Mio
bel fanciullino, che cosa ti mena in questa strada deserta di campagna? Di
certo hai una mèta, in testa. Nonostante io ti abbracci coprendoti di baci,
dimostrandoti in tal modo la mia benevolenza e l’interesse che provo nei tuoi
confronti, tu non ti apri a me e non dici nulla. Non ti fermi nemmeno per darmi
una voce che mi scacci, vai avanti dritto e impettito come se io non esistessi.
Non vedi che io piango e rido e saltello al tuo fianco affinché tu mi noti? Non
desidero che un cenno, anche alla lontana, un gesto che rassomigli a un cenno,
rivolto a chiunque. Pensa, piccino mio: qui, dentro di me (e mentre dico così
mi batto la testa con il palmo della mano) è sempre come il primo giorno, ed è
tale anche il pensiero. Ma lui non si cura di nulla, va avanti con lo sguardo
dritto all’orizzonte in attesa che da là sorga la mèta verso cui si sta
dirigendo. Quel sentimento dovrebbe essere per lui una seconda natura diventata
prima, che agisce senza il continuo pungolo. Invece no, il pungolo deve essere
sempre presente, la fatica pure, così come la coscienza di, sempre, non far
bene.
mercoledì 30 maggio 2018
mercoledì 23 maggio 2018
Rossmann
Il
blocco note, di grande formato e in carta riciclata, è apparentemente
abbandonato sul pavimento dello spogliatoio annesso al campo sportivo. È pieno
di diagrammi, punti, numeri e linee: sfogliandolo, si ha un’idea precisa di ciò
che deve studiarsi un atleta prima di affrontare una gara. Sono pagine zeppe di
linee curve che corrono da un punto a un altro, ogni punto numerato e
descritto. È possibile che i segni di colore diverso siano stati tracciati con
un lapis bicolore a due punte, come quelli usati dai maestri di scuola per
correggere i compiti degli scolari.
Quelle
pagine di diagrammi sono interrotte da resoconti, parole scritte che arrivano
direttamente e senza remore dall’animo piagato di quegli sportivi. Non si
avrebbe mai avuto l’idea della profondità di quegli studi e di quei tormenti se
non ci fossimo imbattuti casualmente in questi appunti. Sono preziosi, certo,
ma non per noi. Non lo sarebbero se una o due pagine non somigliassero a una o
due pagine scritte da Rossmann. Che cosa farne di quelle pagine, di quel
blocco?, si chiede. Prendere le pagine, una o due, e lasciare il blocco,
sperando che nessuno si accorga della mancanza. È un blocco solido, spesso, ma
egli non ha idea dell’idea che di quel blocco ha l’atleta a cui lo sottrae, non
sa se può sottrarre qualcosa a quell’idea senza che l’atleta se ne accorga, né
sa in che modo dare a quel blocco menomato da quei due fogli l’aspetto di un
blocco integro, che non dia a vedere all’occhio familiare del proprietario la
mancanza. Spera che non si accorgerà di nulla, ma non può gettare uno sguardo
in quell’anima per esserne sicuro.
Rossmann
li ha riconosciuti, quei segni, dicendosi subito che sono diagrammi di gioco. È
bravo, lui, Karl, a decifrare indizi. Un altro al posto suo si sarebbe fatto
sopraffare dall’angoscia, dando a quei segni un senso d’affanno quasi
demoniaco, demoniaco da demonio, non da demone, fingendo di non capirci nulla.
Invece, lui, Karl, ha collegato finemente quei diagrammi alle voci udite al di
là del tramezzo, voci che parlavano proprio di quello scritto, di quei
diagrammi che lui non si sarebbe mai sognato di trafugare se non le avesse
sentite discutere, quelle voci, proprio di questo. Un altro al posto suo
avrebbe visto le origini di un malsano complotto, come accadde a Marlow quando
trovò abbandonato nella capanna quel manuale di navigazione: avrebbe creduto di
avere a che fare con una mente malata che scrive annotazioni in codice. Ma
bisogna capirlo, Marlow era a caccia di Kurtz e tutto era in funzione di quel
mistero, sotto l’influenza di un ambiente ignoto. Chiunque sarebbe finito per
condursi malamente, con grave disagio psichico, fuori da quei meandri. Invece,
lui, Karl, è stato molto astuto e pronto, comprendendo subito quali erano i
punti su cui agire, quali pietre premere per far scattare il meccanismo. Non
c’è da stupirsi che Marlow sia finito così male, si dice fra sé Rossmann mentre
esce da lì. A me non capiterà nulla. È sicuro di farcela, così sicuro che non
sente su di sé nemmeno un po’ di colpa per quello che sta facendo.
