mercoledì 30 settembre 2020

La chiamata

Quest’uomo, che dovrebbe essere un portalettere ufficiale, si comporta invece da buffone, recitando (in modo sconcio e allusivo) le missive che dovrebbe invece consegnare. È un tipo alto, capelli a spazzola, e nulla si sa d’altro perché chi l’ha visto in azione lo ha potuto vedere soltanto incorniciato dal vano della porta, aperta per accoglierlo (e non suona nemmeno il campanello, dobbiamo noi attendere lui) ritto sulla soglia in controluce, le fattezze cancellate dal barbaglio del sole.
Prima che arrivi, si fa buio, un buio innaturale: si spengono le luci nei corridoi dei palazzi, negli androni, per le scale e i pianerottoli, solitamente ampi e comodi, negli ascensori. È una misura precauzionale. Anche il cielo non pompa più la luce necessaria a distinguere (si dice distinguere così, in generale), e l’occhio stenta a riconoscere, nei profili delle cose, gli oggetti a lui tanto cari. Ci si aiuta con le voci, umane e non, e per un po’ sbatacchiando e parlando per farci riconoscere andiamo avanti bene, senza grandi disagi. I ciechi sono quelli che si trovano meglio di tutti: si agitano flessuosi nello sciame di realtà che li circonda. I sordi, invece, è come se fossero morti. Tutti gli altri, si arrangiano alla meglio.
Prima che arrivi, è tutto un bussare alle porte, un agitarsi inutile, come se le menti fossero infebbrate da una precisione insensata: si corre in su e in giù cercando di rimediare ai torti, che poi tali non sono, profondendosi in spiegazioni prolisse e inutili su fatti del tutto irrilevanti… Dura poco, questa frenesia, perché poi arriva lui, e quando arriva si deve fare bene attenzione a ciò che dice, mandandolo a memoria senza fallo né ritardo, perché non c’è sostegno d’altro che della parola detta. E questa è la prima e l’ultima chiamata, non c’è da sperare in un richiamo successivo. Pur quel messaggio riguardandovi, egli non userà il vostro nome, non lo dirà nemmeno usando sciocchi nomignoli, assurdi e vezzeggiativi. Nondimeno, il messaggio è proprio diretto a voi, fatto di parole che a voi s’indirizzano e vi riguardano, desiderii, informazioni che in altro modo non è possibile ottenere.
Parlandovi, e parrà che vi stia dicendo tutt’altro, capiterà che vi tocchi, in modo anche offensivo; parrà che non gli importi nulla, né del messaggio né di voi. Il fatto di essere atteso così ardentemente non gli dà sensazioni né lo obbliga a ordini: ha l’autorità superiore dalla sua, quella che gli ha consegnato il da-dire. E quello lui lo dice, a pezzi, come controvoglia: dovrete stuzzicarlo con domande e paradossi, e con molto dubbio. Allora, cederà, quasi sottovoce. Lasciandosi sfuggire quella paroletta che è un consiglio – badate bene di coglierla, quella paroletta, e di seguirlo, quel consiglio. Non lo ripeterà. E tenete bene a mente senza confondere nomi e numeri il giorno e l’ora della convocazione, e il luogo e la via, dettagliatamente.
Una volta non sarà sufficiente: se ne sta già andando, richiamatelo, corretegli appresso e con mano risospingetelo sulla soglia, riprendendo le rispettive posizioni, e ripetetegli tutto parola per parola. Lui farà un cenno a ogni dire, per confermarlo, ma non dirà più di quanto ha già (una sola volta) detto.
-Lunedì 19 (cenno), alle 19 (che strano, anche di sera…) (cenno), in via (e qui la ripetizione non aiuta, che già dalla prima volta non si era capito) (suono indistinto che imita l’indistinzione recitata dal messaggero) (cenno) – e questo l’avete capito, finalmente. Finalmente si potrà procedere.
-E portate un secondo maglione. –
Detto questo, se ne va.


