- E lei potrà tenere la nostra -.
Quando lo udii pronunciare queste parole mi resi conto di essere stato ingannato. Dieci anni prima, lui, insieme alla moglie, mi aveva prestato una macchina fotografica, che all’epoca era un ultimo modello, una marca rinomata: costruita solidamente, con ottiche eccellenti e una resa superiore alla media. A causa della scarsa maneggevolezza, non la avevo mai utilizzata, preferendo l’acquisto di un modello forse meno preciso e più spartano, ma di sicuro più pratico e agile. Questa cosa della macchina in prestito per me era una questione dimenticata, dato che da quel momento mi sbizzarii a scattare fotografie con il mio nuovo apparecchio.
Adesso, costui voleva prendere a prestito (per un paio di giorni, come mi disse per rassicurarmi) la mia macchina fotografica per un uso personale, del tutto occasionale, come mi disse, per una gita o una spedizione a cui doveva o voleva prender parte, e che sarebbe partita l’indomani o il giorno dopo ancora. Non avendo un apparecchio sottomano chiese il mio. Entrambi, fino a quel momento, avevamo dimenticato sicuramente il prestito avvenuto tre lustri prima, sicché si trattò di una concessione - a dire di lui - puramente alla pari: io gli avrei prestato la macchina fotografica a patto che me l’avrebbe restituita al ritorno della spedizione. Fui sorpreso, e forse lo fummo tutti e due (perché quel che mi disse poi mi parve più un artificio retorico volto a spiazzarmi in quanto avversario, che un argomento logico a suo favore) quando mi ricordò di quell’indebito possesso da parte mia, protrattosi per più di vent’anni, di quel suo apparecchio fotografico dalle pregiate qualità e dal nome altisonante, da cagnetta spaziale. Fui ancora più sorpreso quando, dietro alle insistenti richieste di restituzione della mia macchina, lui se ne venne fuori con quella frase: - Lei potrà tenersi la mia -. Anzi, disse proprio: la nostra. Avrei potuto tenermela, disse lui; vale a dire, che io gli cedessi il mio, funzionante ancorché meno preciso apparato, in cambio del loro, inutilizzato da più di venticinque anni, portatore di null’altro che di un nome prestigioso. Era una concessione che mi faceva, nientemeno. Voleva fare uno scambio, sottolineando che in tutto questo tempo lui aveva taciuto senza avanzare pretese al riguardo di quella custodia protrattasi per così tanto tempo, accennando di sfuggita al fatto che lo scambio era per me conveniente, e che non ci avrei rimesso nulla.
- No, che non voglio! -, dissi io, dicendo con questo che quell’apparecchio meno preciso ma funzionante mi sarebbe servito assai di più di uno inutilizzato da anni, rinomato ma inefficace; e dissi anche che si trattava di un inganno, e che non lo avrei permesso; che anzi mi restituisse immediatamente la macchina fotografica, di tutto il resto poco mi interessava. Ma lui obiettò che se di restituzione si doveva parlare, che fossi io a rendere il maltolto, perché aveva atteso per un secolo quella restituzione. - Prima lei -, dissi io; - No, prima lei -, disse lui.
C’è del vero in quel che dice, ma io quel suo apparecchio non l’ho mai usato, e non solo me n’ero dimenticato (e anche del prestito) ma anch’egli non sapeva quasi più di averlo, da quanto tempo era trascorso. L’avermelo ricordato adesso, tempo in cui egli desidera ardentemente ciò ch’era mio, è più una ripicca che un reale bisogno. Questo dimostra la sua malafede e il suo proposito, che è un mero desiderio di possesso, e non un voler riportare la cosa ad un (presunto) equilibrio. Quella sua gita o spedizione non è che un pretesto. Il suo discorso mi sembra profondamente ingiusto perché mentre a lui è permesso, con quella richiesta, di prendere possesso di ciò che non gli appartiene, a me è rinfacciato un possesso di cui sia io che lui ci eravamo dimenticati. È in tale dimenticanza che si mostra la scarsa considerazione che entrambi attribuiamo a quell’oggetto; il ricordare quel fatto è un’ingiustizia, perché presuppone da parte mia un silenzio interessato e da parte sua una concessione straordinaria - ed entrambe le cose non sono, come si nota dal discorso, vere. La frase “e lei potrà tenere la nostra” ha lo sgradevole compito di ricordare a entrambi un fatto dimenticato, e per questa dimenticanza non importante, un fatto trascorso e quasi scontato. Un discorso su di un fatto che è più una distrazione che un impegno oggettivo, che un gesto compiuto consciamente. Per questo, quella sua frase echeggia di uno scherno mal celato, di beffa intenzionale. Una beffa ben congegnata perché complicata (ovvero, resa complice) dalla disattenzione e dalla leggerezza d’animo. Quella frase ricorda, in modo ipocrita e presuntuoso, che di ogni cosa si dovrebbe render conto al momento opportuno; ma egli si dimenticava, e in questo agiva molto opportunamente, che non c’era nulla di più inopportuno di quell’istante per ricordarmela, soprattutto dopo tutti questi anni, che pena, che aumentano sempre, sempre…