Egli
mette quei fogli preziosi, una o due pagine, nella valigia che ha con sé: è
atteso per il pranzo, e sebbene sia ancora presto decide di avviarsi con calma,
per non essere assillato dalla fretta o dall’ansia.
Parcheggia
la vettura non lontano, in modo da aver tempo per una passeggiata. È in
anticipo, mancano almeno due ore all’incontro. Decide in ogni caso di entrare.
Troverà un posto a sedere giusto fuori dalla porta, un posto calmo per
esaminare quel manoscritto trafugato, una o due pagine. Sedendosi poco lontano,
si accorge che qualcuno lo vedrebbe, se dovesse aprire casualmente quella porta
oltre la quale è atteso, e fatto entrare in anticipo, cosa che egli non vuole
che accada di certo, e che anzi sta cercando in tutti i modi di evitare. Egli
non vuole entrare prima del tempo, non vuole nemmeno essere visto, nemmeno
essere visto e ignorato, vuole solo un po’ di tempo per esaminare il
manoscritto, quei fogli, una o due pagine, preso di nascosto perché somigliante
al suo. Quindi, esce di nuovo dirigendosi alla macchina per spostarla e
parcheggiarla più vicino. Potrà così starsene seduto là dentro a cercare di
capire. Ma i posti, che prima erano in abbondanza, adesso sono tutti occupati:
è l’ora di pranzo, tutti ritornano a casa, lo spazio che due ore fa era così
facile da trovare adesso non c’è più.
Rossmann
gira per le strade, gli isolati, le vie, le rotonde, le percorre tutte
pazientemente ponendo come centro dei suoi giri il luogo dell’appuntamento.
Inutilmente, però, perché i posti sono tutti occupati. Dice Rossmann:
L’impressione è che quella voce che ha echeggiato dentro di me da sempre sia la
stessa voce che parla adesso, e non importa quanto intensamente voglia che
smetta di parlare e si trasformi in qualcosa degno di essere udito: essa ritorna
sempre, sempre, ed è meglio che mi fermi, qualsiasi cosa io stia facendo debbo
smettere di farlo.
Così,
egli si ferma, si blocca nel mezzo di un gesto o di un pensiero e lascia
scorrere il mondo su di sé.
mercoledì 16 maggio 2018
Il Castello
Cara,
Ti
ho mai parlato del Castello? Dall’alto delle nostre terrazze, si vede bene che
è costruito su un solido bastione, ma dalla spianata par che sorga dal mare.
Scendiamo in spiaggia ormai solo per vederlo, e ogni volta è come la prima: ci
turba e ci allieta, e per un attimo smettiamo di pensare. Ho detto spiaggia, ma
tu lo sai bene che qui di spiagge non se ne trovano. È una lingua di terra
sassosa e puntuta, da cui si accede al mare, un mare sempre tempestoso e
agitato. Qui nella spiaggetta si è al sicuro, ma che pena non poter godere di
quelle onde! Il mare sembra un tessuto che si gonfia e si ripiega, è uno
spettacolo che non ci stanchiamo di osservare, e a lungo, ma che fa un po’
paura. Noi, come sai, non siamo punto abituati a queste cose.
Che
pena dover riempire di coscienza ogni nostro gesto! Quaggiù non è come da noi,
che le cose fluivano senza pensiero che le informasse, così, come una cosa
naturale. Qui, invece, tutto deve annidarsi nel profondo, e non c’è senso
interiore che sporchi ogni cosa, anche la più sciocca. Le cose, qui, sono
pensate, tutte, e fino in fondo. Qui la coscienza non perdona. Non è come da
noi, che ci permettiamo di fare ogni cosa senza il minimo sentire.
È
vero che nel cambio abbiamo guadagnato la vista, che ci era sconosciuta, ed è
proprio da questo nuovo senso che traiamo il maggior piacere, come con le onde
tumultuose e il Castello che ne sorge. Tu mi dirai che sono illusioni, e io
potrei anche darti ragione se solo tu avessi visto ciò che vedo io. Ma il
concetto di vedere, di vedere qualcosa, è per te fuorviante, dato che non ne
sai nulla - quindi, finisco qui questo discorso della vista, tu accetta le mie
parole per quello che sono.
