mercoledì 23 febbraio 2022

L'insegnamento

In città dev’essere arrivata una nuova cura, un nuovo dottore. Il risultato è che i vecchi ringiovaniscono, i morti (anche da tempo) tornano a darsi da fare, rubando spazio prezioso a chi da tempo s’arrabatta. Suonano alle porte e vogliono essere ricevuti nelle case dove hanno vissuto: entrano e si fanno ammirare con noncuranza, non si peritano di incedere a passo sicuro, tanto che non chiedono neppure permesso. È roba loro, e a maggior ragione ora che hanno abbattuto il confine. Quando erano vivi quasi non sapevano parlare o scrivere, e ora: che proprietà di linguaggio, che sicurezza! Pare davvero che la morte abbia loro insegnato qualcosa.
Sono belli, d’un fascino speciale, questi morti, e più alti e retti di quando vivevano con noi. Adesso arrivano pieni di fierezza, pronti a prendere ciò che è nostro. Ogni famiglia si trova ad affrontare un ritornante, e le questioni che quel ritorno suscita sono dappertutto le stesse, riassumibili in una domanda diretta: Ma come ci sono riusciti?, intendendo con questo non solo il fatto del ritorno, ma anche che in questo ritorno, o seconda invasione, sono più belli, come se avessero vissuto quell’esperienza in grado di dirozzare lo spirito, rendendolo retto e inossidabile, inattaccabile dalle cose del mondo. Questi ritornanti sono così fieri che solo una razza di guerrieri addestrati può tener loro testa, cosa che noi non siamo. Sono tornati, grazie a quel dottore maleficentissimo e inconsapevole, anche per schiaffarci sul muso la nostra impreparatezza: Come potete voi, malati e difettosi, approdare a questo mondo? Guardate noi, invece: approdare è il verbo che a noi più si addice; a questo punto in cui siamo, nulla ci colpisce, nulla ci spezza, tutto abbiamo visto e fatto, e il mondo lo serriamo nel pugno di una mano, destra o sinistra non ha importanza.
Potrebbe essere una speranza, ma parlare di loro ci mette a disagio perché dicono tutto loro senza lasciarci spazio. Con che cosa potremmo interessarli? Hanno visto tutto, o almeno cose che a noi sono ignote. Quando si prendono da mangiare e da bere alle nostre dispense con la scusa che sono di famiglia, li lasciamo fare perché non si sa con quali parole redarguirli, e se è davvero giusto rimproverarli. Sono stati carne e sangue nostri, son tornati dal più lontano che si possa immaginare, così li lasciamo saziarsi delle nostre cose, sperando che passi presto. Pensiamo anche ai nostri malati, se quella volontà incrollabile di cui son permeati questi ritornanti dovesse prendere anche loro una volta andati, e davvero ci fermiamo a questo pensiero pieni di tremore.

mercoledì 16 febbraio 2022

Quadrato

Sulla nave, da tempo in navigazione, a turno cuciniamo e serviamo a tavola; dal più alto in grado all’infimo, ognuno presenta a turno il proprio cibo nel modo che gli pare migliore, e adesso è la volta del più basso in gerarchia. Con che trepidazione s’avvicina al tavolo carico degli zaini in cui tiene le pietanziere piene di squisitissimi mangiari, amorevolmente da lui cucinati, con che cura le tira fuori una ad una disponendole sulla tovaglia linda, con che orgoglio s’avvicina al capitano porgendogli la minestra, preparata con ingredienti scelti, cotti a puntino uno ad uno, tenuti a stagionare in vista della grande occasione. E con che precisione l’infimo descrive, una volta distribuiti i piatti, una dettagliata carta di navigazione con gli avanzi di quel cibo, con visibile il punto di partenza e quello di attracco. Con occhio rapito spia le reazioni dell’ufficiale, e rimane deluso quando gli vien detto che a costui non piace la minestra, anzi che non gli è mai piaciuta e che lo si doveva sapere.
-Ma ho anche dell’altro, dice, si può passare senz’altro al secondo o al dessert, se il capitano vuole così. Guardate come adorno le mie isole nella zuppiera, come munisco le coste di segnalazioni, dispargendo fari in ogni punta. Una minestra così non può esser cattiva, ne favorisca un po’, il nostro capitano. No? Come l’erba risalta sul bianco e grigio delle scogliere, però, è assai bello. Capitano, perché rifiuti di mangiare questa mia roba? Almeno un po’, caro, giusto per farmi onore, sai che lo merito: ho atteso questo turno per tutta la durata della navigazione, e sempre, sempre rimanere a bordo perché non c’è un altrove dove andare. Nel vasto mare le isole o te le fabbrichi con il cibo che rimane nei piatti, come faccio io adesso in tuo onore, o non hai scampo: nulla e nulla per giorni e giorni! C’è da impazzire nel vedere che non c’è via di fuga. E ora tu rifiuti la mia minestra scusandoti che non ti piace, né ti è mai piaciuta: ma si è mai sentita una cosa del genere? Ma allora, capitano, tu vuoi offendermi, lo vuoi proprio pur sapendo che ho atteso questo oggi per tutto il tempo, lontano da casa e dai cari. Tu ribatti dicendo che a terra non ho nessuno, nemmeno una casa, e hai ragione. È che questi orizzonti farebbero sragionare un folle, figurati che effetto hanno su di me. Che altro mi rimane se non che tu mi apprezzi? Fammi questo piacere, prendine almeno un cucchiaio.

