mercoledì 28 giugno 2017

Gioie

Noi due siamo gemelli siamesi: abbiamo tutto in comune, eccetto l’anima. Ci fa paura la morte, e i corpi nudi, e per questo li fuggiamo. Voltiamo la testa quando gli passiamo vicino, ed entrambi non li vediamo che di schiena, e anche così non ci piace.
Una volta, vedemmo una donna nuda ai piedi delle scale di casa nostra: era un’inquilina scesa a controllare la posta. È vero che l’ora era presta e che nessuno di noi doveva esser lì, quindi facemmo finta di non vederla e di non vedere. La tentazione era stata grande, la guardammo di sottecchi: era soda, con grandi seni e fianchi larghi a malapena coperti dalle mani, ma noi continuammo a salire, e dopo un po’ non ci pensammo più.
Ci ritrovammo a pensare a questo episodio quando ci si ritrovò faccia a faccia con la morte di coloro che la scelsero per fare gioielli del proprio corpo. I Boia discutevano in ogni istante se la morte arrivasse prima del taglio della testa o della coda, se si soffrisse meno in un caso che nell’altro, e all’uso - per stabilirlo con precisione - squartarono dei gatti per vedere quale dei due casi fosse il più favorevole. Se solo qualcuno avesse detto una parola ragionevole per quel gatto, lo si sarebbe potuto salvare. Nessuno rispose.
Le cellule che compongono il corpo umano, a causa della mutazione durata migliaia di anni, hanno acquistato proprietà specifiche che nulla di tale specialità può essere ritrovata in artificio: se si pensa che tutto è nato da una cellula singola (che scindendosi nel tempo si è diversificata a tal punto da offrire una tale varietà, dando luogo al corpo) ci vengono le vertigini; il timore di non ben assestare il colpo mortale (sbagliando, si può colpire cellule non vitali) è fondato: per questo, i Boia si esercitano così assiduamente, per questo la strage di gatti non è ancora terminata. Ciò che sta dietro alla differenziazione non è il desiderio, ma il miglior comportamento possibile in quel frangente: è quello ad essere vincitore rispetto al tutto, e non si tratta certo di una scommessa - è tutto un caso, dovuto alle circostanze. Non bisogna mancare di nulla di ciò che è richiesto in quell’attimo - ma in precedenza, niente se ne sa.
Se potessimo, per questa differenziazione, separare le cellule una a una, traendo con metodo chirurgico del tutto quelle sole che ci interessano, in quanto più disposte a essere trasformate in pietre, allora tutto sarebbe perfetto. Ma le nostre tecnologie non sono così avanzate, e ci affidiamo ancora e sempre alla lama di un coltello per separarne le varie parti, per sceverare il buono dal cattivo. Le si potrebbe far sparire, nel caso immaginato, intervenendo con una vibrazione della materia, come una luce o un suono, per rimuovere le cellule e farne gemme; sarebbe la più preziosa, in questo caso, perché la vita rimarrebbe in vita, in vita come il gatto che non ha più bisogno di assaggiare il filo della lama, svanendo la necessità dello squartamento.
Due cose ci sconvolgono: la morte e il corpo; da entrambe rifuggiamo, e quando ci passano accanto volgiamo le teste altrove cercando di non vederle, di non sentirle, di non pensarci. Eccola, la donna. Eccola, che ha deciso di morire per trarre gioielli dal proprio corpo. Non sappiamo se definirla coraggiosa o del tutto stupida - cede la cosa più preziosa che ha per farne qualcosa di più prezioso. Ma ella non sa che quelle pietre non respirano né pensano. Che cosa si può dire alla donna coraggiosa che sta per far tesoro di sé? Coraggio, le diciamo, e poi: ti ringraziamo per averti potuto conoscere. Quest’ultima frase è disarticolata, come tra poco lo sarà lei. Il senso lo abbiamo tratto a posteriori. Ci è venuta dal cuore, quella battuta, senza freni né indugi, e l’abbiamo pronunciata quasi senza pensarci. Lei sorride come se con il pensiero fosse altrove, ma noi quasi non la vediamo più.
Non sa che anche noi vorremmo separare le due parti di noi stessi per smettere di abbracciarci mortalmente, di nasconderci l’uno nelle braccia dell’altro, braccia che in questo momento si chiudono sulla testa per non sentire le urla, per non vedere il sangue di quella donna che muore. Non l’aveva forse vista, la carne, i brandelli in mano ai Boia che sperimentavano sui colli e sulle code dei gatti, tanto che quella carne non aveva più somiglianza con colli o code, e neppure con carne, tanto da apparire come qualcosa di osceno e raccapricciante, da tenere il più possibile lontano da sé, per paura di doverci poggiare lo sguardo e prendere coscienza di quel vibrare contorto e informe - non lo sa che anche lei, fra un momento, sarà cosi?
Perché non solo straziano e tagliano, separando le parti, ma strappano con le mani fibra a fibra in cerca della gioia più preziosa, del frammento di pietra più interno e più puro. Come può quella donna rimanere in piedi all’interno del suo corpo quando sa che di quel corpo ne faranno scempio? Eppure, sta in piedi, affrontando l’ascia che la spaccherà in due (come lo vorremmo, noi!) e pare, dal modo in cui sorride e continua a vivere negli attimi che precedono il colpo, che non ci pensi neppure. Qualcuno avrebbe dovuto trovare il modo di evitare tutto questo strazio, ma se tutti sono contenti tanto da far apparire impensabile ogni cambiamento, come potrebbe ciò alfine accadere?

