mercoledì 28 dicembre 2016

Fine secolo

Sta’ attento che il risucchio delle cose, quello che viene dal cielo, quello che la realtà produce nel suo movimento, che è lento ma impercettibile, e inesorabile, ed è alimentato da ogni gesto che si fa, anche il più innocuo. - sta’ attento, dicevo, che quel risucchio non trascini via da te, senza peso ne’ interesse, quasi come se fossero piume, leggère, a cui non si sa quasi badare perché imprendibili, imprevedibili, che ad ogni spostamento d’aria si spostano di chilometri - sta’ attento, dunque, al bambino che è con te, che non ti sfugga nello spostarti, che non ti voli via come una piuma ad ogni tuo movimento.
Se per caso ti scappa, bada al modo in cui lo rincorrerai per riprenderlo, che non ti voli via ancora di più, irrimediabilmente catturato da quella forza invisibile che trascina in alto le cose, lontano dalle mani tese e dagli sforzi, trasformandolo in un oggetto perduto, stavolta per sempre.
Dovevi startene al chiuso, e non cedere al richiamo di quegli animali da cortile (il gatto, la gallina, il canguro, il vaso da fiori, tutti marroni e fulvi come mattoni cotti e sbrecciati); c’erano finestre da cui guardar fuori. Il trucco, ma sarebbe meglio dire l’inganno, stava nelle somiglianze. Tutto ciò che si vede e si sente è somigliante a qualcosa d’altro, e questa familiarità estenuante ti attira. È la somiglianza che rende facile l’accettazione della Realtà: la si prende a piene mani perché la sua presenza echeggia qualcosa che abbiamo perduto. Si crede, in questo modo, di vincere. Ma il segreto è di non cedere a quella familiarità, mantenendosi saldo nella propria visione, faticosamente conquistata nonostante le somiglianza, le assonanze del Reale.
Ma anche questa visione è ancora troppo somigliante per poter essere accettata.

mercoledì 21 dicembre 2016

Dalla soglia

Mi dici: - Vado a vedere i capi che cos’hanno deciso.
Sei giovane e bella, ti guardo ma non ho alcun desiderio. Mi giro e trascelgo, fra tutte le cose che dovrò portare con me, quelle che mi serviranno. Chi sei tu, che quasi di sfuggita mi hai parlato affacciandoti alla porta, illuminata dal sole appena sorto? Non devi essere qualcuno a cui tengo, visto che ho distolto lo sguardo come se nulla mi importasse di te. Infatti, non mi hai turbato. C’è però quell’accenno alla bellezza e alla gioventù, e null’altro. C’è forse una lunga consuetudine fra noi, un medesimo luogo ci accoglie al ritorno da occupazioni difficili o pericolose.
Forse, però hai detto: - Vado a sentire cosa dicono - come se ti riferissi alle ultime chiacchiere di un pettegolezzo, da raccogliere all’angolo del cortile dove si riuniscono le comari; come se tu volessi sapere l’ultimo svolgimento di un discorso ridicolo. In questo caso, allora, io non trasceglierei da quel mucchio di cose l’equipaggiamento più adatto, ma starei curiosando senza costrutto in un ammasso di oggetti inutili, senza storia.
Resta, è vero, l’illusione di bellezza e gioventù, ma anche in questo caso, potrebbe essere un’illusione ottica, e noi non abbiamo mai vissuto quell’esistenza dura e difficile di cui si diceva poco sopra. Anche l’impressione di una vita in comune, un’esistenza condotta fra eroismi quotidiani da cui si esce ogni volta vittoriosi in virtù della forza e della bellezza, anche quella è una illusione, un gioco di luci che ci ha colti impreparati perché eravamo distratti. È stato tutto un tranello, un inganno che la mente ci ha teso senza pensarci troppo.

