mercoledì 31 maggio 2017

Rolleiflex

- E lei potrà tenere la nostra -.
Quando lo udii pronunciare queste parole mi resi conto di essere stato ingannato. Dieci anni prima, lui, insieme alla moglie, mi aveva prestato una macchina fotografica, che all’epoca era un ultimo modello, una marca rinomata: costruita solidamente, con ottiche eccellenti e una resa superiore alla media. A causa della scarsa maneggevolezza, non la avevo mai utilizzata, preferendo l’acquisto di un modello forse meno preciso e più spartano, ma di sicuro più pratico e agile. Questa cosa della macchina in prestito per me era una questione dimenticata, dato che da quel momento mi sbizzarii a scattare fotografie con il mio nuovo apparecchio.
Adesso, costui voleva prendere a prestito (per un paio di giorni, come mi disse per rassicurarmi) la mia macchina fotografica per un uso personale, del tutto occasionale, come mi disse, per una gita o una spedizione a cui doveva o voleva prender parte, e che sarebbe partita l’indomani o il giorno dopo ancora. Non avendo un apparecchio sottomano chiese il mio. Entrambi, fino a quel momento, avevamo dimenticato sicuramente il prestito avvenuto tre lustri prima, sicché si trattò di una concessione - a dire di lui - puramente alla pari: io gli avrei prestato la macchina fotografica a patto che me l’avrebbe restituita al ritorno della spedizione. Fui sorpreso, e forse lo fummo tutti e due (perché quel che mi disse poi mi parve più un artificio retorico volto a spiazzarmi in quanto avversario, che un argomento logico a suo favore) quando mi ricordò di quell’indebito possesso da parte mia, protrattosi per più di vent’anni, di quel suo apparecchio fotografico dalle pregiate qualità e dal nome altisonante, da cagnetta spaziale. Fui ancora più sorpreso quando, dietro alle insistenti richieste di restituzione della mia macchina, lui se ne venne fuori con quella frase: - Lei potrà tenersi la mia -. Anzi, disse proprio: la nostra. Avrei potuto tenermela, disse lui; vale a dire, che io gli cedessi il mio, funzionante ancorché meno preciso apparato, in cambio del loro, inutilizzato da più di venticinque anni, portatore di null’altro che di un nome prestigioso. Era una concessione che mi faceva, nientemeno. Voleva fare uno scambio, sottolineando che in tutto questo tempo lui aveva taciuto senza avanzare pretese al riguardo di quella custodia protrattasi per così tanto tempo, accennando di sfuggita al fatto che lo scambio era per me conveniente, e che non ci avrei rimesso nulla.
- No, che non voglio! -, dissi io, dicendo con questo che quell’apparecchio meno preciso ma funzionante mi sarebbe servito assai di più di uno inutilizzato da anni, rinomato ma inefficace; e dissi anche che si trattava di un inganno, e che non lo avrei permesso; che anzi mi restituisse immediatamente la macchina fotografica, di tutto il resto poco mi interessava. Ma lui obiettò che se di restituzione si doveva parlare, che fossi io a rendere il maltolto, perché aveva atteso per un secolo quella restituzione. - Prima lei -, dissi io; - No, prima lei -, disse lui.
C’è del vero in quel che dice, ma io quel suo apparecchio non l’ho mai usato, e non solo me n’ero dimenticato (e anche del prestito) ma anch’egli non sapeva quasi più di averlo, da quanto tempo era trascorso. L’avermelo ricordato adesso, tempo in cui egli desidera ardentemente ciò ch’era mio, è più una ripicca che un reale bisogno. Questo dimostra la sua malafede e il suo proposito, che è un mero desiderio di possesso, e non un voler riportare la cosa ad un (presunto) equilibrio. Quella sua gita o spedizione non è che un pretesto. Il suo discorso mi sembra profondamente ingiusto perché mentre a lui è permesso, con quella richiesta, di prendere possesso di ciò che non gli appartiene, a me è rinfacciato un possesso di cui sia io che lui ci eravamo dimenticati. È in tale dimenticanza che si mostra la scarsa considerazione che entrambi attribuiamo a quell’oggetto; il ricordare quel fatto è un’ingiustizia, perché presuppone da parte mia un silenzio interessato e da parte sua una concessione straordinaria - ed entrambe le cose non sono, come si nota dal discorso, vere. La frase “e lei potrà tenere la nostra” ha lo sgradevole compito di ricordare a entrambi un fatto dimenticato, e per questa dimenticanza non importante, un fatto trascorso e quasi scontato. Un discorso su di un fatto che è più una distrazione che un impegno oggettivo, che un gesto compiuto consciamente. Per questo, quella sua frase echeggia di uno scherno mal celato, di beffa intenzionale. Una beffa ben congegnata perché complicata (ovvero, resa complice) dalla disattenzione e dalla leggerezza d’animo. Quella frase ricorda, in modo ipocrita e presuntuoso, che di ogni cosa si dovrebbe render conto al momento opportuno; ma egli si dimenticava, e in questo agiva molto opportunamente, che non c’era nulla di più inopportuno di quell’istante per ricordarmela, soprattutto dopo tutti questi anni, che pena, che aumentano sempre, sempre…

