hanno attraversato all’inizio, in senso inverso e con lo stesso dinamismo, acrobazie e corsa mozzafiato, solo che adesso sono nuovamente giovani: invecchieranno nella traversata, arrivando decrepiti sulla sponda di partenza, perdendosi poi nella foresta da cui erano partiti, giovanissimi, all’inizio del film.

mercoledì 23 giugno 2021

La confessione

Krasina disse: Quando sarò davanti a loro, aprirò la mia faccia.
Di Ivan Krasina mai avevamo saputo che cosa pensare; di carattere pesantemente allegro, molestava chiunque con scherzi e battute oscene. I primi tempi era divertente, ma poi si mostrò la gravezza di quel suo comportarsi: era molesto, e inoltre mai riuscivi a indovinare come la pensasse. Si rifugiava dietro preconcetti e opinioni che spacciava come sue, tutte contraddicendosi fra loro a un esame un po’ più approfondito. Sperare di imbrigliare Krasina con la logica era una follia: il suo pensiero non sottostava a nessuna legge, né il suo parlare era da meno – e non provava nessuna fatica a comportarsi così. Era tutto un agitarsi, un molestare. Non lo si poteva nemmeno ignorare, dato che era invadente e manesco al massimo grado: come far finta di niente mentre due mani a palanca ti toccano tutto, infastidendoti? Si girava al largo sperando di non essere notati, e quando si doveva avere un qualche commercio con lui, ad esempio il venerdì notte quando volevamo un po’ di sesso in camerata (gestiva di nascosto un traffico di ragazzine, di certo minorenni) si cercava di far veloce e chiudere al primo prezzo. Lui del resto mai se ne approfittava, e chiedeva sempre cifre per noi abbordabili.
Quando ci disse che aveva inventato la razione ideale di cibo, non volemmo credere se non a un’altra delle sue burle atroci: si sapeva come iniziavano, non si capiva mai come sarebbero finite. Comunque dicemmo: Sì. Lui intuì il nostro non crederci, e ce la mostrò: la razione Krasina, una mattonella di cibo precotto e confezionato, una specie di pasticcio contenente tutto il necessario al sostentamento, alla vita, e non solo quella del collegio dove eravamo, ma di chiunque e ovunque: la razione di cibo per l’uomo moderno. Ce la fece assaggiare: al di là dell’aspetto e del cattivo sapore, quella cosa nutriva davvero, dava forza e intelligenza.
Decise dunque di portarla in commissione brevetti. È chiaro che un’operazione del genere abbisogna di un resoconto sincero, di una relazione spassionata di sé, delle motivazioni e degli scopi che ci muovono a far ciò; e questo, conoscendo noi Ivan Krasina, ci pareva impossibile a farsi e a dirsi: Egli non era mai stato, non solo con noi ma con tutti, sincero, aperto, spassionato – in una parola: vero. Ma gli insegnanti, al primo sguardo, gli avevano già dato il via libera; e noi nulla sapevamo, nulla immaginavamo di Krasina, Ivan Krasina il confusionario, il burlone.
Infine, arrivò il giorno della partenza. Krasina davanti alla commissione presentò il suo modello: adesso, come da promessa, avrebbe dovuto mostrare il suo vero io, spalancando la faccia come ci aveva detto tempo addietro. Non una confessione che sarebbe stata non vera per le miriadi di cose giocoforza taciute: quando ci si confessa, si deve dire tutto, ed è impossibile dirlo a meno di non perdersi in dettagli la cui irrilevanza non è possibile giudicare a priori. Avrebbe dovuto, nell’illustrare le virtù della razione prodigiosa, dire i pensieri e i moventi che l’avevano guidato nell’opera. Avrebbe dovuto, per dirla franca, mostrarsi proprio com’era dentro.
Fu lì che Krasina davvero aprì la faccia spalancando la bocca e gli occhi – e tutti, all’istante, capirono.

