mercoledì 26 aprile 2017

Il primo sull'altra riva

È dunque arrivata: non chiedetele che cosa si possa offrirle per ristorarla da lungo viaggio, perché ella non vuole nulla. Non è possibile darle qualcosa che le vada bene, ella è estranea a questa consuetudine. Arriva da lontano, da un altro luogo, dove questi gesti non sono tenuti in considerazione. Laggiù, si va subito al sodo, alla questione principale, senza attardarsi attorno alle cose, guardandole da lontano e preparandosi spiritualmente ad affrontarle. Ella sa quello che deve fare e non attende altro; valigie, polvere, stanchezza, lontananza dalle abitudini - tutto ciò non la tocca. Per lei, queste sono cose di ogni giorno, non c’è viaggio troppo lungo da sconvolgerla. È arrivata, questo è l’unico fatto di cui si debba tener conto, e la conseguenza di ciò è l’azione immediata, senza riposo. Ella non è stata fatta per il riposo, come si è già detto.
Però, la sua scienza non è l’espressione di una necessità interiore, ma del caso, del capriccio e della contingenza. Le sue opere non rappresentano l’urgenza di un’istanza, ma la frivolezza dell’istinto. Per questo, pur ricevendola con tutti gli onori dovuti alla sua carica, non si può veramente esser contenti della sua presenza, perché di altro si ha bisogno; di costruzioni veloci, ad esempio, di idee eseguibili senza indugio, di metodi efficaci e rapidi per costruire partendo da elementi semplici; abbiamo bisogno di oggetti snelli, maneggevoli ed efficaci. Di questo, abbiamo bisogno, e non di considerazione e ossequio di una scienza inutile.

Ha passato il ponte, certamente; non poteva fare altro, non ci sono altre strade; un ponte provvisorio sulle acque calme di un fiume largo, tanto ampio da parere un mare. Un ponte fatto di tubi di ferro, sapientemente assemblati dai nostri valenti operai, esperti in queste cose. Non esistono acque così ampie da non poter essere valicate dai loro ponti. Sono costruzioni modulari, messe insieme a partire da pochi elementi semplici. Essi poggiano sul sicuro e sono stabili, una volta collegato l’elemento alla struttura principale: anche se sottoposto alla lenta torsione dell’acqua fluviale, non si muovono più. È un sistema di costruzione che solo loro conoscono. Per costruire questi ponti, essi lavorano per così dire sulla cosa viva, direttamente sulle acque, come se le dominassero a tal punto da poterci camminare sopra, come se fossero terra ferma. Assemblano questi moduli, a forma di H, a partire dal primo elemento, il più importante, che poggia sul terreno; da lì, essi sfruttano questo punto di ancoraggio aggiungendo moduli a moduli, formando una passerella (la linea orizzontale della lettera) e due sostegni, uno per lato (le stanghe verticali); con la copertura in legno degli elementi, gli operai costruiscono un ponte capace di superare qualsiasi faglia, ancorandosi ai due punti della terraferma, punti che essi traslano lungo tutta la struttura formata da una lettera muta.
Il loro modo non fa che strappare solidità alla terra per trasportarla lungo una passerella che poggia direttamente sull’acqua del fiume: è un ponte solidissimo, non si potrebbe trovare di meglio. Questi operai asiatici hanno una certa competenza in materia, dovuta agli studi idrografici che nel loro Paese sono stati compiuti nell’arco dei secoli. Nelle loro Cronache, si narra di imperatori che hanno deviato il corso di fiumi, che ne hanno creati di nuovi; di imperatori che hanno perso le gambe in quelle opere, trasformatesi in bambù, lisci e diritti, flessibili e resistenti; di imperatori che si sono caricati le spalle dei più insostenibili pesi pur di dominare gli elementi del mondo - tutto questo ha naturalmente un peso considerevole su tali scienze, nella loro esecuzione. A vederli, paiono zingari: trasandati, dall’animo svagato, sempre sul punto di abbandonare tutto perché insoddisfatti o attratti da altre occasioni. Invece, sono i costruttori più assidui: una volta iniziata l’opera, non smetteranno finché non sarà completata.