mercoledì 24 maggio 2017

Paradiso

Tutti conoscono la differenze fra virus e batterio: di un organismo, il primo del secondo ne rappresenta una mutazione, e il secondo è invece un corpo estraneo che vi si introduce. Tutto si riduce a questo.
Di mutazione si dovette trattare, perché affidammo al Diavolo i lavori di ristrutturazione del Giardino. Mutazione di pensieri, di abitudini e di gesti, mutazione di fede e di credenza. Credemmo alle Sue promesse, ai Suoi discorsi, e da questo derivarono i mali che ci afflissero nel tempo a venire. Ci promise che avrebbe rimodernato tutto, ripulendolo e rendendolo ameno, piantando nel bel mezzo due grandi alberi. Quando ce lo disse, noi pensammo a due alberi immensi, con chiome ampie e tronchi solidamente piantati - fu quest’idea a tradirci.
Invece, si limitò a dirci che avrebbe ripulito il giardino, rimettendolo a posto, piantando un paio di alberi che avrebbero offerto ombra e riparo dal sole e dal cielo. Ci disse che per fare ciò avrebbe dovuto sradicare gli alberi che già vi si trovavano. Pensando al bene che ce ne sarebbe venuto, dicemmo di sì, e quasi non si sopravvisse al crollo, che ci investì con furia; ci riparammo nelle stanze interne, a ridosso delle pareti più lontane, e anche così fummo investiti dalla furia.
Gli alberi si spezzarono con un orribile rumore di dita rotte e di ossa frantumate, piombando a terra e quasi uccidendoci. Fu una cosa talmente rapida che sul momento non capimmo che cosa ci stesse accadendo. Ci rincuorò il fatto che presto, a momenti addirittura, il Diavolo ci sarebbe venuto in aiuto, piantando quei due alberi promessi nel bel mezzo del Giardino. Ci dicemmo che una promessa non si può che mantenere.
Ma Lui, con una piroetta mentale, si rifiutò di farlo.
Salì su un ceppo con fare arrogante, adesso in sembianza di bambino, negando di aver pensato una tal cosa, negando addirittura di aver parlato con noi. Avremmo dovuto picchiarlo, e per questo ci movemmo afferrandoGli le mani, ma Lui si ritirò con un gesto improvviso e brusco, lasciandoci i moncherini. 
Agitando le braccia mozze, disse: Chi credete di essere per darmi ordini? Al che, noi tentammo in ogni modo di persuaderlo, mostrandoci comprensivi: Ma tu ci avevi promesso, Gli dicemmo. 
- Sì, avevo promesso, ma ora ho cambiato idea. -, e se ne andò. Il nostro Giardino, ormai del tutto privo di alberi e di ombra, non valeva più nulla. Fu un virus, vi dico, una mutazione nel nostro modo di pensare, che ci convinse a usare i favori del Diavolo, sperando di ottenere quello che ci era negato. Fu per quello, perché nessun’altra ragione riesce a dar conto di quel disastro.
Ripensandoci oggi, dico che fu l’idea di quei due grandi alberi che ci fece deviare. Non ci bastavano gli alberelli che ombreggiavano i vialetti, volemmo pensare in grande e li demmo al Diavolo in cambio di una promessa. Pensavamo che ci saremmo arrampicati, e che sarebbe stato bello trascorrere i pomeriggi sotto le ombre fresche, riparandoci dal cielo impietoso. Non furono le idee di bene e di male, la Bibbia non era fra le nostre letture: se lo fosse stata, forse quel Diavolo lo avremmo scacciato via senza indugi. Fu proprio l’idea della vanità: un virus, appunto. Non un pensiero esterno, ma un cambio di registro, una focale differente nella gran lente che osserva il Mondo.