mercoledì 16 giugno 2021

A, Uno e Primo

A condurre sono in tre: uno guida, uno governa e uno siede. Li chiameremo nell’ordine A, Uno e Primo. A effettivamente dirige, ma è Uno a controllare che tutto sia, come si dice, in asse, perfettamente allineato. Primo siede e guarda dritto avanti: dovrebbe talvolta guardare anche altrove e dare a Uno sostegno e comprensione. Invece sta lì con lo sguardo fisso e gli occhi a palla. Uno controlla, come si è detto, e quando qualcosa non va o esce dal corso naturale degli eventi dà una voce ad A, che dalla sua posizione cerca di porre rimedio alla devianza.
Ogni volta che Uno avverte, Primo si volta indispettito dicendo che lo sa, ma che dal suo posto non può far nulla. Uno, allora, ogni volta si risente, spiegandogli piuttosto adirato (ogni volta è così) il fatto, come davvero stanno le cose, e a chi si deve rivolgere (non a Primo cioè, ma ad A). Il disegno e lo scopo del viaggio è di far coincidere A, Uno e Primo in un solo nome che li esprima tutti e tre. Perché ciò accada è necessaria la presenza di un catalizzatore, una Testa di Turco in grado di reggere il ruolo senza scomporsi, rivestendosi di un nome che non si è da sé conquistato, ma che qualcuno gli ha dato, un esterno che nulla ha a che fare con gli uni qui presenti e con lo stesso secondo, estraneo a chiunque. Chi avrà tanta abnegazione da coprirsi di un tale peso? Che accada presto è fuori discussione, pena il perdersi o l’uscire di strada.

mercoledì 9 giugno 2021

Il censimento

Dopo averla compilata in ogni sua parte, la scheda del censimento va consegnata in cancelleria. O meglio, in cancelleria ci si deve rivolgere al banco centrale per sapere in quale sala recarsi per la consegna. Il palazzo della cancelleria, costruzione composita, ricorda all’interno il cortile di una scuola o di una caserma, o anche un tribunale o un carcere, con i vari padiglioni e scale che si irraggiano dal cortile stesso. Vi si arriva quasi senza accorgersi di aver varcato una soglia: una volta dentro, le direzioni si equivalgono. Per questo è stato istituito il banco centrale delle informazioni: vero banco di legno massiccio come quelli usati nelle segreterie del secolo scorso. Lì, zelanti funzionari danno indicazioni e direzioni a chi vi si reca, chiarimenti preziosi sui moduli e su come si compilano, trucchi astuti su dove consegnarli per risparmiare tempo. I corridoi del palazzo sono così complessi e labirintici che le loro indicazioni sono più che necessarie. Li si avvicina timidamente porgendo loro i documenti da presentare; e loro, senza quasi nemmeno degnarli di uno sguardo (sanno tutto così perfettamente che un’occhiata gli basta per capire) pronunziano una parola che è il numero della stanza, il corridoio, l’ala, il padiglione: ogni stanza ha un nome preciso, ma come arrivarci da quel banco, visto che ogni stanza, corridoio, ala e padiglione è uguale all’altro? Non è affar loro: già eseguito il compito con la pronuncia di quel nome, cercano con lo sguardo il prossimo nella fila, anch’egli in cerca del suo luogo, dove consegnerà le sue carte, i documenti.
Le schede del censimento hanno da essere compilate in ogni parte, come si è detto, non per un senso di completezza richiesto dall’operazione stessa di conteggio, ma perché ogni scheda individuale deve coincidere con le schede individuali ad esso contigue: la scheda del figlio deve corrispondere a quella dei genitori, quella del marito alla moglie, quella del fratello alla sorella, del dipendente al padrone, del cliente al venditore; e sapendo che ognuno di noi è di volta in volta (ad esempio) figlio, marito, fratello, dipendente e cliente, si capisce quanto precisa debba essere quella compilazione. Il risultato che l’unione di quelle schede darà sarà la fotografia perfetta ed esatta della popolazione in un preciso attimo della sua storia. Si comprende perché la consegna delle schede sia preceduta dal febbrile ricontrollo di quello che si è scritto. Con vero timore l’uomo si avvicina al banco, dopo aver tentato per conto proprio di capire, dalle scarse indicazioni presenti nel cortile (un cortile labirintico, pieno di anfratti e trappole, così pieno di cose da non parere più nemmeno un cortile, un luogo dove orizzontarsi è difficile, visto che a ogni passo l’orizzonte muta, un posto dove se si entra in coppia uno dei due si perderà) quale sia la stanza dove consegnare quei fogli preziosi; li porge all’addetto chinando il capo, supplicando con la mano tesa che gli dica dove finalmente andare. Costui guarda svogliatamente il foglio e poi dice:
-Dépendance!
Neanche nel palazzo, dunque, è ammesso, ma fuori, lontano dal corpo centrale delle istituzioni. Vale così poco che è espulso come un corpo estraneo. Avrebbe fatto prima a perdersi, in quel cortile, e non trovarsi mai più. 

