mercoledì 29 gennaio 2020

Serie

Lo spettacolo televisivo è stato così ben provato, ripetutamente, facendo bene attenzione alle durate dei gesti, a come si incastrano gli uni negli altri con leggerezza e fluidità, che la presentatrice può dare le spalle al balletto che si sta preparando, e continuare a intervistare l’ospite su vari argomenti con calibrate domande, convergenti di attimo in attimo proprio sul balletto che sta continuando a formarsi sulla scena, i danzatori in schiera in attesa della battuta introduttiva, integrando matematicamente ogni successivo movimento nel flusso laminare dello spettacolo, convergendo su quel valore limite rappresentato dal momento in cui l’intervista finirà e inizierà la musica, accompagnando impercettibilmente lo spettatore al momento chiave attraverso le apparentemente noncuranti domande all’ospite;
il quale non può che rispondere nel modo velatamente suggerito dalla domanda stessa, come se anche lui fosse un termine appartenente alla serie che lentamente e inesorabilmente va a convergere su quel momento di inizio e fine,
il quale appare ancora lontano, almeno a giudicare dalla rilassatezza con cui la presentatrice porge le sue domande --- e a un tratto, il punto è raggiunto, sottolineato soltanto da un sorriso accennato alla telecamera dalla bionda e seminuda intrattenitrice e da un colpo di mano, un colpo di palma dato senza nemmeno verificare con un’occhiata alle spalle se tutto è pronto.
Due differenti serie, la preparazione al balletto e l’intervista con l’ospite, convergono mediante una successione di istanti indiscernibili l’uno dall’altro, eppure perfettamente calcolati, verso un punto unico: il battimano che segnerà la fine di una e l’inizio del secondo, il suono di una mano sola, battuta contro un oggetto qualsiasi, la spalla o il braccio, per produrre un suono singolare che rappresenta la chiusura del tempo, la sua sigillatura sotto vuoto in quell’insieme senza cesure rappresentato da un varietà televisivo.
Un colpo che rappresenta sia l’inizio dell’applauso che il pubblico presente in sala offrirà al diversivo, sia il punto finale dell’intervista troppo impegnativa che fino a quel momento si era protratta piacevolmente, senza che quel colpo sciolga la continuità: lo spettacolo trascolora dalla parola al movimento, e l’ospite, che fino a quel momento si era impegnato per offrire un’immagine piacevole di sé alla fila di domande, si trova d’un tratto rimpiazzato, domandandosi egli stesso come ciò sia stato possibile. Ora, non può che stupirsi della bravura dimostrata senza fatica, e allarga le braccia in segno di resa, accettazione e sottomissione al talento dell’intrattenitrice, per poi unirsi al fragoroso battimano che già si alza dalla platea, mentre le telecamere si spostano dal divano al palco, dove il corpo di ballo, al suono della battuta iniziale, già accenna a muoversi.


mercoledì 22 gennaio 2020

Percentuali

L’indumento, di per sé non differirebbe in nulla da un qualsiasi altro dello stesso tipo, una maglietta bianca. Ma se è illuminato da una certa luce radente, con un’angolazione specifica e riflesso da un vetro o uno specchio, che a sua volta sottosta a certe speciali condizioni di chiarezza, mostra come in un ologramma l’acqua contenuta nel corpo. Movendosi, anche il liquido si muove, come in una brocca di vetro. Novantaquattro, ottantasei o settantaquattro per cento? Arriva di fatto proprio sotto la clavicola, sfiorando le ascelle.
Andare in giro vestiti così mette a disagio: mostrare spudoratamente queste segrete cose, e ad occhi ignoti, è vergognoso, come se uno snudasse l’anima più interna e luminosa e se la mettesse sulla fronte, impedendo allo sguardo altrui di distinguere la faccia del portatore. Muoversi nel traffico cittadino, con quello sciabordare che amplifica ogni movimento, è uno svantaggio: per limitarlo, uno tenderebbe a spostarsi il meno possibile, e con passetti brevi, impercettibili e lenti. Ma anche così, non si riesce a evitare il disagio: spintoni e scosse nella folla non mancano, e il risultato finale è che oltre allo sciabordio delle acque, dà all’occhio anche lo strano comportamento. Se proprio si vuole andare in giro, l’unica è fare come se nulla fosse, puntando in alto lo sguardo, sopra le teste, cercando con la visione periferica un’altra persona che mostri la stessa trasparenza luminosa. Sarà facile notarla, se la si dovesse incrociare: l’acqua colpisce la visione, con quel caratteristico movimento. C’è il caso che, trovandola, il disagio cessi trasformandosi in moda.


mercoledì 15 gennaio 2020

Accordo

Sussiste sempre una certa tensione fra i libri dello scaffale e la ruota. La ruota, di bicicletta, ha i raggi cavi smontati dal mozzo. All’interno di ogni raggio passa una corda metallica, che a una estremità ha un nottolino d’arresto, il quale va a incastrarsi nell’alloggiamento inserito nella copertina del libro. La corda, passando per lo scaffale, uscendone è inserita nel cavo del raggio, che a sua volta è rimontato nell’ordine generale e prestabilito dei raggi della ruota, in modo da distribuire uniformemente la tensione lungo tutta la circonferenza. Ogni raggio corrisponde a un cavo e a un libro, uno scaffale copre una sezione determinata di angolo della ruota, l’intera libreria corrispondendo alla ruota intera. Così, quando i libri sono in ordine e la ruota è a fianco del mobile, sussiste una gradevole accordatura fra i due mondi.