mercoledì 17 maggio 2017

Coletta

Coletta, la sarta, è muta e pazza, e non comprende le maniere degli uomini. Si esprime a gesti scomposti, talvolta si comporta in modi sconvenienti. Ha una piccola bottega, alla fine della strada, dove cuce i suoi vestiti. Talvolta la vengono a prendere per portarla dal dottore. Lei lascia tutto e sale sull’omnibus come vogliosa di qualcosa di proibito. I conducenti lo sanno e cercano di non approfittarne, ma talvolta qualcuno di loro si lascia prendere la mano, e giace con lei nel prato antistante la clinica. È difficile resistere a quelle carni inconsapevoli, a quelle labbra rosa, pare che non conoscano peccato, e quegli uomini non sono di legno: lei si stende sull’erba e loro la coprono. Tutto si svolge in silenzio, con grande turbamento, perché ogni volta si ha l’impressione di violare qualcosa. Talvolta guardo attraverso i suoi occhi e so con certezza che queste cose le fanno piacere, anche se ad un livello profondo che non è possibile capire con parole. È un piacere che risiede all’interno della carne, e quando prende il sopravvento non gli si può resistere.
Lei non mi ha mai detto nulla, ma io l’ho capito da come cerca di stringersi a me quando la prendo per mano e la accompagno dentro. Mi si fa vicina e mi cerca a tastoni, come se fosse cieca, istintivamente, come se non sapesse resistere a quella chiamata urgente; e sebbene nulla comprenda perché matta, molte volte mi trova, perché il suo abbraccio si fa più determinato, come guidato da un desiderio. - Ci penso io! -, dicono, e me la strappano di mano. E sì che avevo promesso di aver cura di lei come di una sorella, tanto che la vorrei avere tutta per me. Dopo, la riportano al negozio, e lei pare non essersi resa conto di niente. Riprende il lavoro interrotto, continuerà così fino alla prossima volta che la prenderanno.

mercoledì 10 maggio 2017

Camaleonte

Del camaleonte mi piace la forma d’onde descritta dal dorso arcuato e dalla coda avvolta a spirale. Attaccato all’albero, il secondo a partire da qui, verde brillante come se si credesse invisibile (e non lo è); fa figura, nel giardinetto. Che cosa hai sparso attorno, per attirarlo così? Di solito, non si fanno vedere, se ne stanno ben lontani. Oggi dev’essere un giorno speciale, adatto per camaleonti e rettili vari, fors’anche per lo zucchero (è zucchero, quello, non è vero?) che hai profusamente sparso come per una disattenzione. Non esistono disattenzioni, lo sai. Tutto è fatto per uno scopo, sempre, anche l’errore più marchiano, anche lo sbaglio più selvaggio ha la sua ragione di esistere, ed è, quella ragione, il soddisfacimento di un desiderio. Che cosa hai desiderato? Vuoi vedere l’accoppiamento, è vero. Ma qui, ce n’è uno solo, come tu vedi, e quello accade solo quando ce ne sono almeno due.
Ecco il secondo! Ma allora, nello spargimento sei stato proprio accorto, un vero esperto. Si avvinghiano, cercandosi con le lingue, aprendo la bocca munita di zanne minuscole e feroci, si cercano per fingere un combattimento, del tutto amoroso s’intende. Devi sapere che questi camaleonti non mutano il colore, ma la forma, a seconda delle occasioni. Ora, per esempio, che è il momento dell’amore, si trasformano in piccoli coccodrilli, il cui muso termina con una piccola protuberanza a forma di corno. È un rettile molto pericoloso, se incontrato nell’ambiente a lui proprio. Qui, in questo giardinetto, si può certo stare più tranquilli, ma è sempre meglio non avvicinarsi: a loro non piace esser disturbati mentre sono così intenti a studiarsi l’un l’altro. Ecco che ancora cambiano forma.
Sono due serpenti, lunghi e verdi, con riflessi di rame e azzurro metallico, che si attorcigliano come funi di navi che trattengono l’ancora durante la navigazione. Si abbracciano lentamente, cambiando forma ancora una volta: adesso sono blatte, corazzate d’un lucido bronzo, con lunghe antenne vibranti che toccato il terreno come martelletti di telegrafo, segnalando il desiderio e il pericolo, descrivendolo in un linguaggio a noi ignoto.
Adesso, però, non ti devi avvicinare, devi stare qui accanto a me, e osservare senza fare nemmeno una mossa, perché il momento è cruciale. Camaleonti, coccodrilli, serpenti e blatte ora popolano il piccolo giardino, un mare di insetti e rettili che si muove a velocità assordante. Stai fermo, fermo e non muoverti! Guarda la grande rana nera che si avvicina sbuffando: il suo fiato discioglie ogni cosa, vuole divorare tutto. È nera e lucida che pare fatta di plastica, ma il vapore che ne esce è terribile, paralizza e uccide, divorando ogni cosa senza masticarla. Ingoia tutto nel suo incedere, mangia tutto, butta tutto dentro il suo corpo schifoso e pieno di acidi, tutto scompare dentro di lei, animali e giardino. La seguono migliaia di formiche che si spartiscono i resti.
Il tuo proposito, e lo comprendo soltanto ora, in ritardo come è mio costume, era attirare le formiche, tutto il resto era un di più. Ma quale segreta intenzione si cela dietro questo desiderio? Se ciò che è rivelato, per il fatto di esserlo, non è vero, allora quali sono le tue reali intenzioni? Infatti, non ti schermisci al mio dire, non ti ribelli alle mie supposizioni, né dici “no, no” come si fa quando si rigetta un’ipotesi, ma accetti le mie parole serenamente. O forse anche tu sai quello che so io, e quindi taci ostinatamente per non farmi scoprire nulla.