mercoledì 2 giugno 2021

Le nonnine incipienti

Nonna Coppelia siede al banco. Con lei, nonna Eunice, ma costei si limita a starle dietro, anche fisicamente. È Coppelia, infatti, a tirare i cavi della cassa, cavi a cui sono attaccati i bottoni con le cifre, e a maneggiare i prodotti dandogli un prezzo. Eunice si limita a stare lì, occhiute entrambi con pupille chiarissime che tutto vedono. Occhi buoni e terribili.
Entrando in negozio, subito ci avviciniamo brandendo una banconota come una bandiera bianca: Mia buona nonna, puoi cambiarmela in moneta? Così diciamo, per ingraziarcela, e lei tutta soddisfatta esegue, non senza scherzare con l’altra vecchia sull’inadeguatezza del gesto. Non devi presentare, dice, il tuo corredo di buste vuote; piene, debbono essere. Bene, diciamo, ma che dirà alla prossima cliente, che proprio mentre ciò è detto sta mettendo sul banco quelle buste vuote che non si debbono presentare se non piene? Le ha tutte ripiegate in bella forma, spera forse di poterle comprare per quello che sono – oggetti.
Nonna Coppelia deve il proprio nome al fatto d’essere un crogiolo che saggia le anime di chi le passa davanti: gli occhi chiarissimi scrutano la superficie in cerca del nascosto. Non hanno bisogno di spingersi nell’interno a frugare l’anima, si accontentano di scorrere tutto il piano alla ricerca del neo. E lo trovano sempre, non c’è da cercare molto: è così evidente che per lei non c’è nemmeno gusto. Se non fosse per la parte buona di nonna Eunice (nome greco-inglese) avrebbe già scaraventato tutti nel più dubbio inferno, fra gli scaffali a far compere inutili, Invece, così, la si può avvicinare per futili motivi, come ad esempio spicciolare una banconota, anche solo per vedere ancora una volta da vicino quegli occhi e sentire negli orecchi il dolce sarcasmo della sua voce. 

mercoledì 26 maggio 2021

La grazia

Quello che dico lo dico per farmi capire in un certo modo, e questa storia non è diversa da quel modo, in cui le cose non possono esser dette per come appaiono: non esistono parole adatte per questo. Le si dovrebbero inventare, ma poi non si sarebbe sicuri di essere capiti.C’è dunque un uomo volante: è pittato da cima a piedi, e parla una lingua affabile, gentile. Parla di ciò che senza impegno si vuol sentire, travestendo il suo dire cortesemente, in modo che la sua presenza non urti né abbagli. Dice cose che potrebbero dire tutti, ma costui le porge con garbo, e così molti l’ascoltano. Con lui non c’è difetto di lingua: la tua anche lui la capisce.Se c’è un uomo volante, ci dovrà essere ugualmente una donna, volante anch’ella, però dipinta internamente. Ma lei non parla gentilmente, e nemmeno in una lingua comprensibile: il dialetto che usa è sempre altro da ciò che ci si aspetta. Dice cose che sulla poltrona scomodano, e fanno venire i nervi alle gambe. Lei dà la chiave per accedere alla grazia.Le immagini di cui egli è tatuato non sono comprensibili: il significato di quei simboli lo ha dimenticato da tempo. Però, il suo parlare ne vivifica il senso e lo rende comprensibile, o meglio: così pare a noi seguendo le parole. Con la donna, è tutt’altra cosa: quello che ci dice è incomprensibile e ostico, duro da digerire come la pietra. Però, mentre con lui ci divertiamo senza pensare, con lei copriamo distanze incommensurabili.

