mercoledì 26 dicembre 2018

Due stati

La materia, nel suo inizio di creazione, assume due stati differenti e successivi. Il primo si chiama protro: in esso, gli atomi ancora indifferenziati si presentano con aspetto di uova di lompo, con la stessa viscosità e la medesima mancanza di carattere, indiscernibili l‘uno dall‘altro. Il nome viene dall’aggettivo protronico, che significa disposto a ricevere una carica elettrica positiva o negativa purchessia. Al mescolamento, la materia in questa condizione è refrattaria a ogni aggettivo.
Il secondo stato si chiama forestina, dal nome dello scopritore DeForest: all’aspetto, nulla pare cambiato. Il mutamento è tutto interno, interiore: ognuno di quegli atomi, ancora somigliante a ciò che era, ha nel nucleo la disposizione al destino che lo formerà, facendolo divenire uno dei novanta elementi della tavola periodica. In questa peculiare condizione, l‘indifferente, pur essendo ancora tale, possiede almeno un destino o fato avverso, una disposizione che la convertirà definitivamente al mondo materiale. Nei due stati nominati protro e forestina la materia è tale solo per convenzione: a ben vedere, essa non è nulla di più che un succedaneo, un agglomerato di sferette indiscernibili l’una dall’altra. Essa assumerà la materialità che la condanna a questo mondo solo superando le due condizioni: non sarà più possibile per essa prendere le cose per puro divertimento. Ogni lettura dovrà avere la condizione dell’intelligenza. Che difficoltà insormontabile, pensare sempre! Pensare, che fatica... Questo è ciò che dovrà fare fino al punto in cui si chiederà, a furia di troppo pensare, che cosa questo pensare significhi, e se non sia meglio un altro modo, un’altra visione, una che l’abitudine al pensiero avrà fatto oramai dimenticare.

mercoledì 19 dicembre 2018

Discipline

Sul colle prossimo alla città alloggiano i generali: abitano il villette sparse, al riparo di viale alberati e strade sabbiose. Tutto il quartiere essendo delimitato da un reticolato ampio, costruito per proteggere ma invisibile dalle abitazioni, sia perché è lontano da esse, sia perché è stato progettato per difendere senza che i difesi possano notare alcunché, costoro vivono bene. Al cancello sta una guardia, dietro la rete ci sono uffici, lontani e separati da una stradetta sterrata e senz’alberi, in piena vista. La sorveglianza sulle case dei generali è severa, nulla deve turbarli. Il soldato è stato mandato lassù con una borsa di documenti da consegnare: nulla di strano, egli fa parte della squadra di corrieri.
Al soldato è stato ordinato di andare alla villa per consegnare dei fascicoli. Egli consegna la busta al cancello principale, gli viene detto di aspettare. Lasciato solo, passeggia su e giù mentre dà occhiate a una figura lontana che si sta avvicinando, una donna, sembra, che percorre la lunga stradetta che conduce al gabbiotto di ingresso e sorveglianza: probabilmente, anche lei sarà qui per una consegna. A ogni occhiata, la donna è sempre più lontana, pare che non arrivi mai. È pomeriggio tardo, saranno le quattro, fa caldo il sole batte impietoso. Il soldato passeggia avanti e indietro chiedendosi se il procedimento, quella consegna e l’attesa, sia davvero un suo dovere. Mentre attende, si rende conto che la sua postura non è corretta come il regolamento insegna.
Egli attende distratto, come se nessuno lo vedesse, le gambe aperte a scaricare il peso del corpo, l’elmetto sbilenco, le braccia scomposte. Capisce che non è quello il modo di attendere. È davvero un soldato? Sono io un soldato?, si chiede. Arrivano dei bambini: a questo non è davvero preparato, tanta era l’intensità della sua domande interiore. Forse sono i figli dei generali: gli parlano, indovinano il suo nome. Egli, si lascia andare: forse quei bambini lo conoscono? O è il soldato che conosce loro? No, ma scherzano con lui, e lui, sempre meno cosciente di essere un soldato portaordini, scherza a sua volta. Egli sa che ci deve essere un modo, e che gliel’hanno anche insegnato, di attendere correttamente gli ordini, un modo di stare a posto senza turbare l’ordine né accantonare la dignità di persona. Lo sa ma non riesce a metterlo in pratica: quegli occhi di bambini che lo guardano abbattono ogni difesa, ed egli si ritrova talmente nudo di fronte a quei pupilli che lo slancio di cuore gli viene naturale; ed è altrettanto naturale che costoro, vedendolo così grande e alla loro mercé, non lo accolgano ma lo tengano a distanza con scherno.
Se gli ufficiali si affacciassero disapproverebbero il suo comportamento, e non è detto che non lo vengano a sapere, se quei bambini, una volta tornati a casa, parlando con i genitori, raccontassero di quello strano soldato, così inerme... se accadesse, se la passerebbe male, forse sarebbe addirittura punito. Egli ci pensa, a questa evenienza, e prova a rimettersi in riga: ormai è troppo tardi, si è lasciato andare, non sarà mai più un soldato.
Ci dovrebbe essere dignità e sopportazione, in quest’attesa. Invece, egli si svaga con mille impressioni diverse: gli sono stati affidati documenti confidenziali, e lui si dà via così. Non si può essere al sicuro con me, dice il soldato. Più che se ne rende conto, più che si sposta dal punto dove dovrebbe essere. È più forte di me, si dice: io vedo questi bambini e subito, come se riconoscessi in loro qualcosa di familiare, mi apro. È tutto nello sguardo che do loro, ed essi se ne accorgono, così fanno scempio di me. Basterebbe chiudere gli occhi, abbassarli o allontanare con un pensiero l’anima di costoro, per dargli meno importanza. Più che me lo dico, più che accade il contrario.
Quelli, a quel pensiero, come se glielo avessero letto, scoppiano a ridere.
Dietro a questo soldato non può esserci un uomo: un uomo non cade preda di bambini. Egli è troppo lontano dal dovere, non sa nemmeno che cosa sia. Guardatelo, mentre scherza con quei ragazzini: si è mai visto un soldato del genere? Esiste certo qualcosa, nell’atteggiamento di costui, che lo rende vulnerabile. Un soldato potrebbe essere tale se avesse una chiara coscienza del meccanismo che lo sovrasta. Ma quei bambini devono possedere certo un segreto, perché quella coscienza, che certamente in soldato ha, gli sfugge, pronto come è a seguirli nei loro giochi crudelmente scherzosi.
Da gabbiotto lontano della sorveglianza, nulla si muove, nessuno ritorna, la sbarra rimane abbassata. Non può nemmeno andarsene perché non è stato congedato. Deve attendere inutilmente esposto ai lazzi di quei bambini, sempre più conscio che quel procedimento irregolare non rientri nei compiti di un soldato portaordini. Tutto corrisponderebbe, però, tutto (ordine, luogo, cancello, colline, donna distante, bambini) solo se quel fascio di fogli che ha consegnato al soldato all’ingresso lo riguardasse direttamente.
Nel qual caso, questa sarebbe la punizione.

mercoledì 12 dicembre 2018

Legge

Le bestie, una specie di gorilla o scimmia muscolosa, nere e lucide, debbono essere vuote all’interno: esse sono così addentro alla natura che ogni loro orifizio è aperto, al pari degli altri animali. Quelli, infilano le mani all’interno per trarre i cuccioli non ancora formati. Il loro tocco consegna l’incompleto alla vita: appena fuori dal ventre, i piccoli di leopardo passeggiano intorno miagolando. Debbono essersi resi conto di aver oltrepassato la misura, perché con la stessa facilità con cui li hanno estratti, quelle scimmie li rimettono dentro, riparando al danno e alla fretta. Sono così esperti delle cose che non si è trattato né di danno né di fretta, ma di curiosità, una curiosità scimmiesca, la stessa che li fa rovistare nei loro propri orifizi.
La venuta alla vita, con essi, non fa violenza alla forza vitale, e la stessa cosa si dovrà certo dire per l’abbandono. È per invidia che ficcano le mani nel ventre della leopardessa per estrarne i cuccioli o è per assecondare l’opera naturale? Per nessuno dei due motivi: è per una verifica. Codeste bestie, con le mani prensili, controllano che la natura faccia il suo corso. Hanno certo uno strumento sicuro di misura o di controllo, nel caso si debbano raggiustare le cose per un errore, ma per adesso non è mai successo, si è visto solo il loro ficcare le mani e rimettere a posto come se nulla fosse accaduto.
È una legge naturale che procede come in un sogno, con molte contraddizioni apparenti e un solo grande unico fine, che è la sopravvivenza, se della specie o di un’idea non è dato saperlo.

mercoledì 5 dicembre 2018

Libro dei corpi

È un corpo particolare, assume le caratteristiche della luce che lo illumina. Per ottenere questo effetto, si apre il libro alla pagina desiderata e lo si mette sul pavimento. Salendoci su, il corpo prende le caratteristiche dalla pagina su cui i piedi poggiano. Una di quelle pagine illustra un corpo flessibile, ed esso diviene flessibile; un’altra illustra un corpo muscoloso e quello diviene muscoloso; e così via per ognuno dei caratteri illustrati. Nel libro, vi sono rappresentati corpi sani e corpi malati: per sperimentare tutte le condizioni è sufficiente entrare con il piede sulla pagina corrispondente. Non ci sono controindicazioni, né limiti alle trasformazioni che si possono ottenere con questo sistema. Per raggiungere il massimo del risultato il piede deve poggiare sulla pagina, e dall’alto l’illuminazione dev’essere adeguata, in modo che il corpo che si sottopone all’esperimento sia chiaro in ogni parte, senza ombre di nessun tipo. La trasformazione avviene quando tutto è ben illuminato, racchiuso come in un cono di luce, una cabina di forma quasi cilindrica, luminosa, che esalta e protegge il corpo dagli effetti del nuovo sistema.
Ciò che esalta il corpo sono le pagine del manuale, ma soprattutto quella luce che disperavamo di vedere di nuovo. Su questo corpo, sempre in primo piano, abbiamo adesso un vantaggio, rinchiudendo i suoi fattori tra le pagine di un libro. Fattori, certo, come altezza, profondità, spessore, robustezza. Tutte cifre, parametri fissati una volta per sempre in schemi, ognuno per pagina. Che pace aver ridotto questo corpo ingombrante al silenzio. Questo gioco di luci e atomi muterà l’aspetto esterno di un io profondo, ma non potrà cambiare la forma attraverso la quale il reale è veduto: muteranno le superfici, ma il rumore di fondo sarà sempre li stesso.

