mercoledì 25 agosto 2021

Amerika

America, terra di conquiste, di fango e di bacilli! Le tue acque infette hanno corroso le gole dei nostri smartphone, tanto che adesso nulla possiamo più inghiottire senza soffocare. Avevi promesso luoghi isolati, come se ne trovano nelle campagne da noi, provvisti di casolari abbandonati in cui rifugiarsi dall’epidemia, e non l’hai mantenuta. Le nostre bocche sono piene del tuo fango, un fango a scaglie, poco liquido, simile a calcare, che non va via con l’acqua ma con lo scalpello delle nostre unghie, dita ficcate in gola per rimuovere le placche.
Ci avevi fatto intendere che una terra governata da un presidente nero avrebbe potuto rappresentare un diversivo, e invece proprio di quel presidente nero siamo divenuti prigionieri, quasi ostaggi, costretti a comportarci come se nulla fosse mentre la morte ci mangia dall’interno.
È andata così: ci rifugiammo in una colonica, una di quelle che appunto ci avevi promesso prima che venissimo a te. Stavamo cercando di determinare la lunghezza d’onda di certi colori del tuo cielo, della tua terra, e ci accorgemmo lì che i nostri strumenti erano tutti andati, e con essi anche i nostri corpi, inservibili entrambi, infettati malamente da quel cancro. Scotendoli, i corpi e gli strumenti, si vedeva come in trasparenza una patina che limitava i movimenti e i pensieri: era la tua musica, insulsa e priva di profondità, che si era posata su tutto, inavvertitamente. Ci vollero giorni, mesi di privazioni e sofferenze per rimuoverla tutta, e quando finalmente, dopo tutto quel tempo passato nascosti al mondo e a te, decidemmo di uscire per tentare di tornare ai nostri lidi, incontrammo il tuo presidente, la sua famiglia felice di neri alti e armoniosi. Ci presero con loro come ragazzi sperduti, rimproverandoci del nostro ardire, come se quella fuga dal nostro paese e il nascondimento in terra straniera fossero una marachella di bambini. Ci costrinsero ad abitare con loro, ma non tutti: solo alcuni di noi, gli altri sarebbero lasciati andare “alle loro case”, come dissero, ma in realtà alla deriva e alla disperazione. Ci trattarono come esseri inferiori, cosa che forse eravamo diventati dopo l’infezione, e non manifestarono alcuna gentilezza, solo una severità immane travestita da compassione; e nemmeno lo fu davvero, compassione, perché separarci (dividendoci ci avrebbero condannato, e sono convinto che dietro le apparenze lo sapevano bene, e che di proposito si comportarono così) tenendo presso di loro una parte di noi e gli altri lasciandoli liberi nel nulla, nella wilderness che l’America in quel tempo era diventata, fu un gesto crudele di condanna a morte e all’oblio. Per i congedati, e fra quelli ero io, anzi ero io soltanto, non ci fu altra scelta che tornare alla macchina, e sperare che si sarebbe messa in moto, consentendomi di lasciare il paese per sempre. Quanto a tornare a casa, non ce l’avrei mai fatta.

mercoledì 18 agosto 2021

La fiala

La giovane donna è contenta: ha trovato casa, direttamente all’interno del carcere. È di certo un appartamento dei custodi. Alla domanda se sia al chiuso o all’aperto, ella con sicurezza risponde all’aperto, segno che quelle stanze danno direttamente nel cortile interno della prigione, se non addirittura negli orti. Vi è un’edicola e un fornaio, spiega diligentemente a chiunque le domandi qualcosa, e l’ingresso non è sorvegliato, nemmeno l’uscita. Certo, si deve sopportare il disagio di attraversare lunghi corridoi bui e senza indicazioni, però la strada è in linea retta e senza curve o angoli, così si va alla mèta come un fuso o un treno, e dopo i primi mesi quasi non ce ne accorgiamo più.
Ha trovato in sé forza grazie alla fiala – o forse dovremmo dire alla fiaba, un racconto sconnesso che lei da sé stessa ha generato, proprio al suo interno, per riempirsi di esso come un animale impagliato. Attinge a quelle gocce come a delle visioni: la mente le desidera così tanto che non pensa al male di quel liquido che scorre nella fiala; anzi, in esso ripone tutta la speranza. -Tra poco, lo vedrò di nuovo! -, mormora tra sé, non chiaro su cosa vedrà e se quello sarà visto di nuovo o per la prima volta. Ciò che intende è il particolare carattere di fondo di quelle visioni: un senso di leggerezza e mobilità che allevia il cuore facendogli credere di poter saltare a grandi distanze. Ma anche se ciò dovesse accadere, e non è detto che accadrà, al ritorno non ci saranno parole disponibili per raccontare il viaggio: se le sarà prese tutte quel fluido che, adesso, appesantisce la schiena e la lingua, rendendole tarde entrambe, inutili e inutilizzabili. Quel buio da attraversare è molto simile al buio che prende la mente quando la donna annuncia la grande notizia: già dai giorni precedenti aveva lasciato intuire alcune cose, nelle sue visite ai conoscenti, ultima fra quelle un giornale a fumetti la cui protagonista appunto cerca casa, trovandola proprio all’ultima vignetta.
Quel buio che arriva al suo arrivo e annebbia la testa è dettato anche dall’invidia: lei, minuta e seminuda com’è suo costume, disinibita e impudente come una bambina, ha già trovato di che vivere. S’aiuta da sé, a differenza di quel buio della testa che simuliamo per farci compatire un po’. Poi, però, le felicitazioni arrivano davvero, e già ce la vediamo mentre agita la manina dietro le sbarre, illuminata da quel sole da cortile, finalmente padrona della propria vita. È una cosa che ricorda molto la metropolitana di Londra sotto i bombardamenti.