mercoledì 19 maggio 2021

L'isola

Queste sono le parole che la prima volta che si leggono paiono non significare nulla, e nulla continuano a voler dire se le si dimenticano una volta lette, dimenticandosi di averle addirittura vedute. Ma se, per caso o intenzione, ci si ritorna sopra, quelle parole si imprimono a fuoco nel cuoio del cuore come un destino da cui non si può sfuggire, nemmeno per ignoranza, perché la dimenticanza non basta ad annullare quelle parole, non basta nemmeno il non leggerle mai, perché l’averle scritte, l’averle pensate è sufficiente a dar loro un potere.
Camminando per le vie dell’Isola, si pensa che non si potrebbe mai abitare qui: palazzi nuovi sorgono come denti sostituiti, in colori pastello e cera, mai usati. Ci si potrebbe vivere solo essendoci nati, avendo stemperato quell’aspetto finto e pulito con l’abitudine, se quel paesaggio lindo e uniforme che assomiglia a un set cinematografico partecipasse alle azioni e ai detti che noi avremmo potuto dire un tempo, non importa quanto lontano – è sufficiente averne il ricordo, o almeno del ricordo la suggestione. Si cammina pensando a come camminavamo un tempo, a piedi nudi sull’asfalto bagnato della città, senza il timore continuo di sporcarsi i piedi, che nulla è al confronto del terrore di avere le scarpe bucate – altrimenti, non ci saremmo mai mossi. A quei tempi, si abitava in macchina, senza acqua luce o gas che non fosse la luce del cielo o del sole, e quando si aveva voglia di un po’ di pulizia o fame, semplicemente non ci si prestava attenzione. Bastava sapere che un appartamento vicino ci potrebbe ospitare per far passare subito ogni uggia. Vivevamo all’aperto, parcheggiati in strada, in una via con molti negozi: ad avere i soldi, tutto era possibile. Chissà se li avevamo! Non è importante. L’importante era che l’occhio si riposasse sulle linee continue della prospettiva piana, quegli angoli dolci, quelle visioni consuete. Quelle erano il nostro cibo. Poco importa se per girare attorno si dovessero guadare pozze d’acqua sporca: quello sporco non ci insozzava, non ci si faceva caso.
Queste vie in salita, sull’isola, invece ci sfiancano: dov’è la pensione che ci dovrebbe ospitare? I colori tenui delle facciate somigliano a confetti in una bomboniera, a certe delicate carte da imballaggio, a regali intoccabili. Un lusso per la mente. Sì, ma viverci? Alla fine, qualcuno ci accoglie. La lunga marcia ci ha trasformati in creature sensuali e legnose, cadaveri dalle gambe lunghissime e ben tornite, e siamo inquieti: vorremmo tornare indietro. Ma siamo appena arrivati! Appena? Vorremmo dire non ancora, e lo diremmo se non fosse tardi e il sonno non ci piegasse le gambe. Chi vorrebbe dormirci, in un letto che ha esaurito i suoi sogni? Sarebbe come non poter allungare le mani sui propri desideri. L’esaudimento continuo equivale a nessun esaudimento, e quando la voglia è sempre davanti agli occhi è come se fosse scomparsa. Nondimeno, è qui che ambivamo arrivare; se almeno si potesse dire, in questa esposizione continua, che esiste ancora il desiderio, allora sarebbe fatta. Così, è meglio abbandonare al domani ogni discorso. Tutto è un segreto che, se menzionato, svanisce per sempre.

mercoledì 12 maggio 2021

P...