mercoledì 28 novembre 2018

Circolo

Al circolo del tennis, la ragazza che ha un topo la cui coda è intrecciata al mignolo della mano sinistra, disturba assai. Fa roteare quell’animale come se fosse una fionda, da esso le viene una forza morale inusitata che le consente di tenere a bada gli attacchi che le fanno, attacchi rivolti alla dubbia moralità, che lei commenta con noncuranza facendo roteare il topo più velocemente, creando ulteriore disturbo.
Ragazza e topo sono bianchi, in contrasto al disturbo che i due arrecano: sono una macchia nel quadro perfetto del circolo tennistico, e il bianco di cui i due sono rivestiti, lungi dal frammischiarsi al bianco delle divise indossate dai soci, risalta contro il rosso e il verde dei campi da gioco. Nessuno può separare il topo dalla ragazza, ed è nell’animale che sta tutta la forza, una forza che, con tocchi di magia, le dà abbastanza potere da tenere tutti a distanza. Soltanto dividendo l’uno dall’altra si potrà aver ragione dell’altra - è pur sempre lei che parla. Reso inoffensivo, l’uno si distrugge da sé completamente. Ma non ci si può avvicinare, e la forza bruta nulla può se non dare velocità a quel roteare. Li unisce un legame fatto di coda e mignolo.
Ci vuole l’azione giusta: avvicinarsi senza darlo a vedere, senza pensare a ciò che si farà tra un momento; avvicinarsi come facendo altro, con la fronte scoperta e priva di pensieri. E così facciamo, strappando l’immonda appendice dal dito della ragazza con silenzio mentale, nemmeno rallegrandoci del fatto (in caso contrario saremmo scoperti) di esercitare in sordina una violenza che espressa normalmente sarebbe fatta di calci urla e insulti, esprimendo in questo modo il disprezzo e la sopraffazione, soprattutto la sopraffazione.

mercoledì 21 novembre 2018

Preparazione

Che ne direbbero i lor signori se prima della battaglia ci tagliassimo barbe e capelli? Lei, che è il proprietario della bottega, certo si offrirà volentieri di farlo, visto che è interesse comune combattere bene e bene vincere, di larga misura intendo. Per far ciò, una buona rasatura a zero è quello che ci vuole. Per andare alla guerra, e più in generale in ogni occasione, dimenticarsi del corpo è di primaria importanza. Vedo che lei apprezza il mio discorso, che anzi lo sottoscrive: quindi, all’opera, che siamo in cinque e pronti ad andare. Faccia un lavoro rapido, non c’è tempo da sprecate.
Potremmo usare il trucco dei guerrieri-ombra: estrarre le ombre da noi stessi e farcele montare sulle spalle per guadagnare in altezza e minacciosità. Combattere con dei guerrieri sulla testa non è difficile: quelle ombre non hanno consistenza né peso, ma colpiscono con forza, ferendo chi capita loro a tiro, uccidendo perfino. Sono uno spettacolo terribile: quelle ombre che si smuovono senza posa spaventano l’avversario. È un’arma da tener da conto.
Potremmo suonare le nostre ombre come strumenti, tenendole in equilibrio sulla testa, sbattendole come maracas, e con esse menare fendenti dolorosi al nemico, ai nemici obbrobriosi. Guardiamoci, noi, e diciamocelo: non credevamo di poter far questo, e invece ci stiamo accingendo a farlo, ci stiamo incamminando per il luogo di battaglia. Ma prima, una bella rasatura. Orsù, muoviamoci, noi inetti armati solo dell’ombra di un pensiero: stiamo per diventare materia di ricordo, di noi si parlerà nei secoli.

mercoledì 14 novembre 2018

Il pozzo


“Tutto questo non vuol dire nulla, nulla, nulla. Sono parole morte, e io ho bisogno di parole vive”. Questo fu il discorso fatto prima di scendere.
Dei tre modi classici, solitamente viene usato il terzo, la bellezza, per giudicare dell’insieme, trattando ogni elemento come se fosse un corpo a sé stante, verificando se la posizione di quello risponda o no a quei criteri assunti come guida, come ad esempio la flessibilità o il sudore, assommando poi le varie parti fino a ricomporre l’intero.
Esiste un altro modo per giudicare, e questo è la ripercursione, intesa come percorrere di nuovo: ripercursione e non ripercorrimento, perché la parola, terminando in -ione, deriva da un participio passato; ripercursione perché in questo modo viene ad assomigliare alla ripercussione, che è il percuotere nuovamente. In questo modo corrotto e inconsueto, i vari concetti espressi la quella singola parola sono raddoppiati. Ripercursendo, cioè rifacendo il cammino a ritroso, lentamente e a piedi, si riescono a cogliere dettagli che altrimenti sono invisibili, e la lentezza del passo permette di assimilarli pienamente. Il passo, poi, non sempre è costante, ma rallenta con l’accrescersi dell’attenzione, mutando con il mutare degli elementi che di volta in volta arrivano ai sensi. Così, la ripercursione offre il modo di fissare e rammemorare cose in modo permanente, consentendone il superamento, perché si sa che nell’analisi un elemento non superato tende a ripresentarsi, mentre al contrario con questa pratica esso è assimilato, digerito; non scompare, ma entra a far parte della persona in modo organico.
Passando il ponte di pietra, ampio e breve, ci giungono dall’oltre i parapetti voci amiche: non si può ancora gettare uno sguardo al di là, per le grate in acciaio rinforzate la lastre che chiudono la vista. Sono note gaie, conosciute. E ora, un momento, perché il punto del ponte è critico: ci vogliono nervi saldi e penna altrettanto salda, che non scivoli, che segua ordinatamente il pensiero.
Si è detto che le voci al di là del parapetto sono amiche: in che modo lo sono? Per una qualità cristallina, che allevia lo spirito dalle noie quotidiane. Sono toni che ricordano altri toni, armonici che ne fanno vibrare altri, e le parole sono piene di chiarezza, anche se non si capisce che cosa dicono. È il suono, che spezza l’aria mattutina in mille schegge, che dispone al sorriso. Le voci vengono dai meandri, dai balconetti e dalle rientranze degli edifici che in quel punto si riuniscono a formare un pozzo. L’audizione, grazie a quel pozzo e all’artificio delle grate di ferro, ne esce rafforzata, netta e non confusa.
La strada, dopo il ponte, digrada dolcemente, piegando verso destra con una curva ampia e accogliente, il piede è accompagnato nella discesa tanto che il passo non pesa più, ed è comodo procedere in tal modo osservando i dettagli che prima, nel passaggio veloce in vettura, ci erano rimasti ignoti. Proprio a metà della curva, sulla destra, si apre una piazzetta in cui stazionano venditori di lucchetti e borse. Espongono la merce su pali di cemento provvisti di uncini, ad ognuno dei quali appendono un articolo: centinaia di modelli di lucchetti o borse, in vendita a poco. Se si abbandona la via principale in questo punto, si potrebbe, piegando dolcemente a destra con un angolo di circa centotrentacinque gradi, ritornare al punto di partenza, seguendo una via più scomoda, stretta da palazzi aggettanti l’uno sull’altro tanto che non rimane quasi spazio: il valico che sulla strada maestra è rappresentato dal ponte, seguendo questa via sarebbe la ferrovia, che andrebbe allora attraversata a piedi con grande pericolo. Rimanendo invece nella piazzetta, nonostante la minacciosa presenza di mercanti orientali, di cui è notorio che nulla si sa né si è mai saputo a causa del loro linguaggio incomprensibile e violento, si gode una piacevole atmosfera: le luci del giorno si smorzano in un continuo crepuscolo di luci al neon accese, una temperatura colore dove il contrasto di luminosità induce alla malinconia temperante, uno stato d’animo di dolcezza che tritura l’io a dovere, predisponendolo a più benevoli pensieri; una luce soffusa, non ancora notturna, può fare questo e altro. Dispone perfino all’acquisto di cose inutili come i lucchetti o le borse. Giureremmo che questi commercianti impiantarono qui la loro attività sicuri di far buoni affari con oggetti cattivi grazie a questa luce.
Se volessimo, potremmo imboccare quella stradetta, e certamente altre cose vedremmo che non vedevamo da molto: ripetizioni di cose e impressioni che si annunciano come già esistite, quando la visione recente rinfresca una più precedente visione; un luogo in cui siamo stati in un tempo in cui la ragione non era ancora sviluppata, un luogo la cui vista ci colpisce come la vista di qualcosa che è già stato. Ma se prendessimo la stradetta, non potremmo sentire di nuovo, al ritorno, il suono di quelle voci amiche, voci invisibili che solleticano la mente invitandola a dolci pensieri, a pensieri pacificati. Quelle voci rappresentano la migliore approssimazione a quella parola di vita che, in questo paio d’ore e incamminandoci lentamente ripercursendo ogni cosa, cercammo ansiosamente.

