mercoledì 29 maggio 2019

Amanita Mantissa


È una storia che sopravvive ormai solo in qualche paesino nelle montagne della Svizzera tedesca, o in qualche polveroso armadio di ospedale. Piccolo, il paesino, di sue o tre case appena, per lo più disabitate, tenute insieme da un custode che si occupa della loro esistenza, se pur in forma larvale. Ampio invece l’armadio, ma mai aperto, usato soltanto come archivio di sbratto, dove si ripongono cose e documenti di cui non si vuol sentire più parlare in attesa di dimenticarsene e farle morire.
Ed è solo un atto casuale che fa rivivere quelle parole da un libro dimenticato, che appena lo si vede lo si riconosce come cosa già vista, ma di cui non si ricorda gran che. Un atto casuale come una visita di un lontano parente, del Nord addirittura, un nord montuoso, qualcuno di cui credevate di non dovere mai sentire parlare, un qualcuno che si qualifica come nonno di cognata, parentela poco probabile, una persona lontana non solo in uno spazio fisico ma anche mentale, essendo costui un’ipotesi che si rivela di schianto nelle nostre vite.
Oppure, di un paziente che viene ad occupare la camera d’ospedale in cui vi trovate, quella stanza che avete per anni imparato a conoscere in solitudine, pensando che il male di cui soffrite vi autorizzi ad amare sia la solitudine che la camera, e vi investa del privilegio di occupare una stanza tutta vostra, da non condividere con anima viva o morta, essendo una simile occupazione di camera, oltre che indebita, anche foriera di sciocche e incomprensibili abitudini.
Questi due eventi, differenti in qualità e intensità, hanno in comune l’arrivo di un estraneo non troppo gradito, un elemento di disordine che arriva per portare una sua verità, o imponendola (come nel caso del parente) o mostrandola con noncuranza come un’abitudine personale (come nel caso del paziente). In entrambi i casi si tratta di un libro che ha titolo di numero o di fungo, un nome che (adesso che lo rivediamo) si riconosce, ma che non si sa più dire una volta distolto lo sguardo, tanto che non si sa se si tratti di amanite o di mantisse, di Boleto o di Eulero, essendo in ogni caso la materia già stata trattata ampiamente da Hegel e la sua scuola, motivo di più per non angustiarsene. Quello Hegel tante volte affrontato ma mai compreso appieno – e da questa delusione si capisce perché quel libro sia finito ad ammuffire nell’armadio. Non è mai stato nostro.
In esso, è raccontata la verità su un fatto, accaduto nella Pasqua di sessant’anni prima. Vi è raccolta una tradizione in torma di liturgia, da svolgere e assaporare lungo il tempo del pranzo pasquale, mediante la masticazione dei cibi e la lettura contemporanea di alcuni passi. Anzi, è proprio il gustare quei piatti che dispone la mente alla lettura e alla ricezione di quel segreto. Sono le cose masticate, con il sapore, a liberare l’enzima della comprensione: quelle sostanze, stuzzicando la lingua rendendola più morbida e distratta, meno sul chi-va-là, consentono alle parole di essere digerite, tanto che alla fine (del pranzo, o meglio della lettura, perché leggendo ci si dimentica di mangiare tanto i sapori sono inusuali e graditi alla coscienza) si è capito tutto, ma proprio tutto, cosa che non sarebbe accaduta con il semplice possesso di quel libro. Solo così diventa davvero nostro.
Da tempo era nell’armadio polveroso, posseduto e dimenticato, insieme ad altre sciocchezze che ci capitò di trovare e di cui non abbiamo mai avuto animo gradito ad averle sott’occhio: per questo le rinchiudemmo nell’armadio. Fu solo quando l’ospite venne ad occupare uno dei tre letti che credevamo restassero liberi per sempre, cancellando la solitudine gradita e la libertà della nostra camera d’ospedale, che il fatto accadde. Arrivò, e con i suoi gesti distratti aprì un mondo di curiosità: leggendo gli stessi libri (li riconoscevamo, adesso!) dimostrò di avere gusti simili, sebbene espressi con parole diverse, tanto diverse da dubitare che avesse capito quello che con tanta fatica avevamo compreso. Come poteva, quello lì, agire in codesto modo e leggere le nostre stesse cose, se così facendo appariva tanto inutile e sciocco? Qualcosa in più doveva esserci, quella stessa che ci spinge alla ricerca, in quell’armadio polveroso, di quelle stesse cose che egli ci aveva ripresentato davanti agli occhi: ce le ricordavamo bene, ma non abbastanza – funghi o numeri, dunque?
Si crede che una volta conosciute le forme della realtà non ci sorprendano più, e poi uno vi suggerisce di alzare la testa in un certo modo e vi si apre un mondo nuovo davanti allo sguardo. Alla fine, vedete quello che per mille volte non avete visto mai, vedete la casa d’angolo che forma una torre alta come una ciminiera, vedete il tubo grigio del camino stagliarsi contro il grigio del cielo nuvoloso, cielo che manda pioggia, una pioggia che non finisce. Se non fosse piovuto, non lo avreste mai notato. Allo stesso modo, nel vedergli maneggiare le cose di cui d’improvviso ci ricordiamo, crediamo che quel paziente rappresenti un’occasione o una possibilità di capire ciò che distrattamente un tempo abbiamo lasciato passare via. Costui, per il fatto di essere malato gravemente (i dispositivi elettronici a cui è collegato paiono confermare questa ipotesi, anche se lui non pare risentirne) non avrà certo voglia di scherzare, sprecando tempo prezioso. Sull’orlo, le parole acquistano un certo valore. Sarà dunque saggio riprendere quelle parole in mano, sforzandosi di mandarle giù, anche se la forma con cui sono espresse le idee è forse la peggiore fra tutte quelle che si potevano concepire. Alla sua giovane età è già abituato a cose che ci son voluti secoli a pensarle e trasformarle: è un bambino fortunato se ha una madre che a quelle cose lo ha educato. Ma sarà costui nel giusto solo per queste somiglianze? O sarà che ci vogliamo a tutti i costi riscattare da un errore irrimediabile? Il nome che dice tutto, è quello.