mercoledì 23 settembre 2020

Quartetto

La vecchia disse, per l’ennesima volta, al bambino: -Io voglio te.
-Ma perché? -, le chiese lui.
-Perché sei il meglio. –
Non riusciva a capire cosa significasse quell’essere il meglio, e soprattutto che cosa avesse a che fare con il noiosissimo lavoro di copiatura a cui con quella frase veniva consegnato. Non era un’elezione, qualcosa di cui essere fieri, ma un sacrificio a qualcosa che non si sarebbe capito mai. La vecchia fu però inflessibile: voleva quel bambino, e non altri, e lo voleva per la ragione che si è detto.
Trent’anni dopo, ancora non capiva per quale motivo fosse necessaria la sua presenza, non solo in quell’evenienza ma in ogni fatto, anche il più lato, che nella sua vita si trovava ad incrociare. Adesso, si trattava di testimoniare in merito ai recenti fatti. I suoi superiori, fra cui l’odiatissimo Colonnello, erano da tempo riuniti nell’ufficio del Generale a discutere della faccenda, e lui stava attendendo fuori, nel cortile della caserma, che lo chiamassero a deporre. Aveva visto tutto, e in più aveva intuito le relazioni che intercorrevano tra le varie persone responsabili del delitto. La sua testimonianza avrebbe contribuito molto a districare la complicata rete di rapporti fra i soggetti, senza di lui alla verità non ci sarebbero mai arrivati. Stavolta, era felice di essere utile in qualcosa. Sapeva anche di essere l’unico, in questo caso, a serrare in mano le fila di tutta la storia.
Il Colonnello lo fece chiamare dopo ore di inutile attesa. Ma cos’era successo, davvero? Presentemente, le idee gli si confondevano, di fronte ai tre seduti al tavolo, gruppo di cui lui avrebbe dovuto essere il quarto. Ah, sì: la colpa era della Donna, fu lei a dare inizio alla catena di eventi che condussero alla spiacevole conclusione. Quale fosse questa conclusione, non lo ricordava, era sicuro che l’avrebbe certamente ritrovata. Nel discorso, mentre fluisce, si trovano così tante cose che si sarebbe ritrovato anche questa. Nei loro sguardi, si lesse: Che idiota! Che buffone! E anche: Non ne è all’altezza.
Una volta dentro, quello gli disse, interrompendo un discorso che dal tono doveva essere ameno (ma non avevano finora parlato del delitto? Che cos’era tutta questa ilarità?), glielo disse indirettamente visto che pur guardandolo in faccia si rivolgeva al Generale: -Dalla testimonianza del Maggiore, ne faremo allora a meno…-. E poi, rivolto direttamente a lui: -Mi attenda giù, torno in macchina con lei.-
Se ne andò, senza salutare (erano anni, da che era Maggiore, che non salutava militarmente più nessuno): aveva la bocca piena d’amarezza come tante briciole difficili da inghiottire. Lo sforzo fatto per concentrarsi ed estrarre da quell’intrico un unico filo, luminoso e indiscutibile, era stato inutile: chiamato alla prova suprema, la sua debolezza fu di accettarla. Avrebbe dovuto dire no, e tempo e onore si sarebbero salvati.


mercoledì 16 settembre 2020

Emporio

Lo spaccio, che fa anche da speziale, ha l’ingresso fra la scuola e l’albergo: è un’istituzione molto antica, risalente al medio evo. L’ingresso è per questa ragione scavato nella viva roccia, come un antro scuro, che dopo alcuni passi si apre in un salone spaziosissimo e modernamente arredato. Entrando, vi è un dispensatore di numero: prendendone uno si acquista automaticamente un posto nella fila d’attesa, che in questo caso può tranquillamente slargarsi nel mezzo dell’ampio salone, poco illuminato a dire il vero da una vetrata opaca sul soffitto. I fatti recenti hanno distrutto i nostri averi e aspettative, ed è per questo che siamo in coda. Il servizio è continuamente rallentato da intrusioni di persone che chiedono alloggio credendo dall’ingresso che questa sia la scuola o l’albergo, entrambi requisiti dalle autorità, e la frustrazione assommata alla lentezza delle operazioni di smaltimento posticipa in ogni secondo i nostri desideri, il loro esaudimento: in ambasce ci siamo allontanati dalle case per raccogliere i beni di prima necessità, per noi e i nostri cari, e desideriamo fare ritorno al più presto alle rovine che sono le nostre dimore – e tutto è invece ad ogni istante rallentato fino all’arresto. Se noi non fossimo cittadini dell’Orlo, di quella zona vitale che non è vita ma che ancora non è nemmeno morte, se noi non fossimo abitatori del dubbio, volentieri ce ne staremmo fuori da tutto questo, e anche dalle conseguenze. Nessun sollievo ci viene alfine dal sapere che la richiesta del postulante di turno è stata soddisfatta e che quindi è potuto ritornare a casa: continuamente le operazioni sono interrotte da ignoti che nulla hanno a che fare con noi, e che cercano alloggi di fortuna.
-Andate via, signori-, verrebbe da dire loro, -lasciateci questo spazio a noi e arrangiatevi! Nessuna necessità ci accomuna -. Ma non abbiamo più parole, l’attesa ci ha abbrutito. Soltanto il vecchio gestore, un volto che è quasi una maschera, con quei denti sporgenti e la barba folta, all’ennesima intrusione sbotta: -Adesso ho capito perché non vendo nulla -. A questo dire, noi e lui scoppiamo a ridere d’un riso davvero divertito, liberatorio, che sorge dai polmoni e libera il petto, tanto che quasi non sentiamo più il freddo e la febbre, come se a un tratto tutto questo non ci riguardasse più, e noi e lui appartenessimo tutti a un’altra regione del mondo, a un altro mondo addirittura.


