mercoledì 26 luglio 2017

Personae

Messi uno di fronte all’altro, per questa volta lo schiavo sorride e il padrone piange; anzi, lo schiavo sorride proprio guardando il padrone, come se il fatto che pianga per una volta lo allietasse. Il padrone, invece, piange senza curarsi che delle sue lacrime.
Ognuno dei due ha poi uno spettro che lo accompagna: quello del servo sta accanto al padrone, in modo che questi si trova fra il servo e il suo fantasma, e quello del padrone sta accanto al servo, in modo che questi si trova fra il fantasma del padrone e quello reale. I due fantasmi guardano la scena senza capire, i due spettri si guardano fra loro come per indovinare ognuno il pensiero dell’altro: capendo che nessuno dei due ha capito, tornano ad osservare le loro copie in carne e ossa.
Ognuno guarda la propria copia senza capire, e poi guarda l’altro e ancora non capisce, e infine guarda il fantasma come a ricercare in esso una parvenza che spieghi questo incomprensibile stato d’animo. Perché il servo che dovrebbe piangere ride? Perché il padrone che dovrebbe ridere piange? Le due cose sono certo intimamente connesse, ma si fa fatica a capire. E poi, servo e padrone si guardano come da due rive opposte.
In questo atteggiamento c’è qualcosa che li distingue e qualcosa che li accomuna: il fatto che si presentino come padrone e servo significa che l’elemento in comune è un lavoro. Da un lato si crede che dividendo l’infinito in due si ottengano due infiniti distinti, cosa che non è vera perché si limiterebbero a vicenda; dall’altro si crede che non sia possibile farlo, perché se lo fosse dovremmo porre un limite per stabilire il taglio alla metà esatta, e anche questo non è possibile. Il fatto di aver chiarito una possibile origine della controversia non ci ha però aiutato a chiarire perché uno dei due rida e l’altro pianga.

mercoledì 19 luglio 2017

Passione

Noi ci avviciniamo al recinto agitando le nostre idee e le nostre leggi davanti ai loro occhi, per dir loro che con esse possiamo mostrargli una nuova realtà; cerchiamo di allettarli con queste proposte, ma essi ci guardano senza capire, senza neanche uno sforzo per comprendere le nostre parole, come se quelle idee, che ci sono costate millenni di applicazione, non fossero che chiacchiere senza senso. Siamo noi a crollare sconsolati di fronte al loro disinteresse. Ogni loro gesto rivela qualcosa che noi ancora non riusciamo a capire, e non ha importanza di quanta convinzione noi si metta nell’avvicinarsi a loro, non ha importanza di quanta intenzione noi si metta nelle nostre proposte - il risultato sarà sempre quell’ottuso disinteresse che distingue il loro modo dal nostro.
Essi non hanno filosofie, non possiedono visioni del mondo, la loro mente è così incomprensibile che nessuna psicologia la può sorreggere; anche noi, sconvolti da questo inconsueto modo di fare, ci volgiamo alle verità che stringiamo fra le dita e non le riconosciamo: non erano quelle intimamente nostre da ricalcare punto per punto ogni punto della nostra anima? Dobbiamo ammettere a malincuore che quelle verità non sono per nulla evidenti, né convincono a prima vista l’occhio che ci si posi - a malapena, adesso, le riconosciamo, anche se non osiamo ancora distogliercene, per antica abitudine. Com’è stato possibile che abbiano significato così tanto per noi, che ogni volta che ne leggevamo ci sentivamo ritemprati nel corpo e nello spirito? Una tale potenza non può certo essere disconosciuta a cuor leggero. Resta il fatto che se guardiamo alle nostre leggi dopo averli guardati, non le riconosciamo più: e non perché d’improvviso questa dottrina non sia più autentica, ma perché di fronte a Loro non sappiamo più cosa pensare.

mercoledì 12 luglio 2017

L'incompleto

- Che fare se un oculista, oltre che ceco, è anche cieco? -, gli dissi. Ma lui parve non sentirmi. Da tempo giriamo attorno spingendo degli speciali cestelli muniti di ruote, che chiamano carrelli; dagli scaffali, prendiamo le merci che più ci aggradano per forma e colore, e li riempiamo, quei cesti, dei nostri desideri alquanto futili. Desideri che, non avendo più alcun filtro o resistenza, sono direttamente collegati alle mani che si muovono sfrenate nello spazio, catturando le prime cose che il tatto incontra nell’esplorazione del mondo; senza censure, insomma. Si debbono far provviste per i tempi duri che stanno per arrivare: per questo, ci si muove in fretta, come se i minuti non bastassero al bisogno, come se si dovesse far prima del pensiero.
Si pensa che stasera faremo baldoria, magari con una bella cena, ma le provviste gettate spensieratamente nei carrelli sono oggetti inutili, impossibili da mangiare e perfino da maneggiare; sono sacchetti di cose senza nome né colore, tendenti al nero lucido e all’assenza: affari racchiusi in sacchetti di cellophane che buttiamo nel carrello senza pensare, come se il tempo non bastasse più a scegliere, a discernere.
- Una cena, faremo -, ci diciamo per mascherare il terrore e l’angoscia dell’assenza che di lì a poco ci prenderà. - Portiamo anche gli strumenti, faremo un po’ di musica -, ci diciamo per distoglierci dal fiato corto che ci funesta i petti. Che cosa ce ne faremo, di sacchi di castagne e custodie di violino? Che nutrimento si può trarre da elementi così scombinati? Riempiamo tutto, e in fretta, che fuori è già buio e una grande serata ci aspetta.
- Pensi di poter orchestrare il tuo sapere in maniera organica? -, gli chiedo. - Si pensa sempre di poterlo fare. -, mi risponde.

