mercoledì 31 marzo 2021

Le apparenze

Egli si veste all’ultima moda, pantaloni ampi e comodi color sabbia, maglietta chiara, sneakers, giacca rossa a quadri neri d’un bel motivo scozzese che va sempre tanto di grido, e percorre le strade al mattino nel centro città per andare all’accademia. Proprio come un qualsiasi studente squattrinato si ferma dal tabaccaio a comprare tre sigarette sfuse, e la moglie del gestore, che vedendolo entrare si rassetta alla meglio i vestiti, cerca di soddisfarlo meglio che può dandogliene di meno secche e più piene di tabacco. Poi, come una consuetudine, chiede se è pronta la pipa che ha portato a ripulire: un vero studente, per risparmiare sulle spese voluttuarie, fuma la pipa e compra libri usati in negozietti poco conosciuti, dove si è più disposti all’indulgenza. Va per le vie e si gode il sole radente sui muri degli antichi palazzi, e guarda intere viuzze sventrate da lavori in corso: gli par di avere il rispetto di tutti a menadito. Corre in estasi tra le tettoie di un mercato rionale cercando di coglierne i profumi di marcio, che sanno d’abbandonato e di fresco insieme. Si pavoneggia, ma senza darlo troppo a vedere, mischiandosi a gruppi di altri studenti che come lui vanno all’università. Il gioco sarebbe quasi riuscito se non fosse per il tabaccaio. Uscito dal retrobottega, gli domanda indiscreto: Ancora così pulcioso? Il suo occhio non turba le apparenze, questa osservazione invece sì. Eh, non ho tempo per il barbiere, risponde lui con un’alzata di spalle. Ma di quei capelli, è il colore che lo tradisce, nessun abito studentesco o modi spigliati possono coprirlo.

mercoledì 24 marzo 2021

La linea

La ferrovia taglia in due il paesaggio come una linea dell’orizzonte, e come tale non può essere raggiunta, allontanandosi via via che nel paesaggio ci si inoltra. Gli abitanti del luogo lo sanno, così si limitano a guardarla, soprattutto al mattino quando qui si è sotto l’ombra dei monti vicini e la pianura invece è inondata dal sole: guardano a quella linea perfetta come guarderebbero a un arcobaleno, con la stessa intensità e medesimo desiderio. Poi, però, se ne dimenticano e distolgono l’occhio: un arcobaleno durevole non merita attenzione.
Qui, la legge è garantita da un sentimento comune, al punto che anche un debole di corpo può esporsi al pericolo nel tentare di fermare un ladro (che sia un ladro lo dimostra l’evidenza e il comportamento, qui non si è ladri prima di rubare ma sempre dopo; il sospetto, qui, non si usa) perché sa di poter contare sul sostegno degli altri. Non c’è coraggio che tenga, qui sono tutti custodi, e non c’è malvivente che, sapendolo, eviti di compiere malefatte.
Qualcuno, però, c’è, e crede d’essere più veloce, non certo più furbo o forte: conta sulla rapidità e sulla sorpresa, ma ogni cosa è in buone mani, e i cittadini formano un organismo dai mille occhi, e una sola voce in grado di allertare tutti; ognuno, poi, una volta saputo del male, arriva a difesa come un anticorpo che protegge la vita dalle infezioni. Un grido, dita puntate, e il ladro è soppresso.
Per qualcuno, la mattina è ancora lunga; così, affina lo sguardo e osserva quella linea che taglia il paesaggio, dicendosi che stamani c’è tutto il tempo di tornare a casa seguendo quella via. Poi, però, lascia perdere l’idea e s’incammina.

mercoledì 17 marzo 2021

Note su K.