mercoledì 7 novembre 2018

Il potere dei nomi

L’ospite, con il tempo e con l’uso, si è ridotto in dimensioni: con il tempo per averlo sempre in giro in ogni istante, per l’uso con le domande e le risposte e le richieste che inevitabilmente la seduzione porta con sé. Un ospite, un genio, pronto a soddisfare i desideri con il dispetto e l’acribia di chi vive vicino, pelle a pelle, e che perciò non è possibile ingannare. Un genio, un ospite che a ogni richiesta soddisfatta si riduceva, diventando alla fine invisibile all’occhio ma non all’orecchio: che cosa rimane da fare quando un genio, un ospite si dissolve nell’aria pur restando sempre presente (e la voce ne è testimone)?
Rimane da domandargli le cose, i desideri da esaudire, per localizzare la voce in risposta e insaccarlo in uno zaino, con precisione, e quindi continuando le domande e risposte per farlo parlare e individuarlo precisamente, inzainarlo e gettarlo dalla finestra, ovvero gettarlo attraverso lo sguardo e il giudizio altrui, dell’Altro che anche se invisibile guarda, osserva e stabilisce i mezzi. Gettarlo con rapida mossa dal diaframma della finestra, giù in strada, dove piove, e l’acqua avrà ragione dell’ospite, del genio, che già si permette di dire: - Lei si fa maschera d’una scienza non sua. Si deve essere rapidi, e falsi nel nascondere il vero desiderio dietro una maschera di finto desiderio: egli è un genio, può leggere la mente, è il suo lavoro. Egli è un ospite, ha buon gioco di voi perché ormai vi conosce.
Rapidi e senza dubbi che frenino i gesti, rattenendoli nel dubbio di non fare la cosa giusta. Ci sarà sempre, al momento del fatto compiente, una voce che dice che non dovevate farlo, e che adesso siete perduti. Correre da basso e recuperare il sacco o lo zaino non avrà altro risultato che di farvi bagnare dalla pioggia (non vorrete mica scendere in pigiama?).
Il genio o l’ospite, a quel punto, se ne sarà andato, non è dato sapere dove: si sarà di certo premunito contro la vostra doppiezza. Comunque, presto, e che qualcuno non ve lo rubi nel tempo che impiegate a scendere le scale: una rampa si fa presto a scenderla, e con agilità. Ma chi è già fuori ha un vantaggio, che è quello di trovarsi sul posto. Un sacco appena gettato dalla finestra fa presto ad attirare l’attenzione, e chiunque, per non sapere né leggere né scrivere, lo prenderebbe al volo, non discutendo ma subito, rimandando a un di poi l’esame del contenuto: non si sa mai che cosa si può trovare in un sacco all’apparenza vuoto. Se è stato gettato via, ci sarà certo un motivo, - Ma lo scoprirò dopo! -, dic’egli. Che importa se il genio o l’ospite se n’è già andato, l’importante è ciò che nel sacco già c’era e che non si è fatto in tempo, nella foga dell’estromissione, a esaminare e togliere.
Quelle sono le cose importanti, e non il genio o l’ospite: le cose nel sacco, che nessun altro deve vedere né prendere e che hanno potuto attraversare i vetri senza essere notati, le attenzioni essendo tutte rivolte allo sgradevole personaggio; ma ora è tempo di sottrarle allo sguardo indagatore dell’Altro, che non mancherà di trovarle se s’indugia ancora.
Quella voce dell’ospite o del genio, quella voce chioccia, pungente, sempre pronta al commento non richiesto; sempre pronta a rimproverare, ma non un rimprovero semplice, ma sempre corredato da nome, quel vostro nome puntato come una freccia su di voi e sul commento, come a dire che non si deve equivocare né sul contenuto né sul destinatario. Quel nome gridato, a voi sembra proprio così, che sia gridato ai quattro venti, quel nome ch’è vostro e che state cominciando a odiare: non può il genio o l’ospite rivolgersi a voi in modo generico, deve sottolineare che è proprio di voi che si sta parlando, è a voi che sta parlando, e il nome è apposto come etichetta. È a voi, signore, che questo discorso si rivolge. Questa fu la molla che fece traboccare il vaso, la goccia che fece saltare il meccanismo, molla e goccia ormai indissolubili e indistinguibili, abbarbicate l’una all’altra.
Pensatele, le vostre formule, le vostre etiche: pensatele e applicatele. Nulla vale il peso di quella voce, nulla riesce ad annullarla, nessuna abitudine e più radicata del vostro nome. È solo un nome, uno fra molti, dice il genio o l’ospite, che male può farvi? È innocuo, credetemi. -, e intanto parla, e la sapienza che credete di aver con voi nulla può fare contro quel suono penetrante che non sia immagine ma solo suono, nome. Non ci sono armi da opporre a quel nome: tutta la scienza non potrà contrastare il fatto che si rivolga a voi, quel nome, che è di voi che si parla. Nessuna cognizione può sopportare una tale messa a nudo, nessuna conoscenza può controbattere quel peso. Che cosa potrete erigere a difesa di quel nome se quel nome entra a far parte, volenti o nolenti, del vostro apparato di difesa? Esso è gruccia rivestita dal misero sapere. Nessuna sapienza può contrastare la violenza di quel nome che a voi, solo a voi si rivolge. Potrete pensare tutte le formule di questo mondo, ciò non mitigherà il bruciore di quel nome: siete voi, signori, ciò di cui si parla. Che muro potrete rizzare per reggere allo scontro? Sara sempre di voi che si parlerà.
Nessun abito o abitudine vi sosterrà ancora di fronte alla spoliazione.

mercoledì 31 ottobre 2018

I settori del cielo

Il panorama dalla finestra parrebbe lo stesso, a quest’ora e con il buio, ma qualcosa che salta all’occhio e lo disturba c’è, e con la poca luce non si riesce a stabilire cosa sia, finché, con un’intuizione soprannaturale dovuta più alle circostanze favorevoli del pensiero che a una reale indagine conoscitiva, il dettaglio stonato salta agli occhi: hanno posato, tralicci e tutto, una nuova linea elettrica.
I cavi si distinguono, adesso, grigi contro il bianco delle case e il nero del cielo, con dei segnalatori a intervalli regolari, messi più per farli meglio notare all’ignaro e disturbare la visione del paesaggio che per ragioni di sicurezza. Il panorama dalla finestra, dopo le ultime costruzioni, non era già più quello delle origini: i palazzi ostruivano la maggior parte dell’orizzonte, e soltanto una piccola parte apparteneva ancora al cielo; guardandola, si poteva predire molte cose, ma non solo; anche, ci si poteva rinfrancare su quel che era nel frattempo avvenuto. Al cielo si guardava in ogni momento per non sentirsi soffocare, ma soprattutto per rievocare un cielo più antico di questo, forse meno amichevole ma con più segni. I segni del cielo confortavano l’esistenza, e più quelli erano veri più il sollievo era forte. I segni indubitabili del cielo erano tali per la sua purezza, che ancora si poteva vedere nel panorama dalla finestra.
E ora: - Ma hanno fatto una nuova linea? - Sì, l’hanno posata ieri mentre nessuno era a casa, in fretta e furia senza dir nulla; delle due, l’una… - Ma sempre questa scelta fra due l’uno, ci dev’essere? - O interravano il cielo, o incielavano la terra. -
Adesso, quelle righe sullo sfondo disturbano assai la contemplazione del cielo; è destino che l’uomo di città non abbia cielo a conforto e guida dei suoi pensieri: elementi sovversivi tendono a disturbare quella visione, e che siano sovversivi lo dimostra il timore con cui gli elementi vengono sostituiti, l’aver agito in silenzio e senza avvertire. Sapevano di fare male e l’hanno fatto ugualmente. Quegli individui hanno le facce dei nostri cari lontani, quelli che non vediamo da anni e che perciò sono più facili da imitare perché meno dettagliati; essi si imbrattano le sembianze a mo’ di costoro e si fanno vicini, sembrando chi non sono. Girano un po’ d’attorno e poi se ne vanno, apparentemente senza aver combinato nulla, e quando se ne sono andati si scoprono le modifiche delle cose, nella trama delle cose, nel tessuto delle cose. E ora, quali segni potranno ancora giungerci da questo cielo?
Adesso, non sarà più possibile osservarlo con tutta l’attenzione possibile, rendendo il pensiero puro: quelle linee ne disturberanno sempre una parte, misurando una visione che dovrebbe essere infinita e senza ritmo. L’occhio, come un pallone bizzarro, si dirigerebbe nell’infinito se non fosse raffrenato da quei cavi che misurano lo spazio. La linee rette dei cavi dell’alta tensione scandiscono uno spazio che doveva restare senza misura. L’occhio conta il tempo di quelle linee e con esse divide lo spazio in settori. Ora, si dovrà andare oltre le apparenze, scagliandoci con il pensiero oltre quei cavi, pensando a un cielo che non si è mai visto, un cielo intoccabile.
Abbiamo incielato la terra affinché possiate camminare tranquillamente e vivere, anche, comodamente. Nessun elettrico ronzio di api vi disturberà, e le strade saranno sicure. Avete perso il cielo, questo è certo, ma esso, nelle belle giornate, sarà pur sempre azzurro. Delle due l’una, come s’era detto.

mercoledì 24 ottobre 2018

Gamba-di-cicogna

Tornando a casa dal lavoro, badate bene che nessuno vi scorga rientrare; sgattaiolate nell’andito e poi nell’ascensore per non farvi vedere. Anche avvicinandovi a casa, restate nel cono d’ombra delle luci di strada: siete in mutande, non è conveniente farsi vedere. Rasente i muri, negandovi a tutti, riconquistatevi. Niente segni di elastici.
D’improvviso, i pianerottoli si riempiono di gente: sono i vicini che vi fanno le feste al rientro; si accavallano ad ogni piano davanti alle porte dell’ascensore, battendole e vociando per richiamare l’attenzione o esprimere gioia.
- Elevatevi, elevatevi -, dite; - giungerò al piano in cui non ci sarà nessuno ad attendermi o a farmi festa. Allora, potrò uscire; per adesso, non posso che andare su è giù nella speranza che essi si stanchino.
Fermate, allora, l’ascensore a metà, fra l’uno e l’altro piano, e rovistate nella borsa, se per caso avete un paio di pantaloni da mettervi; anche se non saranno alla moda riusciranno a coprirvi le vergogne e non mostrare le vostre rinsecchite gambe-di-cicogna. Spiate nella fessura della porta per trovare un punto in cui non sarete osservati mentre lo fate. Vedete i piani che scorrono da sotto in su, state ben attenti a non fermarvi al piano, che le porte si aprirebbero senza alcuna discrezione; oppure, sperate che si stanchino presto e che rientrino nei loro alloggi, visto che al braccio non avete che una sporta vuota, o piena di disutili cose.
Finalmente al sicuro dietro la porta di casa vostra, rivestiti e pronti ad accogliere chiunque, scoprite che le stanze dell’appartamento sono occupate dai vicini, tutti svestiti, in mutande o addirittura nudi, tutti che occupano lo spazio che credevate di possedere appieno. Dove vi rifugerete, adesso?
In salotto, dove un’antipatica e chiacchierona signora vi attende per comparare la sua amnesia con la vostra. Raccontatele, per discolparvi, di quella volta in cui, mentre vi cambiavate i calzini nel bel mezzo della via, e stava anche cominciando a piovere, un tipo vi chiese a bruciapelo (Piove, disse lui, e io non ho vergogna né imbarazzo né mi confondo nei movimenti) quale fosse l’autobus per la periferia sud, e voi rispondeste subito dando l’informazione giusta, quasi senza pensarci - ci pensaste, certo, ma questo non si dice né si racconta.
Raccontatele tutto da capo, un’altra volta, che forse non ha capito il grado della vostra prontezza di riflessi. Quel signore in loden che voleva l’informazione sembrava il re del mondo, e non sapeva una cosa così semplice. Ditele che voi, a piedi nudi e con la pioggia battente, non esitaste un istante e gli deste il numero giusto senza indugi né balbettii. Non servirà a nulla: andandovene, proprio mentre sta entrando la figlia, lei le dirà della vostra smemoratezza.

