mercoledì 26 maggio 2021

La grazia

Quello che dico lo dico per farmi capire in un certo modo, e questa storia non è diversa da quel modo, in cui le cose non possono esser dette per come appaiono: non esistono parole adatte per questo. Le si dovrebbero inventare, ma poi non si sarebbe sicuri di essere capiti.C’è dunque un uomo volante: è pittato da cima a piedi, e parla una lingua affabile, gentile. Parla di ciò che senza impegno si vuol sentire, travestendo il suo dire cortesemente, in modo che la sua presenza non urti né abbagli. Dice cose che potrebbero dire tutti, ma costui le porge con garbo, e così molti l’ascoltano. Con lui non c’è difetto di lingua: la tua anche lui la capisce.Se c’è un uomo volante, ci dovrà essere ugualmente una donna, volante anch’ella, però dipinta internamente. Ma lei non parla gentilmente, e nemmeno in una lingua comprensibile: il dialetto che usa è sempre altro da ciò che ci si aspetta. Dice cose che sulla poltrona scomodano, e fanno venire i nervi alle gambe. Lei dà la chiave per accedere alla grazia.Le immagini di cui egli è tatuato non sono comprensibili: il significato di quei simboli lo ha dimenticato da tempo. Però, il suo parlare ne vivifica il senso e lo rende comprensibile, o meglio: così pare a noi seguendo le parole. Con la donna, è tutt’altra cosa: quello che ci dice è incomprensibile e ostico, duro da digerire come la pietra. Però, mentre con lui ci divertiamo senza pensare, con lei copriamo distanze incommensurabili.

mercoledì 19 maggio 2021

L'isola

Queste sono le parole che la prima volta che si leggono paiono non significare nulla, e nulla continuano a voler dire se le si dimenticano una volta lette, dimenticandosi di averle addirittura vedute. Ma se, per caso o intenzione, ci si ritorna sopra, quelle parole si imprimono a fuoco nel cuoio del cuore come un destino da cui non si può sfuggire, nemmeno per ignoranza, perché la dimenticanza non basta ad annullare quelle parole, non basta nemmeno il non leggerle mai, perché l’averle scritte, l’averle pensate è sufficiente a dar loro un potere.
Camminando per le vie dell’Isola, si pensa che non si potrebbe mai abitare qui: palazzi nuovi sorgono come denti sostituiti, in colori pastello e cera, mai usati. Ci si potrebbe vivere solo essendoci nati, avendo stemperato quell’aspetto finto e pulito con l’abitudine, se quel paesaggio lindo e uniforme che assomiglia a un set cinematografico partecipasse alle azioni e ai detti che noi avremmo potuto dire un tempo, non importa quanto lontano – è sufficiente averne il ricordo, o almeno del ricordo la suggestione. Si cammina pensando a come camminavamo un tempo, a piedi nudi sull’asfalto bagnato della città, senza il timore continuo di sporcarsi i piedi, che nulla è al confronto del terrore di avere le scarpe bucate – altrimenti, non ci saremmo mai mossi. A quei tempi, si abitava in macchina, senza acqua luce o gas che non fosse la luce del cielo o del sole, e quando si aveva voglia di un po’ di pulizia o fame, semplicemente non ci si prestava attenzione. Bastava sapere che un appartamento vicino ci potrebbe ospitare per far passare subito ogni uggia. Vivevamo all’aperto, parcheggiati in strada, in una via con molti negozi: ad avere i soldi, tutto era possibile. Chissà se li avevamo! Non è importante. L’importante era che l’occhio si riposasse sulle linee continue della prospettiva piana, quegli angoli dolci, quelle visioni consuete. Quelle erano il nostro cibo. Poco importa se per girare attorno si dovessero guadare pozze d’acqua sporca: quello sporco non ci insozzava, non ci si faceva caso.
Queste vie in salita, sull’isola, invece ci sfiancano: dov’è la pensione che ci dovrebbe ospitare? I colori tenui delle facciate somigliano a confetti in una bomboniera, a certe delicate carte da imballaggio, a regali intoccabili. Un lusso per la mente. Sì, ma viverci? Alla fine, qualcuno ci accoglie. La lunga marcia ci ha trasformati in creature sensuali e legnose, cadaveri dalle gambe lunghissime e ben tornite, e siamo inquieti: vorremmo tornare indietro. Ma siamo appena arrivati! Appena? Vorremmo dire non ancora, e lo diremmo se non fosse tardi e il sonno non ci piegasse le gambe. Chi vorrebbe dormirci, in un letto che ha esaurito i suoi sogni? Sarebbe come non poter allungare le mani sui propri desideri. L’esaudimento continuo equivale a nessun esaudimento, e quando la voglia è sempre davanti agli occhi è come se fosse scomparsa. Nondimeno, è qui che ambivamo arrivare; se almeno si potesse dire, in questa esposizione continua, che esiste ancora il desiderio, allora sarebbe fatta. Così, è meglio abbandonare al domani ogni discorso. Tutto è un segreto che, se menzionato, svanisce per sempre.

mercoledì 12 maggio 2021

P...

