mercoledì 26 agosto 2020

Due tornasoli

*Wagner
Se si è seduti alla scrivania su una sedia scricchiolante, e alzandosi il rumore produce due note in successione con un intervallo di terza maggiore quasi consonante, troppo per essere solo un cigolio, allora cogliendo le due note al balzo, quasi senza pensarci, memori inconsci delle proprie frequentazioni musicali, continuerete a spingere la sedia con i popliti, leggermente all’indietro, ritmicamente e modulando come per proseguire quel movimento inavvertito che ha prodotto le due note dell’attacco; e in tal modo, a forza di colpetti, si riuscirà a suonare come su un violino scordato, a forza di cigolii, il motivo wagneriano della Cavalcata, giusto le prime note, le più famose. Nella stanza, una voce, non la vostra, risuona d’un’esclamazione secca, un abbaiare quasi zingaresco. Allora, facendo scattare l’interruttore per illuminare nella stanza semibuia questa e l’intruso, la luce non s’accenderà. In corridoio, dove vi sarete spostati nel frattempo, mezzi morti di paura, la luce è debole e non arriverà fin dentro alla stanza. È chiaro, ormai, che questo è un sogno. Nella realtà, forse avreste saputo eseguire la Valchiria con i cigolii della sedia, ma la luce si sarebbe accesa normalmente, rivelando l’intruso che vi ha dato la voce, o forse quel nessuno che avete soltanto immaginato quando capiste che era davvero troppo.
**Faust
La bambina è docile alla carezza: la accompagna con un leggero ritrarsi del corpo, come per meglio accoglierla, e non si accorge che facendo così esercita un influsso, una malia. Sarà forse per i suoi occhi o capelli, o per lo stare distesa su un fianco la testa abbandonata sul braccio, o per il rotolare a destra e sinistra per nascondersi e riapparire, ma Faust si sente attratto da lei fino a colmarla di attenzioni, ed è solo una bambina. È un tesoro da tenere caro, acquisterà valore con gli anni, quelli che le serviranno a capire i gesti che fa, un grande valore, e si sospetta quasi che ella sappia della sua bellezza. La riprova è che non vuole giocare, né da sola né con altri, ma desidera starsene lì come una gatta a farsi ammirare da lui: di certo, la luce dei suoi occhi deve incuriosirla molto.
-La bambina, la bambina… la bambina è una scusa per rimanere, è un difetto dell’anima, è un mastice che non tiene, - dice Faust. Lei non risponde, sgrana gli occhi e li richiude e lo guarda in silenzio, e lui non sa distogliere lo sguardo.


