La folla dei manifestanti si riunisce festosa in Plaza Cinco de Mayo. Il luogo nulla ha a che fare con la nascita di Karl Marx, costoro nulla sanno della procrastinazione e delle leggi del plusvalore; forse, è la data di qualche colpo di stato travestito da liberazione, remoto nel tempo, in cui un dittatore fu ucciso e sostituito da un’altra figura del tutto simile, differente solo nel nome. Si riunisce là perché è la piazza più grande della città, l’unica che riesca a contenere quella folla: è come se tutto un mondo fatto di poveri e di ignoranti si fosse rovesciato lì, festeggiando un evento il cui senso è più grande delle loro menti, un fatto apparentemente inspiegabile ma presente. Il loro partito, il cosiddetto partito delle minoranze e degli oppressi, ha vinto le elezioni con maggioranza assoluta, fatto inaudito in un paese che raramente ha visto svolgersi elezioni libere e corrette – e anche in questo caso si hanno molti dubbi.
Ora è il momento di festeggiare, scompostamente com’è nel costume di questa gente, ché non conoscono altri modi, e con fragore inutile, senza misura. I capi, tre, dalla tribuna, salutano in effige in manifestanti. Il secondo passo sarà entrare nei musei e nelle biblioteche per portar fuori i tesori e le opere che vi sono custoditi, mossa sciocca e imprevidente, che (ma essi ancora nulla sanno né sapranno mai) travisa le indicazioni vaghe del partito date nei giorni della campagna elettorale, le quali nominavano vagamente un’arte per tutti; mossa furba e espressa ambiguamente, con modo tipico del politicante, che vuol promettere più di quanto può mantenere, dando voce per dire cose senza senso, ma con quei toni vibranti che coprano le mancanze che le parole non osano esprimere. Adesso, con il saccheggio dei musei, l’arte, esposta alle intemperie, si distruggerà rapidamente. Quegli individui, catturati nella rete della massa, agiscono come bambini, senza costrutto, seguendo un’idea vaga di libertà mentale che di per sé è irrealizzabile, in quanto si consuma da sé una volta esposta. Entrano ed escono dalle porte dei santuari portando in strada tutto, riempiendo d’arte le vie: credono di rivoluzionare lo stato delle cose, non si rendono conto che stanno per perdere tutto, che presto dell’arte di cui ora si stanno vantando, pavoneggiandosi con essa senza capirla, non rimarrà che un blocco annerito dalla pioggia e bruciato dal sole e dal vento. Hanno la testa piena di chiacchiere. I capi del partito, in certi comizi radiofonici, cercano di rimediare al danno ormai fatto, dicendo che se di arte loro parlarono intendevano semmai statue equestri in bronzo, non tutta quella roba. Ormai, è troppo tardi, e le effigi sul palco non hanno voce a sufficienza: il popolo festeggia all’ombra dei capolavori, che esposti all’aria aperta si stanno lentamente sciogliendo. Ma essi non si accorgono di nulla, sono troppo pieni di entusiasmo, troppo intenti a festeggiare per capirci davvero qualcosa.