Noi ne avevamo bisogno, di quel ponte, per tornare a casa, per riportare i nostri figli sani e salvi a casa. Adesso, il vasto fiume non è più grande della distanza che c’è fra due marciapiedi, lo possiamo attraversare come si attraversa una strada nel sicuro di un passaggio pedonale. Possiamo in tutta tranquillità mettere in fila i bambini, raccomandando loro di non correre perché il questi casi non si sa mai, è pur sempre un fiume largo e tranquillo quello che dobbiamo attraversare, e mettendosi in marcia daremo ogni tanto delle voci per tranquillizzare tutti. Le case, quanto vicine esse appaiono con questo artificio tecnico! Lei ci sta aspettando a casa. L’animo è davvero sollevato, adesso, pronto a mettersi in marcia, allegro nel pregustare i paesaggi che di volta in volta ci si presenteranno nel viaggio. Quasi non si sentirà la fatica del cammino, bendisposti come siamo: i piedi si poseranno l’uno dopo l’altro senza peso, leggeri e lieti, noi pronti a cantare come per alleggerire i pensieri dalle idee di un lungo viaggio. Soprattutto i bambini, che non hanno mai veduto cose così. Eccoli in fila, pronti a partire, già scalpitando per la novità e l’emozione. Qualcuno, i più inquieti, già sgambetta lungo la fila per guadagnare qualche posto, al pensiero di rincontrarla. Non sanno che il viaggio sarà lungo.

mercoledì 19 aprile 2017

Servo e padrone

Un servitore giunge a nuova vita quando un nuovo padrone ne richiede i servizi. Gli dice: Ho sentito parlare bene di te, non ti aspettare però che ti riveli che cosa mi hanno detto; ad ogni modo, ti prendo con me, e questo è quanto di più importante tu possa sapere al riguardo. Non far domande e seguimi.
Dovrà forse il servitore avvertire l’antico padrone che cambierà dominio? Se se ne presenta l’occasione nell’immediato, sì; ma non per questo il servo deve mettersi alla ricerca del Signore per comunicargli i desideri di un altro Signore par suo - che se la vedano tra loro, i padroni, non è affar mio, io sono una cosa nelle loro mani, e il fatto di non pensare nulla su questo e altri riguardi mi è di infinito sollievo - dice lui.
Era sul punto di diventare vecchio, il servo, e di sentire in bocca al mattino, al risveglio per essere più precisi, un sapore cattivo e una delusione, a cui lui come suo costume cercava di non pensare, ma che non poteva fare a meno di percepire distintamente. Adesso, questa chiamata gli rinnova il sangue nelle vene, e le speranze ottimistiche di una nuova esistenza gli si affacciano alla mente, spazzando via quella odiosa sensazione. Non è ancora il momento di adagiarsi sulla disperazione, se qualcuno chiede di te in modo così diretto. Vuol dire che si ha ancora molto da dare. Egli se lo ripete in testa continuamente, quasi a volersi convincere, cercando con ciò di essere felice - ma non ci riesce. Eppure, è un nome rinomato quello che andrà a servire.
Che cos’è il servitore se non un esecutore di ordini, uno che non pensa ma fa le cose che un Altro ha pensato: questo è il compito del servo, egli non ha da pensare, deve solo fare, e in silenzio, discreto e testardo, continuando a fare ciò che gli è detto senza riflettere se è bene o male, senza chiedersi se sia bene o male che il proprio corpo ne sia coinvolto - egli, non esistendo, non lo è, ed è per questo al di là del bene e del male. Questo è il Servo, non può essere qualcun altro senza per questo mutare denominazione.
- Io sono un servo -, dice - del mio destino non rimarrà nulla.
- Ma sì che rimarrà qualcosa -, dice la voce, - perché così sarai completamente soggiogato, e quindi pienamente te stesso nel compito che ti si richiede. Non è questo che vuoi, delegare all’Altro la tua vita esteriore per dominare quella interiore?
- Questo l’ho capito -, dice lui ,- ma che cosa posso opporre se questo sono io e non posso essere diverso da come sono?
In quale altro posto gli sarebbe permesso di indossare quell’uniforme sdrucita? In ogni altro luogo, vestito così sarebbe ridicolo, ma non in queste stanze austere, dove egli domina come un re. Adesso, il suo nome possono pure disprezzarlo, visto che un altro e più grande nome lo copre. È consumata al colletto e ai gomiti, per l’uso continuato: mostrarsi con quei panni addosso al di fuori di quelle stanza è impensabile - e il servo oscuramente lo sa, però pur sapendolo ogni tanto se ne dimentica e dice: Buon segno.
Questo fuggevole pensiero è un controsenso, ma lui non ci fa caso, e talvolta crede di essere chi non è: se in quel momento non ci fosse il padrone a richiamarlo, si disperderebbe in una miriade di gesti e pensieri senza fondamento, e per lui sarebbe finita. Non ha che obbedire, e farlo con un padrone così lungimirante da chiedere espressamente di lui a lui stesso è una cosa che lo riempie di orgoglio. Null’altro dovrà tenere a mente se non quell’attimo in cui, con un gesto impercettibile ma ben definito, e tanto più impercettibile agli altri quanto più definito per lui, il padrone lo chiamerà accanto a sé; null’altro se non il nome di quella famiglia, null’altro se non che lui è servo, null’altro che quell’ordine dovrà risuonare nel suo orecchio, e pronta, prontissima dovrà essere la risposta. Non deve chiedere nulla a nessuno, ma soltanto perseverare in quel compito fino alla fine, un compito che non nasce dall’urgenza ma dal capriccio, e non appartiene all’io ma all’Altro, inconoscibile padrone, despota incomprensibile, e per questo con tanto più piacere servito, con tanta più devozione adorato.

