mercoledì 29 settembre 2021

B / N

L’amore fra due pezzi di segno opposto, come il Re bianco e la Regina nera, conduce a situazioni difficili da sostenere, come la pressione della schiera di pedoni, non importa di quale colore, che ostacola l’avanzata. Fra i due amanti si erge una muraglia fatta non di cose ma di persone, anche solo un Cavallo o un Alfiere, o, peggio, l’altra Regina: la Donna, messa così nel mezzo della scacchiera, impedisce l’incontro fa i due. Ci vorrebbe tempo, e intimità per svolgere il groviglio che angustia i due amanti, ma il tempo è proprio ciò che manca. Possono solo appartarsi un momento ai bordi del campo e conversare a monosillabi, più con gesti violenti che con parole altrettanto violente, sperando che con ciò l’espressione dei sentimenti sia completa. Non lo è, naturalmente: dopo anni di partite non giocate rimane loro difficile riprendere il discorso interrotto in un punto ormai dimenticato. Così, si gettano l’uno addosso all’altra, serrati, spingendosi ai bordi ferrati del campo, lui attaccando e lei retrocedendo, sperando di concludere. Ma tempo e memoria sono adesso entrambi cancellati, e sebbene questo incontro sia stato desiderato da entrambi, adesso si rendono conto dell’inutilità di questa partita che, però, per come stavano le cose, non poteva più essere rimandata.

mercoledì 22 settembre 2021

Città di mare

Quanto ci pesavano i nostri strumenti, laggiù in America, a trascinarceli appresso nelle subways, da una all’altra, di corsa, per esibirsi là sotto o in qualche locale pieno di fumo e di gente insensibile alle note da noi suonate, e con quello guadagnare qualche soldo che non bastava a tirare avanti. Quegli strumenti li diciamo nostri, ma in verità ci furono dati dai nostri padri, appartenendo a loro per retaggio e ora a noi per eredità, per cercare fortuna altrove. Quell’altrove noi decidemmo che fosse America, New York, e con quei bagagli andammo fin là a cercare di esistere.
La decisione di venderli fu un sollievo già dall’idea, un’idea venutaci a tutti separatamente ma in unisono, come se a distanza avessimo deciso che non era più possibile continuare. Di corsa, perché ormai il passo era quello, passammo da vari banchi dei pegni: in quel paese si trovano ovunque, ogni strada ne ha uno, e sono sempre pieni di gente che fa la fila per vendere qualcosa di sé nel tentativo di vivere, proprio come noi che avevamo cercato fino a quell’istante di fare affidamento sulla musica, senza riuscirci. Quindi, ci mettemmo in fila, anzi tre distinte file in tre diversi Pawnshop, con lo strumento (violoncello, chitarra, ecc…) a favore del banco per meglio e più rapidamente farlo valutare e ricevere al più presto quel bel po’ di soldi che tanto desideravamo.
Fu un affare veloce, da quelle parti tutto va rapido. Come pesavano, i sacchetti di monete dateci in cambio di quell’eredità ingombrante! Niente più corse a raccogliere spiccioli persi dai passanti nelle gallerie della metropolitana, niente più serate con lancinanti stomaci vuoti, senza più strumenti ma con in mano un differente tipo di peso, l’America si apriva finalmente davanti a noi, riempiendoci i polmoni. Per prima cosa avremmo trovato un impiego fisso, e poi tutto, anche i pasti e l’alloggio, sarebbe venuto in seguito. Com’era bella, ora, l’America. Un posto vero in cui viverci, lontano dalla memoria e dai rimproveri della storia da cui tutti provenivamo. Com’è dolce adesso quest’America diventata di casa, piena di scalette e ringhierine e strade in salita come una qualsiasi città di mare, con le strade ingombre di tavolini e i tavolini ingombri di tazzine vuote, sporche di caffè e bevande. Ecco che finalmente s’apriva in fronte a noi lo sterminato ventaglio delle possibilità, e solo ora capivamo, con il sangue che correva rombando nei meandri del cervello, cosa volesse dire vivere, il vivere che per noi era sempre stato mantenere l’esistenza.
Molto di più era, adesso: era fantasia e forza. Ora, l’America ci è talmente familiare che ci appare come casa nostra, senza più ingombri. Siamo invincibili, soli, contando su di noi e ognuno di noi solo su se stesso. La vera vita ora era America New York.