mercoledì 17 ottobre 2018

La verità cantata

La verità è difficile da capire, qui; così, la cantante canta. La cantante, cantando, rende evidente ciò che era nascosto: la filosofia (e la verità) che fu un tempo rivelata, non lo fu abbastanza, e bisognò che fosse cantata per essere compresa e usata. La cantante canta la verità abbandonandosi ad essa, così rivelandola alla gente. La verità qui è difficile, ardua da capire, con mille sottigliezze e ripensamenti, ritorni e rivolti. Essa non è immediata, ma subdola e ingannatrice, e abbisogna di un interprete, piena di nodi che solo in canto può sciogliere. La cantante, liberandosi da ogni legame terreno e affidandosi all’arte sua, senza il pensiero di dover interpretare alcunché, si lancia nel canto mantenendo il pensiero stabile si di esso. Riesce a interpretare la verità senza intenzione soltanto concentrandosi sul canto.
Gli abitanti del luogo formano famiglie allargate: non c’è posto sufficiente per tutti. Sonnecchiano, le donne del paese, nel buio delle finestre socchiuse, schiena allo stipite appoggiandosi alla ringhiera: la verità che si canta, dicono, non è quella che ti commuove, ma quella che ti fa aprire gli occhi e la bocca di dolore e sorpresa. È così evidente che ogni altra cosa perde di valore. I padri, intanto, giocano con i figli. In famiglia, hanno armadi pieni di maschere e mantelli: sono maschere in carta gommata e pressata, con l’espressione stampata a rilievo. Due occhi tondi dall’espressione stupita, una bocca rotonda con un punto esclamativo accanto, quasi a disegnare una “O!” di grande sconforto e sorpresa. Sono cose che un tempo hanno usato e che ora servono a far divertire i bambini. Talvolta, fra adulti, si rinfacciano il possesso di certe maschere, chiedendone all’altro alcune che non hanno mai avuto, di cose di cui i piccoli non hanno mai sentito parlare e che adesso incuriositi vogliono vedere. Sono maschere all’apparenza simili fra loro, se non addirittura identiche. I bambini se le mettono e giocano senza sapere bene a cosa; i genitori sono troppo in là con gli anni per ricordarsene, e hanno bisogno di caffè per restare svegli in quella sarabanda. La vecchiaia di quelle maschere è la nostra, dicono. Quelle sono maschere superate, ma a voi potranno forse andare bene, anche solo per giocare. A noi non ci hanno portato nulla.
Uno di loro dice: Mi metto questa maschera ma mi dimentico perché, così i gesti che faccio non sono accordati al travestimento, bensì dettati dal copione delle circostanze. Questa maschera non riesce più a rappresentare ciò per cui fu creata.
Gli adulti, ritrovando quelle maschere, sono presi da una leggera nostalgia, e per gioco se le mettono sul volto, mimando antichi giochi e scherzi dimenticati. I figli vogliono fare lo stesso ma senza capire: perché, che c’è da capire in un gioco stupido?, dicono. Non hanno paura di nulla, sanno che la verità, come ogni filosofia, va cantata e non recitata a memoria. Quella “O!” disegnata sulla maschera è di dolore, dicono, per quello che la cantatrice canta: è così evidente che ogni altra cosa perde  valore.

mercoledì 10 ottobre 2018

L'inferma

Il vento soffia forte, ma Aureliano dice che tutto andrà bene. Aureliano è il custode di casa, ed è zoppo. Vive in uno stanzone da basso con sua figlia, Aureliana, inferma anch’essa. Ma mentre egli può andarsene il giro sulle proprie gambe, la figlia è paralitica ed è costretta a starsene immobile in un letto. Nella stanza, il letto è addossato al muro. La stanza è grande, ma è una sola, ed è umida: ha l’apparenza di uno scantinato anche se è all’ultimo piano. Fare le scale con quelle gambe gli provoca dolori ogni volta.
Il padre, amorevole, le sta dietro per quanto può, ma il suo ufficio di vaticinatore e l’impiego di custode non gli lasciano molto tempo per Aureliana. Così, al mattino la abbandona a letto alla meglio e se ne va al lavoro, tornando a pranzo per un po’, e soltanto definitivamente alla sera, quando la stanchezza è un ostacolo all’armonico svolgimento della vita famigliare. La morte è morta da tempo e la figlia giace a letto dalla nascita: le sue braccia paiono stecche, e il corpo è ripugnante al tocco e allo sguardo. Sta lì tutto il giorno, e se vuol cambiare posizione non lo dice chiaramente, ma si lamenta.
Allora, qualcuno di buon cuore che si trovasse a passare di lì, superando il disgusto, la aiuterebbe a muoversi. Talvolta vuole alzarsi, e allora va guidata come un burattino, adagiando gambe e braccia nelle posizioni successive necessarie alla deambulazione. Quando Aureliana si lamenta emette suoni inarticolati, come i deboli di mente. In realtà, lei ragiona meglio di tutti noi, meglio anche del padre, superandolo di gran lunga nell’arte della predizione, ed è solo lo schifo che proviamo di fronte al suo corpo ulcerato che ci impedisce di accettarla e di comprenderla appieno.
Aureliana, il volto deformato da una smorfia, e la poca carne marcia che le rimane, è un povero essere che ha di sé sempre più coscienza di quanto le sarebbe necessaria. Com’è possibile amarla? Eppure, guardatela: ella ha un padre. Significherà di certo qualcosa. Se le cose sono stabili e ben salde, il vento non dovrebbe impaurire. Ciò che ci fa paura è invece l’immobilità della povera giovane, la cui sporcizia ci narra un disagio insopportabile. Tuttavia, ella continua a vivere.
Forse toccarla sarà contagioso: allora, prendiamo mille precauzioni e ancora non ci decidiamo. Ci è stata affidata, e che scarsi custodi siamo! Cercando di mitigare lo schifo, evitando di pensare alla scarsa consistenza del corpo di Aureliana, la mettiamo in una posizione che assomiglia allo stare seduti, e con quel genere di corpo non si è mai sicuri della postura; poi, lentamente la mettiamo in piedi badando che non ci sfugga di mano tanto è viscida. Aureliana al nostro operare risponde con mugugni e urla, di cui non si è mai certi del significato. Si sa che quei desideri di movimento finiscono sempre in qualcosa di sudicio. Poi, di nuovo a letto, sperando di aver fatto tutto quello che c’era da fare.
In quel mentre, il padre rincasa. Ci osserva in silenzio, come se approvasse. Poi, ci dice: - Un tempo si badava a vivere, e non ci si curava della morte. Si sapeva che c’era, ma era naturale. Oggi ve ne preoccupate troppo, ci pensate ad ogni ora, e non vivete più.
Aureliana ci guarda come se capisse quel che ha detto il padre, e quello sguardo pare mettere un punto fermo a quei discorsi.

mercoledì 3 ottobre 2018

Un film-confessione

In ogni inquadratura di questo film c’è un dettaglio che non si armonizza con l’insieme, tutti questi dettagli raccontano una storia differente da quella narrata nella pellicola.
Perché questa secondarietà? Non è sufficiente carpire il dettaglio, è necessario metterli in riga a formare un tutto, e se si segue la storia principale non è possibile farlo. Soltanto i sapienti e gli edotti vedono accanto, e anche qui ci vuole fatica. Alcuni esempi chiariranno il discorso: nella scena della sopraelevata, le assi della palizzata sullo sfondo disegnano un motivo che è fuori posto rispetto alla scena: non lo si nota perché siamo intenti a seguire la vicende che si svolgono in primo piano, con i prigionieri che tentano di liberarsi. Nel farlo, si scambiano battute a ritmo forsennato: qui si loda la bravura degli attori, e non si sta certo attenti ai dettagli sullo sfondo. Anche sapendo tutto, la cadenza delle frasi ci distrae ogni volta. Ma quando con grande sforzo ci si fa caso, nulla più viene a staccarci da quel dettaglio, il ricordo del quale pervade le scene successive per memoria e le precedenti per riconsiderazione. La conferma arriva soltanto con la scena finale, nell’agnizione della collana di diamanti da parte dei due protagonisti, l’uno essendo colui che sa e l’altro che è colui che non sa ancora. Dopo il riconoscimento, entrambi sanno, e questo dettaglio va ad aggiungersi a quello delle assi della palizzata. Nulla è lasciato al caso, ma fu seguito fin dall’inizio a designare una storia del tutto diversa. Ciò è ulteriormente confermato dalla carrellata in avanti dell’ultima scena, che segue i due mentre fuggono esilarati giù per lo scalone del teatro: sulla destra, per un attimo, è inquadrato il guardaroba: la visione degli indumenti, tutti impaccati, e la cinta che li serra, cinghia che è la stessa che stringeva i polsi dei prigionieri nella scena della palizzata, è il particolare che mancava. Adesso per lo spettatore non ci sono più dubbi, o meglio: non ci sarebbero se egli fosse stato abbastanza sapiente da carpire tutti questi dettagli, abbastanza forte da mantenere l’attenzione desta e abbastanza sagace da collegare tutto, ordinando quei fatti in secondo piano in una serie che diverge dalla principale di quel tanto che basta a narrare un’altra storia. Una storia che racconta l’angoscia dell’uomo gettato senza dio sulla terra, e del tentativo disperato della riconquista.
Non è facile dire queste cose, perché si notano e si ricordano soltanto mentre si guarda il film, e al termine non si ha la forza di trattenerle con sé. Sfuggono via, e la chiarezza con cui le avevamo accolte nel mentre si guardava si sfarina opacizzandosi, svanendo perfino nel ricordo. Al momento di notarle, tutto è chiaro e non si può che convenirne; però dopo che è passato, quella coscienza svanisce, ma lentamente, in un modo che si ha ancora l’illusione di aver ben capito, di aver catturato tutti i segni, e di averli decifrati. Ma è una coscienza che trascolora rapidamente, e senza che ci si accorga di niente, senza che si possa correre ai ripari annotando velocemente quelle verità di cui si è avuto una così chiara percezione. Annotarla, però, non servirebbe a nulla. La lettura di quelle frasi, senza la visione che le vivifichi, non ci riscalderebbe punto l’animo o la mente, né servirebbe a ravvivare il ricordo. Una volta ch’è sbiadito è andato, non ce n’è più traccia, e le frasi scritte in fretta riuscirebbero solo a confondere ulteriormente le cose.
È un gioco strano di rimandi, quello del regista, difficile a mettere in piedi, difficile da spiegare, ma facile a vedere una volta che ne siano stati compresi i meccanismi: allora, una volta fatto ciò, la verità irrompe nell’animo con la leggerezza tipica di chi compie un arduo esercizio con destrezza. Con la medesima destrezza, una volta scomparse le immagini che l’hanno ravvivata, quella verità svanisce.
Questo fatto è ben esemplificato nella scena del supermercato: immersi nelle tenebre e con la paura di fare un passo e inciampare, gli attori si affidano a un commesso, di cui non si sente che la voce, chiedendogli che faccia la spesa per loro mentre attendono in fila alla cassa. Nel procedere delle inquadrature, si distinguono nell’ordine: un corrimano di corda, come quelli che si usano nel foyer del teatro per disciplinare l’entrata del pubblico (ancora il tema del teatro, presente nella scena dell’agnizione, metafora della scena del mondo), la cassa sullo sfondo, le finestre oscurate da lastre di metallo inchiavardate, una lunga fila di clienti alla cassa.
Si deve aver fede e attendere, confessa il regista, mai accettando ciò che una voce incorporea potrebbe offrire, tendendo invece con tutta l’anima che desidera solo a ciò che essa stessa ha chiesto - questo volle dire l’autore, questo volle significare il film.