mercoledì 8 gennaio 2020

Omissis

Il prigioniero lo si interrogherà almeno quattro volte, a distanza di qualche tempo l’una dall’altra per far sì che le risposte date si accumulino a formare un tutto unico. La perizia usata nell’interrogazione dev’essere tale che le domande hanno da restare attorno a un unico argomento, ma tale artificio non ha da essere mostrato in maniera smaccata ma subdolamente, mascherandolo con la dovuta severità, una severità intrisa di sangue e tortura. E le risposte, che vedremo poi come si articolino necessariamente, dovranno essere quasi essere urlate dal dolore, estorte da una tortura che ben si acconcia all’interrogazione.
Si è detto delle risposte e del loro accordo: infatti, l’inquisitore, nel fare le domande, e tutte e quattro (almeno quattro) le volte, deve far sì che la risposta giri attorno a una sola e unica parola, mai detta se non per attinenza, somiglianza o contiguità. Le domande, velate come urlate sono le risposte, devono coprire tale artificio, tanto che nemmeno il torturato deve rendersi conto dell’attinenza, somiglianza o contiguità, impegnato com’è a farsi estorcere una confessione trattenendo dal crollo il suo mondo interiore. Si deve fare in modo che quelle parole, scritte come su un foglio di carta, perdano la consistenza di parola acquistando quello di carta; e con essa carta, di taglio come se fosse una lama, con un movimento veloce e netto, con il bordo del foglio, aprire ferite invisibili ma dolorose nella carne dell’avversario, per costringerlo, ma non subito, ché il dolore subito non si fa sentire ma dopo, al ritiro, nell’abbandono del campo mediante il sanguinamento di quei tagli piuttosto subdoli, a dire quello, quello e non altro, ciò che forma il sedimento.
Naturalmente, il tono non avrà da essere lo stesso in tutte e quattro le occasioni, ma variando di poco, oscillando anche fra simpatia e comprensione (che possono essere espresse con l’autoinflizione di ferite, per accomunare il male dell’interrogato con quello dell’inquisitore), tono leggero e sottile che concorrerà a inculcare quella svagata somiglianza nella testa del rispondente, rimanere attorno alla questione. Alla fine, si dovrà rendere conto che si parlava di una sola e unica cosa, sempre quella, incessantemente variando il tono, come quando si gettano foglie d’erba in una zuppiera: le erbe possono variare, ma alla fine si otterrà un’insalata – ed è questo ciò che il prigioniero si ricorderà quando verrà liberato, questa tonalità che girava attorno a un concetto, a una cosa, un nome, sempre lo stesso, sempre quello.
La pienezza che rende immobili: ecco lo scopo di quelle domande, ecco la ragione di tanta occulta insistenza. Insistere, perché alla fine il motivo doveva essere percepibile, cantabile, nominabile; occulta, perché non doveva esserlo subito, evidente in modo sfacciato e grossolano. Insistente, perché alla fine tutte quelle ripetizioni dovevano tessere un disegno; occulto, perché quel disegno doveva essere riconosciuto a posteriori, molto dopo la sua paziente esecuzione.
Di che nome si poteva mai trattare se non di ciò che più da vicino lo riguardava, più di tutti? Il nome dell’origine, della nascita, quel nome che unito all’essere liberi dà la forza di sopportare la condizione; quel nome che sostiene l’uomo quando tutto cade, quel nome che al solo sentirlo le vene del corpo si irrigidiscono, rialzandolo tutto e rigidamente sostenendolo quando tutti gli altri nomi hanno ceduto. Il suo nome: ecco cosa volevano dir quelle domande, insistenti, sempre le solite, sempre a battere quel tasto come in una monotonia sconfortante. Il prigioniero, ora libero dopo l’assedio, può riguadagnare il terreno a lui proprio, grazie a quel nome che l’inquisitore, terribile e spaesato, gli ha inchiodato in mezzo al cervello come un riflesso condizionato. Con quello, nessuna tortura lo potrà mai più piegare.

mercoledì 1 gennaio 2020

Il dono

La sfinge ha i piedi rotti, zampe unghiute e informi. Dopo tanto camminare sulle pietre, sulla pelle le si sono aperte delle piaghe, dei buchi insanguinati di materia rappresa, dolorosa e orribile a vedersi, che le hanno impedito l’andare tanto che si è dovuta fare ospitare. Nella solitudine della sua camera si controlla le ferite, sfasciando le bende che con il sangue e il pus si sono attaccate tutte, considerando con tristezza la propria condizione.
Il fatto di essere ospitata così riccamente le dà agio di accordarsi, e di sottostare, alla legge non scritta per cui ogni ospite ha il dovere di restituire alla sera ciò che giornalmente gli viene dato, ma mancante di un nonnulla, di una piuma ad esempio, o di un dettaglio. L’ospitante offre il suo avere all’ospite e questi, dopo averlo gustato glielo restituisce, ma non integro. Il gioco di cui si parla consiste nell’accumulare, giorno dopo giorno, i dettagli non restituiti, e con quelli (piume, baffi, ecc..) farsi un dono tutto per sé, che non potrà mai essere chiesto indietro dal padrone.
A manovrare la lama per tagliare quelle piume, quei baffi, quel nonnulla, ci vuole perizia, e occhio nell’angolare precisamente il taglio, recidere di quel poco il più possibile per tenerselo tutto. Si deve fare attenzione a non respirare, o il respiro ossiderebbe il metallo disturbando la rasatura. Ma infine, ci si può anche lasciare andare, affidandosi all’istinto che da lungo tempo ha operato per il bene, prendendo senza pensarci troppo né avere scrupoli.