mercoledì 15 settembre 2021

Konrad

A squassarlo non erano i fantasmi, ma una certa voglia impalpabile, che sfuggiva a ogni nome tutte le volte che si cercava di definirla. Non di meno, quel fatto mentale sussisteva, e lo guidava netto in ogni azione, senza sbavare mai se non dalla bocca che (forse a causa di qualche malattia indefinita) non chiudeva bene, impedendo la pronuncia corretta di certe parole. Anche se probabilmente non aveva combattuto in nessuna guerra, aveva un aspetto molto americano, da reduce del Vietnam: canottiera militare, occhiali Rayban, piastrina di riconoscimento, mozzicone spento fra le labbra, e un’espressione poco raccomandabile.
Quel corpo, esibito sfrontatamente, era coperto là dove lo segnavano alcune ferite, ma le tare più profonde dimoravano di certo nella sua mente, una mente reattiva al massimo grado, incapace di pensiero o di riflessione: si doveva obbedire ai suoi comandi senza possibilità di capire il motivo di quell’obbedienza, un po’ come fanno certi bambini cresciuti in altezza con i loro compagni di più piccola statura; essi s’impongono con violenza cieca, decretando cose inspiegabili per un adulto, soltanto per il gusto di dominare e imporre la paura.
Si sa che un individuo, tolti i fronzoli con cui abbellisce l’azione, esprime una sola idea in tutta la vita, quella e non un’altra, su cui batte ripetutamente la fronte finché non la riconosce, cosa che non accade spesso; ma ciò che costui voleva esprimere con tutto il suo corpo mancato non era facile da capire: pareva bloccato a un livello molto basso di sviluppo e conoscenza, un livello fatto di azione, reazione e violenza. Tutto il suo intento stava nell’essere rispettato, e di sfuggita si è notato come ciò fosse impossibile naturalmente, e nell’imporre all’altro la sua visione delle cose, una visione del tutto inesistente proprio perché composta di dispetto, di assurda obbedienza, di forzature, di punizioni ridicole. Voleva che nessuno gli si rivolgesse senza permesso, e quando qualcuno non rispettava questa regola subito si scatenava la violenza, infantile e senza insegnamento.
A suo dire, quella volta gli avevo mancato di rispetto esprimendo certe idee o opinioni, non ricordo più nemmeno quali fossero tanto erano sciocche, poco importanti e soprattutto evidenti. Lui apparentemente non se la prese, ma quando per caso gli ricapitai davanti volle farmela pagare, a suo modo s’intende, manifestando tutta la crudeltà del veterano. Dopo una prima scarica di ingiurie, mi si avvicinò fino a toccare le mie labbra con le sue, imponendomi di ripetere le frasi che diceva, parole senza senso, suoni privi di significato. Forse voleva dimostrare alle ragazze di cui amava circondarsi (e ricordo che il suo aspetto non era di quelli che attraesse le donne) di essere il più forte o il più furbo, cosa che da quella umiliazione non era di certo evidente. Per un po’ lo assecondai, sperando che finisse presto, poi la noia prevalse sul disgusto, e allora smisi. La sua reazione, chiaramente, non fu che verbale: che cosa poteva fare con un corpo così difettoso? Quella canottiera che gli copriva le piaghe del corpo esibiva quelle dell’anima. La carne cascante, la faccia scheletrica, la voce aspra e acuta – tutto contribuiva a dare di lui una immagine terribile. Ma il terrore scompariva di fronte a quello che nel frattempo avevo imparato. Perché continuare a farfugliare in quell’assurda postura quando un intero mondo attendeva fuori da quella stanza? Il pensiero della realtà, muso a muso con quell’idiota, si faceva sempre più intollerabile, come una promessa già mantenuta.