mercoledì 22 maggio 2019

Lotto


La sua scienza dei numeri, ma non è nemmeno corretto definirla una scienza, è del tutto personale. Si avvicina con coraggio, quasi con tracotanza, senza mostrare il menomo sentimento, si fa vicina come se volesse dimostrare qualcosa, ma in verità ella non dimostra, fa. Prende i numeri per il collo e li dispone rudemente secondo figurazioni note solo a lei, in guisa di tre, quattro, cinque elementi, concatenandoli in figura di corona e di coppie, ogni numero entrando a far parte di molte strutture consimili, in forma di derivate e corollari.
Ella forma strutture impossibili mediante numeri impossibili: Non ho bisogno di prenderli ordinatamente, dice; e poi: Chi si avvicina alle cifre non deve atteggiarsi come se scegliesse, non deve credere che la scelta sia guidata da un criterio esterno, tutto da interpretare. In altre parole: Non sono loro a comandare, non sono loro a derivarsi l’uno dall’altro; la legge che li governa non si trova all’interno dei numeri, ma sta fuori, superficiale ed esteriore, dettata dal capriccio di chi avvicinandosi decide con quei numeri di fare qualcosa, organizzandoli. Tutto questo, però, non lo dice con le parole. Nella sua visione, la parte migliore sta nell’orgoglio di chi facendosi vicino ai numeri li comanda senza discussioni né indugi né dubbi: I numeri non sono nulla, sono io che li rendo tali. Li prende come se non se ne curasse, come se solo lei sapesse la verità. Lo dice, anche: Non si fa così, non se ne prende uno alla volta come se si scegliesse fra molti, non sono loro a comandare ma io, sono io che li faccio diventare quello che saranno.
Alla riunione, guarda con disprezzo quelli attorno a lei,  convenuti apparentemente per lo stesso motivo; ma lei, senza neanche nasconderlo troppo, li disprezza. Li apostrofa, non direttamente, ma con contegno di chi, avvicinandosi alla cassa per pagare passa avanti ai clienti in fila, come un parvenu. Dice i suoi numeri, pronunciandoli col tono con cui ci si rivolge a vecchie conoscenze, li dice in fila e senza esitare, dichiarando tutte le complesse figure che intende far loro assumere, aggiungendo una giocata inventata da lei sul momento. È così che è diventata ricca, ora i numeri del lotto le obbediscono.