mercoledì 19 agosto 2020

L'arte

Questo tipo di plastico, in greco diorama, che riproduce in scala una strada cittadina completa di palazzi, vie, segnaletica, e tutti i dettagli come autovetture, vari altri veicoli, alberi, aiole, giardini pubblici, pali della luce, finestre in vetro, mattoni e ghiaia, tutto ciò che si ritrova in una strada cittadina con l’eccezione dei passanti, è esposto solitamente nelle grandi sale d’aspetto delle stazioni, o nelle halls degli alberghi di lusso o di palazzi dei congressi, luoghi insomma dove vi è un gran transitare di gente, gente che non si ferma né ha da fermarsi se non per lo stretto necessario a un saluto; e visto che il luogo stesso (hall o sala) è un luogo di passaggio che conduce dalla biglietteria al treno o alla nave, o da una sala convegni a un’altra, le persone non vi si soffermano che di quel tempo che gli dia agio di vedere quanti dettagli quel plastico dimostra, dettagli realistici e verosimili, sebbene in scala, estremamente godibili anche solo per quel tempo necessario al transito, tempo che viene abilmente rallentato dal desiderio dell’osservatore di soffermarsi su quei dettagli che forse gli ricordano di esperienze o frammenti di vite passate.
Anche le scuole guide, le più costose e raffinate, utilizzano questi plastici per illustrare le norme del codice della strada: lo espongono nel mezzo dell’aula e su quello fanno lezione. Quando ci arrivano gli ordini da queste scuole, raddoppiamo la cura e i dettagli perché tutto dev’essere come nella vita reale, e adesso a maggior ragione, ogni cosa al posto che è il suo nel modo che le è più consono; e nel plastico, il cosiddetto diorama, tutto è così ben fatto che quasi non c’è più bisogno della parola per illustrare la lezione odierna, e l’istruttore in questi casi si limita ad indicare tutto con un unico gesto, che comprende ogni cosa in ordine e armonia.
Costruire i plastici (la parola greca significa vedere attraverso) è un’arte difficile, la cui pratica abbisogna di anni per essere assimilata. La materia prima è la calce di vinile, una polvere (ce ne sono di grane e colori diversi) che mischiata ad acqua si fa duttile come vernice o creta, e viene stesa in questa forma sul piano a formare l’oggetto desiderato. La diluizione di quella polvere è un’arte in se stessa: l’acqua non dev’essere né tanta, altrimenti non ha presa e forma, né poca, o non si riuscirà a modellare niente; durante la lavorazione va aggiunta via via acqua, a occhio e mano che debbono essere allenati, perché la polvere con il passar del tempo tende a solidificarsi, ad asciugarsi assorbendo l’umidità in eccesso. Questo fenomeno è ben noto ai modellatori, e si chiama idrofagia (o igrofagia). Mantenendo l’impasto sempre duttile mediante l’aggiunta d’acqua, goccia dopo goccia, la pasta si modella facilmente in qualsivoglia oggetto o superficie. Stesa con una spatola diviene piana, e lavorata con i vari bulini assume vari aspetti: scabro, con disegni geometrici o fantasia, a ciuffi, a nuvole, a cespuglio, ecc… Come si può facilmente intendere dalle mie parole, nel plastico tutto è liscio anche là dove è ruvido: la ruvidità è così fatta ad arte che la scabrosità è mascherata da una patina di perfezione tale che l’occhio ne è subito soddisfatto, e viene anche nella realtà a vedere liscio quello che all’atto pratico non lo è.
La pratica dà la scienza necessaria a produrre questi effetti e a manovrare gli attrezzi. Con un pennello si può ricoprire la superficie precedentemente stesa per disegnarci su qualsiasi cosa si desideri o sia necessario dipingere: linee, o altro. Diluire quella polvere e stenderla efficacemente. Due cose apparentemente facili ma che richiedono anni per dominarle. Chi sa lo sa a menadito, tanto che non sa spiegarsele né dirsele: le si apprende sul campo. Chi arriva a costruire i diorami ha trascorso anni in oscuro apprendistato, a fare e disfare plastici che mai hanno visto la luce perché imperfetti. Sono prove necessarie all’apprendimento, e nessuno che le affronti ha la pretesa di far vedere al mondo quelle malfatte creazioni. L’apprendista deve stazionare per anni nell’angolo più buio del laboratorio, intento ad imparare silenziosamente. Alla fine, forse sarà ammesso alla creazione (collettiva, s’intende) di un plastico che verrà esposto, ma di questo non dovrà esser grato né compiaciuto, restando umile e tacito fino alla fine.
Si segue un’idea che pensata dia un senso di soddisfazione e pienezza anche se non esistono fatti a sostegno di quella, né oggetti che ad essa si riferiscono. La si segue perché il pensarla fa stare bene, e il girarsela in mente guida efficacemente le mani, che si muovono come per assecondarla: un senso interiore forgia il lavoro che forgia a sua volta la materia. Guai a soffermarsi sull’astrattezza di quell’idea, il lavoro ne risente subito, cedendo alla mancanza di terreno solido. È l’astratto che rende il concreto, e deviare da quello è sempre un disastro.
Basta assentarsi un attimo, dire per gioco che non sono più il direttore dei lavori, che subito i procedimenti sono sovvertiti, lasciati a loro stessi. Il lavoro ne risente, diventa imperfetto, non a piombo, con pennellate date a caso a destra e sinistra, senza misura né colore, non rispettando nemmeno la misura non scritta: chi vorrà mai dare uno sguardo a un tale panorama? È una creazione di demiurgo, questa. Infatti, è proprio così che in gergo la chiamiamo. Roba di scarto, se non fosse che l’artefice la decanti come una creazione superba e inimitabile. -Macché, ora si fa così!-, dice, tutto convinto. Dimostrargli il contrario è lungo e doloroso, e non è sicuro che alla fine capirà. Queste maestranze, quanti pensieri, quanti grattacapi danno, e che orrori squaderna, pare non ci sia mai un limite. No, tutto deve uscir fuori, mai un pudore che blocchi la valvola, e tutto in una forma senza criterio.