mercoledì 8 settembre 2021

La casa

La parte sporgente della casa d’angolo poggia su un palo di sostegno. A quella, corrisponde all’interno un salottino e una scala a chiocciola costruita con il metodo delle stecche retrattili, dispositivo ben conosciuto da tutti gli ombrellai del pianeta. La scala, poggiando su quelle sbarre telescopiche di ferro, è instabile, e la pressione esercitata ogni volta che la scala è discesa, provoca una perdita del rivestimento del palo di sostegno. Essendo di legno, gli occupanti si riferiscono a quella come “la perdita del legname”. -A quanto è oggi la perdita del legname? -, è un’osservazione in forma di domanda molto spesso ripetuta.
È una casa molto raccolta, di tre o quattro stanze senza finestre, molto fresche, snodantesi attorno al centro comune di quella stanza sporgente: se il palo fosse lo stelo, il salottino sarebbe il centro del fiore e le stanze i petali. Un ascensore conduce direttamente dal basso all’appartamento, senza passare per le scale comuni. Anche la scala a chiocciola è separata dal resto. In effetti, pur essendo incastonata nel palazzo, quella casa resta isolata dal tutto, indipendente e autosufficiente.
Il capofamiglia è un uomo pacato, forse un commerciante o un impiegato, che tiene le chiavi di tutte le stanze, anche dell’ascensore. Sua moglie ha l’aria invecchiata e robusta di una contadina sovietica, di quella ha anche il grembiule grigio e il fazzoletto in testa. La donna è dimessa quanto l’uomo è paziente, ma entrambi paiono dotati di una grande forza, che forse gli viene dal vivere così isolati dal resto. Le loro stanze, annodate al perno della scala a chiocciola, sono fresche e accoglienti, quasi senza odori.