mercoledì 21 giugno 2017

Fuori casa

Le urla cominciano non appena si è a letto e le luci non sono ancora spente. Ci si accomoda alla meglio, riparando in un numero maggiore del consentito, magari nello stesso giaciglio; in che modo si potrà superare la note, se già da ora queste urla ci sconvolgono? È necessario affidarsi al contegno dell’ospite, che bene le conosce per una certa quotidiana frequentazione: se egli se ne sta tranquillo non si vede perché non dovremmo imitarlo. Che male ci potranno fare? Ci toccano, ci offendono forse, quelle urla? Esse sono al di fuori della camera, giù nel cortile la cui forma noi non conosciamo - sappiamo a malapena di questo letto.
Questa ignoranza al riguardo ci dovrebbe confortare, come il contegno del padrone di casa: egli sta a letto tranquillo, proprio come sua moglie; perché non dovremmo imitarlo? Le urla, gli diciamo, ci scuotono i nervi. Ma presto finiranno, quelle urla, qualcuno se ne sta già occupando, state giù e dormite -, dice lui; e aggiunge: - Se volete fare l’amore non trattenetevi; siete ospiti, e tali resterete fino a domani. Approfittatene, dunque. Pensate di essere unici, ma da questo letto ce ne sono passati tanti che non ne avete idea: fatelo, dunque, se volete, e con trasporto, con quell’empito che si rende necessario in questi casi disperati. Anzi, fate che le urla vi accompagnino: fermarsi e considerarle è già dirsi che si riferiscono a noi. Lasciatele scorrere e non le sentirete più.

