Orfeo,
non potendo più al ritorno dall’Ade guardare Euridice in volto, le volta le
spalle e disegna sul muro il profilo della sua ombra, per averla pur sempre
davanti agli occhi. Gli dèi si accorgono del sotterfugio di Orfeo, e allora gli
tolgono la vista per punirlo. Da quel momento, cieco, diventa un grande poeta.
mercoledì 29 novembre 2017
mercoledì 22 novembre 2017
Faust
Faust
una volta disse:
Faust
non era un sapiente, come la storia ci racconta e vuole darci ad intendere, ma
un insipiente pieno di pensieri cattivi e assurdi, cattivi nel senso che erano
mal costruiti e male si connettevano l’uno all’altro, assurdi nel senso che
erano senza fondamento; pensieri derivati dai movimenti incongrui dei muscoli e
delle viscere, pensieri passeggeri come passeggere sono le funzioni del corpo
durante la giornata, nel trascorrere delle ore. Quei pensieri cattivi non
costruivano ragionamenti, come invece sarebbe stato necessario e utile, ma
inseguivano le nuvole, che oscurano e corrompono il cielo. Con quei pensieri
egli volle costruire una metafisica, e non riuscendoci immaginò di chiedere
aiuto al Diavolo. La storia di Faust, così come è narrata dalla tradizione, è
la storia di quel desiderio immaginato, un desiderio di chi non ha mai avuto
nulla e vuole tutto, un desiderio, come si è visto, senza puntelli né sostegni,
un desiderio che mai è stato mio - mio, del vero Faust.
Infatti,
non abbiamo un’anima, ma una psicologia. Un uomo saggio mai si sarebbe
azzardato a scrivere di queste cose, tantomeno farle, considerando tutto ciò in
cuor suo strambo e senza fondamento, così come infondata è la sapienza che da
quelle cose deriva; a meno che l’ignoto autore non fosse animato da una
fantasia o un istinto in certo qual modo ammonitore, e avesse desiderato
mettere per iscritto questa storia con l’intento di insegnare qualcosa a quelli
stessi a cui Faust del racconto, nonostante le premesse, finisce sempre per
assomigliare
mercoledì 15 novembre 2017
Limatura
L’uomo,
ogni giorno, e in perfetta solitudine, chiuso in una stanza provvista di tutti
gli agi, e di nascosto da occhi che non siano i suoi, con una piccola lima di
ferro gratta via un po’ di sé e lo mette in una scatola, una piccola scatola di
metallo che poi ripone al sicuro, ben chiusa e in un posto invisibile ai
curiosi. Questo atto di grattare via un po’ di sé con una lima di ferro è una
cosa che egli fa ogni giorno, questo si è detto, ma è importante ripeterlo. Il
farlo di nascosto, senza che nessuno lo sappia, rende quell’atto unico, gli dà
valore inestimabile. Quel segreto gesto quotidiano dà valore alla sua vita, e
il fatto di riporre poi la scatola in un apposito stipo, al riparo dalla
curiosità degli altri, lo colma di un sentimento difficilmente spiegabile: è
come se, ritrovando ogni giorno quella scatola di metallo, ritrovasse se
stesso. Quella piccola scatola gli è preziosa, ne è così geloso che ogni volta
la nasconde un po’ di più, un po’ più a fondo, nascondendo a sua volta il
nascondiglio, mimetizzandolo con l’ambiente circostante, per rendere sempre più
segreto e sempre più suo il contenuto della scatola. Quella limatura
costituisce il suo essere più puro, il più vero, che dev’essere protetto - da
qui la segretezza.
Un
giorno scopre che la scatola è vuota, contiene soltanto qualche oggetto senza
significato: un bottone, una graffetta. Dov’è finita la limatura di sé che in
tutti questi anni ha custodito e prodotto? Sparita. Qualcuno l’ha gettata via.
Chi può essere stato, visto che nessuno ne sapeva nulla e che non solo l’atto
del limare via era un segreto, ma anche erano un segreto la scatola e lo stipo
entro cui la scatola era riposta. Tutto era un segreto, un atto intimo compiuto
in totale isolamento; tuttavia, la preziosa limatura di sé è sparita, e con
essa anche la lima di ferro. Rimane solo la scatola, adesso inutilizzabile,
sporcata dalle dita e dalla curiosità altrui.
