mercoledì 30 gennaio 2019

La bambola

La bambina ha preso consistenza, tanto che la si vede solo al buio. Sentendo la sua voce ci immaginiamo un’ombra che la ricopre tutta, e con l’occhio della mente nella penombra riusciamo ancora a vederla, cosa che alla luce non è possibile, visto ch’ella è ridotta alle dimensioni di una pallottola, un proiettile a forma di bambolotto conico dalle fattezze grottesche che sta agevolmente nel palmo della mano; e se si accarezza là dove si suppone sia la pancia, dove sarebbe se restando immutate le proporzioni essa aumentasse le dimensioni, allora si agita tutta, battendo le palpebre voluttuosamente e ripetendo: Voglio la mamma, voglio il babbo.
Glielo facciamo notare: Dici sempre le stesse cose, e lei lo ammette: Dico sempre le stesse cose. Ma lo dice con una voce strozzata e querula, una voce da pupazzo, e mentre lo dice si agita tutta come un serpentello, mostrando la lingua, che non è biforcuta ma è pur sempre da serpente, sfacciata com’è, un serpente della grandezza di un bozzolo, di una pallottola che se fosse sparata da una pistola giocattolo farebbe un gran fumo e null’altro. Così almeno si crede, ma lei non ce lo lascia fare, perché con tutto quell’agitarsi cade a terra e si rialza, mentre ripete senza sosta: Voglio la mamma, voglio il babbo.



mercoledì 23 gennaio 2019

Il bravo pittore

Si narra di un pittore così bravo e addentro alla natura umana che i suoi ritratti erano pericolosi, perché mostravano la persona come realmente era sollevato il velo dell’apparenza. Un famoso uomo politico volle farsi ritrarre da lui, e non appena lo vide compiuto lo nascose in soffitta, dando ordine che alla sua morte fosse distrutto. Il pittore aveva così ben colto nel segno che l’uomo si spaventò di ciò che vide nel quadro: se altri occhi lo avessero visto, avrebbero capito di lui tutto all’istante. Il politico volle prevenire quella conoscenza.

mercoledì 16 gennaio 2019

That goes double

L’uomo che ha tenuto il mondo in palmo di mano si fa avanti nel buio del palco per raccontarlo: descrive tutto, di volta in volta e via via, lentamente, dalle cose più piccole alle più grandi, e tutto quello che dice forma un disegno che occupa tutto il mondo occidentale, lo riempie descrivendolo e raccontandolo, come mettendo insieme le tessere di un gioco di pazienza. Accanto a questi discorsi ce ne sono altri che mostrano la piccolezza di costui, e scopriamo così che quest’uomo è ossessionato dai fantasmi, da incubi che lo fanno costantemente deviare da quei discorsi. Da un lato c’è il sogno, ma dall’altro c’è il dubbio se questo discorso non sia che il sogno di un pazzo, di una mente devastata dalla solitudine. Questo racconto è la versione scorretta della sua esistenza.