mercoledì 14 giugno 2017

Borsa nera

Come si faceva in tempo di Guerra?
Lo scrittore si avvicinava, la borsa aperta a tracolla, allo spacciatore; questi diceva poche parole precise: “Quattromila fogli usati, ottomila per archivio nuovi, qualche avanzo normale”, e si doveva essere ben pronti a capire questo linguaggio sminuzzato, dicendo in risposta ciò che si desiderava, decidendo al momento sulla base delle poche parole che ci venivano dette; e senza tener conto che qualcuno si sarebbe dispiaciuto, ad esempio quelli che giunti dopo di noi si rivolgerebbero allo spacciatore di risme di fogli speranzosi di trovare della buona merce, merce che invece abbiamo preso noi perché siamo arrivati prima - e poi, ci serviva.
Per questo, dissi subito: “Ottanta, da archivio”, prendendo velocemente il pacco che egli mi tendeva, mettendolo subito al riparo nella borsa, protetto dalla rapacità dell’altrui sguardo, e senza farmi vedere da nessuno, nemmeno da quel plotone di soldati dell’esercito occupante che sta attraversando la piazza. Le strade deserte ci rendono evidenti, impedendoci di confonderci tra la folla: ogni gesto è amplificato dallo spazio vuoto.
La busta di plastica blu scuro in cui sono avvoltolati quei preziosi fogli, ottomila!, rappresenta la possibilità di vita che ci viene offerta proprio nel momento in cui le speranze stavano per tracollare; sarebbe da pazzi rifiutare, lo spacciatore per primo non capirebbe il motivo della nostra inquietudine al riguardo. Egli, offrendoci la merce, sa che saremo spietati, che non ci fermeremo a pensare ricevendola - altrimenti, non muoverebbe un dito.
È un movimento rapido, quello con cui prendiamo il pacco e lo nascondiamo, più rapido degli occhi, perché in quel movimento sta la possibilità della vita o della morte, entrambe nostre. Per questo, lo si fa quasi senza pensare, con quella assurda determinazione che caratterizza le spinte volte a mantenerci in vita, sempre persistenti nell’essere. È un gesto che decreterà la morte dell’Altro che verrà dopo di noi a chiedere merce allo spacciatore di risme, ma non c’è tempo per rammaricarsi. Siamo arrivati prima di lui, prima di lui scegliamo e conquistiamo ciò che a noi va bene, senza pensare alle conseguenze . Di quest’indugio, si diceva poc’anzi.
E dopo lo scambio, e una breve assicurazione che avremmo presto pagato, prestissimo, non appena avremo i soldi, scappare velocemente ma senza dare nell’occhio, come dopo un incontro fortuito, sparendo dietro l’angolo per poi correre, non visti. Così si faceva in tempo di guerra, senza scrupoli e con decisione. C’era la possibilità, in seguito alla frenesia della fuga, di smarrirsi nelle viuzze del centro, a ridosso della piazza, vicoletti tutti simili fra loro: si percorreva quelle vie rapidamente, con il pensiero altrove per non pensare di essere forse inseguiti, tesi a far perdere le tracce senza far capire dove si stava andando. In quelle manovre, talvolta ci smarrivamo anche noi, tanto che si perdeva l’orientamento come in un labirinto.
C’è infatti in noi una particolarità: la cancellazione intenzionale delle tracce, pratica che è sconosciuta ad ogni altro animale - esso può aggiungerne, di tracce, ma non cancellare un discorso appena fatto. Una traccia, per noi, è sempre un discorso. Ne avevamo proprio bisogno, di quei fogli: ora siamo pronti, con una tale quantità, a scrivere il discorso che ci permetterà di dominare il mondo, da grande altezza, con la promessa di una riscrittura.

mercoledì 7 giugno 2017

Soffio

La scatola, una volta aperta, è vuota, e produce un suono simile a un soffio, privo di una tonalità vera e propria, un soffio fatto arrotondando le labbra, facendoci passare l’aria attraverso senza produrre suono che non sia quello del soffio. La scatola emette questo tono, esso nasce dal suo interno, dalla costituzione stessa della scatola. Non è proprio un soffio, quel suono, non è del tutto privo di tonalità; se si fa attenzione si nota una certa altezza, un tono che permette a uno strumento come la voce di accordarsi ad esso, un suono determinato da una frequenza stabilita con precisione.
Movendo le ante che formano la chiusura della scatola è possibile mutare l’altezza di quel suono, modulandone la frequenza come se si premessero i tasti di un pianoforte per produrre una melodia. Aprendo e chiudendo i risvolti della chiusura, premendo dall’esterno sulle pareti della scatola stessa, è possibile articolare le frequenze di quel suono fondamentale in modo da produrre una frase musicale. Una volta che si è compreso il meccanismo, impratichendosi sul modo in cui (aprendo, chiudendo e premendo dall’esterno) cambiano le altezze del suono, si può suonare ogni melodia che si ha in mente, utilizzando la scatola come un qualsiasi strumento musicale. Suonarla è facile e semplice, l’unica cosa da tenere a mente è la musica che si ha in testa e il modo in cui la si deve organizzare, agendo sulle aperture, sulle chiusure e sulle pressioni. Una volta che si decide di non suonare più, non c’è che da chiudere definitivamente la scatola e andarsene senza preoccuparsi di altro.
Da dove è venuta, questa scatola? Non si sa. È adatta, come per un caso fortuito, a quest’uso musicale, e nient’altro ci è dato sapere; è un fatto che accade, di cui noi, come se fossimo animali, prendiamo atto.