Chi è costui, che non lo riconosciamo?
Si traveste da guastafeste, da parente importuno, da immigrato, da postulante. Delle tre stanze, si installa nell’ultima, e da lì ordina e dirige. Dà indicazioni, consigli; suggerisce come fare e come non fare, a volte in maniera anche abbastanza insolente, spesso alzando la voce, sempre usando una parlata blesa, priva di alcune, se non tutte, consonanti.
Il suo dire si riduce quindi a un’apertura e chiusura di vocali, i cui toni sono modulati con il senso del discorso, senso ch’è generale e vago ma perfettamente capito dagli astanti, discorso che verte sempre sull’ordine e l’imposizione. Quando s’inalbera, perché qualcuno decide di non seguirlo nelle sue imprese (e per far ciò ci si isola nella prima stanza, distanti da lui per non vederlo ma non abbastanza per non sentirlo) il tono di quelle vocalità aumenta di volume e tono, modulando su frequenze più acute. Quando si accorge che qualcuno ha lasciato il seminato, percorre a grandi passi la distanza fra le stanze (la prima quella del transfuga, l’ultima la sua) e cerca di convincere il fuggiasco a ritornare, proponendo emendamenti a quel suo dire d’ordini. Ma chi si distacca vede ormai che al di là di quell’ultima stanza c’è dell’altro, e anche se non è in quantità apprezzabili è pur sempre diverso, migliore non si sa ma di certo non importa.
Ma perché costui è arrivato fino a noi? Le regole d’ingaggio parlavano chiaro, fino a ieri: al punto sette era ben specificato, e in lettere chiare. Non li vogliamo, i P… 

mercoledì 5 maggio 2021

La scommessa

È risaputo che, dei due occhi, uno vede colori che l’altro non distingue. Il destro, per esempio, vede la realtà in una dominante rossa che nell’altro è, sempre per esempio, verde: chiudendo alternativamente gli occhi cambiano i colori delle cose. Questo effetto si annulla quando entrambi sono aperti: le dominanti si annullano a vicenda, essendo cromaticamente complementari. Ma la differenza di visione permane anche se inavvertita, ed è un sintomo della radicale disparità fra i due lati del corpo. Quale sia la dominante è di volta in volta da decidere. Di fatto è così, anche all’arrivo.
La città al crepuscolo diventa d’ottone e vetro, e odora di metallo. Dalla stazione, le direzioni per chi arriva si confondono: dov’è l’ippodromo per le puntate? dove l’ospedale dove l’amico ci attende? Dall’alto della scalinata d’uscita il Dottore osserva le vie che si confondono tra i palazzi, formando false quinte di teatro che ricevono altre case, altri angoli: e le vie, che paiono attraversarla così chiaramente, in verità sono tortuose e infide, tanto che portano in direzioni altre e nascoste. Chi arriva giustamente, si sente spaesato; si domanda dove mangiare, come guadagnare qualche soldo, e non sa rispondersi se non trova qualcuno che gli faccia da guida.
Una guida, ben detto: ma saprà ella raccapezzarsi fra tutte quelle false direzioni e riflessi ingannevoli? Il sole, ormai sotto l’orizzonte, non proietta più le ombre necessarie, sistema così utile per determinare distanze e profondità. Una città senz’ombra, di metallo e vetro per giunta, è un luogo invivibile. Una guida, è facile dirlo: ma dove trovarla? Forse, nell’atrio della stazione, presso il casellario e il deposito bagagli. È là che di solito stazionano i perdigiorno in attesa di polli da spennare. Si spera che questa volta non sarà così, che la guida riesca a portare a destinazione l’uomo che le si è affidato. Ma se le ombre hanno cancellato le distanze, come si arriverà? Seguendo la via, è chiaro: una guida non deve far da meno di questo.
Le differenze fra i due occhi, è vero: che cosa implica tutto ciò? Prima di tutto, l’ignoranza del Dottore, che mai ha saputo di questo pur avendola avuta, per così dire, sotto gli occhi. Si meraviglia nel sentire i pazienti che gliene parlano, che dicono di disparità di visione e di colori delle cose, e vuole saperne di più. Ma il paziente nulla di più dice se non l’ovvio: è sempre stato così, discuterne è inutile e dannoso. Dannoso perché nascono incomprensioni, inutile perché è evidente. Ed è anche tardivo – questo lo si capisce bene.
Ecco che fiduciosamente i due, guida e guidato, s’incamminano verso un chiaro oriente. La guida pensa: lo porrò sulla direttrice, seguendo la quale potrà arrivare dove vuole. All’ospedale, ha detto? o forse all’ippodromo? Non importa: là dove lo spedirò ci saranno indicazioni sufficienti per entrambe le vie; adesso, l’unica cosa da fare è uscire dal dedalo di viuzze e portarlo in linea – questo dice la guida. Par che sappia il fatto suo.
Ma poi, girati due o tre angoli, la guida arranca: fra loro e la destinazione si aprono salite ghiaiose di montagne, letti di torrenti in secca, casipole abbandonate in aperta campagna, pure ciminiere diroccate e ciuffi d’erba fra le pietre bianche. La direzione non era poi così tanto chiara se già si sono arenati. Ancora uno sforzo, si dice, e riuscirò a metterlo in riga, nella giusta strada dritta che, una volta presa, lo porterà alla meta, ospedale o ippodromo o albergo che sia. Ma quella linea retta tarda a mostrarsi, e tutto si confonde in aperta campagna sotto un sole aspro e cocente che secca la gola, dove di città o ottone o vetro non c’è davvero più traccia.
-Ma io voglio saperne di più! -, dice il dottore. Al che, che cosa gli si può rispondere? Dottore, lasci stare queste ovvietà e curi piuttosto la malattia.