mercoledì 1 settembre 2021

Il figlio maggiore

Nostra madre certo si preparò a quel giorno segnandolo in rosso sul calendario.
Suo figlio, il maggiore, era fuggito in città lasciando la tenda del padre e con essa il lavoro di guardiano del gregge. Per lei, fu un duro colpo, ma non si dette per vinta: ella credé che la fuga fosse da imputarsi al desiderio di una vita più piena e diversa da quella dedita alla pastorizia e all’amministrazione delle ricchezze familiari. Pensava che il figlio desiderasse le cose che solo la vita cittadina poteva offrirgli, piena di insidie, di occasioni, di perdizione. La vita sotto le tende si svolgeva nel rispetto della legge di Dio, alquanto monotona, e ogni suo momento, pur essendo rivolto al lavoro, era scandito da riti e osservanze che misuravano il tempo dandogli un senso, una direzione e una profondità, cose che ella là nella città credeva perdute.
Fu durante i lunghi mesi caldi, con il ridursi delle attività, quando noi altri figli dovevamo accudire le mogli e i piccoli nati nel frattempo, lasciando ai servi il lavoro nelle pasture. L’unica nostra preoccupazione era il rimestare nelle acque zuccherate nei recipienti, badando alla soluzione e che nessuno si addormentasse nel far ciò, o si sentisse male. Lunghi mesi di apparente riposo necessario allo sviluppo nel futuro della nostra comunità, lunghi mesi in cui le assenze di nostra madre si facevano frequenti; e a ogni suo ritorno, la accoglievamo con gratitudine, anche se non ci confidava nulla: era come se si stesse preparando a un grande passo doloroso. Noi, per rispetto, non le chiedevamo niente, ma in quel silenzio, che nelle notti estive si faceva dolce e sereno, una pena e una domanda ci crescevano dentro. Dove l’avrebbe portata il dolore dell’assenza del figlio, il prediletto, il più simile al padre e che per questo sarebbe diventato il capo della tribù? La risposta non riuscivamo a immaginarcela.
La vedevamo, prima delle sue assenze, girare d’attorno quasi con noncuranza, e dopo un momento non la vedevamo più, e per giorni. Era una donna saggia, sicuramente sapeva quello che faceva, e sapendolo come era certo che lo sapesse, a noi non restava altro che curarsi si lei quando era presente, e nel frattempo star dietro ai nostri beni, alle nostre donne. Quando era con noi, a parte la pena sorda e tutta interiore che noi immaginavamo provocata da quell’assenza, null’altro sussisteva.
Venne finalmente il capo d’anno, e con quello i dieci giorni di pentimento. Per quella volta, decidemmo di andare in città per festeggiare la ricorrenza e pregare nella sinagoga maggiore, assistiti da quei rabbini che, avendo studiato a fondo la Legge, sanno cos’è meglio per noi. La data che nostra madre aveva segnata in rosso, ad essa preparandosi tutto quel tempo a nostra insaputa, era arrivata. In città, ci mettemmo alla ricerca di nostro fratello. Domandammo in giro, e le voci ci condussero agli appartamenti contigui al Tempio. Fu grande la sorpresa quando scoprimmo che era diventato rabbino: la fuga dalle tende non ebbe come scopo la dissolutezza cittadina immaginata da nostra madre, ma un più approfondito studio di Dio, cosa che nostro padre avrebbe certamente apprezzato se fosse stato ancora con noi.
Egli ci accolse con parole gentili, piene di spirito. Nostra madre, forse commossa ma di certo arrabbiata, lo insultò dicendogli: Ma allora vuoi prendermi in giro?, ripetendo più volte questa frase come se non sapesse o potesse dire altro, come se l’idea di una delusione si fosse ormai radicata in lei da non poter più essere cancellata. Il figlio accolse tutti offrendoci del vino, denso e rosso, in cui disciolse una zolletta di zucchero: quel liquore non dava alla testa, offerto com’era con la speranza di riunirci per un attimo in grande pace e comprensione. Ma la sorpresa di trovarcelo davanti all’improvviso, così simile a quando se n’era andato, senza che sul suo volto apparissero i segni di quella santità a cui doveva certamente appartenere, sciupò ogni gesto di quell’incontro, evento di cui ci rimase (e molto tempo ci volle prima che quella sensazione si cancellasse) un senso postumo di inutilità. Forse, nostra madre non aveva tutti i torti a comportarsi con quell’astio. La sua irragionevolezza era tale solo in apparenza, in realtà andava dritto al nocciolo.
Fu in quel momento del brindisi che lei gli consegnò il documento con cui lo ripudiava: nei periodi in cui era assente dall’accampamento si recava in città a cercare aiuto dai sapienti, maestri della Legge, e da loro si era fatta vergare quel documento di scomunica. Si era appellata a quei rabbini per strappare da sé la parte più preziosa, e aveva avuto cura di rivolgersi ai migliori per avere un documento inoppugnabile, infallibile ed efficace che la riportasse a uno stato originario, in cui quel figlio non era più suo figlio, ma non era neppure mai nato. Con orrore, ci rendemmo conto di questo e anche di altro: arrivando in città ci eravamo diretti subito e senza indugio verso la casa in cui avremmo ritrovato nostro fratello; ma noi, di quella casa, nulla sapevamo.
Anche qui, nostra madre aveva agito per noi: non solo aveva scovato i migliori rabbini, che gli avevano dato quel documento che tanto bramava, ma aveva ricercato per suo conto quel suo figlio maggiore, scoprendo dove era, cosa faceva, con chi stava – e tutto senza mai dirci nulla. A dirla tutta, noi questo fratello quasi non sapevamo chi fosse, non conoscendolo per nulla se non per un nome vago che ogni volta era pronunciato diversamente, riconoscendo in lui soltanto il foro provocato dalla lesina sul lobo dell’orecchio. Di lui ne avevamo sempre sentito parlare come di una cosa vaga o una possibilità, talmente remota da non valere nemmeno come pietra di paragone. Ora, invece, stava di fronte a noi, con nostra madre a far da unico tramite fra noi e lei, quasi sconosciuta adesso anche lei, per i maneggi che aveva condotto in gran segreto tutto quel tempo. Tutto questo viaggio verso la città non era stato per desiderio di meglio festeggiare il capo d’anno, con i riti della Legge, ma per un desiderio di vendetta di cui tutti noi figli eravamo rimasti all’oscuro. Con il suo assentarsi, nostra madre aveva tessuto una tela di cui noi eravamo i fili. Senza riguardo aveva trattato noi tutti come quel figlio maggiore, inconsapevoli mezzi di un suo desiderio privato. Di lei, nulla avevamo davvero mai saputo, e nulla avremmo mai più saputo dopo oggi. Ci rimase solo quella sua frase, detta con astio: Ma allora, vuoi prendermi in giro?