mercoledì 9 gennaio 2019

Sigmund Freud

L’esplorazione è condotta in perfetta autonomia. Si tratta di raggiungere i quartieri a sud della città, sconosciuti, partendo da quelli a est, e ritornare, seguendo le vie dei topi e dei ratti.
Il carattere delle vie, qui, è tutto diverso. I muri sono scrostati, nudi muri di mattoni, mattoni che si rivelano sotto gli intonaci screpolati: nessuna scritta li deturpa, nessun disegno li copre. Sono muri come debbono essere quelli d’un labirinto, muri che delimitano percorsi tortuosi e stretti, muri che si toccano allargando le braccia a croce, mentre si corre all’inseguimento del movimento di un’ombra che si è appena scorso a pochi metri da qui. Le strade, di notte, sono deserte, ma di giorno sono altrettanto buie, i tetti alti non fanno passare la luce. Queste zone sono del tutto sconosciute, prive di segni, di un segno, un’insegna che al di qua ci dica qualcosa dell’aldilà, un grafo che simbolizzi, nella parte sud, l’altra parte: dove ritroveremo il bandolo del filo che ci condurrà fuori di qui?
I due quartieri confinano tra loro, ma l’idea di una zona in comune è così fuori posto che non la si riesce nemmeno a immaginare. Trovarla, significherebbe scovare un punto in comune fra gli opposti: anche il bianco e il nero hanno una linea che li divide; trovarla e correrci lungo significa trovare la chiave dei due mondi, e con quella entrare e uscire a piacimento.
Che fanno i topi? Squittendo, fuggono, rifugiandosi dai tombini alle cantine, nei sottoscala… li inseguiamo ogni volta che riusciamo a coglierli sul fatto, ma essi ci sfuggono. Manteniamo la loro stessa direzione combinandola con la nostra, cercando una similitudine fra le due. Ci dev’essere un segno comune alle due città: chiamarle così è naturale, e pensarle due è normale. Le vie, larghe e percorse da veicoli quelle dell’una, strette e buie e piene di topi quelle dell’altra: debbono avere un segno che le accomuni, un passaggio che le metta in comunicazione. Quel varco impensabile recherebbe i segni delle due zone.
L’unico modo di procedere è correre in una sola direzione, sempre la stessa, e se per caso questo è impossibile allora si deve indietreggiare mantenendo lo stesso orientamento, senza mai cedere al desiderio di deviare in una strada laterale, con la speranza di recuperare più tardi la direzione originaria. Se lo si fa, è finita, e resistere a quegli inviti è difficile. Così, privilegiando una direzione, un punto cardinale a scapito degli altri, si riuscirà a descrivere mentalmente la città, a disegnarla mediante una serie di tratti che hanno la medesima inclinazione, simile assai a un tratteggio, ma molto più preciso e meditato. Nessun altro tratto taglierà quelle parallele, nessun altro pensiero ci farà deviare da quell’idea di direzione. Domandola, la città acquisterà un senso; soggiogandola a quell’idea e a quelle linee forse riusciremo a uscirne e tornare al punto che le mette in comune.
Da quel punto, in cui ci si comincia a orizzontare, ritornare sarà più facile. Per trovarla, si deve procedere sempre con la stessa inclinazione, mantenendo la stella mentale il più possibile ferma, ben visibile come un faro, come un punto da cui sgomitolare tutto il labirinto, tutto l’intrico delle strade sconosciute.
Questo punto, che appartiene a una linea, che ha certamente delle ramificazioni, che si estendono a tutto il piano, è l’elemento che riordina l’insieme e ne trova il percorso; questo punto ci permette di pensare l’intera città senza doverla percorrere; questo punto rende pensabile anche noi. Ciò è, come si è detto, impensabile.

mercoledì 2 gennaio 2019

Le cariche della Regina

Distraete la Regina, accecatele la mente se volete che non faccia esplodere le sue cariche. Ella sa tutto perché vi comanda, e voi avete ubbidito. Ella sa tutto, e soprattutto era qui prima di voi; ha saputo così minare l’edificio con la perfezione dello scrupolo e del non essere disturbata. Dovrete fare un’opera di distrazione straordinaria per cancellare dalla sua mente questo proposito. Inizierete spengendo le luci, chiudendo gli altoparlanti, svagarle lo sguardo cercando di non farla pensare, e anche così non sarete mai sicuri. Se continuerete così, se ne accorgerà e allora sarà il fatto compiuto. Ella sa tutto ma pare che nulla sappia: non ingannatevi, è un’attrice alle prove, ancora ha da scegliere dal magazzino mentale il campionario che indosserà; e poi, quei volti li riempirà con l’emozione manualesca dell’attore. Solo alla fine si sentirà pronta a rendere quelle facce simili alla sua, colmandole del ricordo personale. Distraetela, finché siete in tempo. Soprattutto, fate scomparire la paura: se dal terrore dovete distoglierla, non siate fuorviati voi stessi dal terrore. Ella sa tutto, vi dico, tutto a tal punto che quasi prevede il vostro tentativo. Muovetevi e fate qualcosa di efficace, perché ormai è l’ora e le cariche stanno per saltare.