mercoledì 30 giugno 2021

India

Le linee del ponte aiutano la corsa: dapprima ascendente, quasi ripido ma senza darlo a vedere; la spinta si accresce senza fatica fino al culmine. Le linee sobrie dell’architettura non mostrano nessuno sforzo, così anche la corsa. Dal punto centrale, cruciale per il passaggio inavvertito dall’ascendere al discendere, la via procede con la stessa angolazione rispetto all’immaginario piano verticale che taglia il culmine, ma con segno diverso dalla prima parte. Dapprima si corre in salita senza fatica, dappoi si rallenta in discesa senza frenare: il ponte permette questa mossa, e le architetture seminascoste sostengono questa possibilità.
Il film, che principalmente narra di una processione, inizia con la corsa vertiginosa, tutta velocità, nascondimento e acrobazia, degli uomini, giovani al punto in cui iniziano a salire, invecchiando via via che procedono sul ponte: dapprima maturano, poi diventano anziani, e tutto accade mentre corrono e saltano sul ponte, prima aumentando la velocità e poi diminuendola. Arrivati all’altra sponda, essi sono vecchi, agili ancora ma anziani, pronti (e noi con loro) all’argomento dell’opera.
Il modo in cui corrono, scivolando l’uno accanto all’altro, nascondendosi a vicenda ma senza darlo a vedere, essendo quello un effetto della corsa, aiuta a mascherare il trucco: nella finzione cinematografica, essi non invecchiano davvero nell’attraversamento del ponte, ma sono sostituiti da controfigure, da attori che prendono il posto di altri attori, a tempo, in perfetto sincronismo; ma se si aguzza lo sguardo, gli scambi si notano. Ciò suggerisce l’idea dell’invecchiamento dovuto all’attraversamento. Questo io dico alla mia amica distratta, ma lei non mi crede: è tutt’occhi sulla processione. Diciamo: Bello, ma forse lo crediamo soltanto. Al punto in cui siamo, è difficile cogliere la differenza fra i due modi. La processione la vediamo da lontano: arrivare laggiù è quasi impossibile. Ci sono elefanti, donne con il sari, gente che fa festa, ombrelli colorati. Si snoda per le vie del centro. Si capisce subito che quella parata nuziale è un fatto simbolico, soprattutto quando ci rendiamo conto che anche noi indossiamo, sopra i nostri panni consueti, gli abiti di scena, coloratissimi e intonati all’occasione. Il film ha valicato i contorni labili dell’inquadratura intromettendosi nella realtà, invadendone tutte le pieghe, conformandola alla fantasia.
Al termine del film, quegli uomini invecchiati risalgono il ponte allo stesso modo in cui l’hanno attraversato all’inizio, in senso inverso e con lo stesso dinamismo, acrobazie e corsa mozzafiato, solo che adesso sono nuovamente giovani: invecchieranno nella traversata, arrivando decrepiti sulla sponda di partenza, perdendosi poi nella foresta da cui erano partiti, giovanissimi, all’inizio del film.

