L’esplorazione è condotta in perfetta autonomia. Si tratta di raggiungere i quartieri a sud della città, sconosciuti, partendo da quelli a est, e ritornare, seguendo le vie dei topi e dei ratti.
Il carattere delle vie, qui, è tutto diverso. I muri sono scrostati, nudi muri di mattoni, mattoni che si rivelano sotto gli intonaci screpolati: nessuna scritta li deturpa, nessun disegno li copre. Sono muri come debbono essere quelli d’un labirinto, muri che delimitano percorsi tortuosi e stretti, muri che si toccano allargando le braccia a croce, mentre si corre all’inseguimento del movimento di un’ombra che si è appena scorso a pochi metri da qui. Le strade, di notte, sono deserte, ma di giorno sono altrettanto buie, i tetti alti non fanno passare la luce. Queste zone sono del tutto sconosciute, prive di segni, di un segno, un’insegna che al di qua ci dica qualcosa dell’aldilà, un grafo che simbolizzi, nella parte sud, l’altra parte: dove ritroveremo il bandolo del filo che ci condurrà fuori di qui?
I due quartieri confinano tra loro, ma l’idea di una zona in comune è così fuori posto che non la si riesce nemmeno a immaginare. Trovarla, significherebbe scovare un punto in comune fra gli opposti: anche il bianco e il nero hanno una linea che li divide; trovarla e correrci lungo significa trovare la chiave dei due mondi, e con quella entrare e uscire a piacimento.
Che fanno i topi? Squittendo, fuggono, rifugiandosi dai tombini alle cantine, nei sottoscala… li inseguiamo ogni volta che riusciamo a coglierli sul fatto, ma essi ci sfuggono. Manteniamo la loro stessa direzione combinandola con la nostra, cercando una similitudine fra le due. Ci dev’essere un segno comune alle due città: chiamarle così è naturale, e pensarle due è normale. Le vie, larghe e percorse da veicoli quelle dell’una, strette e buie e piene di topi quelle dell’altra: debbono avere un segno che le accomuni, un passaggio che le metta in comunicazione. Quel varco impensabile recherebbe i segni delle due zone.
L’unico modo di procedere è correre in una sola direzione, sempre la stessa, e se per caso questo è impossibile allora si deve indietreggiare mantenendo lo stesso orientamento, senza mai cedere al desiderio di deviare in una strada laterale, con la speranza di recuperare più tardi la direzione originaria. Se lo si fa, è finita, e resistere a quegli inviti è difficile. Così, privilegiando una direzione, un punto cardinale a scapito degli altri, si riuscirà a descrivere mentalmente la città, a disegnarla mediante una serie di tratti che hanno la medesima inclinazione, simile assai a un tratteggio, ma molto più preciso e meditato. Nessun altro tratto taglierà quelle parallele, nessun altro pensiero ci farà deviare da quell’idea di direzione. Domandola, la città acquisterà un senso; soggiogandola a quell’idea e a quelle linee forse riusciremo a uscirne e tornare al punto che le mette in comune.
Da quel punto, in cui ci si comincia a orizzontare, ritornare sarà più facile. Per trovarla, si deve procedere sempre con la stessa inclinazione, mantenendo la stella mentale il più possibile ferma, ben visibile come un faro, come un punto da cui sgomitolare tutto il labirinto, tutto l’intrico delle strade sconosciute.
Questo punto, che appartiene a una linea, che ha certamente delle ramificazioni, che si estendono a tutto il piano, è l’elemento che riordina l’insieme e ne trova il percorso; questo punto ci permette di pensare l’intera città senza doverla percorrere; questo punto rende pensabile anche noi. Ciò è, come si è detto, impensabile.