Cara,
che altro dirti? Quando le onde si calmano un poco allora ci gettiamo in acqua,
anche se solo per un momento. Temiamo sempre di essere presi di sorpresa, e che
tutto ricominci. Sono acque fresche, di consistenza setosa, paiono fatte di
tessuto trapuntato. Una barriera di scogli e un molo ci proteggono dalle onde
più violente, e in quello specchio d’acqua relativamente tranquilla talvolta è
possibile fare un bagno, ma non sempre. Ciò non elimina del tutto
l’inconveniente del caldo e del sudore. Quando le cose diventano fastidiose da
non poterle più sopportare, saliamo sulla spianata e passeggiamo un po’ avanti
e indietro, godendoci la brezza e la visione del Castello che sorge dalle
acque. Quando siamo stanchi, rientriamo e osserviamo tutto dalle terrazze.
Ti
saluto e ti abbraccio,
Ludvica.
mercoledì 9 maggio 2018
Rosa
Sono
molte, le tonalità di rosa reperibili in natura: rosa sabbia o rosa corallo,
rosa pietra serena o rosa roccia, rosa arbusto o rosa gemma, rosa
collo-di-tacchino o rosa penna-di-fenicottero. I nomadi hanno la pelle d’un
color rosa: ha il tono che è suo, e che è determinato dal fatto (per ognuno di
quei nomadi) se stia venendo dal mare o dalla montagna, e verso dove di stia
dirigendo, se verso l’interno del paese o verso le coste, e dal punto preciso
del suo viaggio.
Ognuno
dei viandanti, da quel tono di pelle, si distingue dagli altri, conoscendo
precisamente da quel punto di colore il punto del viaggio che sta compiendo.
Non tutto al nomade è possibile determinare, ma di quel poco tutto lo
interessa, soprattutto in merito agli Altri, dipendendo la verità di quel
viaggio dalla particolare sfumatura di rosa.
Ognuno
di loro, a seconda se venga dal mare o vada alla montagna, e in che modo
attraversi il deserto, ha un tono di rosa che fa razza a sé, intendendo con ciò
che è solo, egli, nel viaggio di andata o di ritorno. Le migrazioni disegnano
frecce nello spazio, e lunghe tuniche coprono i corpi, tanto che fra loro non
possono riconoscersi. Per capire chi sono e comprendere a quale livello
appartengano, si scoprono il polso, sollevando la manica, mostrando la pelle
fra il risvolto e il guanto. Il colore della pelle dimostrerà ciò che vi è da
sapere.
Solo,
non ci deve essere del grigio, in quella dimostrazione. Se c’è, allora è uno
straniero o un malato, e come tale non appartiene al consorzio umano.
mercoledì 2 maggio 2018
L'angelo del focolare
Quell’insetto
è l’Angelo del focolare: somiglierebbe a un uomo in miniatura, se solo fosse
più formato, più consistente. È un abbozzo di
corpo, uno schizzo fatto in fretta e furia. I rapporti di forma e
dimensione sono rispettati, ma i contorni che lo racchiudono sono elastici,
modificabili a seconda del punto di osservazione e del pensiero. È un insetto,
e come tale è molesto e irrequieto; si muove a scatti nella stanza vuota,
adesso libera dall’ingombro dei mobili, già trasportati altrove, forse ancora
da collocare.
Armati
di una scopa si cerca di colpirlo. L’Angelo del focolare si sposta velocemente,
evitando ogni mossa con mosse da gatto. Non è facile prenderlo, né è facile
prevedere la piega che prenderà il suo muoversi. Pare affidato alle leggi del
caso, che mutano l’organizzazione del suo corpo a ogni lancio: forse un essere
al pari suo, come potrebbe essere un gatto, gatto di cui l’Angelo del focolare
ricalca i gesti, potrebbe aver ragione di quel movimento insensato. Lo
percotiamo cercando di eliminarlo, ma ci sfugge. Mutando la sua struttura
esteriore egli muta la condizione entro cui la sua eliminazione sarebbe
possibile, rendendola di fatto impossibile. Il cambiamento è così radicale che
adesso è lui a condurre il gioco e trascinarci con la forza delle ali fuori
dalla stanza e dalla finestra. A ogni colpo si gonfia e s’allunga, sputando in
giro pezzi di sé, gelatinosi.
Cerchiamo
di farlo uscire dalla finestra, preferibilmente senza ucciderlo. Si dovrebbe
con coraggio usare le mani: forse, non ripudierebbe quel contatto,
interpretandolo come un segno di amicizia o di comprensione. Ma, se all’occhio
è viscido e mutevole, al tatto potrebbe essere peggio, rivelando qualità, come
ad esempio l’inconsistenza, che nuocerebbero ad un ulteriore rapporto di quel
tanto che si preferirebbe addirittura ucciderlo (anche se pare che soltanto
smembrandolo si potrebbe aver ragione di lui) per la delusione e il crollo
degli ideali.
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