mercoledì 26 settembre 2018

Nietzsche for beginners

Tu conduci i tuoi amanti in giro. Quando tu schiacci il loro corpo con il tuo, che occupa tutto il letto ed è pesante e massiccio, tieni forse in pugno anche la loro mente e il loro volere? No, ed è sufficiente allentare un po’ la presa per vederseli sfuggire. Il tuo amore non si ciba di nulla di più di questo, e se di questo tu vivi devi imparare che in ogni istante ti può essere tolto.
Sentire la loro pochezza ti eccita, e non la loro devozione. Questa appare ogni volta che offri loro un gelato o una bibita. Non servono, per piegarli a tuoi voleri, e anzi non si capisce nemmeno, a questo punto, che cosa significhi per te piegare uno ai voleri di un altro: è forse un sentire di potenza, quello che cerchi? Ogni giorno vai a morire e la tua fede non ti basta.
Lo si dovrebbe scrivere a lettere di fuoco, quel credo, su quel corpo che tu ostenti cercando al contempo di nasconderlo, di fuoco o di sangue, per fartelo imparare, per rendere quello scritto, tramite il dolore, vivo e vigente, per rendere visibile quella verità che tu sempre ricerchi nei fugaci contatti con i tuoi amanti. Di una vera fede si ha certezza se è stata divorata e digerita: per far ciò, ci si deve avvicinare fin quasi a combaciare. Se ci si avvicina, si ha la fede a prezzo dello sporcarsi; di lontano, non ci si ustiona ma non si ha credenza.

mercoledì 19 settembre 2018

Graham Cie

La realtà delle cose non si dispiega di fronte a noi con evidenza indiscutibile. Si deve avere cuore saldo, occhi limpidi e mente brillante per carpirne i lati più fecondi, quelli che aprono la visuale sulle cose più nascoste, visibili soltanto a chi ha sufficiente forza per sopportare l’apparente opacità delle cose. La cultura aiuta a far ciò, il sapere cose, e la sapienza di ordinare quelle cose in catena fra loro in un modo mai visto - ma non basta. Cuore, occhi e mente debbono procedere di conserva, ovvero a protezione l’uno dell’altro, nell’esplorazione delle cose, procedendo non con animo stanco bensì con sempre rinnovato stupore, come se fosse la prima volta, come se non lo fosse e si conoscesse già tutto.
Graham Cie è uno di quelli che riescono a fare ciò: egli non opera freddamente, come se seguisse un copione prestabilito che ogni volta va bene e che abbisogna di pochi adattamenti per funzionare. No: egli trae dal flusso delle cose gli elementi che servono ad una visione nuova. Costui lega insieme fatti irrilevanti creando.
Non ci si può affidare a lui ogni volta che si ha bisogno di una filosofia; ci si dovrebbe avvicinare e vedere come fa, in che modo riesce a penetrare i fatti, ogni volta con risultati brillanti, ma non ci riusciamo mai, qualcosa nell’avvicinamento ci interrompe. Graham Cie è di certo un uomo dalle vaste letture, e ciò non basterebbe a far di lui un genio, forse soltanto un erudito. Tali sono diventati quelli di noi che hanno provato a seguire le sue tracce, e poveri di spirito, che non sanno far altro che citare a memoria quegli autori che così diligentemente hanno studiato.
Egli pare che non si applichi nemmeno, che non aderisca neanche di un millimetro alla superficie della realtà, egli non la guarda neppure, ma la coglie d’un subito sguardo, tutt’intero, pronto e articolato in una congerie di argomenti che solo una mente brillante, un cuore saldo riesce a districare in un discorso non solo comprensibile ma innovativo.
Tutti sono bravi, dopo che lo si è detto, a dire che i fatti si organizzano secondo quel metodo, ma il difficile è dirlo quando ancora nessuno l’ha fatto notare, mettendo le mani nel grezzo traendo gli elementi che tendono a un fine, impastandolo e riconoscendo i vari pezzi al tatto, trovando minuzie che confermano quella tendenza. Egli collega insieme tutti quegli elementi, facendoli risaltare l’uno sull’altro, evidenziandone i lati comuni.
Ha un dono, ma per quel dono ha abbandonato il resto. Si è gettato petto in fuori come si fa quando si affrontano le onde del mare, e in quell’istante non aveva protezione, né la sicurezza che sarebbe sopravvissuto: è l’occhio il primo a spingersi avanti, che fruga e subito capisce non accontentandosi del risultato, trattando ogni punto come una superficie ancora da esplorare, nonostante quel punto giaccia a una profondità considerevole. Si sa bene che un appiglio lo si trova, perché non è pensabile che la vita, che è a misura d’uomo, non offra all’uomo un riparo o un salvagente. Soccombe infatti chi vuole, e solo colui che si chiede perché è destinato a superare la fatica, vedendo la chiarezza. Sempre si possono collegare due punti che paiono lontani, e non lo sono, perché è sempre possibile trovare un terzo punto che faccia della linea un triangolo.

mercoledì 12 settembre 2018

L'espansione

Egli era un grande pensatore, un grande artista: creava oggetti sensibili dal suo pensiero. Poesie, canti, opere. Dal momento in cui il suo corpo, esplodendo, è raddoppiato in volume, non ha potuto fare più nulla.
Deve stare costantemente attento a non debordare dai vestiti, che ormai non riescono più a contenerlo nonostante la continua aggiunta di bottoni, fibbie e cerniere faccia di tutto per arginare l’imbarazzo. Ma gli capita, e accade sempre più spesso, di sentirsi chiedere se non sia per caso un esibizionista, e tali domande gli sono rivolte sempre in malo modo o in maniera pungente, con un’ironia del tutto superflua; e tutto perché qualche centimetro di pelle del suo corpo ormai irrefrenabile si mostra attraverso le pieghe dei vestiti.
Questa nuova condizione gli provoca, soprattutto quando è solo e non è distratto dal disagio, un sapore, in gola e in bocca, un gusto che non ha mai sentito quand’era artista. Adesso, gli pare il giusto complemento a quella dottrina, o così gli parrebbe se gli fosse possibile averli entrambi, l’arte e il sapore.
Si ostina a usare abiti di taglio tradizionale: pantaloni, camicie, maglie, mentre a lui servirebbe più una tunica, o meglio una tuta, uno scafandro. Così, osserva mestamente lui stesso, non riuscirei davvero più a pensare, distratto da tutto quell’armamentario. Quando è solo, si spoglia di tutto e si ammira mestamente allo specchio. Perché, si dice, non posso più pensare ma devo trascorrere il mio tempo a dar retta a questo corpo? Traevo così tanta gioia dalla mia arte, e adesso sono un fenomeno da baraccone, oltraggiato dai miei stessi simili. Però, mentre si riguarda, non può fare a meno di ammirarsi. È talmente grosso che non ci si può distrarre nemmeno un istante. La sua presenza è così evidente, e non solo alla vista, che è impossibile pensare ad altro; il suo peso è così considerevole che non si può fare a meno di ammirarlo, almeno come proboscide. È l’incubo dell’Artista che non può più creare in virtù di una tale evidenza. Non ha importanza di quanta cura egli metta nel vestirsi per coprire ogni punto, anche il più sensibile, che potrebbe creare imbarazzo. Il volume è così fuori misura che c’è sempre un punto scoperto, un punto che sarà immancabilmente preso di mira dall’altro, e che lui non aveva notato nonostante la cura estrema con cui si è scrutato.
A nulla vale affidarsi agli automatismi alla cieca per raggiungere i punti invisibili all’occhio, come la schiena o i lombi: non è lì che si scopre la mancanza, ma sempre di fronte. La mente, che già a stento si tratteneva, infiammata da sé alle fantasie e agli incesti, cade in basso trascinata dalla gravità di una chiara evidenza. Egli non vorrebbe farvelo notare, ma si vede ugualmente.