Chi
è stato, dunque? Forse il figlioccio di quest’uomo che si è lasciato sfuggire
qualche parola vaga su lime e limature. Ha l’abitudine, questo tipo, di
nascondersi e osservare di nascosto i movimenti degli altri. È una spia, il
figlioccio, una spia che apparentemente non prova pudore, disinteressandosi di
tutto, facendo arie da mercante, un’aria svagata, indolente, che pare nulla
conosca e che invece tutto vede e conosce. Oppure la matrigna di questo giovane?
Una persona infida, sempre pronta a giustificare il proprio operato con parole
concilianti e soporifere, parole che dovrebbero adattarsi al caso e calmare la
rabbia, e che invece la attizzano, rendendo per questa rabbia l’Altro muto,
ammutolito di fronte all’ardire, tanto che (privato irrimediabilmente di
parole) è costretto ad andarsene sbattendo una bottiglia d’acqua sul pavimento,
unico modo che gli è rimasto per esprimere il suo pensiero. L’acqua contenuta
nella bottiglia si spande sul pavimento e sulla parete: quella pozza
rappresenta la sua capacità di esprimersi: essa cola sul pavimento, attraversa
l’intonaco, passa ai piani inferiori, sempre più giù.
Forse,
l’artefice della scomparsa è lui stesso, che iniziava a considerare l’affare
della limatura in una luce diversa da quella degli inizi. Il contenuto della
scatola cominciava a pesargli, a ingombrare la mente, e l’inutilità del
cerimoniale maniacale di isolamento e limatura doveva certo altre volte avergli
ingombrato la testa. Allora, ha deciso di disfarsene cercando poi di ammannire
la colpa agli altri, distribuendola in giro, a caso, gettandola alla prima
persona che gli fosse capitata sott’occhio: il figlioccio, la matrigna del
figlioccio, chissà a chi altri poi non si sa, non si conoscono più tanto bene i
motivi che l’hanno mosso a far così; tutta questa storia cominciava ad essere
noiosa, proprio nel momento in cui ce ne interessavamo.
A
suo sfavore depone anche un commento della gente, che considera questa storia
un po’ troppo costruita ad arte. È una storia a cui non si può credere davvero
senza per questo sentirsi sciocchi. Se è una metafora, allora è troppo
trasparente; se è vera, allora è troppo assurda. C’è qualcosa che dovrebbe
stare in mezzo e che non c’è, e non c’è neppure un luogo retorico in grado di
accoglierla, questa cosa o idea. Quindi, non si può fare altro che abbandonarla
infastiditi e irritati di averle dedicato così tanto tempo.
In
questi luoghi di montagna le storie sono estremamente rare. Ci si accontenta di
surrogati, tratti ancora vivi dall’animo e disposti in bell’ordine sul bancone
di marmo dello spaccio. Ci si accontenta di poco, e si fa tacere nel contempo
la coscienza, perché se anch’essa parlasse sarebbe la rovina, una rovina
definitiva, totale. Allora, si tace.
Questa
storia la si sarebbe potuta conoscere solo se costui, trovandosi senza soldi,
avesse lasciato il suo taccuino come pegno, come testimone mentre correva a
casa a prendere il denaro. Gli Altri, sfogliandolo, avrebbero saputo ogni cosa
di lui, e anche se non capirebbero nulla di quelle cose, avrebbero rivenduto
quelle storie al altri Altri, togliendo il segreto a quelle parole. Questa
storia la si sarebbe potuta conoscere solo per una disattenzione, solo per una
mancanza. Però, egli il denaro lo porta sempre con sé, ed è sempre pronto a
pagare per le cose che compera.
È
sicuro, quest’uomo, anonimo estensore di vocabolari e storielle ridicole, di
avere la coscienza a posto riguardo a questa storia? È sicuro, quest’uomo, di
avercela, quella coscienza che dice di avere, e di non essere lui l’autore
delle malefatte di cui accusa l’Altro? No, che non è sicuro. In questi paesi di
montagna queste cose accadono spesso, dimenticanze che si dimenticano.
