mercoledì 24 novembre 2021

Bice

Bice ha un paio d’occhi anche nel naso. Ha la fronte rugosa segnata da tre linee verticali, come se tre dita roventi l’avessero ustionata. Quando è stanca, si acciambella sul fondo di un bidone pieno di soluzione acida, e dorme come fosse un sassolino in fondo a un lago, o un gatto morto, più come il secondo quando la si tira fuori ancora rigida: la si deve far sgocciolare, a rianimarsi ci pensa da sé.
Da quando ci siamo trasferiti, le stanze a nostra disposizione sono diminuite assai di numero, e ora ognuno conosce l’altro sin nei più piccoli dettagli imbarazzanti. Che Bice fosse diversa lo sospettavamo, ma non avremmo osato spingerci fino a questo punto nel nostro immaginare. Dev’essere di un’altra razza, di un altro pianeta addirittura. Però ci è utile: lavora senza sosta e senza lamentarsi, le sue opere sono nette, senza difetti. Non parla quasi, e si aggira accigliata scrutando tuto come se fosse una strega nella sua cucina, e ci azzecca sempre.
Nel tinello si ammassano le macchine: dodici pile sovrastate dagli accumulatori grossi come armadi mandano avanti la produzione. Li abbiamo scelti in base alla grandezza, altrimenti non avremmo potuto nemmeno entrare in casa. Le altre stanze, quelle di un tempo, sono rimaste nell’altra casa. Qui non ce ne sono di più. 

mercoledì 17 novembre 2021

Le note iniziali

Il canto è sempre il solito. Inizia nel modo consueto, riconoscibile, con quell’incedere elegiaco che fin dalle prime battute ce lo fa riconoscere. Diciamo: è lui, e mentre lo diciamo riconoscendolo, esso si adatta alla circostanza, mutando forma e andamento, diventando un’altra cosa. Ma è sempre lo stesso canto, solo che ha cambiato veste. Sotto sotto, si riconosce quella nota triste, come di malattia o di infortunio, nota tipica di certe lamentazioni di profeti: un incedere lento, senza intoppi, che subito incontra dei gradini, delle scale, alcuni mutamenti di luce – ed ecco che sotto i nostri occhi si è trasformato fin quasi a non riconoscerlo. Ma è sempre lui: è un canto che s’intona nelle più disparate circostanze della vita, tanto che esso non è conosciuto con un nome quale potrebbe essere, ad esempio, Canto di vittoria, oppure Canto di nozze, ma con un più generico e sotto certi versi più preciso nome di Canto, nome che non viene nemmeno proferito perché, se detto, sarebbe coperto dalla voce stessa che emette le note modulando il canto.
Ogni volta che si presenta, sin dall’inizio diciamo che è lui, anche se dopo muta andamento. Ad ogni nuova ripetizione, ci avviciniamo di un passo al suo significato. Infatti, noi cantiamo senza parole, perché il canto non ne ha: è una semplice modulazione di note emesse quasi a bocca chiusa, una specie di mugolio molto appassionato e corale. Il senso del canto ci si dischiude nelle sue variazioni. Le prime battute servono a noi per riconoscerlo e aprirgli il cuore e la mente, per permettergli di entrare. Poi, una volta dentro, esso muta, ogni volta è diverso, avvicinandosi così (ma senza mai toccarlo) al senso finale; ma s’avvicina ogni volta soltanto di un passo, di quello che ci permette di non essere travolti dal canto stesso. Il senso di quelle note ci è più chiaro a ogni ripetizione. Sebbene il canto faccia parte delle nostre vite, noi non siamo in grado di prevedere la prossima occorrenza in cui il canto si ripresenterà. Però, quando ciò accade, siamo d’un tratto pronti, e interiormente scattiamo in piedi per accoglierlo pienamente, sperando che anche questa volta ci sarà permesso di saperne qualcosa di più.
Si dice che l’ultimo giorno di vita, proprio nell’attimo dello spegnimento della coscienza individuale, il senso del canto si riveli all’interno del canto stesso in un bisbiglio fatto quasi in orlo d’orecchio al morente, un sussurro che esprime totalmente la vera natura del canto, l’essenza più pura, e tutti i motivi che ad esso sottostanno. I santi saggi discutono spesso di questo che a noi pare una diceria. Essi invece dicono ch’è tutto vero, come se fosse un indizio sicuro di una vita oltre la nostra. Altrimenti, dicono, a che servirebbe ricevere in dono un segreto così importante se fosse inutilizzabile. Dicono anche che l’anima, ormai leggera dopo gli anni trascorsi in questo mondo, abbia bisogno di un peso supplementare per non dissolversi nel Pleroma. 