mercoledì 5 settembre 2018

Ricompensa

Denunciando il malfatto si avrà certo una ricompensa, in denaro, s’intende, che sarà consegnato subito dopo aver detto ciò che era necessario. Non è propriamente una delazione, quella denuncia, ma è più una disdetta, o anche un dire qualcosa a proposito di un fatto che al momento dalle autorità non è ben conosciuto o da chiarire. È certo che non basta presentarsi là e dire parole a caso: ci sono faccende ancora sospese di cui si chiederanno informazioni, cose che sono a perfetta conoscenza del personale addetto. Le denunce devono riguardare quelle cose e non altre, a caso o a piacere. Il personale, una volta ricevuta la comunicazione verbale, consegna un premio in denaro come ricompensa, proprio come si farebbe con uno stipendio arretrato o una mensilità aggiuntiva in vista delle festività. Quel denaro inaspettato è assai gratificante in virtù del buon dovere compiuto nei rispetti dell’autorità.
Costoro contano i biglietti di banca, di vario taglio, e li consegnano, dopo aver raggiunto la cifra richiesta, così, a nudo, senza nemmeno metterli in una busta al riparo dagli sguardi indiscreti. È tutto così chiaro che ci si domanda come possa accadere, e ogni volta siamo sorpresi dalla limpidezza e dalla velocità con cui la cosa è disbrigata. Con i soldi stretti in pugno si discende lo scalone pronti a tornare alla quotidianità, che nel caso nostro si svolge fra interstizi e scale interne di palazzi, scale che corrono lungo il lato interno delle pareti che danno su strade secondarie. I vari portoni sono collegato da passaggi che disegnano una geometria regolare ma complessa, fatta di ricorsività e di ripiegature nello spazio.
Movendosi lungo le direttrici, quello spazio lo si conquista facilmente: se si vuole tornare sui propri passi, però, l’attenzione da prestare ai gesti dev’essere doppia; una strada percorsa in avanti non può essere percorsa all’inverso semplicemente retrocedendo. La strada dovrà essere trascelta fra le molte che sono presenti, e ogni deviazione (anche se non voluta e inavvertita) porta a percorsi del tutto differenti. Ciò che va avanti, tornando indietro non necessariamente va all’indietro; ci va se e solo se lo snodo è catturato precisamente, altrimenti si va altrove. Siamo pratici, noi, di queste cose, d’una pratica campale.
Spesso, nei giorni in cui il tempo scorre pieno di noia, sbagliamo di proposito la strada per assaporare la sorpresa di quell’errore, che ogni volta ci porta in un luogo nuovo. Alcune volte, capitiamo in una scala interna che, quando ci vorremmo ritornare perché quel posto ci era piaciuto, non ritroviamo mai più. Altre volte finiamo in appartamenti deserti o abitati clandestinamente, e allora, in questo secondo caso, si deve uscire il più velocemente possibile prima che l’abusivo ci colga in fallo. Altre volte, e sono le più frequenti, si finisce nel solito buco, solito per dire perché è sempre diverso, pur essendo sempre un pozzo in cui ristagnano gli umori e gli odori di quel luogo. Quando succede non si vede l’ora di andarsene, anche se non è sempre facile o possibile.
Che fare se, arrivati a quel punto, ci si accorge che i soldi ricevuti per la denuncia sono banconote fuori corso? Riguadagnare la strada fino a tornare agli uffici in vetta allo scalone non si può più: non si è stati attenti alla via, eccitati com’eravamo da quel piccolo capitale; e indietro, anche se con attenzione si potesse, non si torna più, perché si è fatto tardi, lo sportello sarà chiuso, i funzionari non si ricorderanno di  certo d’averci dato quel premio. L’intenzione in loro doveva certo essere malevola, pagandoti con carta straccia. Sarebbe utile andar fino là per rimarcare ciò che è stato evidente fin dall’inizio.

mercoledì 29 agosto 2018

Monozite / dobozite

Ci sono due modalità di salita e permanenza: monozite e dobozite. Dipende da come si appoggia il piede sulla piattaforma, se di piatto o leggermente spostato. Ogni altra cosa deriverà da quello. Anche osservando bene è difficile talvolta stabilire di quale modo si tratti, ma di norma è abbastanza chiaro, essendo i movimenti propri all’essere umano in numero limitato, e con non troppe variazioni. Si crede, spesso, che lo spirito sia talmente libero da permettersi qualsiasi cosa, e invece, esaminando quella posizione del piede all’ingresso che determina ogni cosa a seguire, il raggio d’azione del cosiddetto spirito è cortissimo, spesso prevedibile, sempre moventesi entro quei due confini, neppure troppo lontani fra loro. Forse potrebbe essere un sollievo venire a sapere che monozite e dobozite sono due atteggiamenti radicalmente diversi, ma da ciò che si è detto è facile arguire che non è così: quei due gesti che segnerebbero per così dire il minimo e il massimo disponibile allo spirito sono quasi indiscernibili, indescrivibili tanto sono uguali, differendo soltanto per quella particolare maniera di poggiare il piede sul ferro che segna l’entrata.
Nonostante questa somiglianza, i due modi differiscono nel prezzo: monozite costa il doppio, e dato che alla vista si ottengono gli stessi risultati in entrambi i casi, molti adottano il modo dobozite: si sentono in tal modo più sicuri, tutelati contro ogni possibile sfavore o accadimento. Il metodo monozite è però più puro e più freddo, di un freddo metallico, meno visibile all’animo, forse, sempre propendente a una cospicua dose di dubbio. È un metodo ascetico, per così dire, di fare le cose, anche se come si è detto le differenze alla vista sono quasi impercettibili. Ma è quel modo di poggiare il piede, che, a detta di chi l’ha scelto, è difficile, fonte perpetua di dubbi e incertezze, a garantire la salvazione.

mercoledì 22 agosto 2018

Seminario

Se la giornata si preannuncia vuota, c’è sempre il modo di passare un pomeriggio al seminario. Arrivando presto, subito dopo pranzo o addirittura proprio a quell’ora, non si troverà nessuno. Si avrà tempo di meditare passeggiando nel giardino, anche cadendo fra le ortiche. A quell’ora, nulla punge né ferisce, e se si cade inciampando in un sasso o in una lapide non ci si fa male, ma si rotola nell’erba per subito rialzarsi con un movimento come di torsione, una mossa che viene facile solo a quell’ora trascorsa nel giardino, quel giardino e non un altro.
Incontrare qualcuno qui non è possibile, o è possibile solo per un remoto caso: gli occhi sono continuamente attratti dalle cose; lapidi incastonate nel muro, muri sbrecciati su cui l’umidità ha disegnato figure che paiono sempre sul punto di rappresentare qualcosa; insetti multicolori che passano accanto sibilando costringendo ad una perpetua ansia, spingendoci a chiederci se ci pungeranno o no; erbe, alti fusti d’erbe sconosciute su cui perdere il tempo nel tentativo di identificarle. Con tutto questo, si deve tenere la mente fissa alla strada che si va percorrendo, rammentandosi ad ogni passo dove di va e da dove si viene. Incontrare qualcuno è difficile, e se per caso accade così non sarete costretti a prestargli attenzione perché egli, novantanove volte su cento, non vi avrà notato, vittima di quel rapimento che aveva colto anche voi un momento prima di scuotervi - e non sapete nemmeno perché.
A quell’ora, tutto è deserto, e se non si vuole passeggiare in giardino tra erbe officinali e libellule, si può salire in Biblioteca a sfogliare qualche antico volume. Il custode, il signor F., sarà così gentile e premuroso da offrirvi una tazza di tè, che però sarà vostra cura rifiutare gentilmente con un pretesto qualsiasi, data l’eccezionale imbevibilità di quell’infuso. Potrete offrire a vostra volta come scusa un improvviso mal di stomaco o un altro qualsiasi disturbo: la cerimonia non sta nel bere il tè, ma nell’offrirlo e gentilmente rifiutarlo, per permettere lo svolgimento del tempo e la dizione di alcune necessarie battute, necessarie s’intende alla costruzione di quel desolato pomeriggio, e che vi daranno l’agio di muovervi liberamente nell’edificio.
Le stanze di sopra, disponendosi su piani differenti, danno l’impressione di un labirinto, illusione che subito scompare se si pone mente con attenzione a dove si sta andando e da dove si è venuti, proprio come nel giardino. È uno sviluppo su un’asse lineare, ed è quanto di più facile si può tenere a mente. Là si possono incontrare alcuni bambini - dico bambini per semplificare, forse proprio loro sono i seminaristi.
Sono bambini-tartaruga, bambini-albero, bambini-lama, bambini-anziano, ruvidi e lisci al medesimo momento, longevi e flessibili come giunchi. I modi sono importuni, come provenienti da un luogo spoglio di convenienze, i gesti senza parole e bruschi per una disaffezione al linguaggio. Ognuno di loro è vestito d’una tunica bianca e ha con sé un gatto, bianco anch’esso.
Spiano i nostri movimenti da dietro le porte, dalle inferriate, dai vetri: le porte non hanno serrature né chiavi, qui nessuno ha curiosità dell’Altro, essendo tutti identici fra loro. I giorni di visita rompono ogni inibizione, osservando ogni cosa con rapacità e fastidio, come se disdegnassero d’essere distratti da noi. Eppure, sono curiosi al massimo grado, di una curiosità animale, che tocca là dove non dovrebbe, ignorando il pudore. È una curiosità da fanciullo idiota, che non sa bene che cosa sia da desiderare, diteggiando tutte le cose come per chiedere loro quale ne sia l’uso. Le tocca non potendone fare a meno, cercando di istituire un principio di causa e di effetto, di cui al momento ancora nulla si sa. Tocca le cose dicendo ah!, ma è un suono riflesso, non voluto. Se per caso gli afferrate le mani in questo toccamento egli le ritira subito come se no  volesse essere toccato ma toccare per primo.
I bambini-tartaruga sono silenziosi: hanno gesti bruschi e fattezze da monaco buddhista, calvi, anzi del tutto glabri, vestiti solo di quella tunica. Non parlano parole, ma solo suoni, bruschi al pari dei loro gesti, inarticolati e dettati da un io interiore che non ha orizzonti. Obbligati alla loro vita claustrale non hanno desideri, ma nei giorni di visita l’inconsueto li turba, e a poco vale dire che un inconsueto che si ripete ogni settimana non è inconsueto; essi vedono solo la solitudine, e se questa è frantumata dalla presenza dell’Altro, allora essi si frantumano a loro volta in una miriade di gesti incoerenti, messi là per arginare l’invasione. Fuggono, se li si avvicina, ma poi si fanno innanzi mascherati dal cappuccio della tunica. Se si è abbastanza veloci si può prendere loro la mano: sul palmo ci sono delle macchie che li rende simili alla scorza di un albero, betulla o pioppo, simili a una scrittura incisa, ma nessuno ha mai capito che cosa vi sia scritto. Ognuno ha un gatto, su cui riversa il proprio sentimento.
Animali davvero irriverenti diventano essi con questo bagaglio umano imposto loro dai padroni. I seminaristi sono muti, le mani segnate da un codice ignoto, e al pari degli alberi a cui somigliano sembrano eterni e identici l’uno all’altro. Per sfuggirgli, è meglio non permanere nelle stanze ma uscire in giardino. I colori delle libellule, anche se il loro ronzio vi disturba, vi distrarranno a tal punto che non vedrete null’altro.