La
storia narra che lasciò il taccuino in cambio di un taglio di capelli, visto
che al momento di pagare non trovò i soldi; promise al gestore del negozio che
sarebbe tornato il più presto possibile. Egli fece questo, ma le storie contenute
nel taccuino, storie inutili e curiose che quella gente non aveva mai letto né
sentito, fecero il giro del paese, passando di bocca in bocca, intrecciandosi
con i racconti e le leggende del luogo. Lui, questo, non lo seppe mai, credette
anzi di aver copiato inconsciamente quelle leggende, storie che nessuno aveva
contribuito a far circolare.
Così,
il fatto di limare da sé ogni giorno una piccola parte e riporla in una
scatoletta di ferro, da fatto privato diventa storia pubblica, la storia di una
comunità montana, una storia che spiega il mondo così com’è visto da quelle
cime, da quel paese sperduto. L’uomo che ha inventato la storia traendola dal
buio come si traggono cose da un sogno o da un mezzo discorso fatto tra sé,
rimettendo insieme i cocci di un pensiero più grande, più grande anche del
paese di montagna e della gente che lo abita, una comunità di persone
ignoranti, del tutto senza valore, così come senza valore sono quel figlioccio
e quella donna che lui ha accusato ingiustamente di un misfatto che solo lui ha
compiuto - quell’uomo, si diceva, diventa un narratore di leggende, un autore
di storie di alto contenuto morale e simbolico. Tutto per un taglio di capelli
e per una dimenticanza, soprattutto per una dimenticanza.
Ma
non era un taccuino, quello che aveva chiuso nella scatola di metallo, il
taccuino su cui aveva scritto la limatura di sé che egli stesso pazientemente
ogni giorno con una lima di ferro da sé toglieva via? Non era, quel taccuino,
quello che ha lasciato in pegno al negozio?
mercoledì 8 novembre 2017
Vescovo
Il
vescovo, quando s’asside, è una cupola che protegge i fedeli, una cupola che
porta al suo esterno, come contrafforti, le testimonianze dei fatti a cui ha
assistito; la sua veste è nera, una grande cappa trapuntata di piccoli
rettangoli bianchi, ed è tipica, riconoscibile anche da grande distanza,
cosicché tutti possano dire: ecco, è arrivato il vescovo. È una persona
importante, ha assistito a tutti quei fatti, e ha contribuito allo svolgimento
delle cose. È proprio così: egli porta, come se fossero medaglie, le foto di
tutti quei fatti appuntate alla sua uniforme di vescovo. Sono telaietti di
cinque centimetri per cinque, simili a diapositive. Se ci si avvicina, e se si
ha agio di osservare il corpo sferico del religioso (egli ha davvero
partecipato a molte cose, e il suo corpo, per testimoniare di tutte queste
vicende, è davvero molto grosso, simile a un mappamondo sulla cui superficie
sono inscritti questi telaietti, ognuno dei quali raffigura un fatto) si vedrà
la varietà della sua partecipazione: un acquedotto in Sudan, la fame dei
bambini in Africa, la costruzione di un asilo, e così via. Il suo corpo
smisurato ne è tutto pieno, egli indossa quelle foto come medaglie. Il suo
corpo ne è tutto cosparso, è una sfera ricoperta di telaietti bianchi, una
sfera alla cui sommità sta il capo, così come la lanterna sovrasta la cupola
del duomo.
Egli
non vuole che ci si avvicini troppo, non lo permette: ma il suo corpo è così
grande che l’attenzione non può coprirlo tutto. Ci sono distanze da rispettare,
quando si è davanti a uomini di tal fatta, persone che incutono rispetto e
obbligano a una distanza che difficilmente può essere annullata: quel rispetto
non lo si può prendere alla leggera. Egli è pur sempre vigile, e non lascia
avvicinare nessuno, anche se la sua attenzione gli dice il contrario è sempre
all’erta; non per pudore, non perché si vergogna di quelle foto, ma perché non
ci si può avvicinare senza motivo a un vescovo, e trattare con lui come se
fosse una persona qualsiasi. In società, ci sono protocolli da rispettare, e
quelli non permettono una corretta visione di quelle immagini. Egli, con il suo
atteggiamento solenne, tiene a distanza tutti, ed è un peccato: così, è
possibile vedere quelle fotografie soltanto cogliendo il religioso di sorpresa,
prendendolo alle spalle e nel momento in cui è distratto dal discorso che sta
per fare nel cerimoniale di inaugurazione, proprio come sta accadendo ora,
adesso in cui ci siamo avvicinati per guardar meglio quelle immagini. Il corpo
del religioso, a vederlo così da vicino, è davvero smisurato, e la sua
superficie è piena di questi telaietti, ognuno raffigurante una immagine. È
possibile vederne chiaramente una o due prima che il vescovo si riscuota e ci
scacci, accorgendosi che ci siamo avvicinati troppo. Gli è sufficiente
un’occhiata, e noi ci ritiriamo umiliati.
