mercoledì 28 luglio 2021

Strindberg on the beach

Le due ragazze cieche e malate sono sedute al banco del bar da un’ora e sono appena arrivate. Si sentono fuori posto ma sono determinate ad andare fino in fondo: vogliamo guarire, siamo qui per questo, dicono. Ci vorrebbe per loro un ausilio, un orizzonte che renda più facile il soggiorno qui in città, un luogo di villeggiatura, quindi un porto che offra molte occasioni a due ragazze, ancorché cieche e malate, e anzi per questo molto più desiderose di vita.
Una parola di, mettiamo, otto lettere, variamente raggruppandole in ordine e numero ogni volta diverso permette di identificare i luoghi e le ore. La prime tre lettere, ad esempio, potrebbero identificare l’albergo; la prima, la terza, la quinta e l’ultima, ma in ordine inverso, potrebbero designare l’ospedale; le ultime tre, poi, in un ordine scambiato, potrebbero significare bar, proprio come questo in cui sono sedute le due. Un’unica parola da tenere a mente, e sopra d’essa un disegno numerico che rappresenti i raggruppamenti possibili con cui formare parole di significato inequivocabile. Ecco il signor Strindberg che arriva a passo rapido attraversando la piazzetta vicino ai campi sportivi. -Ma è proprio lei? -. Allarga le braccia, l’ometto basso, calvo alla sommità del cranio, i capelli lunghi sulle spalle che lo fanno assomigliare a un chierico malaticcio, o a un folle spensierato. Guarda con occhio sorridente attraverso gli occhialini, mentre gli spieghiamo tutta la faccenda. Pare contento, ma più contente saranno le due ragazze: una di loro potrà finalmente vestirsi senza che il corpo nudo si mostri attraverso le pieghe dell’abito. Cosa non conveniente, del resto, ed è pure una contraddizione. 

mercoledì 21 luglio 2021

Ad infinitum

Ludwig Wittgenstein dice, tra sé: Non posso più stare qui e continuare a insegnare come se niente fosse. Qualcosa è senz’altro accaduto. Debbo allontanarmi per porre a verifica quanto io so, e se lo sappia davvero; un metodo efficace per provarlo è andar via, partire per un luogo indeciso. L’importante è pur sempre il camminare lungo una retta via. Ma cosa porterò con me? Libri di certo, ma soltanto quelli che io potrò leggere agevolmente nelle pause del viaggio, per poi mentalmente ripetermeli a me stesso mentre vado. A ben guardare, non c’è nemmeno bisogno che io li porti con me. Molti di questi libri li so già a memoria. Porterò solo quelli che ricordo bene, così potrò lasciarli qui e trasportare soltanto il loro contenuto, mentalmente. E gli oggetti, quali oggetti? Quelli che mi servono davvero, quelli utili a fare il punto ogni volta. E a chi mi chiederà, risponderò soltanto con il sapere che ho imparato ad adoperare, non con teorie astratte.
E la lunghezza, la strada, che sarà? Saranno dei passi, numerabili, sperimentabili. Ogni duemila – no: ogni due milioni di passi mi fermerò obbligandomi a fare il punto. Come farlo, quel punto? Forse, fermandomi in mezzo alla via, di traverso, che sto percorrendo, gli occhi fissi al nastro grigio per poi alzarli, e annotare punto per punto quello che incontro con gli occhi, via via e di punto in punto, senza saltare nulla, costringendomi a identificare quello che si vede, nominandone l’uso. Soprattutto, distratto mai, ma con gli occhi sempre su quelle cose mentali senza deviare nemmeno di un millimetro o di un passo, di qualsiasi lunghezza si voglia. Nel lungo viaggio, saranno gli occhi e non gli oggetti a tenermi saldo in piedi. Questo sarà un modo efficacissimo di fare il punto: e ogni punto, confrontarlo con il sapere, per vedere se regge. Quindi, porterò con me solo quelle cose che mi aiuteranno nell’ignoto a fare il punto.
E cosa insegnerò all’uomo? Solo quello che anch’io so e posso ripetere a me, niente libri né indici a segnare le cose, niente tabelle a cui richiamarsi. Solo quello che mi è rimasto in testa, senza occuparmi dell’orpello o della veste da camera: non ci saranno più camere né fornelli di pipa da accendere o ravvivare, non più poltrone e discorsi davanti al caminetto, non più la finestra a Cambridge, ma solo una via, un nastro grigio che si snoda di due milioni in due milioni di passi – Quanti saranno, mille chilometri, forse? Saranno quel che è, è ora di andare. Non ci sono istruzioni, né campioni, né sagome con cui identificare i fatti, solo questa mente piena come un diamante; e solo con essa io potrò, senza essere distratto dalla catena infinita di ragioni e di passi, passando da luogo a luogo, ad infinitum, arrivare alla fine del viaggio. 