Chi è costui, che non lo riconosciamo?
Si traveste da guastafeste, da parente importuno, da immigrato, da postulante. Delle tre stanze, si installa nell’ultima, e da lì ordina e dirige. Dà indicazioni, consigli; suggerisce come fare e come non fare, a volte in maniera anche abbastanza insolente, spesso alzando la voce, sempre usando una parlata blesa, priva di alcune, se non tutte, consonanti.
Il suo dire si riduce quindi a un’apertura e chiusura di vocali, i cui toni sono modulati con il senso del discorso, senso ch’è generale e vago ma perfettamente capito dagli astanti, discorso che verte sempre sull’ordine e l’imposizione. Quando s’inalbera, perché qualcuno decide di non seguirlo nelle sue imprese (e per far ciò ci si isola nella prima stanza, distanti da lui per non vederlo ma non abbastanza per non sentirlo) il tono di quelle vocalità aumenta di volume e tono, modulando su frequenze più acute. Quando si accorge che qualcuno ha lasciato il seminato, percorre a grandi passi la distanza fra le stanze (la prima quella del transfuga, l’ultima la sua) e cerca di convincere il fuggiasco a ritornare, proponendo emendamenti a quel suo dire d’ordini. Ma chi si distacca vede ormai che al di là di quell’ultima stanza c’è dell’altro, e anche se non è in quantità apprezzabili è pur sempre diverso, migliore non si sa ma di certo non importa.
Ma perché costui è arrivato fino a noi? Le regole d’ingaggio parlavano chiaro, fino a ieri: al punto sette era ben specificato, e in lettere chiare. Non li vogliamo, i P… 

mercoledì 5 maggio 2021

La scommessa

È risaputo che, dei due occhi, uno vede colori che l’altro non distingue. Il destro, per esempio, vede la realtà in una dominante rossa che nell’altro è, sempre per esempio, verde: chiudendo alternativamente gli occhi cambiano i colori delle cose. Questo effetto si annulla quando entrambi sono aperti: le dominanti si annullano a vicenda, essendo cromaticamente complementari. Ma la differenza di visione permane anche se inavvertita, ed è un sintomo della radicale disparità fra i due lati del corpo. Quale sia la dominante è di volta in volta da decidere. Di fatto è così, anche all’arrivo.
La città al crepuscolo diventa d’ottone e vetro, e odora di metallo. Dalla stazione, le direzioni per chi arriva si confondono: dov’è l’ippodromo per le puntate? dove l’ospedale dove l’amico ci attende? Dall’alto della scalinata d’uscita il Dottore osserva le vie che si confondono tra i palazzi, formando false quinte di teatro che ricevono altre case, altri angoli: e le vie, che paiono attraversarla così chiaramente, in verità sono tortuose e infide, tanto che portano in direzioni altre e nascoste. Chi arriva giustamente, si sente spaesato; si domanda dove mangiare, come guadagnare qualche soldo, e non sa rispondersi se non trova qualcuno che gli faccia da guida.
Una guida, ben detto: ma saprà ella raccapezzarsi fra tutte quelle false direzioni e riflessi ingannevoli? Il sole, ormai sotto l’orizzonte, non proietta più le ombre necessarie, sistema così utile per determinare distanze e profondità. Una città senz’ombra, di metallo e vetro per giunta, è un luogo invivibile. Una guida, è facile dirlo: ma dove trovarla? Forse, nell’atrio della stazione, presso il casellario e il deposito bagagli. È là che di solito stazionano i perdigiorno in attesa di polli da spennare. Si spera che questa volta non sarà così, che la guida riesca a portare a destinazione l’uomo che le si è affidato. Ma se le ombre hanno cancellato le distanze, come si arriverà? Seguendo la via, è chiaro: una guida non deve far da meno di questo.
Le differenze fra i due occhi, è vero: che cosa implica tutto ciò? Prima di tutto, l’ignoranza del Dottore, che mai ha saputo di questo pur avendola avuta, per così dire, sotto gli occhi. Si meraviglia nel sentire i pazienti che gliene parlano, che dicono di disparità di visione e di colori delle cose, e vuole saperne di più. Ma il paziente nulla di più dice se non l’ovvio: è sempre stato così, discuterne è inutile e dannoso. Dannoso perché nascono incomprensioni, inutile perché è evidente. Ed è anche tardivo – questo lo si capisce bene.
Ecco che fiduciosamente i due, guida e guidato, s’incamminano verso un chiaro oriente. La guida pensa: lo porrò sulla direttrice, seguendo la quale potrà arrivare dove vuole. All’ospedale, ha detto? o forse all’ippodromo? Non importa: là dove lo spedirò ci saranno indicazioni sufficienti per entrambe le vie; adesso, l’unica cosa da fare è uscire dal dedalo di viuzze e portarlo in linea – questo dice la guida. Par che sappia il fatto suo.
Ma poi, girati due o tre angoli, la guida arranca: fra loro e la destinazione si aprono salite ghiaiose di montagne, letti di torrenti in secca, casipole abbandonate in aperta campagna, pure ciminiere diroccate e ciuffi d’erba fra le pietre bianche. La direzione non era poi così tanto chiara se già si sono arenati. Ancora uno sforzo, si dice, e riuscirò a metterlo in riga, nella giusta strada dritta che, una volta presa, lo porterà alla meta, ospedale o ippodromo o albergo che sia. Ma quella linea retta tarda a mostrarsi, e tutto si confonde in aperta campagna sotto un sole aspro e cocente che secca la gola, dove di città o ottone o vetro non c’è davvero più traccia.
-Ma io voglio saperne di più! -, dice il dottore. Al che, che cosa gli si può rispondere? Dottore, lasci stare queste ovvietà e curi piuttosto la malattia. 