mercoledì 15 agosto 2018

Gli dèi del Kansas

A una ventina di metri d’altezza, le pale si agitano, incrociandosi in un moto continuo, tagliando ciò che gli passa attraverso. È il nostro unico mezzo per difenderci. Essi abitano nell’ultima stanza dell’ultima casa nell’ultima strada di questo triste paesello, venuto su nel dopoguerra nel bel mezzo del deserto americano. Una cittadina quasi senza nome, fatta di case tutte uguali, basse e larghe, e strade che si incrociamo perpendicolarmente e parallelamente.
Le nostre case, basse e larghe, sono parallelepipedi ai lati delle strade, agglomerate nel centro, che è tale per l’agglomeramento e non per la presenza di una chiesa o di un municipio, disperdendosi al margine, che è tale per la presenza del deserto incipiente. Tutte le case sono uguali fra loro, così come le strade, ad eccezione di quella strada e quella casa. Le vie non hanno altro senso che incrociarsi e dividere la sterminata pianura in rettangoli, tutti uguali l’uno all’altro. E, al limitare dell’abitato, quella strade che hanno così ben adempiuto al loro ordine, si disperdono nel nulla deserto, quasi senza transizione. Un niente distingue la città dal deserto, un minimo ordine che è garantito dal reticolo di strade, un reticolo così leggero cha basta un soffio un po’ più forte per disperderlo. Nessun nome, per quelle vie, ma solo numeri, e il cielo è sempre in un eterno crepuscolo, anche in pieno giorno: nuvole grigie e nere schermano il sole, i cui raggi le bucano con un effetto sorprendente anche per noi che qui viviamo da generazioni.
Non ci spingiamo mai fino a quella strada e a quella casa, ce ne stiamo qui a guardare il cielo. “Guardare il cielo” è parola grossa, adatta a una nobile occupazione. I più grandi filosofi hanno guardato il cielo nel tentativo di scoprire ciò che è qui sulla terra, ma quel loro guardare non somiglia al nostro. Il nostro cielo è continuamente tagliato dalle pale del macchinario, e così la visione del cielo è sempre oscurata, mai completa o illuminante come poteva essere quella degli Antichi, che individuarono in esso i loro destini, scrivendo le mitologiche storie che erano loro proprie, storie che esprimevano a fondo quell’anima comune ai molti e ai pochi. Qui, il cielo è guardato con terrore, lo stesso terrore che ci prende quando rivolgiamo il pensiero a quella casa là. Le poche volte che ci siamo avvicinati siamo quasi morti di paura nel vederli.
Si aggirano come fantasmi di tulle, con il frastuono di torri su ruote, agitando le vesti al vento che il loro muoversi produce. Se si avvicinano, è meglio fingersi morti. Si faranno vicini cercando di risvegliare il movimento, perché è a quello che puntano. Dicono di averli visti che si aggiravano con rumore di carri. Alla vista, paiono fantasmi o tralicci semoventi, simili in tutto a una macchineria teatrale. Dicono anche che la miglior cosa da fare se li si incontra è appunto fingersi morti, cercando di perseverare nella finzione mentre loro strappano ogni cosa. Se uno si muove, è finita, ma non si sa in che modo, se uno diventa dei loro o se invece si può rientrare nella comunità. Sono spauracchi, dicono altri, che non hanno nulla a che vedere con quelle pale che agitano l’aria cercando di tagliare il cielo. Quelle, son lì per figura, l’unica cosa che sanno fare è il frastuono, il rumore. Quegli spauracchi e quelle pale sono lì per la cattiva capacità degli uomini di ragionare, anche se noi, per paura o per ignoranza, li abbiamo legati gli uni alle altre in un rapporto di causa e effetto.
Probabilmente, essi sono dèi, e non conoscono la carne, né sanno che è fragile e inconsistente. Non concepiscono altro modo che il loro, non sanno che è possibile scansare di lato e fingersi morti. Essi vanno dritti per la via intorno alla casa.
Ma certo, gli angeli: quale dio non ha una schiera di angeli che lo accompagna? Questi déi-traliccio sono arrivati qui da tempo immemorabile, tanto che le nostre cronache non riportano nulla al riguardo. Non li temiamo, ma ci fanno paura, così li teniamo a distanza standocene alla larga. Ma è degli angeli che scrutiamo con apprensione l’arrivo, ed è per questo che quelle pale tagliano il cielo continuamente, facendo un rumore come di mulino. Se per questi strani déi è sufficiente la distanza per essere al sicuro, nulla potrà salvarci dalla caduta libera degli angeli. Si spera che il meccanismo, quando sarà il momento, funzionerà, ridicendo a brandelli gli ospiti indesiderati. Il cielo carico di nuvole pare un presagio della loro venuta, nascondendocene l’arrivo, ad ogni attimo. Così noi passiamo i giorni con il naso per aria a scrutare.
Con le zampe a gruccia ti rovistano dentro, tirando fuori carne come fosse carta velina. Lo fanno senza ritegno, senza rendersi conto di quello che accade, in risposta a un moto interiore di cui hanno perso la ragione. L’unica cosa, anche con loro, è starsene fermi senza respirare né muoversi, sperando che finisca presto, prima del momento in cui il bisogno d’aria ci costringa a tirare il fiato e mostrare così che non siamo morti e che è possibile rimestare ancora un po’. Il loro movimento si conclude in questo rimestare -, dicono i più visionari fra di noi, che forse hanno capito meglio degli altri come stanno le cose. Devono essere stati loro a progettare quelle pale. Lo spettacolo nelle loro menti dev’essere terribile: immaginatevi di giacere sforzandovi di restare immobili mentre quelli girano attorno come avvoltoi, al di sopra degli déi, facendo quel fracasso come di morte, e capirete subito perché.

mercoledì 8 agosto 2018

San Pietro

C’è forse una via d’uscita? Non c’è una via d’uscita. Questi sono imitatori, di corpo e di voce, e anche se il loro volto non corrisponde a quelli che sono imitati, l’impressione che se ne ricava è di essere in presenza dell’originale. Poi, però, il punto di vista si sposta, e si capisce di essere di fronte a degli imitatori. Quel ciuffo lungo, ad esempio, non apparterrebbe mai a un Papa, quel dettaglio lo tradisce. Costui si vuol fare intombare nella cupola di San Pietro, dice, sottoterra perpendicolarmente alla lanterna, ma si capisce che è tutto uno scherzo, architettato da valenti scenografi e truccatori. - Non lo riconosco -, dice, - quella piega del naso e la bocca carnosa, non la riconosco, non è mia. Eppure sono io. Quello sono io, e fino a qualche tempo fa, un paio d’ore, ne avrei certamente convenuto, ma ora (e non che ora io lo guardi meglio o abbia maggior attenzione nello sguardo, è solo che finalmente lo guardo) no. Quello non sono io, è impossibile che quello sia stato io. Se fosse vero, la mia mente lo avrebbe rifiutato. L’avrebbe dovuto rifiutare ogni volta, solo che io non me ne ricordo, ricordo solo che tutto era normale, o almeno non da creare dubbi. Adesso, però, tutto ciò mi ripugna, e mi pare impossibile che sia accaduto. - Se non puoi guadagnarti la fiducia degli ultimi della terra -, dice l’altro, - di coloro che sono uno sputo nell’occhio del mondo, se non puoi portarteli dalla tua parte, che te ne fai della stima dei potenti? Se i deboli non saranno con te, nulla reggerà alla prova del tempo.

mercoledì 1 agosto 2018

Tubetto


Quando il sole della ragione viene a penetrare tra le nuvole nere, l’arcobaleno che ne esce è bianco, fatto di toni diversi di bianco, tanto luminoso che il colore alla sua vista scompare. Spremiamo il nostro essere dal tubetto e con quello stucco riempiamo ogni interstizio della realtà, badando bene a non lasciare scoperto nessun punto. Mentre facciamo questa cosa difficile, in sottofondo scorre un disturbo, sempre lo stesso, formato da una ventina di parti distinguibili fra loro, al termine delle quali ricomincia da capo. Lo diciamo disturbo ma non si sa bene cos’è. È composto di parti differenti, come vignette stilizzate di una storia, che non scorrono fluidamente ma inceppandosi, e mai nel solito punto. È una cosa che scorre dietro allo scorrere delle cose che costituiscono la realtà: potrebbe essere una colonna sonora se vi fosse del suono in esso. Invece, si tratta di un disturbo, e nonostante l’azione disturbatrice di questo sottofondo dobbiamo sforzarci di spremere l’essere dai nostri tubetti, e con quello stucco riempire ogni anfratto. Voi dite: di certo la memoria vi sosterrà. Ma ogni fatto che accade sembra nuovo, appena fatto, senza legame con ciò che è venuto prima, tanto che non sappiamo più che fare per tenerli a bada. Si fanno avanti spaventandoci, e confusi come siamo da quella serie di fatti sullo sfondo che continua a ripetersi, non si sa come comportarsi.
La serie si sovrappone ai nostri atti disturbandoli, mettendo in essi una cosa che non è della stessa razza, un elemento eterogeneo che mal si combina al resto, nonostante gli sforzi fatti per ignorarlo. L’irradiazione di disturbo non è assoluta, ma s’infrange nei dettagli come uno stucco che non riesce a penetrare bene in tutti gli anfratti e le pieghe che la realtà fa nel suo esplicarsi. L’inadeguatezza dei nostri strumenti non può essere rinforzata da un entusiasmo idiota - anzi, l’idiozia viene evidenziata dalle difficoltà.