mercoledì 11 agosto 2021

Il richiamo

Le anime si radunano sul tetto del palazzo; non sono propriamente anime, sono ancora corpi. Sono attratti dal rumore della festa, ma non è una festa, piuttosto un’insolita vibrazione, la stessa che si ritrova nelle loro anime. Non sono anime, sono perdute, proprio a causa di quella vibrazione; ma non lo sanno ancora, e così salgono tutti i piani del palazzo abbandonato in mezzo ai rovi, dopo aver attraversato il fango, per ritrovarsi sul tetto; non è un tetto spiovente, ma piatto, provvisto di ringhiere ai bordi. Più una terrazza che un tetto; là si ritrovano, e tutti insieme si muovono al ritmo di quella vibrazione che è la stessa per tutti, con minime variazioni dai individuo a individuo. Non la sentono con l’orecchio, ma con l’anima, e questo li danna.
I diavoli li aspettano lassù, nascosti dietro ai comignoli: quando arrivano le anime, gli saltano addosso, strappando i loro corpi e dannando lo spirito, martoriandoli entrambi, e senza anestesia. Non sarà la solita scena di dannazione, sarà molto peggio: i diavoli non si limiteranno a passare attraverso ogni corpo, straziandolo, ma li renderanno inutili a qualsiasi resurrezione finale – ciò è proprio una dannazione, sicuro!
Guardiamo con orrore e fuggiamo, incapaci di voltarsi e insieme di continuare a guardare. Solo dalle finestre di casa guarderemo il paesaggio cercando di riconoscere fra i molti palazzi quel tetto grigio su cui s’è consumato il misfatto: sarà questo o quello? Eccolo, grigio, ferro, nero. Nessun ritorno a casa ci potrà mai aiutare, nemmeno il pulire le scarpe lorde di fango, strappate dai rovi, nemmeno il percorrere strade amiche, nemmeno essere di nuovo amati. Quel ricordo ci toglie il pensiero a ogni istante. Eravamo lassù anche noi, e siamo scampati per una forza di volontà, strappandoci a quel languore senza sapere come – c’è naturalmente qualcosa di sbagliato, in questo, e il non saperlo dire è un affronto che aggiunge sale alla ferita, già così profonda. 

mercoledì 4 agosto 2021

Gusci

Dopo una magia o più propriamente dopo una guerra nucleare che tutto ha bruciato, i corpi si ritroveranno risorti e lucidi, nuovi come se la pelle si fosse smaltata a quel fuoco senza paura di ossidarsi o di invecchiare (e dopo ciò che è avvenuto, mai più decadimento si presenterà), provvisti di gesti e azioni che si adattano più che bene a quella nuova veste: sessualmente attraenti, passeggeranno nudi, sciorinando i nuovi trucchi che nel frattempo hanno imparato senza intelligenza o fatica. E le occasioni d’incontro, una volta frequenti, si addenseranno come un’unica e sola consuetudine: ci si vedrà, a coppie o a terzetti, e nell’incontro si vomiterà ogni volta quella sequenza di gesti e contorsioni che il fuoco ci ha donato come ultima occasione. È un incantesimo, solo eccitazione e soddisfacimento, tensione e rilascio senza alcun pensiero che lo abiti o lo guidi. Ogni volta, ovvero ogni incontro, sarà la stessa, identica alla precedente; ma quella sequenza di gesti ogni volta mostrata come un sacchetto di diamanti gettati su un panno nero con noncuranza (e la luce che risplende su quei corpi nuovissimi la ricorda un po’, quella luminosità delle pietre) non avrà altro significato che sé stessa. Nessun io vi starà dietro o sopra: niente dimostrerà che in quelle nuove capacità risieda una coscienza in grado di unificare le esperienze sotto un concetto comune o una sintesi. Non se ne accorgono, intenti come sono: dietro a quei muscoli lustri, ogni tanto chiama una voce flebile, ma nessuno ci fa attenzione. Tutt’al più, ci sarà un lieve disagio, subito ricoperto dall’eccitazione dell’orgasmo.