mercoledì 23 giugno 2021

La confessione

Krasina disse: Quando sarò davanti a loro, aprirò la mia faccia.
Di Ivan Krasina mai avevamo saputo che cosa pensare; di carattere pesantemente allegro, molestava chiunque con scherzi e battute oscene. I primi tempi era divertente, ma poi si mostrò la gravezza di quel suo comportarsi: era molesto, e inoltre mai riuscivi a indovinare come la pensasse. Si rifugiava dietro preconcetti e opinioni che spacciava come sue, tutte contraddicendosi fra loro a un esame un po’ più approfondito. Sperare di imbrigliare Krasina con la logica era una follia: il suo pensiero non sottostava a nessuna legge, né il suo parlare era da meno – e non provava nessuna fatica a comportarsi così. Era tutto un agitarsi, un molestare. Non lo si poteva nemmeno ignorare, dato che era invadente e manesco al massimo grado: come far finta di niente mentre due mani a palanca ti toccano tutto, infastidendoti? Si girava al largo sperando di non essere notati, e quando si doveva avere un qualche commercio con lui, ad esempio il venerdì notte quando volevamo un po’ di sesso in camerata (gestiva di nascosto un traffico di ragazzine, di certo minorenni) si cercava di far veloce e chiudere al primo prezzo. Lui del resto mai se ne approfittava, e chiedeva sempre cifre per noi abbordabili.
Quando ci disse che aveva inventato la razione ideale di cibo, non volemmo credere se non a un’altra delle sue burle atroci: si sapeva come iniziavano, non si capiva mai come sarebbero finite. Comunque dicemmo: Sì. Lui intuì il nostro non crederci, e ce la mostrò: la razione Krasina, una mattonella di cibo precotto e confezionato, una specie di pasticcio contenente tutto il necessario al sostentamento, alla vita, e non solo quella del collegio dove eravamo, ma di chiunque e ovunque: la razione di cibo per l’uomo moderno. Ce la fece assaggiare: al di là dell’aspetto e del cattivo sapore, quella cosa nutriva davvero, dava forza e intelligenza.
Decise dunque di portarla in commissione brevetti. È chiaro che un’operazione del genere abbisogna di un resoconto sincero, di una relazione spassionata di sé, delle motivazioni e degli scopi che ci muovono a far ciò; e questo, conoscendo noi Ivan Krasina, ci pareva impossibile a farsi e a dirsi: Egli non era mai stato, non solo con noi ma con tutti, sincero, aperto, spassionato – in una parola: vero. Ma gli insegnanti, al primo sguardo, gli avevano già dato il via libera; e noi nulla sapevamo, nulla immaginavamo di Krasina, Ivan Krasina il confusionario, il burlone.
Infine, arrivò il giorno della partenza. Krasina davanti alla commissione presentò il suo modello: adesso, come da promessa, avrebbe dovuto mostrare il suo vero io, spalancando la faccia come ci aveva detto tempo addietro. Non una confessione che sarebbe stata non vera per le miriadi di cose giocoforza taciute: quando ci si confessa, si deve dire tutto, ed è impossibile dirlo a meno di non perdersi in dettagli la cui irrilevanza non è possibile giudicare a priori. Avrebbe dovuto, nell’illustrare le virtù della razione prodigiosa, dire i pensieri e i moventi che l’avevano guidato nell’opera. Avrebbe dovuto, per dirla franca, mostrarsi proprio com’era dentro.
Fu lì che Krasina davvero aprì la faccia spalancando la bocca e gli occhi – e tutti, all’istante, capirono.

mercoledì 16 giugno 2021

A, Uno e Primo

A condurre sono in tre: uno guida, uno governa e uno siede. Li chiameremo nell’ordine A, Uno e Primo. A effettivamente dirige, ma è Uno a controllare che tutto sia, come si dice, in asse, perfettamente allineato. Primo siede e guarda dritto avanti: dovrebbe talvolta guardare anche altrove e dare a Uno sostegno e comprensione. Invece sta lì con lo sguardo fisso e gli occhi a palla. Uno controlla, come si è detto, e quando qualcosa non va o esce dal corso naturale degli eventi dà una voce ad A, che dalla sua posizione cerca di porre rimedio alla devianza.
Ogni volta che Uno avverte, Primo si volta indispettito dicendo che lo sa, ma che dal suo posto non può far nulla. Uno, allora, ogni volta si risente, spiegandogli piuttosto adirato (ogni volta è così) il fatto, come davvero stanno le cose, e a chi si deve rivolgere (non a Primo cioè, ma ad A). Il disegno e lo scopo del viaggio è di far coincidere A, Uno e Primo in un solo nome che li esprima tutti e tre. Perché ciò accada è necessaria la presenza di un catalizzatore, una Testa di Turco in grado di reggere il ruolo senza scomporsi, rivestendosi di un nome che non si è da sé conquistato, ma che qualcuno gli ha dato, un esterno che nulla ha a che fare con gli uni qui presenti e con lo stesso secondo, estraneo a chiunque. Chi avrà tanta abnegazione da coprirsi di un tale peso? Che accada presto è fuori discussione, pena il perdersi o l’uscire di strada.