mercoledì 12 aprile 2017

Egli

Egli considera la filosofia come il complicato pannello dei comandi di un aereo, bello da vedere, lustro e luccicante, da guardare da lontano e con le mani dietro la schiena, immaginandosi l’uso di tutti quei quadranti e leve, comandi che non sa come usare. Egli si contenta di guardare, cercando a suo modo di capire.
Egli è sempre in anticipo sui tempi; la carrozza che doveva portarlo a destinazione, carrozza su cui avrebbe potuto fare un incontro importante, è partita senza di lui. Egli, lasciato a terra, batte i piedi con rabbia, domandandosi perché il conducente non l’abbia aspettato; e poi, che cosa avrà mai voluto dire con quel cenno sconsolato? Forse, che non era ancora atteso, che la cosa a lui riservata non era quella essendo lui giunto in anticipo sull’ora, che ci si sarebbe rivisti di lì a poco e che quindi si potrà partire senza indugio. Ora che l’ha vista, Egli avrebbe voluto incontrare la persona che era a bordo: non sa nemmeno quale sia il suo nome e già brama di rivederla. La carrozza a lui riservata arriverà solo fra poco, in orario corretto, priva di tutte le occasioni che Egli ha occhieggiato da terra attraverso i finestrini di un treno non a lui riservato, quelle occasioni che sempre sono per gli altri e mai per lui, per via di quella furia anticipatoria.
Egli maledice la sua fretta che lo porta a vivere ore di cui farebbe volentieri a meno: essendo sempre in anticipo si di sé, sempre intravede cose che non a lui spettano, perché non a lui indirizzate, non per lui messe in scena, cose di cui non avrebbe coscienza se arrivasse in orario. Ma questa è solo una scusa, in realtà Egli è puntualissimo.
Gli insetti gli camminano sulla fronte, proprio sotto l’attaccatura dei capelli. Nonostante il prurito insopportabile, Egli ha cura di nascondere il suo volto al mondo, affinché non si accorga di nulla, e di buon grado non fa caso al disagio pur di oscurarsi perfettamente davanti all’Altro. È un lavoro così impegnativo che per eseguirlo dimentica ogni cosa di sé; è una perdita rilevante, ma pur di non affrontare le inevitabili domande e il disagio conseguente, preferisce nascondersi pur di non rispondere; e le risposte spazzerebbero via gli insetti.
Ogni giorno, ha a che fare con la realtà, e poiché crede che questa abbia maggior valore dei suoi pensieri, Egli al risveglio si dimentica di tutte le cose che ha visto e pensato: ritiene che, di fronte al mondo, questi pensieri siano di nessunissima importanza. Fra lui e il mondo, è la realtà ad avere più peso, perché questa giudica e divora, e il suo giudizio è determinante quanto il suo morso, mentre Egli è leggero, e di fronte a essa inconsistente. Di buon grado, si fa indietro, dal terrore che gli ispira, tanto che dimentica ogni cosa.
Com’è possibile un tale rilassamento? Egli dev’esser morto, per essersi conciato così con i suoi propri rifiuti; e se è davvero morto, dovrebbe essersene accorto - e invece non è così. Egli, in quella immobilità, incessantemente elabora metodi per ripulirsi, e per farlo dovrebbe muoversi, togliersi i vestiti e lavarsi; ma per far questo sa che si sporcherà ancora di più, insopportabilmente, e allora sta fermo proprio come se fosse morto. Anzi, Egli si domanda se a morte non sia proprio questo terrore di essere sporcato dalle proprie deiezioni, al punto da non sapersene liberare.