mercoledì 9 settembre 2020

Numero nove

Il lungo corridoio separava la porta della camera da quella d’ingresso. Piccole finestrelle in alto sulle pareti, pesantemente adornate queste da quadri, quadretti raffiguranti scene di genere, stampe dozzinali e disegni a matita, ricoperte da carta da parati anch’essa riccamente ornata, assicuravano l’aerazione ma non la luce, a cui si cercava di rimediare con due o tre lampadine disposte ad intervalli regolari, una prossima alla stanza in cui ci trovavamo adesso, una vicina all’ingresso, una più o meno a metà strada fra quelle: non ci si vedeva molto, ma la luce era calda e accogliente, e nascondeva (cosa molto importante) le imperfezioni disseminate ovunque, nei quadri, i quadretti, le pareti, il pavimento, la mancanza d’aria. Ma si stava bene, si avevano un sacco di idee su come occupare i minuti via via che ci si presentavano davanti.
Quelle luci le tenevamo spente: ormai, di quella casa, e di quel corridoio, se ne sapeva più di quanto fosse desiderabile sapere. Così, ci preparavamo per uscire, all’epoca e al momento in cui questa narrazione si svolge.
Le voci dei bambini si sentivano già da dietro la porta chiusa, o almeno ci parevano tali, nella foga dei preparativi non c’era tempo di farci caso. C’era semmai da mettere a posto certi dettagli nel vestire, l’abbigliamento della festa insomma, e questo forse giustificò una nostra eventuale mancanza a proposito dell’origine di quelle voci. Avvicinandoci alla porta d’ingresso per uscire sulle scale (una sola rampa, dritta dalla nostra porta al portone giù da basso che dava sul cortiletto interno, e seguire il corteo fino alla piazza) ci accorgemmo della stranezza di quelle voci dietro la porta: ripetevano in tono e con voce squillante una medesima frase, una formula incomprensibile (forse lo spessore del legno ci impediva di udire correttamente?), impossibile da ricordare che cosa veramente dicessero; era una sorta di squittio continuo, con poche variazioni, in cui mille e mille voci si sovrapponevano a formare un suono ronzante, molto acuto, di voce bambinesca appunto. Non appena ci rendemmo conto, con un certo orrore, comprensibile forse se si rapportano le aspettative che avevamo un momento prima della delusione (ma perché chiamarla delusione, fu proprio paura delle nostre percezioni), di quello che stava accadendo, serrammo la porta con tutte le mandate, le finestrelle in alto sulle pareti chiuse, e la stufa riempita da stracci e vecchi giornali spinti a forza per intasare il tubo, le finestre che davano sulla via chiuse con gli scuri, facendo attenzione a non guardare, e noi chiusi nella camera di fondo: non volevamo vedere, non volevamo sapere, si voleva solo che la cosa smettesse presto di angosciarci, che quel rumore anomalo terminasse. Che cos’erano, quelli? Bambini, o topi forse? Indemoniati, di sicuro, contagiati da qualche segreta forza a noi sconosciuta e da cui cercavamo di proteggerci. Troppo tempo passammo a prepararci, vestendoci nei nostri armadi, distratti dalle fogge degli abiti, dai loro colori e trame, irrimediabilmente deviammo l’attenzione dalle cose, e ora qualcosa di sconosciuto ci si parava davanti inaspettato. Come riconoscerlo? Non lo facemmo, infatti, accontentandoci di chiuderci in casa.
Cercammo un punto di fuga, una finestra (ideale, stavolta) da cui avere quella veduta tanto desiderata, quel punto impossibile che sempre nei nostri sogni si ripresenta: quattro segni circolari su una soglia, quattro impronte a distanza di pochi centimetri l’una dall’altra, quattro segni come se qualcosa fosse stato rimosso e solo quelle forme rimanessero a testimoniare – ma cosa? C’è sempre una stanza che è posta al di fuori degli spazi continui del ricordo, una stanza dimenticata che si cerca ogni volta di ricordare senza successo, un punto su un piano posto al di sopra o preferibilmente al di sotto da dove si gode una prospettiva nuova, che dà nuova luce e linfa a quel piano perennemente e senza sosta esplorato. Quella stanza che (e non si sa trovare altra parola che la definisca e la spieghi) è al-di-fuori – ed è là che ci rifugiamo ogni volta, è là che noi crediamo di entrare per capire ciò che in questa dimensione sta accadendo, è là che non entriamo mai.


mercoledì 2 settembre 2020

Arancio

Sul fuoco, a scaldarsi a bagnomaria, un bicchiere di kvas. Sarebbe kvas se si fosse in Siberia, gli è invece un aperitivo color mandarino. Lo prende e lo vuota d’un fiato: la sua colazione. Da quando è qui, è la prassi. Ha dormito con gli abiti addosso. Una buona nottata, sembra dal risveglio, in compagnia di una donna dalle lunghe gambe, che invece ha dormito nuda. È una piacevole usanza, quella del corpo rivestito di nulla, d’una giacca leggera per esempio, che con un tocco di polso può aprirsi per far scivolare la mano sul fianco o sull’inguine. Se non fosse che è una eterna lotta, teatrale, di posizioni e parti recitate, se non fosse per la fatica, sarebbe un contatto notevole sebbene inosservato. Nella stanza non c’è nessun altro. Lei si mette addosso una giacca colorata a coprire la sua nudità, ed è già pronta, al pari suo. Trangugiato l’ultimo goccio di liquore, si esce. Ha voglia di baciarla lungo la strada, ma si trattiene all’idea dell’odore che il suo fiato ha di certo dopo il bicchiere.