mercoledì 3 maggio 2017

Quadrato azzurro

Gli uomini che stanno per morire, un attimo prima sono illuminati da una luce azzurra che li mostra vestiti di tutto punto: è un quadrato di luce fuori dal tempo. Essi si guardano e non comprendono.
Mi chiamano il Dottore; io estraggo le parole dal pozzo nero. Sono come dei grossi bruchi pelosi, le metto una accanto all’altra a formare un disegno che ho in mente. Con esse, narro le storie di quegli uomini, e neanche io riesco a capire quel fatto della luce azzurra. Li squadra, testa e busto, come una fotografia di un passaporto, in cui l’uomo è ben vestito, con il nodo alla cravatta che piomba sulla piega della giacca, proprio nel mezzo della V. È forse quella luce un documento per il mondo avvenire? No, è più una premonizione che viene concessa in estremo all’uomo che sta per rendere l’anima. Di solito, queste cose accadono a chi vive una vita pericolosa, sempre esposta al tiro della morte. Infatti, a quello capita di morire proprio nel mezzo di altre occupazioni, che con la morte hanno poco a che fare - allora, quella luce è un preavviso. Ma loro, ancora, non capiscono, perché si guardano spaesati e increduli. È una cosa che solo loro, i morituri, riescono a vedere; non la capiscono e si guardano intorno come per dirsi: “ma sono io?”, e perdono tempo, tanto che la morte li coglie in pieno petto, senza avviso. Non avevano capito, e sì che era l’ultima volta.
Io, tiro su le parole dal pozzo, e con quelle (come dobloni pelosi come bruchi) formo le frasi di quel preavviso. Forse pesco troppo in profondità, forse sono troppo raffinato, sarà per questo che non mi capiscono. Una legge, per esser tale, non dovrebbe avere interpretazioni, ma essere secca come un fulmine, senza discussioni. Loro no, interpretano tutto e distorcono il senso. Neppure io so, del resto, cos’è che so e che cosa ho invece imparato. Quelle frasi sono ritornelli, sono sempre le solite cose che ritornano, che vanno avanti e indietro, vita e morte. Ma non capiscono, hanno paura della morte e anche di me. Non si dovrebbero maneggiare certe cose, dicono. Quella luce nessuno la vede, dicono anche, e quindi non credono neppure a questo. Se ci credessero, la vedrebbero. Io la vedo, e non perché estraggo le parole che la compongono.
- Voi come lo chiamereste un quadrato di luce che vi illumina? -, chiedo loro. - Un passatempo! -, mi rispondono. Sono proprio dei bambini, credono di sapere tutto e nel sapere non sono nemmeno all’inizio. La luce irrotta (lo so che non si dice così, che la parola non esiste, ma è per farvi capire che è proprio così che succede) adesso vi sembra strana, ma di questo continuerete a parlare nelle notti a venire, diventerà un argomento consueto, tanto che a furia di parlarne non ci troverete più nulla di strano. Vi sembrerà anzi del tutto comprensibile. Se solo vedessimo senza essere visti, senza questo costante assillo di essere uno fra gli altri, se solo fossimo davvero isolati, allora non ci sarebbero paure, lo sguardo non tremerebbe. Ma così, a mezzo fra qui e là, senza dimora o essere, come si può?
Questo vorrei dirvi, ma la voce è chioccia e prolissa, non c’è verso di ottenere qualcosa di buono alla prima, si deve sempre limare, togliere il di più, e anche così nulla si ottiene. Questa cosa del quadrato di luce, com’è venuta fuori? Sono musichette, quelle, che si cantano per tenere a bada la paura: quando si ferma il canto mentale, ecco il quadrato di luce azzurra. Voi continuate a non veder il collegamento, proprio come quegli uomini illuminati. Perciò, continuate a cantare.