mercoledì 10 novembre 2021

Verso sud

La villa è immersa nella campagna. Arrivarci è difficile senza una guida, e il paesaggio è così privo di indizi che è difficile dire la strada che si è appena fatta, o come si è giunti fin lì.
L’ingresso è al primo piano: una lunga scala affiancata al muro conduce alla porta. L’insieme è molto rustico, visto dall’esterno. Dentro, s’immaginano tutti gli agi della modernità. Lungo la scala stanno salendo i bambini, in silenzio, la schiena curva nel buffo atteggiamento di chi non vuole farsi vedere. Cercano di stanare il mostro. Sotto, nelle cantinette, gli adulti discutono oziosamente di vecchie questioni, sempre buone per un’ora di conversazione spigliata; chi non vuole sottostare a quel rito può starsene in pena per i bambini: fra poco saranno divorati al posto nostro, e di ciò nulla ci rimorde. È normale star qui a rivangare ricordi e collere in cui imbozzolarsi e trovare un’identità. Fra quelli, c’è il caso di ritrovare qualche vecchia conoscenza perduta nel tempo (sembra strano, ma è proprio lei, sebbene non la si sappia distinguere dal resto) ma non c’è gioia nel ritrovamento, solo un po’ di sorpresa e parecchio disappunto. Nulla in confronto all’angoscia del mostro quando ci rubava perfino il letto in quei pochi momenti in cui ci alzavamo per sgranchirci le membra colpite dall’orribile male. Orribile non per sé, ma perché ci costringeva all’isolamento. Eppure, quanti propositi su quell’assenza, e quanto li rinneghiamo oggi, mandando i bambini allo sbaraglio mentre noi ci stordiamo di discorsi inutili. Ma è questo il modo della villa di campagna, come fosse una avventura. Del resto, noi avremmo finito per vantarci di fronte a lui. 

mercoledì 3 novembre 2021

Dietro la maschera di Isaia

La nostra lingua era forte e fiera, e credevamo nella vittoria.
Quando gettammo l’Atomica nelle strade di Londra, calcolammo la giusta posizione scrivendo i dati con cura su un pezzo di carta, ripassando la grafia con un pennarello nero affinché nel momento culminante fosse tutto ben leggibile, con l’aiuto di un’enciclopedia e di quelli che vennero prima di noi, la cui esperienza era vasta e impareggiabile. Deponemmo la bomba con grande cura in un cassonetto dei rifiuti. I londinesi di nulla si accorsero, sebbene ci librassimo con un B-29 a un centimetro dalle loro teste come una zanzara molesta che depone il suo uovo con cura aiutandosi con pinze e gru, saggiando ogni centimetro per assicurarsi di un futuro. Tenendo d’occhio dagli oblò di coda la fiammella letale, fuggimmo con i motori a manetta per mettere una certa distanza fra noi e quella, seguendo il profilo della città fino ai bastioni, per poi gettarci rasente al mare, sotto la linea degli edifici per evitare l’onda d’urto che necessariamente nasce dal fuoco.
Ma la bomba non esplose, o almeno noi non vedemmo nulla se non una fiammella, quella che deponemmo nel cassone, una fiammella inutile tanto per distruggere una città quanto per vincere. La città fu rasa al suolo, però, perché noi, a guerra finita o anche subito dopo, non avemmo più un posto dove andare, le nostre case se l’erano prese. Alloggiammo perciò presso uomini curiosi e rozzi, che di ogni loro frase facevano uno scherno; e noi dovevamo rispondere, muovendoci tutti lazzi e moine (quella lingua non si poteva parlare in altro modo) con parole che non erano nostre e che spesso li offendevano: c’è sempre il rischio di essere scacciati.
Vorremmo sapere chi fu il primo a non ammonirvi, dicevamo. E quelli: Sento che tu adesso stai parlando troppo. Erano questi i termini dell’ospitalità, ma ogni volta che cercavamo di farci capire, che era davvero troppo pretendere da noi quell’obbedienza, ecco che la minaccia ridiventava efficace: Sento che tu adesso stai parlando troppo, dicevano. Ogni volta cercavamo di ingraziarci le loro donne, che intercedessero per noi, ma ciò riusciva solo a ritardare il giorno dell’esilio, che per noi vista la nostra indole sarebbe giunto presto, al limite della sopportazione.