mercoledì 9 febbraio 2022

Culla

Al rinfresco per la chiusura dei lavori, la donna diceva a tutti che sarebbe andata in pensione, intendendo con ciò che si sarebbe stesa sul letto e, dopo essersi coperta interamente con un lenzuolo, avrebbe atteso la morte. Qualcuno le fece notare che non era vecchia, né in condizioni di salute tali da potersi permettere di farlo, ma lei non sentì ragioni, e continuò ad assillare tutti i presenti con quello strambo discorso. Il marito, che era accanto a lei, presentendo i giorni terribili che di lì a poco sarebbero arrivati, si passò una mano sulla faccia, agghiacciato al solo pensiero che, a quanto si poteva vedere, continuava a squassarlo internamente. La donna, invece, pareva tranquilla, quasi confortata.

mercoledì 2 febbraio 2022

Quinto

La strada è un pentagramma su cui le persone sono note musicali, a gruppi o solitarie, movendosi a tempo con la musica interiore che accompagna la scena. Talvolta, il flusso s’inceppa rispetto a un gruppo di notine curiosamente raggruppate proprio là dove s’immagina dovrebbe esserci una pausa o almeno qualcos’altro. Si prova a scavalcare l’imprevisto ma nulla pare avere ragione di quell’inaspettato, neppure una forzata distrazione dello sguardo. Allora, fatti pochi passi trascinati dal tempo musicale, si torna indietro per cercare di risolvere quel nodo.
Si scopre così che quelle note bambine sono in attesa di un’altra e più grande nota sicuramente in una tonalità amica o contrastante per accordarsi fra loro e con essa, e mutare di posto e ragione: una specie di passaggio obbligato o strettoia, in cui gli eventi si trasformano prefigurando l’inaspettato, che poi sempre felicemente si risolve.
Infatti, ecco la nota che scioglie il gruppo, tutta affannata perché in ritardo, o almeno così parrebbe se non andasse a tempo; potrebbe anche essere uno scherzo. Così, il flusso sonoro può proseguire, per poi interrompersi più avanti, per via di un trillo ostinato che ruzzola giù per la via rischiando di farsi male. Di nuovo, tutto rallenta fin quasi a fermarsi (di fermate vere e proprie non è ancora il momento di parlarne): si controlla, si medicano i feriti, si cerca di rappezzare quel che rimane per proseguire almeno senza dare nell’occhio. Bene, si va, ancora un po’ e ci siamo. Una musica, per quanto bella, è sempre una serie di punti neri disposti a formare un disegno simmetrico, pieni e vuoti che si ripetono nello spazio. Seguire quel ritmo è necessario per proseguire: la fantasia viene in aiuto nell’indovinare la successione là dove un imprevisto l’ha cancellata. La carrozza va fuori strada, il conducente capitombola, fortunatamente nessuno si ferisce. L’intuizione lo abbandonò nell’istante più difficile, cioè nella ripresa della corsa dopo l’interruzione. Ma ora, grazie a Dio, tutta la pace pare riacquistata, andiamo avanti sicuri e saldi. Ma la fine non si vede ancora, c’è molta strada da fare.