Si
vorrebbe avere più tempo per guardarle tutte, e confrontarle fra loro; alcune
di quelle fotografie si animano come ologrammi se spostiamo il punto di
osservazione. Nell’avvicinarsi a lui, si è inquieti: si ha paura che lui si
risvegli e si accorga che ci siamo avvicinati per scrutare quella superficie,
per costruire con quelle immagini un’ipotetica vita, la vita del vescovo, vita
così piena di immagini enigmatiche; le chiamiamo così perché mai abbiamo avuto
la possibilità di capire che cosa davvero siano; potrebbero anche essere
finestre, ritagliate sulla semisfera del vescovo, delle aperture attraverso cui
è possibile scrutare all’interno, direttamente nell’anima del sacerdote.
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mercoledì 1 novembre 2017
Luoghi
I
luoghi eventuali, i luoghi naturali, le strade a senso unico, le statue che
reggono il balcone della casa che sta per crollare sotto il peso del cielo che
narra la gloria di Dio: ognuno di quei pensieri richiama un modo di stirare la
realtà, stirarla come un fazzoletto o una tela, ognuno di quelli essendo stato
di volta in volta vestito dalla morte per affrontare la realtà. Le strade sono
di tre livelli: una è posta in basso, vicino l’argine, una è mediana. L’ultima
è superiore.
Le
vecchie strade sono cancellate da nuove vie, che a loro volta saranno
cancellate da altre. Il reticolo delle strade, qui in questa parte della città,
è in continuo mutamento; se si entra qui cercando qualcosa, un posto, un
indirizzo, con l’idea che ci si è fatti di tutta questa storia, si rischia di
non trovare niente. La rete di vie è in costante cambiamento, non si può
arrivare qui con un’idea fissa, che a casa abbiamo messo insieme, un uno ieri
remoto (almeno remoto sembra per la velocità con cui qui mutano le cose): si rischia
di perdersi, di non trovare quello che si cercava. La scuola, ad esempio: è
inutile dirsi che ci si arrivava da questa via. Adesso, la strada è chiusa, si
deve fare un largo giro. Un domani, poi, non la si troverà più nemmeno così,
perché nel frattempo l’avranno spostata. È un continuo mutare, nel tentativo di
scoprire l’ordine perfetto, quello che non ha più bisogno di cambiare; ma si
dispera di trovarlo, soprattutto perché non è quello che qui serve.
Le
strade non sono progettate da una mente superiore - superiore nel senso che sta
sopra e meglio vede - ma da tentativi di ricreare una visione interiore, la cui
mutevolezza si vorrebbe riprodurre in queste strade, per offrire a chi le
percorre la continua sorpresa di vedere cose sempre nuove, di osservare il
luogo ormai ben conosciuto in una luce nuova ogni giorno, così da ricreare lo
stupore che si ebbe nel visitarlo la prima volta. Camminando per quelle strade
non si sa mai chi si incontrerà, e se lo si incontrerà davvero, senza
illusione: i percorsi per raggiungere i vari punti, mutando rendono difficile
tale incontro, e ognuno di noi, percorrendo quelle vie, par d’essere l’unico da
quelle parti, abbandonato a sé senza il conforto dell’idea di poter chiedere la
strada a qualcuno se ci si perde. Ognuno è, per quelle geometrie urbane,
isolato dagli altri proprio come lo fu chi si recò laggiù la prima volta, non
avendo nessuna idea di come quei posti fossero fatti, come si intrecciassero
l’un l’altro per formare un tutto,
Che
cos’è una strada se non un tratto rettilineo di via senz’altra relazione con il
resto? Qui, le strade rimangono strade, pezzi unici nel mezzo del grande nulla,
senza rapporto con il resto o con altre strade; qui, camminando, si ha la
stessa angoscia di chi, smarrito in contrade estranee, non sa dove fermarsi né
chiedere aiuto, dato che non vede altro che la strada che sta percorrendo,
strada che rimane lì senza punto d’inizio né fine, senza contrade, puro
elemento che conduce altrove rimanendo sempre lì.