mercoledì 5 luglio 2017

La vita sul retro

Le luci non sono ancora arrivate. Di tanto in tanto lanciamo uno sguardo verso la piazza, perché è là che arriveranno, come se scendessero dal cielo. Nel frattempo, attendiamo, e prepariamo bene ogni cosa, sistemando i dettagli, assicurandosi che quando giungerà il momento tutto sarà a posto e non ci saranno indugi quando ci si trasferirà nel retrobottega, nei locali chiusi e protetti. Allora, tutto dovrà essere a posto, perché quando arriveranno le luci ci dovremo muovere in fretta, senza fare tanti discorsi; in silenzio e con precisione dovremo chiudere tutte le porte, e lo si dovrà fare velocemente, senza ripensamenti o indugi.
Quando le luci arriveranno, ci distoglieremo dagli affari, che per il momento nell’attesa conduciamo ancora, come se nulla fosse, e traslocheremo sul retro, chiudendo le paratie, le false porte e i falsi muri, eretti a protezione di quelle luci dal cielo. Come si è detto, l’operazione dovrà essere compiuta con rapidità e precisione, senza l’ausilio del pensiero, senza soffermarsi su dettagli ormai inutili (dico “ormai” perché il quel momento ogni mossa sarà già giocata e non ci sarà tempo né per dire forse, né per riscattare un errore): muovendosi con rapidità, ci sposteremo lontano, perché che cosa vogliano le luci non si sa: atterrano nella piazza principale, ed è là che i nostri sguardi si dirigono nell’attesa, nei momenti in cui dall’uscio della bottega, lasciando gli affari per un istante pieno di timore, osserviamo tremanti.
Quando arrivano, le luci si muovono come se sapessero dove andare, scrutando ogni cosa nel loro modo peculiare. Le luci circondano le cose, le esaminano come esplorandole, scandendo lo spazio attimo per attimo. Noi non sappiamo che cosa può accadere a una persona se viene circondata dalla luce: spesso, le cose esaminate mutano, talvolta spariscono come se fossero state digerite.
Abbiamo cura di lasciare nei cassetti e negli armadi qualcosa per loro, le cose più importanti che abbiamo: facciamo finta di nasconderle affinché le luci non siano deluse - diciamo questo ritenendo che in esse ci siano intelligenza e memoria - e non abbiano poi a rifarsela con noi, attraverso rappresaglie o cose simili. Le lasciamo lì per loro: sono ciò che di meglio la nostra razza ha da offrire alla loro, sicuramente superiore. Gliele lasciamo affinché ci lascino vivere: quelle cose possiamo sempre rifarle, anche se ci costa fatica e tempo e pensiero dedicato. La vita non è forse tutto questo? Quindi, finché si avrà vita potremo sempre ricostruire tutto da capo. Quelle cose preziose che noi doniamo loro le ricostruiamo ogni volta. Non sapendo se si potrà continuare a vivere se ingoiati da quelle luci continuiamo a fare cose, certo con grande spreco, ma con la possibilità di eguagliare, e forse un tempo superare, ciò che siamo.
Eccole! Atterrano silenziosamente sulla piazza, e noi ci rintaniamo, assicurando alla via di fuga muraglie e catene invisibili ma efficaci, impercettibili ma di grande sicurezza: è la dietro che noi continueremo a vivere mentre le luci violenteranno le nostre espressioni. Quando si uscirà da qui contempleremo lo sfarzo e la distruzione, forse ci chiederemo per quanto tempo ancora si potrà andare avanti in questo modo, ma sarà solo un primo pensiero dovuto alla disperazione; poi, continueremo come se nulla fosse accaduto.
Quelle cose sono le nostre, e anche se costano fatica e ce le portano via rimangono nostre, e nostre sono sin dal momento in cui le pensiamo. Come potremmo farne a meno? Una vita senza, non sapremmo neanche pensarla. Qualcuno dice che quelle luci ci portano in un luogo meno miserevole, ma quale luogo potrà mai esser nostro se non si potrà mettere in opera il nostro pensare, quel nostro costruire attraverso il pensiero? Nessuno ci garantisce che dopo saremmo in grado di farlo, e noi lo possiamo finché rimaniamo quelli che siamo - e l’unica maniera è questa.
Saremo, dopo, gli stessi? Non c’è modo di saperlo; per questo, ci nascondiamo nel retrobottega. La vita sul retro non ha nulla di bello: ci vergogniamo l’uno dell’altro eppure viviamo gomito a gomito, immersi nelle nostre deiezioni e incapaci di pulirci. Non abbiamo più dignità, e l’unica cosa che ci salva dall’ucciderci a vicenda è l’oscurità che circonda ogni cosa. Noi ci ritiriamo là in silenzio, in attesa, e neppure parliamo fra di noi perché è inutile, visto che lo spazio è scarso, e per così dire è tutto in comune, anche i discorsi che eventualmente ci sarebbero tra noi. Quelle, sono larghe stanze piene di scheletri di locomotive a vapore e poltrone sdrucite, su cui ci sediamo dandoci ogni tanto la voce l’un l’altro per assicurarci di essere ancora lì.
A chi appartengano quelle cose non si sa: poltrone e locomotive le abbiamo trovate, erano già corrose dal tempo e inutilizzabili, e non ci siamo mai domandati nulla al riguardo; così, esse sono per noi il luogo consueto, abituale, delle nostre vite. Non ce ne siamo mai interessati: quegli scheletri li abbiamo sempre visti, non sappiamo di luoghi ove non ve ne siano: così, abbiamo creduto che fosse la consuetudine, non osiamo neppure pensare il contrario.