Quando questo racconto era conosciuto nella antica tradizione, esso era suddiviso in capitoli, alcuni brevi altri più lunghi. Di questi, il numero diciassette, per la qualità delle cose narrate, era da tutti considerato il migliore e più degno di menzione, quindi il più letto e conosciuto. Esso infondeva speranza nei cuori, sia durante la lettura sia nelle rammemorazioni, e per questo motivo era entrato nei modi di dire il detto: datemi un po’ di speranza diciassette. Questo fino a che io non produssi una nuova e più agevole traduzione di quel testo, che narrava delle imprese di K. Gli amici di K. potevano essere deboli e insignificanti, e anche io non è che fossi una cima né un prodigio: eravamo tutti quanti privi di un discorso interessante e profondo, le nostre anime erano povere. Ma K. era una vera forza della natura, insondabile e denso, ricco di sfumature anche quando non pronunciava parola, in grado con il suo silenzio di sostenerci.
Io, quei fatti narrati ebbi la fortuna di vederli da vicino, come testimone più prossimo alla verità (ed ero ancora abbastanza lontano, come si vedrà più avanti), più di tutti. Mi ricordo della lotta intensa che K. intraprese con la montagna. Non vidi gli incontri preliminari, fui testimone solo della conclusione dei fatti. Ci furono scontri terribili, fatti di parole e di pensieri, dove K. si faceva innanzi salendo sul fianco della montagna: là in alto si abbandonava a dialoghi che non riuscivamo, per la distanza fisica che ci separava da lui, ad intendere. Si è detto spesso: perché affidarsi a K. mani e piedi legati nella speranza che ci salvi e ci conduca fuori dall’inferno? Io non so che cosa rispondere a questa domanda, ancora oggi mi mette in imbarazzo: me la sono posta tante volte, soprattutto nei momenti difficili in cui la memoria non arrivava a confortarmi. Adesso, ripensando a quei giorni passati con lui sul fianco del monte ho quasi pronta una risposta, ma le parole che la formano rifiutano di mettersi insieme e sostenere la visione, tanto questa è incomprensibile.
Infatti, noi eravamo lontani, non vedevamo tutti i dettagli: era K. ad aver voluto così, non voleva che ci ferissimo a contatto con l’ignoto. Egli saliva sul fianco del monte e lassù si abbandonava a brevi e intense invettive. Doveva certamente essere così, anche se i suoni non giungevano fino a noi, attutiti dalla boscaglia; vedevamo i suoi gesti, e intuivamo che la lotta intrapresa con quegli spiriti (spiriti, fantasmi o immaginazione? ancora oggi con certezza non lo so) doveva essere dura, ce ne accorgevamo quando ritornava da noi, al punto che le parole scelte per combatterli erano frutto di intense meditazioni, meditazioni di K. fatte in solitudine densa, parole pesate e pesanti. Un solo discorso, una sola parola risonò, una sillaba, o almeno così ci parve, scosse il monte facendolo franare in una moltitudine di pietre. Una sola vocale ebbe quel potere, e l’intensità fu tale che le apparenze crollarono rivelandoci il vero e l’essenza di quel monte che, ancora impenetrabile, si ergeva di fronte a noi. Una sola parola – questo ancora oggi ci turba, il non ricordarsi quale fosse.
Io, come ho detto, vidi soltanto l’ultima parte della lotta, quella che condusse al crollo: fu una giornata più breve delle altre, l’unico giorno in cui K. permise che lo accompagnassi. Giungendo al punto prefissato, egli si inerpicò su per il versante. Non era una salita ripida, alcune radici sporgenti fornivano sostegno a mani e piedi. Salì agilmente, finche non lo confusi con le macchie di vegetazione là in alto. Vedevo che si muoveva, ma fu questione di un secondo o due, il tempo di pronunciare quella sillaba potente, e subito ridiscese di corsa, ordinandomi di mettermi al riparo.
La montagna stava crollando, prima con un rumore sordo e lontano; poi repentinamente la struttura cadde pietra dopo pietra, rovinando da basso, sfiorandoci e proseguendo la corsa verso la vale. La montagna, però, rimase ritta davanti a noi. Rimase in piedi la struttura, e noi tutti ci guardammo, cercando di capire la natura di quel crollo. K. naturalmente non volle parlarne: la morte non ha risposta, e però è inevitabile. Questo è il nodo insolubile. Cerchiamo di mitigare quell’orrore facendo paragoni, ma la cosa ci viene male per il carattere ignoto della questione, che supera ogni nostra possibilità di capire. 