mercoledì 15 maggio 2019

La filosofa libertina


D’un tratto la riconobbi subito; in un colpo solo, se così si può dire, senza un riconoscimento o un confronto progressivo di un’immagine reale con l’immagine mnemonica. La riconobbi tutta d’un pezzo, come se non se ne fosse mai andata, tanto la sua figura mi era familiare, entratami non solo nel sangue ma financo nelle abitudini, che l’assenza di anni non aveva saputo mitigare.
La vidi nella stanza semibuia, da sola, che stava guardando su un tablet un episodio di una serie animata di grande successo, che racconta le avventure di una filosofa, libertina al punto di passare senza vergogna da un letto all’altro, inframezzando queste avventure con intense pensate, davvero notevoli per profondità e chiarezza. La vidi che sorrideva a quelle battute come se si riconoscesse nell’eroina. Non era cambiata per nulla, la stessa morbidezza, la stessa postura. Quando la notai ne fui colpito, tanto l’evidenza era indiscutibile: era lei, e tutto si era annullato richiudendosi sul suo corpo. -Si finisce sempre per incontrare le stesse persone, non importa quanti giri fai!
-È vero, rispose lei, e nel farlo roteò gli occhi in una buffa espressione che parve rivelare il teschio sottostante, un’altra natura più nascosta ma altrettanto conosciuta. In un attimo, le fattezze si ricomposero sul consueto disegno.
-Cos’è che stai guardando? Ah, ti giuro che l’altro giorno mi capitò per caso di vederla in tv e pensai subito a te: la stessa mente lucida, lo stesso libertinaggio…
-…e la stessa…, e qui aggiunse una parola volgare, riferendosi a certi suoi disturbi del corpo, gli stessi di cui anche la protagonista di quelle storie soffriva. Ma che cosa accadrebbe se mi facessi vicino fino a sfiorarla? Ella mi accoglierebbe nel suo seno come in un porto, offrendomi dolcezza e riposo, quiete dalle fatiche quotidiane, stasi del movimento dei pensieri. Potrei anche toccarla, e potrei essere a mia volta toccato con l’illusione di essere qualcosa, una cosa che appunto si può toccare, e con il tocco ristabilirne l’esistenza e l’autenticità. Tutte le nostre abitudini sarebbero racchiuse in quell’abbraccio, e il pensiero s’annullerebbe in esso, smorzandosi fino a non sentirne più il suono. Quel tocco sarebbe una garanzia, e non si esprimerebbe nel tempo con indugi successivi sempre più profondi, ma proprio come è accaduto con il mio riconoscimento di lei, annullando il tempo e cancellando anche lo spazio, in una vicinanza che vede ormai un corpo solo, senza confini che facciano distinguere una cosa dall’altra.

mercoledì 8 maggio 2019

Sylvie


Sylvie ha un potere tutto particolare, ma chi le sta intorno, per qualche strana ragione, non può trattenere la lingua e il pensiero dal dire qualcosa contro di lei. Il potere di Sylvie consiste nella prigionia della mente altrui. Non so bene come faccia, forse una specie di contorsione mentale, probabilmente con torsione, o solamente un’intenzione un po’ più forte, più marcata; con questo, lei riesce a prendere sotto di sé, come se stringesse una ganascia le cui pinze sono rivestite di gomma per attutire la stretta e non ferire, la mente dell’altro, costringendolo a fare cose a proprio danno; fino al suicidio, credo, anche se finora non è mai accaduto. È difficile stabilire il momento esatto in cui la cattura inizi, ma in questo tempo che le sono stato vicino ho sviluppato una certa pratica: quando noto quei segni, inequivocabili come lo stringere di un freno, subito mi metto a pregare Sylvie che la smetta.
Mi piace pregarla, e vedere che lei non allenta la presa; mi piace estenuarmi, fino all’ultimo, fino alla fine della speranza, quando mi dico: Adesso muoiono – e invece Sylvie (accade ogni volta, ma io non lo so mai con sicurezza) lascia andare tutto e si abbandona al mio abbraccio. Tutte le volte è una lotta, tutte le volte non si sa mai se la si scamperà. Guai, se una volta l’uccisione minacciata dovesse andare a fine: niente più la fermerebbe. È per questo che io mi spendo così tanto per trattenerla dai suoi propositi mortali. Di solito, riesco nell’intento, anche se Sylvie in quella presa indugia un poco per farmi vedere che la padrona del gioco è ancora lei: l’ho chiamato gioco, è così che lo considera. Un passatempo. Non pensa alle conseguenze estreme. Per questo, stamattina presto, quando ancora Sylvie dormiva, mi sono messo in cammino per incrociare lungo la via i buoi bianchi, per vederli prima che li portassero al foro per la cerimonia. Sono partito da casa che era ancora buio, ho visto al cancello i camion che rientravano dal trasporto dei buoi sacri: mi son dovuto fare da parte per lasciarli passare, tanto che nella calca ho perso gli occhiali. Sono andato subito alle stalle e i buoi erano già dentro. Per trovare parcheggio ho penato abbastanza, e mentre mi dirigevo al recinto, dove nel frattempo gli animali erano passati, alcune scritte su un muro mi hanno distratto; scritte antiche di secoli, del tempo delle guerre d’indipendenza. Qui, dove ora son le stalle e i recinti, un tempo c’erano i quartieri militari della cavalleria, proprio lungo il fiume. Al buio, quelle scritte non si distinguevano bene, solo quando i fari delle macchine di passaggio li illuminavano si riusciva a capire che erano scritte, iscrizioni sul modo di usare le stalle. Se non si fa attenzione e non si seguono le regole, i buoi potrebbero perdere la santità.
Perdendo tempo nel decifrarli, sono arrivato che i buoi puzzavano di nuovo: le loro lingue mi imponevano di star loro alla larga, il loro odore lo sottolineava con forza. Sono io, Sylvie, che li costringo a parlare contro di te, per provocarti e per far sì che tu usi quel tuo potere: amo tanto pregarti, mettermi in ginocchio per dissuaderti. Mi piacciono tanto i tuoi capelli lunghi e lisci, la tua pelle chiara. Se non avessi questo dono io non potrei avvicinarmi a te, e con le preghiere toccarti: tu non me lo lasceresti fare. Così, mi sono arrangiato a disporre le cose in mio favore. È l’unica maniera che mi hai concesso per amarti senza che tu lo debba sapere.