mercoledì 12 agosto 2020

I due

Alla spiaggia, avvicinarsi a lui è abbastanza facile: ti lascia fare, e anzi è contento se gli dai attenzione, ad esempio carezzandolo o toccandogli il corpo, o anche svestendolo o accomodandolo sulla sedia a sdraio o su quei comodi lettucci in riva al mare. Se lo fai, mostra chiari segni di soddisfazione. Anche, le borse del ghiaccio per alleviare la calura sono da lui gradite: lo rinfrescano e insieme gli fanno capire che non è solo e che la sua presenza è in quel luogo non solo tollerata ma anche auspicata, addirittura preferita a ogni altro. Questo è l’uno, che è mesto, novello Polinice. L’altro invece non è così, novello Creonte: appena si avvicina manca il respiro, e non per la paura. L’atmosfera si addensa, l’aria si fa più pesante, o rarefatta, e non figuratamente ma davvero. Il respiro deve spingersi a fondo per pompare aria, e anche così non si riesce a incamerarsi ossigeno a sufficienza per restare vivi. Mentre con il primo c’è un certo piacere nel non avere noie, con il secondo è una pena. Vuole lottare, e nell’avvicinarsi prova i suoi colpi più letali. Ciò, unito alla difficoltà polmonare, è micidiale, perché la lotta, sebbene smorzata, c’è davvero, e con armi bianche pesantissime che tagliano il fiato ancora di più.


mercoledì 5 agosto 2020

In corsia

L’agente segreto, biondo, all dressed in black, giace in un letto d’ospedale non a causa di un incidente di percorso, fatto sempre possibile vista la sua professione, ma per un vero e proprio attentato alla sua vita. Infatti, si era travestito da paziente di ospedale per svelare alcune losche trame che secondo lui si svolgevano all’interno del nosocomio, ma è stato scoperto da coloro che doveva con il suo spionaggio scoprire, e messo a tacere con una botta in testa (chiave inglese o ferro di sala operatoria, non è chiaro) e ora giace privo di sensi in uno di quei letti a motore, modernissimi ma scomodi, in una corsia del pronto soccorso. Nottetempo, i suoi amici lo vanno a trovare di nascosto, eludendo la sorveglianza (per loro essendo agenti segreti è cosa da nulla) stazionando ore intere a fianco della lettiga nel tentativo di estorcere da quel corpo morto informazioni relative alla sua caduta. Lo interrogano con un metodo nuovissimo, mesmerizzandolo e traendolo, novello Mr. Valdemar, dal suo buio nulla in cui probabilmente nel suo coma staziona. Gli fanno domande sottovoce, ed egli muove le labbra per rispondere (un metodo efficace, dunque) ma non emette suono: per costoro è sufficiente! Sono agenti segreti, pronti a tutto, anche a leggere sulle labbra mute del povero infermo le informazioni relative al fatto – e quanto parla, costui! Parla, parla, pare non finire mai, e non dice una parola. Muove le labbra e quei due, in lip-sync, gli fanno dire quello che vogliono.