mercoledì 28 aprile 2021

Nero

Io commisero, tu commiseri, egli commisera, noi commetteremo, voi commetterete, essi commisero – con questo gioco di parole termina la storia. Ma come inizia? Con un giovane, la cui pelle negra resiste alle intemperie, tanto che può camminare scalzo anche nella città piovosa e notturna. Si veste, nudo fin nell’intimo, d’un impermeabile grigio da agente segreto, e prende l’ultimo tram della notte che lo porti in città: le vie bagnate e nessuna protezione contro il buio, nelle cui ombre si nascondono alberelli e rotaie. Alla fermata, alle prime avvisaglie di civiltà, scende e s’incammina di nuovo verso casa. Il suo nume tutelare è Harry Belafonte, le cui musiche si canticchia internamente mentre scalzo passeggia. Va nudo nell’oscurità, corpo frutto dell’invidia e del desiderio, invisibile ma non a se stesso, scoperto a ogni occhio e attacco, imperturbabile, la mente rivolta ad antichi sentieri. Poi, pensa, le piante dei piedi mi dorranno per giorni. Però si riscuote, ripensa alla savana, alle sabbie brucianti che gli hanno temprato l’epidermide, rendendola come cuoio, a gomma vulcanizzata e ultraresistente: che cosa vuoi che sia un po’ d’umido, il pavé e le rotaie? e la massicciata? Roba da nulla, da bersi com’un bicchier d’acqua. Al diavolo il dolore futuro, mi angustia quello presente. E allora, cammina.

mercoledì 21 aprile 2021

Evento

L’uomo ha la netta sensazione di non essere compreso quando parla. Non che esprima nei discorsi concetti difficili o formuli frasi complicate descriventi ipotesi sconnesse. È proprio per una certa grana o qualità della voce che da qualche tempo la rende incomprensibile, fatto questo non oggettivo in quanto ricavato da un’esperienza raccontata dall’Altro, nel senso soggettivo del termine: quest’Uomo, che pronuncia frasi e parole semplici e quotidiane, ha l’impressione di non essere capito. Il segno che ha di questo è che ogni volta l’interlocutore gli chiede di ripetere ciò che ha appena detto, e questo non una ma molte volte. Talvolta, al telefono, il cui microfono sensibile dovrebbe raccogliere perfettamente le vibrazioni della sua voce, dall’altro capo dicono di disturbi sulla linea quali: fruscii, vuoti, mancanze. L’Uomo è sinceramente colpito da questo fatto, tanto che col passare del tempo gli pare di perdere consistenza, soprattutto per il continuo ripetere quelle frasi che da semplici che erano sono diventate con il ridirle sciocche e insulse, se non inutili. Talvolta, per non ripetere pedissequamente tutto, si costringe a laboriose perifrasi: ciò, lungi dal favorire la comprensione, peggiora le cose. Medita il suicidio, teme di perdere oltre alla solidità anche la ragione. Egli crede che in fondo la colpa di questo sia sua, imputabile a una perdita di consistenza del suo vero essere.

