Questo tipo di plastico, in greco diorama, che riproduce in scala una strada cittadina completa di palazzi, vie, segnaletica, e tutti i dettagli come autovetture, vari altri veicoli, alberi, aiole, giardini pubblici, pali della luce, finestre in vetro, mattoni e ghiaia, tutto ciò che si ritrova in una strada cittadina con l’eccezione dei passanti, è esposto solitamente nelle grandi sale d’aspetto delle stazioni, o nelle halls degli alberghi di lusso o di palazzi dei congressi, luoghi insomma dove vi è un gran transitare di gente, gente che non si ferma né ha da fermarsi se non per lo stretto necessario a un saluto; e visto che il luogo stesso (hall o sala) è un luogo di passaggio che conduce dalla biglietteria al treno o alla nave, o da una sala convegni a un’altra, le persone non vi si soffermano che di quel tempo che gli dia agio di vedere quanti dettagli quel plastico dimostra, dettagli realistici e verosimili, sebbene in scala, estremamente godibili anche solo per quel tempo necessario al transito, tempo che viene abilmente rallentato dal desiderio dell’osservatore di soffermarsi su quei dettagli che forse gli ricordano di esperienze o frammenti di vite passate.
Anche le scuole guide, le più costose e raffinate, utilizzano questi plastici per illustrare le norme del codice della strada: lo espongono nel mezzo dell’aula e su quello fanno lezione. Quando ci arrivano gli ordini da queste scuole, raddoppiamo la cura e i dettagli perché tutto dev’essere come nella vita reale, e adesso a maggior ragione, ogni cosa al posto che è il suo nel modo che le è più consono; e nel plastico, il cosiddetto diorama, tutto è così ben fatto che quasi non c’è più bisogno della parola per illustrare la lezione odierna, e l’istruttore in questi casi si limita ad indicare tutto con un unico gesto, che comprende ogni cosa in ordine e armonia.
Costruire i plastici (la parola greca significa vedere attraverso) è un’arte difficile, la cui pratica abbisogna di anni per essere assimilata. La materia prima è la calce di vinile, una polvere (ce ne sono di grane e colori diversi) che mischiata ad acqua si fa duttile come vernice o creta, e viene stesa in questa forma sul piano a formare l’oggetto desiderato. La diluizione di quella polvere è un’arte in se stessa: l’acqua non dev’essere né tanta, altrimenti non ha presa e forma, né poca, o non si riuscirà a modellare niente; durante la lavorazione va aggiunta via via acqua, a occhio e mano che debbono essere allenati, perché la polvere con il passar del tempo tende a solidificarsi, ad asciugarsi assorbendo l’umidità in eccesso. Questo fenomeno è ben noto ai modellatori, e si chiama idrofagia (o igrofagia). Mantenendo l’impasto sempre duttile mediante l’aggiunta d’acqua, goccia dopo goccia, la pasta si modella facilmente in qualsivoglia oggetto o superficie. Stesa con una spatola diviene piana, e lavorata con i vari bulini assume vari aspetti: scabro, con disegni geometrici o fantasia, a ciuffi, a nuvole, a cespuglio, ecc… Come si può facilmente intendere dalle mie parole, nel plastico tutto è liscio anche là dove è ruvido: la ruvidità è così fatta ad arte che la scabrosità è mascherata da una patina di perfezione tale che l’occhio ne è subito soddisfatto, e viene anche nella realtà a vedere liscio quello che all’atto pratico non lo è.
La pratica dà la scienza necessaria a produrre questi effetti e a manovrare gli attrezzi. Con un pennello si può ricoprire la superficie precedentemente stesa per disegnarci su qualsiasi cosa si desideri o sia necessario dipingere: linee, o altro. Diluire quella polvere e stenderla efficacemente. Due cose apparentemente facili ma che richiedono anni per dominarle. Chi sa lo sa a menadito, tanto che non sa spiegarsele né dirsele: le si apprende sul campo. Chi arriva a costruire i diorami ha trascorso anni in oscuro apprendistato, a fare e disfare plastici che mai hanno visto la luce perché imperfetti. Sono prove necessarie all’apprendimento, e nessuno che le affronti ha la pretesa di far vedere al mondo quelle malfatte creazioni. L’apprendista deve stazionare per anni nell’angolo più buio del laboratorio, intento ad imparare silenziosamente. Alla fine, forse sarà ammesso alla creazione (collettiva, s’intende) di un plastico che verrà esposto, ma di questo non dovrà esser grato né compiaciuto, restando umile e tacito fino alla fine.
Si segue un’idea che pensata dia un senso di soddisfazione e pienezza anche se non esistono fatti a sostegno di quella, né oggetti che ad essa si riferiscono. La si segue perché il pensarla fa stare bene, e il girarsela in mente guida efficacemente le mani, che si muovono come per assecondarla: un senso interiore forgia il lavoro che forgia a sua volta la materia. Guai a soffermarsi sull’astrattezza di quell’idea, il lavoro ne risente subito, cedendo alla mancanza di terreno solido. È l’astratto che rende il concreto, e deviare da quello è sempre un disastro.
Basta assentarsi un attimo, dire per gioco che non sono più il direttore dei lavori, che subito i procedimenti sono sovvertiti, lasciati a loro stessi. Il lavoro ne risente, diventa imperfetto, non a piombo, con pennellate date a caso a destra e sinistra, senza misura né colore, non rispettando nemmeno la misura non scritta: chi vorrà mai dare uno sguardo a un tale panorama? È una creazione di demiurgo, questa. Infatti, è proprio così che in gergo la chiamiamo. Roba di scarto, se non fosse che l’artefice la decanti come una creazione superba e inimitabile. -Macché, ora si fa così!-, dice, tutto convinto. Dimostrargli il contrario è lungo e doloroso, e non è sicuro che alla fine capirà. Queste maestranze, quanti pensieri, quanti grattacapi danno, e che orrori squaderna, pare non ci sia mai un limite. No, tutto deve uscir fuori, mai un pudore che blocchi la valvola, e tutto in una forma senza criterio.