mercoledì 14 luglio 2021

La promessa

La sposa è condotta dal padre su per i campi e i vigneti, a forza di spintoni. Sotto l’abito bianco si indovina che è nuda, ed egli imbraccia un fucile. Da qui siamo lontani, e ancora indugiamo a guardare senza essere visti ciò che accadrà. La conduce alla gogna dei nostri sguardi, è certo, e s’avvicina il più possibile per farcela vedere e vederci egli stesso, così da imbracciare il fucile e punire con un colpo la nostra curiosità. Lo ammettiamo, è morbosa, la curiosità, ma non riusciamo a staccare gli occhi, lo spettacolo di un padre che conduce a botte e spintoni la sua figlia sposa su per i pendii della vigna è uno spettacolo da vedere: a ogni brusco gesto del padre corrisponde una scopritura di quel vestito bianco sulla pelle nuda. La figlia è bella, così almeno s’intuisce alla distanza, troppo bella perché qualcuno se la maritasse e zitto. Con una figlia così non si può tacere. È così perspicua che la parola non deve solo coprirla. Ma chi riuscirà a pronunciarla? Il padre deve aver tanto cercato qualcuno che fosse in grado di parlare così, e la rabbia della delusione adeso si mostra tutta in quei gesti.
Uno di noi due dovrebbe presentarsi a lui come l’uomo ideale per sua figlia; invece, ci accontentiamo entrambi di stare qui a spiare non visti, attendendo che egli avvicinandosi troppo ci scorga e finalmente ci spari – perché non può che finire così. Dilatiamo il tempo rallentandolo negli sguardi, truccandone le variabili per mantenerlo a nostro vantaggio e vedere tutto da vicino, così vicino che solo lo sposo lo vedrebbe, solo a lui sarebbe permesso. S’avvicinano e noi continuiamo a rischiare di essere scoperti, fino al punto in cui, troppo prossimi, il padre imbraccia il fucile, prende la mira là dove adesso ci ha sicuramente visti e fa fuoco, mancandoci, perché un istante prima ci siamo strappati a quel luogo con uno sforzo di volontà fuggendone veloci, lontano.
Che dire di questo agli ospiti? Essi si scusano della troppo improvvisa partenza. Parlano di rivedersi presto ma son chiacchiere, come quelle che debbono aver deluso il padre con la figlia (e che dirgli di questo, a loro che non capirebbero di certo?), parole e smorfie di comodo che si fanno e si dicono quando non si ha più la voglia di dire qualcosa di concreto. Son germanici, della razza dello specchio e della civetta, mentitori e contraffattori: le loro parole sono false come i loro volti, nulla di loro è sincero ma artefatto, truccato al punto di crederlo vero. Dire loro della sposa è fiato sprecato. Nulla di loro vale, neanche una promessa strappata con l’immagine dell’infanzia, la più cara e edibile, gustosa d’un gelato mille gusti, da loro astrattamente mischiato fino a che non rimane nulla di comprensibile. Si finge serietà e compunzione atteggiando la faccia, ma la parola tradisce, la parola è nuda sotto quelle smorfie. Sì, sì, diciamo a calmarli, ma vorremmo che se ne andassero e tacessero, lasciandoci pensare ancora un po’ alla sposa e al modo di raggiungerla, di carpirla al padre con un trucco, una promessa, una parola. 

mercoledì 7 luglio 2021

Il male interno

All’epoca si poteva parlare soltanto attraverso la malattia, più per moda che per altro. Che cosa se ne poteva mai ragionevolmente trarre? Malattia significava piastrelle bianche al muro, letti di ferro e corsie deserte; e più le piastrelle erano ingiallite più duri i letti e più deserte le corsie, più che della malattia si credeva di dire tutto: era una moda, e un modo di dire, ma chi dalla malattia ci era passato davvero si sentiva premiato improvvisamente da quell’insolito destino. In quei momenti, la condanna era quasi un privilegio. Naturalmente, della malattia si faceva un gran dire per abitudine: ne parlavamo come dottori, senza avere le parole che descrivessero i sapori che chiudevano la gola. Ogni racconto di malattia, come bene si sa, si riduce a poca cosa, a pochi elementi variamente ricombinati che formano un discorso monotono e stancante. Come invece ogni racconto, passando per quello della malattia, ne riuscisse vivificato, era un mistero.
Ogni discorso, come ogni sogno che si rispetti, doveva attraversare quel residuo, e i nostri discorsi quotidiani si orientavano a quella corrente dominante. Tutto ci passava attraverso, anche ciò che con quello nulla aveva da spartire. Il lungo e quotidiano dire della malattia, e tutto cominciò quando di quella cominciò a parlare un noto personaggio pubblico, era il passaggio attraverso cui ogni parola del discorso trovava la sua verità e esistenza.
Si parlava di malattia, ma si intendeva la guarigione, o meglio: la cura. Una cura dolorosa e sofferta, fatta di convulsioni e intossicazioni: erano quelli i momenti in cui la gola si serrava, le piastrelle si ingiallivano, i letti diventavano più duri e le corsie deserte. Nel dolore della cura si era tutti impotenti: si aveva il terrore di ricaderci dentro, di tornare indietro al nulla da cui si era partiti. Si aveva speranza si andare avanti, di macinare un altro minuto senza che la malattia crescesse di nuovo dentro di noi (e il dolore era il segno che tutto, forse, andava bene). Si aveva il desiderio inconfessato di fermarci, di arrestare tutto e di godere di quell’attimo solo. In molti lo facevano, questo discorso, lo ripetevano più per sentito dire che per sentirlo davvero, e qualcuno introduceva anche delle varianti a proprio gusto; ma nessuno sapeva realmente, senza esserci passato, cosa ciò significasse, quale grazia leggera avessero quella speranza, quel terrore e quel desiderio – solo chi ci era passato conosceva il senso, portandoselo tatuato sul rovescio della pelle. Era solo una moda, ma serviva a farsi capire.