mercoledì 9 giugno 2021

Il censimento

Dopo averla compilata in ogni sua parte, la scheda del censimento va consegnata in cancelleria. O meglio, in cancelleria ci si deve rivolgere al banco centrale per sapere in quale sala recarsi per la consegna. Il palazzo della cancelleria, costruzione composita, ricorda all’interno il cortile di una scuola o di una caserma, o anche un tribunale o un carcere, con i vari padiglioni e scale che si irraggiano dal cortile stesso. Vi si arriva quasi senza accorgersi di aver varcato una soglia: una volta dentro, le direzioni si equivalgono. Per questo è stato istituito il banco centrale delle informazioni: vero banco di legno massiccio come quelli usati nelle segreterie del secolo scorso. Lì, zelanti funzionari danno indicazioni e direzioni a chi vi si reca, chiarimenti preziosi sui moduli e su come si compilano, trucchi astuti su dove consegnarli per risparmiare tempo. I corridoi del palazzo sono così complessi e labirintici che le loro indicazioni sono più che necessarie. Li si avvicina timidamente porgendo loro i documenti da presentare; e loro, senza quasi nemmeno degnarli di uno sguardo (sanno tutto così perfettamente che un’occhiata gli basta per capire) pronunziano una parola che è il numero della stanza, il corridoio, l’ala, il padiglione: ogni stanza ha un nome preciso, ma come arrivarci da quel banco, visto che ogni stanza, corridoio, ala e padiglione è uguale all’altro? Non è affar loro: già eseguito il compito con la pronuncia di quel nome, cercano con lo sguardo il prossimo nella fila, anch’egli in cerca del suo luogo, dove consegnerà le sue carte, i documenti.
Le schede del censimento hanno da essere compilate in ogni parte, come si è detto, non per un senso di completezza richiesto dall’operazione stessa di conteggio, ma perché ogni scheda individuale deve coincidere con le schede individuali ad esso contigue: la scheda del figlio deve corrispondere a quella dei genitori, quella del marito alla moglie, quella del fratello alla sorella, del dipendente al padrone, del cliente al venditore; e sapendo che ognuno di noi è di volta in volta (ad esempio) figlio, marito, fratello, dipendente e cliente, si capisce quanto precisa debba essere quella compilazione. Il risultato che l’unione di quelle schede darà sarà la fotografia perfetta ed esatta della popolazione in un preciso attimo della sua storia. Si comprende perché la consegna delle schede sia preceduta dal febbrile ricontrollo di quello che si è scritto. Con vero timore l’uomo si avvicina al banco, dopo aver tentato per conto proprio di capire, dalle scarse indicazioni presenti nel cortile (un cortile labirintico, pieno di anfratti e trappole, così pieno di cose da non parere più nemmeno un cortile, un luogo dove orizzontarsi è difficile, visto che a ogni passo l’orizzonte muta, un posto dove se si entra in coppia uno dei due si perderà) quale sia la stanza dove consegnare quei fogli preziosi; li porge all’addetto chinando il capo, supplicando con la mano tesa che gli dica dove finalmente andare. Costui guarda svogliatamente il foglio e poi dice:
-Dépendance!
Neanche nel palazzo, dunque, è ammesso, ma fuori, lontano dal corpo centrale delle istituzioni. Vale così poco che è espulso come un corpo estraneo. Avrebbe fatto prima a perdersi, in quel cortile, e non trovarsi mai più. 

mercoledì 2 giugno 2021

Le nonnine incipienti

Nonna Coppelia siede al banco. Con lei, nonna Eunice, ma costei si limita a starle dietro, anche fisicamente. È Coppelia, infatti, a tirare i cavi della cassa, cavi a cui sono attaccati i bottoni con le cifre, e a maneggiare i prodotti dandogli un prezzo. Eunice si limita a stare lì, occhiute entrambi con pupille chiarissime che tutto vedono. Occhi buoni e terribili.
Entrando in negozio, subito ci avviciniamo brandendo una banconota come una bandiera bianca: Mia buona nonna, puoi cambiarmela in moneta? Così diciamo, per ingraziarcela, e lei tutta soddisfatta esegue, non senza scherzare con l’altra vecchia sull’inadeguatezza del gesto. Non devi presentare, dice, il tuo corredo di buste vuote; piene, debbono essere. Bene, diciamo, ma che dirà alla prossima cliente, che proprio mentre ciò è detto sta mettendo sul banco quelle buste vuote che non si debbono presentare se non piene? Le ha tutte ripiegate in bella forma, spera forse di poterle comprare per quello che sono – oggetti.
Nonna Coppelia deve il proprio nome al fatto d’essere un crogiolo che saggia le anime di chi le passa davanti: gli occhi chiarissimi scrutano la superficie in cerca del nascosto. Non hanno bisogno di spingersi nell’interno a frugare l’anima, si accontentano di scorrere tutto il piano alla ricerca del neo. E lo trovano sempre, non c’è da cercare molto: è così evidente che per lei non c’è nemmeno gusto. Se non fosse per la parte buona di nonna Eunice (nome greco-inglese) avrebbe già scaraventato tutti nel più dubbio inferno, fra gli scaffali a far compere inutili, Invece, così, la si può avvicinare per futili motivi, come ad esempio spicciolare una banconota, anche solo per vedere ancora una volta da vicino quegli occhi e sentire negli orecchi il dolce sarcasmo della sua voce.