Noi due siamo gemelli siamesi: abbiamo tutto in comune, eccetto l’anima. Ci fa paura la morte, e i corpi nudi, e per questo li fuggiamo. Voltiamo la testa quando gli passiamo vicino, ed entrambi non li vediamo che di schiena, e anche così non ci piace.
Una volta, vedemmo una donna nuda ai piedi delle scale di casa nostra: era un’inquilina scesa a controllare la posta. È vero che l’ora era presta e che nessuno di noi doveva esser lì, quindi facemmo finta di non vederla e di non vedere. La tentazione era stata grande, la guardammo di sottecchi: era soda, con grandi seni e fianchi larghi a malapena coperti dalle mani, ma noi continuammo a salire, e dopo un po’ non ci pensammo più.
Ci ritrovammo a pensare a questo episodio quando ci si ritrovò faccia a faccia con la morte di coloro che la scelsero per fare gioielli del proprio corpo. I Boia discutevano in ogni istante se la morte arrivasse prima del taglio della testa o della coda, se si soffrisse meno in un caso che nell’altro, e all’uso - per stabilirlo con precisione - squartarono dei gatti per vedere quale dei due casi fosse il più favorevole. Se solo qualcuno avesse detto una parola ragionevole per quel gatto, lo si sarebbe potuto salvare. Nessuno rispose.
Le cellule che compongono il corpo umano, a causa della mutazione durata migliaia di anni, hanno acquistato proprietà specifiche che nulla di tale specialità può essere ritrovata in artificio: se si pensa che tutto è nato da una cellula singola (che scindendosi nel tempo si è diversificata a tal punto da offrire una tale varietà, dando luogo al corpo) ci vengono le vertigini; il timore di non ben assestare il colpo mortale (sbagliando, si può colpire cellule non vitali) è fondato: per questo, i Boia si esercitano così assiduamente, per questo la strage di gatti non è ancora terminata. Ciò che sta dietro alla differenziazione non è il desiderio, ma il miglior comportamento possibile in quel frangente: è quello ad essere vincitore rispetto al tutto, e non si tratta certo di una scommessa - è tutto un caso, dovuto alle circostanze. Non bisogna mancare di nulla di ciò che è richiesto in quell’attimo - ma in precedenza, niente se ne sa.
Se potessimo, per questa differenziazione, separare le cellule una a una, traendo con metodo chirurgico del tutto quelle sole che ci interessano, in quanto più disposte a essere trasformate in pietre, allora tutto sarebbe perfetto. Ma le nostre tecnologie non sono così avanzate, e ci affidiamo ancora e sempre alla lama di un coltello per separarne le varie parti, per sceverare il buono dal cattivo. Le si potrebbe far sparire, nel caso immaginato, intervenendo con una vibrazione della materia, come una luce o un suono, per rimuovere le cellule e farne gemme; sarebbe la più preziosa, in questo caso, perché la vita rimarrebbe in vita, in vita come il gatto che non ha più bisogno di assaggiare il filo della lama, svanendo la necessità dello squartamento.
Due cose ci sconvolgono: la morte e il corpo; da entrambe rifuggiamo, e quando ci passano accanto volgiamo le teste altrove cercando di non vederle, di non sentirle, di non pensarci. Eccola, la donna. Eccola, che ha deciso di morire per trarre gioielli dal proprio corpo. Non sappiamo se definirla coraggiosa o del tutto stupida - cede la cosa più preziosa che ha per farne qualcosa di più prezioso. Ma ella non sa che quelle pietre non respirano né pensano. Che cosa si può dire alla donna coraggiosa che sta per far tesoro di sé? Coraggio, le diciamo, e poi: ti ringraziamo per averti potuto conoscere. Quest’ultima frase è disarticolata, come tra poco lo sarà lei. Il senso lo abbiamo tratto a posteriori. Ci è venuta dal cuore, quella battuta, senza freni né indugi, e l’abbiamo pronunciata quasi senza pensarci. Lei sorride come se con il pensiero fosse altrove, ma noi quasi non la vediamo più.
Non sa che anche noi vorremmo separare le due parti di noi stessi per smettere di abbracciarci mortalmente, di nasconderci l’uno nelle braccia dell’altro, braccia che in questo momento si chiudono sulla testa per non sentire le urla, per non vedere il sangue di quella donna che muore. Non l’aveva forse vista, la carne, i brandelli in mano ai Boia che sperimentavano sui colli e sulle code dei gatti, tanto che quella carne non aveva più somiglianza con colli o code, e neppure con carne, tanto da apparire come qualcosa di osceno e raccapricciante, da tenere il più possibile lontano da sé, per paura di doverci poggiare lo sguardo e prendere coscienza di quel vibrare contorto e informe - non lo sa che anche lei, fra un momento, sarà cosi?
Perché non solo straziano e tagliano, separando le parti, ma strappano con le mani fibra a fibra in cerca della gioia più preziosa, del frammento di pietra più interno e più puro. Come può quella donna rimanere in piedi all’interno del suo corpo quando sa che di quel corpo ne faranno scempio? Eppure, sta in piedi, affrontando l’ascia che la spaccherà in due (come lo vorremmo, noi!) e pare, dal modo in cui sorride e continua a vivere negli attimi che precedono il colpo, che non ci pensi neppure. Qualcuno avrebbe dovuto trovare il modo di evitare tutto questo strazio, ma se tutti sono contenti tanto da far apparire impensabile ogni cambiamento, come potrebbe ciò alfine accadere?