mercoledì 5 aprile 2017

Chirurgia II

La donna ha cicatrici simmetriche sul corpo, linee che disegnano una figura rigorosa, tracciata con cura e con cura tagliata e ricucita, con sutura precisa, che non disturba la vista. Le cicatrici su quel corpo sono scritte da una mano ferma, che ha sì voluto macellare quelle carni, ma anche le ha volute riassemblare in modo esatto, un modo che non insulti lo sguardo.
Come la bestia nel macello, ella è la persona nascosta nel luogo che non si può facilmente raggiungere. Per trovarlo, si deve girare in circolo, misurando i punti di osservazione con cura, facendo attenzione agli spostamenti rispetto ai punti cardinali, confrontando le immagini mentali del luogo, di volta in volta rilevate, con la visione: si deve tracciare la mappa per poter trovare la donna, che nel mezzo di questo luogo è nascosta.
Si gira attorno al punto, approssimandosi ogni volta di più o di meno, a seconda di ciò che la mente pensa dei rilevamenti fino a quel punto fatti; da questi, lentamente, l’immagine del luogo si rivela come se sorgesse dal fondo delle cose. E in questo luogo così trovato vi è la donna macellata e ricucita, che porta scritto sulla carne il tracciato che si è dovuto fare per trovarla. La guardiamo, quella lunga cicatrice simmetrica sulla pelle, seguendola con attenzione per controllare se in qualche punto ceda o no - ma non cede, è rigorosa e bella a vedersi, come la donna che fieramente l’ha indosso.
Costei era così bella che si è pensato di procedere così, ricucendo gli squarci necessari con necessario rigore, affinché nulla sfiguri e tutto sia piacevole all’occhio e alla mano. Nessuna impurità, sulla carne della donna-bestia, ma bellezza, orripilante e suprema per chi sappia di essa godere. Il pensiero che dietro quelle cicatrici ci sia stato uno squartamento è un pensiero impuro, che non appare alla mente quando si guardano quelle simmetrie sul corpo della donna: sono così perfette che è impensabile che debbano essere il risultato di un’operazione così feroce; eppure, è così. L’occhio della carne è stato separato dal rasoio, e poi ricucito in sede.
Ciò che dico di lei non è quello che di lei so; nel mezzo, sta la vostra immaginazione, che dalle parole che dico fa nascere un’immagine di questa donna che non è la stessa che io conosco. Questo lo si deve tenere ben presente durante tutta la lettura del resoconto che vi faccio. Le immagini evocate non si avvicineranno nemmeno a ciò che ho in mente. Eppure, qualche cosa di vero in quello che dico c’è, e c’è un punto di contatto fra il mio discorso e la vostra fantasia. Questo non è un discorso metafisico, e ciò dovrebbe facilitarne la comprensione.
È morta, la donna-bestia, squartata e poi ricucita? No: è viva, lo potete ben vedere, seduta sul trono di marmo bianco, nella grande sala dei macelli. Neppure una goccia di sangue sul muro di mattonelle bianche, né sul pavimento. Lei è il risultato di un’operazione chirurgica mai tentata prima: la separazione e la riunione ad opera di una lama che perfettamente ha diviso le parti del corpo e di un ago che perfettamente le ha ricongiunte. Facendo scorrere il dito sul disegno perfetto di quella pelle, l’occhio ha un brivido ripensando al dolore che l’ha prodotto. Ma il risultato finale è così simmetrico che tutto l’orrore si riassorbe nel piacere - e non si riesce a distogliere l’occhio, che finalmente riesce a percepire il grido mistico della donna-bestia, sola nel suo mattatoio.