mercoledì 10 marzo 2021

Verso sud

Giunsi ai conforti domestici molto tempo prima di essere arrivato. Mi ci abbandonai sperando di trovare consolazione. Anzi, pensando che il tocco del tessuto sulla pelle mi avrebbe aiutato nell’impresa, indossai il pigiama e la veste da camera, e in pantofole mi disposi a superare, al buio, l’ultimo tratto di strada. Forse non mi avrebbe visto nessuno, forse passando da un marciapiede all’altro e passando fuori dal cono di luce dei rari lampioni, sarei riuscito ad arrivare a casa senza essere notato. Ma erano molti i passaggi che mi ostacolavano rendendo vana quella speranza: il locale notturno, e più avanti il teatro e la fiera, poi i gabinetti pubblici e infine l’arrivo. Fra questi ultimi due, giardini e alberi.
I capannelli di gente fuori, all’uscita degli spettacoli, fu facile saltarli, nessuno se ne accorse. Passai abilmente fra le ombre, io vedevo tutto stando attento ai loro sguardi; ma erano sguardi ciechi, non mi avrebbero visto nemmeno alla luce piena tanto erano pieni quegli occhi delle luci della ribalta e del varietà. Più difficile, la fiera, dove i compratori si aggirano sperando di cogliere grazie all’ora l’occasione fugace, frugando tra gli addetti che spostavano le merci in previsione dell’indomani.
Il bagno pubblico fu una tentazione, condivisa con uno sconosciuto che, forse per paura e disposizione mentale, mi assalì con brutte parole e gesti rudi; ma le mie furono parole e gesti altrettanto grossi e paurose, cosicché egli subito si zittì timoroso. L’oscurità non perdona, ci rende diversi da come siamo in pieno giorno, e non temiamo di apparire anche diversi da come siamo: ma non saprei dire se quella diversità sia più o meno reale della consuetudine, e della faccia rassicurante.
Di fatto, abbandonarsi ai piaceri di un gabinetto pubblico è un gioco pericoloso, soprattutto se si è in pigiama e vestaglia come me: i brutti pensieri si fanno strada fino all’altro occasionale, così bisogna sempre tenerne conto e adeguarsi.
Arrivai a casa, ma non c’era nessuno ad attendermi, così mi disposi tutto tremante che arrivasse qualcuno e giustificasse la mia presenza fuori dall’uscio: non avevo che una faccia, senza nome né agganci, chi mai mi avrebbe permesso di restare a lungo? Finalmente, arrivò; mi abbandonai sulla poltrona disponendomi ad accoglierla fra le mie braccia. Venissero pure tutti, ora, entrassero a curiosare. Mi farei schermo con il suo corpo pieno e desiderabile, corpo divenuto amabile pretesto, e loro guarderebbero soltanto alla sua bellezza e alla mia fortuna che la tengo fra le braccia, e ci scommetto che nessuno avrebbe da ridire sul pigiama o sulla vestaglia, tantomeno sulle pantofole, se permettono il raggiungimento di tali obbiettivi. 

mercoledì 3 marzo 2021

L'ospite

All’arrivo dell’ospite, è una moltitudine. Sono i fantasmi, quelli che lo accompagnano e quelli che noi vediamo in lui: alcuni sono riconoscibili per come parlano, altri per dettagli fisici, ma la maggioranza di quelli fa massa e volume, riempie le stanze via via che egli avanza dentro casa, conquistandola tutta con una presenza silenziosa ma ingombrante, tanto che già prima che arrivino tutti, in casa non ci si può muovere senza urtare qualcosa. Sono fantasmi maleducati, si mettono subito all’opera compiendo i gesti predeterminati, a cui sono avvezzi da tempo. Occorrono forse degli esempi, per capire meglio: c’è quello così detto fantasma della pallavolista, gambe lunghe, schiena dritta, non la si vede mai in faccia. Questo fantasma subito si cambia d’abito appena giunto, come se fosse in uno spogliatoio, anche se di cambiarsi non c’è necessità né urgenza. C’è poi il gioviale, che arrivando saluta tutti con gran strette di mano, mano a cui non toglie il guanto, vezzo strano e scortese, e che una volta salutato critica fortemente ogni cosa, anche la più insignificante e non notata. C’è poi il nonno di famiglia, vero patriarca, con i denti mancanti e le gengive nere, vestito con abiti d’altri tempi, che tutto pare indagare e dissentire, e non dice mai una parola né un sorriso. Arrivano in massa, conquistano i posti a sedere al tavolo (è quella, la meta inconfessata) pronti ad afferrare un piatto e mettersi a mangiare, dopo averlo riempito con una cosa qualsiasi, una a caso, pur di soffocarmi.