mercoledì 14 aprile 2021

L'impossibilità

Le circostanze mutano così aspramente, e all’improvviso, senza nessun avvertimento anche mal interpretato, senza un prodromo o un’incipienza ma d’un tratto senza avvisaglie, che ci si può ritrovare in pellegrinaggio come dei dispersi che marciano chilometri nel deserto in vista di qualcosa che ancora non si vede né si sente ma si sa, camminando instancabilmente frammischiati a povere genti, ridotti a povera gente anche noi anche questo per non chiariti accadimenti, domandandoci che cosa di quel che eravamo ci è rimasto attaccato addosso e che cosa se ne è invece irrimediabilmente andato tanto che non saremo più noi in futuro – discorsi monotoni che ben si adattano alla monotonia del deserto, luogo privo di piedistallo.
Un avvocato, qualcuno che patrocini la nostra causa – questa è la meta: siamo poveri, sporchi, ma ognuno di noi crede di essere differente dal resto, ed è questo ciò che ci mantiene in vita. Per il fatto di trovarmi qui, dovevo necessariamente aver sofferto in un gran numero di modi, tutti stati degradanti; eppure nulla, in queste sofferenze, indicava che io davvero avessi imparato qualcosa. Per me, non era che un’ennesima distrazione, una cosa che non tocca ossa e nervi, corrodendoli.
Fra questi compagni di sventura, tutti estranei, può capitare anzi di trovare vecchie conoscenze, come è accaduto a me: in quella massa di pellegrini ritrovai qualcuno di a me molto caro. Era stata una maestra, un tempo era ricca e viveva negli agi e nella bellezza. Non seppi che dirle, così mi affidai all’istinto, cosa davvero poco saggia perché ci si trova a permanere in strati piuttosto infimi. Là in basso, ci si arrangia in modo non proprio piacevole, facendo tesoro di ogni scarto e di ogni necessità, cercando di ingannare la realtà con succedanei, tirando avanti per qualche attimo di sollievo, sempre relativo. L’igiene personale, ad esempio, e il cibo anche, lasciano molto a desiderare, e per chi era una bellezza raffinata come la mia conoscente era davvero un disagio dover sottostare a quella sporcizia. Ma lei, nonostante il decadimento, era sempre bella. Si lamentava raramente, ma una volta che le sfuggì un lamento, glielo dissi: tu sei ancora bella.
Non era una cosa da dire: eravamo alla ricerca di qualcosa di superiore, che non sapevamo intelligere ma che di certo ci avrebbe tratto da quella sgradevole situazione, piena di difetti. I discorsi che le facevo per intrattenerla somigliavano molto a quelli di un tempo, quando la corteggiavo senza riuscire a fare breccia in lei. Corteggiare è una parola impegnativa, che non corrisponde del tutto a quello che io facevo: cercavo di divertirla, ingenuamente perché ero ingenuo e speravo che avrebbe ceduto per simpatia al mio desiderio. Non sapevo ancora che il desiderio altrui va stanato con una lotta all’ultimo sangue: per me, era tutto lì nell’attimo, non pensavo certo al dopo. Andare a letto per me aveva un altro significato, e non sapevo che quel letto era la meta da conquistare con una strenua lotta fatta di sottili astuzie, trabocchetti e forza bruta. Dicevo cose sciocche per farla ridere e ridere anch’io con lei.
Rincontrandola dopo anni, capii quanto inadeguato fosse stato il mio dire, e quanto sciocche dovevano suonare le mie parole in quel disagio; non sapevo dirle nulla che la strappasse via da lì.
A un momento squillò il telefono, lei andò nell’altra stanza a rispondere. Io mi volsi alle stelle che stavano spuntando in cielo, e dissi: Eppure, è ancora come una volta, ed ero contento che mi venisse data una seconda opportunità. Lei al telefono sussurrava: Amore… amore, vienimi a salvare. Allora, ancora esisteva l’amore e chi era in grado di provarlo profondamente. Io pensavo che le circostanze avessero livellato ogni differenza così da limitare qualsiasi iniziativa personale; io credevo che le cose fossero arrivate a tal punto che un tale slancio non dovesse più esistere. Nemmeno in quella distretta sarei riuscito ad affrontare la profondità della cosa, l’intensità del sentimento. Il mio comportamento implicitamente chiedeva una cosa pur sapendo che le condizioni iniziali erano mutate a tal punto che quella cosa non era più possibile ottenere, eppure la chiedevo lo stesso credendo che la si potesse avere. Non avevo capito che non si poteva più, non l’avrei mai capito.