mercoledì 14 dicembre 2016

Intimità d'una pozza d'acqua

La casa è un edificio di mattoni, abitato da persone che sicuramente ci stanno aspettando; e anzi, ci si chiede che cosa si stia facendo ancora a metà strada, nudi e incapaci di proseguire per la pioggia e il vento, senza avere il coraggio di dirigerci là. Proveniamo da un luogo confuso, fatto di scale e stanzette frequentate da moltitudini: nessuno ci ha detto nulla, che cosa si potrebbe infatti dire attorno a fatti naturali? Ma di quel silenzio s’intuiva la simulazione: era un tacere su qualcosa di evidente, di cui non si parlava proprio per quella visibilità.
Il freddo ci tormenta; se avessimo una sciarpa, una coperta, un riparo qualsiasi, potremmo anche restarcene qui. L’unico mezzo che abbiamo, non tanto per percorrere velocemente la via ma almeno per non sentire la stanchezza, è una sedia. È difficile far strada seduti su una sedia, ma il motore che teniamo nascosto nei piedi sarà certo di aiuto. Se noi ci sediamo e insieme sorreggiamo la sedia con le braccia, ci sarà certamente un miglioramento. In questa strana posizione, né del tutto eretti né del tutto curvi, ci possiamo affidare a quella segreta energia per giungere a casa, se non fosse che in tal modo daremmo nell’occhio. - Ma a casa ci aspettano -, ci diciamo, pieni di speranza. È con questo sentimento che ci mettiamo in marcia, sperando poi di non dover giustificare il nostro stato miserevole. È difficile anche per noi che al riguardo ne sapremmo più degli altri.

mercoledì 7 dicembre 2016

Brindisi

Adesso che termineremo con questo brindisi di celebrazione, ed è inutile che tu ostenti il tuo bicchiere nella mia direzione, dato che entrambi sappiamo che il tuo è di cristallo e il mio di cartone, anche se continui a negare ostentatamente il fatto - adesso che la finiremo, ti accompagnerò te e il tuo amico alla stazione. Datemi ancora un attimo per ripulirmi e sarò a vostra disposizione per quest’ultimo favore; datemi tregua, vi ho detto, state un momento silenziosi, non passeggiatemi davanti alla porta. Fate che io sbrighi quest’ultima incombenza e poi sarò vostro per l’ultima volta.
Questo corpo che non obbedisce più, che non riesce più ad abitare negli spazi consueti: tutto è diventato piccolo, e ogni movimento ingombrante e fuori misura. Una volta da solo, saprò certamente far fronte a queste piccole contrarietà che, sommate l’una all’altra, rendono la vita insopportabile. Vi porterò dove vorrete andare con la speranza che poi mi lascerete solo, che non ci sarà più bisogno di pensare troppo al corpo. Ecco l’ultimo brindisi, ancora, certo, ma poi si spera che la mente potrà ritrarsi su se stessa in pace, lasciando andare la carne alla deriva.
Quante volte abbiamo contemplato, voi e io insieme, i misteri del corpo; quante volte ci siamo trovati senza parole di fronte all’inspiegabile che noi eravamo. Ci si guardava in silenzio non credendo ai nostri occhi, non credendo che noi eravamo quelli lì. Eppure, eravamo noi a impersonare quel mistero, eravamo noi a rivestire quell’anima con un corpo impensabile, d’una carne quasi mistica.
Ora, però, basta con tutto questo: debbo ritrarmi in me, come un nervo che si contrae abbandonando a se stessa la sensazione troppo a lungo mantenuta. Devo lasciar andare, non posso più pensare quanto alieno tutto mi sia. Guardate, come si muove: sembra animato dall’esterno, sembra che non ci appartenga da quanto è inimmaginabile. Chi l’avrebbe mai detto, che noi avremmo somigliato a ciò che contemplavamo con tanta devozione, sicuri che non ci sarebbe toccato in sorte di esserlo. E invece, guardate come siamo diversi, adesso, come non siamo più noi a muoverci.
Ora, però, non si può più continuare come se nulla fosse: ci sarà certo un prezzo da pagare, se persisteremo in questi atteggiamenti, in questi pensieri. Per conto mio, dopo quest’ultimo brindisi - e ancora tu ostenti in tuo bicchiere contro il mio ammiccando a quell’ineffabile, come se ancora non fossimo in noi - smetterò. Tornerò a guardare come risplende il vuoto. Non so che cosa farete voi, ma non mi interessa. Null’altro se non il corpo mi lega a voi, e una volta che l’avrò abbandonato, sempre che ci riesca, anche di voi smetterò di occuparmi. Colerò il cemento sulla botola per non aprirla più, nemmeno per sbaglio.