mercoledì 1 maggio 2019

Sbratto


Ci si è distratti un attimo, allentando la sorveglianza e il continuo parlare che lo teneva a bada, quel parlare ridotto a borbottio, a emissione fonica nulla servente se non a creare un bordone, un bordo o una fettuccia che tenga fermo e stretto qualcosa, una cosa che al momento sarebbe quello… – ci si è distratti un attimo, e si è chiuso dentro, serrando la porta con il suo corpo massiccio. A questo punto, chissà come si è già ridotto: basta un momento e l’umanità duramente conquistata si sfalda in un ammasso di comportamenti bestiali. Gli si deve stare sempre dietro come un acefalo, gridando ogni sua risposta riconducendola ad una più serena umanità, fatta di dolci premure e carezze, sino ad annichilire quella sua energia, rendendolo il più possibile simile a un uomo.
E ora, in un attimo di distrazione è finito tutto: s’è chiuso dentro e non vuole aprire. Fa pesare il corpo contro la porta, e vista l’altezza e la stazza è un gran peso, non riusciamo a smuoverlo di un millimetro di là dall’uscio si sentono rumori soffocati, e par che dall’interno si stia muovendo, sputando com’è suo costume, ricoprendosi con le proprie deiezioni. Una cosa intoccabile, ed è bastato un secondo, una promessa a mezza voce fatta apposta per essere inserita in quel bordone di parole insignificanti che lo tenevano a bada, promessa che lui ha estratto dal tutto isolandola e prendendola per vera. Come riuscire ad aprire la porta e ricondurlo con la nostra presenza visiva a più miti consigli ancora non è chiaro: si cerca, ma nel trovare siamo lenti.
Se prima, vedendo che non riuscivamo a catturarlo con le parole, speravamo di prenderlo con la forza, ora anche questa intenzione sfuma, cozzando con l’evidenza più immonda che si possa immaginare. L’unica cosa che rimane da fare è colpirlo con forza on una sbarra di ferro, fra la nuca e le spalle, cercando in ogni modo di fargli perdere i sensi, o almeno di sbilanciarlo per darci modo di intervenire. Adesso, costui è immaneggiabile, intoccabile, pieno di istinti.
È che gli manca un’educazione musicale: se l’avesse, se fosse mosso a compassione dai motivi che canteremmo, lo si potrebbe guidare. Fu una nostra colpa non abituarlo a ciò. Potremmo condirlo con noi zufolando una melodia, sarebbe un piacere per tutti, per lui soprattutto, che troverebbe sollievo in un tale trattamento, così inconsueto, privo di quella selvaggità a lui tanto consona; potremmo far vibrare alcune corde del suo intimo, aprendogli nuovi orizzonti sul proprio sé. Avremmo potuto, se solo ci avessimo pensato per tempo. Adesso, pronti a buttare giù la porta, con in gola pronto un grido per farci coraggio, è troppo tardi.