Reti
metalliche e siepi di rovi delimitano gli isolati: le strade stesse, in virtù
di questa continua riorganizzazione, si bloccano in un punto per riprendere al
di là di un isolato, ma non c’è modo di saltare l’ostacolo, si può solo sperare
che, tagliando a destra o a sinistra per un sentiero che ancora non si conosce,
si possa ritrovare la direzione perduta; ma è una scommessa che si è destinati
a perdere. Qui, un tempo, c’erano casolari e fattorie, e le strade erano
sentieri che univano i vari poderi, passaggi ad uso di chi vi lavorava, strade
create dall’abitudine, dalla consuetudine di una vita bimillenaria. Le chiese,
un tempo oratori in mezzo alla campagna che servivano a quelle genti per
riunirsi in un luogo a pregare, divennero magazzini per il fieno o stalle, per
poi essere definitivamente demolite per far spazio a questa rete provvisoria di
strade.
Occasionalmente,
dietro le siepi o le reti si possono vedere cantieri navali o rimessaggi o
ferriere, elementi dimenticati di una topografia passata o punti focali di una
quartierazione prossima ventura: sono elementi che si prestano a usi
indefiniti; gru o paranchi che possono servire a qualsiasi cosa, anche ad
essere spostati nottetempo come una scenografia mobile e disperata, come per
mettere in scena un’altra immagine di luogo, una nuova quadrettatura dello
spazio. Sbirciando, non si nota nessun operaio, si vedono solo queste
apparecchiature, utensili senza alcun uso apparente. Per capirne l’uso
bisognerebbe ricordarsi di tutto ciò che al riguardo si è detto e pensato,
ricordandosi di tutto in un solo punto mentale che è il presente; e in quel
punto confrontare tutto, uno a uno, quei singoli elementi, raffrontandoli l’uno
contro l’altro e contro tutto il resto; e dopo averlo fatto, capire quello che
hanno voluto dire con la loro comparsa. Fra non molto, la disposizione delle
cose sarà decisa, precisamente, e allora si getteranno le basi per dei nuovi
cantieri, fabbriche che edificheranno palazzi di vetro e ferro, grandi come
transatlantici, congelando così la mutevole geometria di questi luoghi,
fissandola in uno schema eterno.
Il
desiderio di costruire una storia da questo sogno lo rimanda indietro, il
sogno, da capo, per sperimentare altre soluzioni, altre immagini. Come quella
delle tre vie, per una delle quali, l’inferiore, giungono gli studenti
dell’Istituto, e quella della fuga verso l’alto. Ma anche questa soluzione non
convince, perché a questo punto si dovrebbe dire qualcosa su questo Istituto,
questa scuola, e non ci sono notizie al riguardo; così, il sogno s’ingegna a
mettere in scena una tempesta, con nubi nere, promesse di diluvio e cielo
pesante come Dio: si sbarrano porte e finestre, ci si addossa alle porte,
addirittura, per far sì che il vento non le spalanchi. Ma anche così (visto che
la tempesta tarda ad arrivare) si è costretti a ritornare all’intrico di
strade, all’intrigo di strade interrotte e sempre da capo ridisegnate da un
ignoto urbanista. L’idea non viene fuori, la storia nulla descrive, e tutto
rimane fermo, indifferente allo sguardo che cerca un modo per mettere insieme
le cose.
Però,
c’è sempre qualcosa che sfugge, ed è sempre quella cosa che è necessaria,
quella che spiegherebbe ogni cosa e che ogni volta ci dimentichiamo di
ricordare. Non è la cosa, ad essere scordata, ma il fatto che si debba
rammemorare proprio l’atto del ricordo per capire. Senza questo, tutto il
necessario alla spiegazione è dimenticato e inutile.
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