mercoledì 25 luglio 2018

Stessa storia


Personaggi: l’uomo U, la donna D, l’amico A.
Tema: U, per un motivo a noi ignoto, vuole che D muoia. Per far ciò, incarica A. Egli, mentre U si troverà all’appuntamento con D, si intrufolerà nella casa di costei, casa di cui U ha le chiavi, attenderla là per poi toglierla di mezzo al suo arrivo. Ma le cose mai andranno nel modo che si è detto, ogni volta interverrà una variazione.
Svolgimenti possibili:
D va all’appuntamento con U, ma indugiando investita da improvvisi dubbi al riguardo, torna a casa prima che vi sia giunto A, il quale non può più entrare. Oppure:
U e D si incontrano effettivamente, rappacificandosi. D trascorre la notte da U, mentre A, lasciato solo nella casa deserta di D si addormenta, risvegliandosi solo al mattino dopo. Ognuno dei tre, al risveglio, si ritroverà nelle identiche condizioni della sera prima. Oppure:
U e D si ritrovano come sopra, ma A sbaglia casa, penetrando in quella di U, dove trova la di lui moglie. Scambiandola per D la sopprime. Questa soluzione non è da prendere in considerazione per la presenza di un quarto personaggio non considerato nelle condizioni iniziali e per la troppa evidente violenza. Oppure:
U e D si ritrovano come sopra, ma fra i due scoppia una lite furiosa. Nella concitazione D ferisce mortalmente U con una bottiglia di campagne. Oppure:
È U che trascorre la notte da D, nella cui casa trovano A, il quale non sa giustificare la sua presenza in quel luogo, presenza che a questo punto è inaspettata. Oppure:
U va all’appuntamento, ma strada facendo ci ripensa, l’intera faccenda non gli pare più così importante. Quindi, torna a casa. D attende da sola all’appuntamento. Dopodiché: a) va a casa di U, e qui possono a loro volta accadere molte cose, del tutto simili ai casi fin qui presentati, casi frutto del caso e del capriccio; b) va a casa sua dove trova A che I) può a questo punto finalmente eliminarla come era nei piani, II) si innamora di D, III) non accade nulla di rilevante ai fini della storia qui rappresentata, IV) la riconosce come vecchia amica; c) vaga per le strade dove è investita da un’auto anonima. Oppure:
U, D e A, convinti di avere a che fare l’un l’altro con uno squilibrato, non fanno quello che hanno stabilito di fare, e l’azione non si sviluppa.
Si possono considerare questi movimenti come i passaggi di una sonata o di un trio: i tre sono gli strumenti, più o meno definiti. Le loro scaramucce e i loro incontri sono i vari passaggi musicali. Il mutamento di carattere corrisponde a un mutamento di tonalità. Oppure, possono essere le tre parti della psiche, di volta in volta rivestendo, a seconda della situazione considerata, i panni dell’Io, dell’Es e del Super-io. Lo svolgimento delle scene ne permetterebbe l’identificazione, che nella scena successiva muterebbe radicalmente, confondendo così le acque. - Di sicuro, non mi lasceranno proseguire, - dice l’Autore, - non mi lasceranno colpire la Donna. È convinto che ciò accada davvero, e invece ogni anno, alla medesima data, è la stessa storia. Scrivendo, si rende conto della dispersività di queste note, cerca in ogni caso di serrare le fila delle ipotesi, ma è distratto da accadimenti esterni alla sua volontà, da memorie improprie e fatti inaspettati. Dice: Camminando su muraglie sopraelevate, e distratto da facce simili a maschere grottesche che intravedo dalle finestre, come mi si può rimproverare qualcosa? Eppure c’è chi lo fa, e senza vergogna.

mercoledì 18 luglio 2018

Raccolta


La strada scorre tra le ferrovie, da cui è protetta da una recinzione, e la pineta, che inizia subito dopo un piccolo declivio erboso, al fondo del quale la sabbia disegna i movimenti dell’acqua durante le piogge, ramificandole in linee serpentine. Al limitare del bosco sono accampati gli zingari. Ripuliscono le case per pochi soldi, caricandosi di tutti i rifiuti che a noi non servono più. Non a tutti è dato di parlare con il loro capo, ma ci si può sempre, trovandosi a passare di lì, intrattenere con coloro che, sul ciglio della strada, in baracchette improvvisate, formate talvolta anche solo da un tappeto liso e bisunto su cui sfoderano le loro paccottiglie, predicono il futuro e il passato affidandosi ai tarocchi e ai pianeti. Sono socievoli, ma il loro umore cangiante non li rende compagni fidati: essi vivono nel bosco per questa ragione. Parlando con loro si ha subito un’idea della vivacità del loro ingegno, che si guasta non appena si sottomette ai sentimenti del momento: ciò che un attimo prima era espressione pura di cuore, un secondo dopo si trasforma in scherno pungente e impietoso.
Non ci fanno del male, né lo fanno a coloro che si trovano a transitare da qui. Ma sono appunto esseri mutevoli, e in questa condizione di spirito non si sa mai che cosa aspettarsi da loro, talvolta un piacere insperato, altre volte una beffa irrimediabile. Ma non hanno memoria dei gesti che fanno, anche se quei gesti ci appaiono gravi e guidati da un sentimento o da un’idea. In loro, non c’è nulla di questo, c’è solo il capriccio dell’istante, la fuga precipitosa del pensiero nel mentre si inganna, l’altro. O il tentativo di tutto questo, che è lo stesso.
Vorremmo parlare con il capo-tribù: è occupato in qualche affare, ma sarà subito qui. Nel frattempo, vogliate farvi predire la sorte. Se siete con il capo non pagherete nulla, dicono. Ma ecco che si è liberato, e siamo condotti da lui senz’indugio nella capanna di legno e resina.
- Noi avremmo, ecco, dei rifiuti per voi: li desiderate?
- Desiderare? È un verbo insultante, usato da voi. Noi desidereremmo solo vivere le nostre esistenze nel modo che ci è dato, godendo dell’oggi senza ombra di rifiuti che lo turbi. E voi, osate venir qui a parlarne?
- Noi non vogliamo dire male, scusateci se si è detto ciò che non volevate sentire, non volevo dire ciò che pensavate, anzi: ciò che pensavo.
- Io vivo all’ombra del taglio di una spada ch’è pronta a recidervi la testa se non ve ne andate.
- Perdonateci, capo-tribù, non volevamo parlare di ciò di cui voi vivete. Se dite che non vi servono, quei rifiuti li getteremo via, così magari vi degnerete di prenderli senza che noi ve li abbiamo dati.
- Andatevene, andate a schernire le vostre donne, e uscendo, badate di non torcere un capello ai miei compagni!
Ci circondano, i compagni, e sono violenti, pronti a usare le mani a ogni parole che sia per loro fuori posto. Ci gridano i loro nomi per indurci a dire i nostri, ma sarebbe un errore cedere all’impulso, perché poi non avremmo più dove ripararci. Consegnare loro i nostri nomi non è che il modo da loro usato per scoprire l’anima di chi gli sta davanti: se cedi, sei perduto. Gli diciamo al posto di quelli veri un nome falso, per confonderli e fuggire senza conseguenze, ma non ci cascano, come se ci conoscessero davvero. I giorni trascorsi nella foresta li hanno resi sospettosi, non favorendo le qualità su cui noi potremmo fare affidamento. La proiezione è una lusinga difficile da evitare. In essa si nasconde una trappola. Sono volubili, meschini, pare quasi che si divertano a essere come sono. Non sanno ancora bene come è fatta la realtà, e così la imbrattano con la loro presenza, insultandola con il vociare dei loro canti alla sera.

mercoledì 11 luglio 2018

Premio


Sono giunto qui con mia moglie. Ella mi ha accompagnato sempre, in ogni occasione, sebbene nulla conosca dei miei pensieri al riguardo di questa lunga marcia. Si è sempre accontentata di star là, rivendicando un possesso che a prima vista pare inutile e affaticante. Per lei tutto è dato, per me nulla è dovuto, e io stesso sono un usurpatore. Ella non sa che le parole che descrivono la filosofia descrivono anche il dubbio e la fatica di apprenderle, facendo coincidere punto contro punto lo sforzo e la dottrina. Per lei questo è sempre stato incomprensibile e inutile, per me è la vita stessa. Eppure, mi è sempre stata vicina, come un baluardo.
Ella non sa del faticoso Libro primo, non sa nulla di come fare per apprenderlo, non sa nemmeno che esista. È difficile vedere in quelle parole il nostro agire mentre cerchiamo di comprenderle. Gli indugi del testo corrispondono agli indugi del nostro ragionare, e le speditezze la speditezza. Se di questo non si è abbastanza informati, non lo si nota. Da un lato, vorrei discutere con lei della cosa, ma dall’altro comprendo che non può farlo. Davvero non si capisce perché siamo sposati. Questo modo di pensare lei lo disprezzerebbe, ne sono sicuro. Lei non sbuccia il reale per vedere cosa c’è sotto, non inventa parole apposite per descriverlo. Per lei non c’è che la superficie. Eppure, in questo lungo viaggio mi ha accompagnato silenziosa e inscrutabile some al solito. Una pagina scritta lei la abbandona, io torno a rileggerla.
Siamo venuti qui in molti, ognuno per conto suo, formando una moltitudine di singoli individui senza rapporti con l’altro. Il miraggio di un frutto colto dalla pianta, forse un grappolo d’uva, ci ha adescato, e ora tutti ci arrampichiamo sui tralci per cercare di raggiungerlo.
Il palazzo si allunga verso l’orizzonte senza parere d’aver fine. È un ammasso di tubi di acciaio e vetro e portelloni di cemento. Persone si affollano attorno a certi punti strategici, forse effettuando controlli sulle perdite di gas o di fibra di vetro o sulle pareti stagne che lasciano passare l’aria. Sembra una rampa di lancio posta orizzontalmente, a perdita d’occhio.
La incontro, sdraiata sul triclinio come una principessa egizia esule.
- Quanti giorni di permanenza hai vinto? Duecentocinquanta, forse, non potendo arrivare al massimo di un anno, avrai certo conquistato una cifra ragguardevole. - Lei fa no con la testa, ammiccando.
- Allora, forse, duecentocinquantuno, intendendo con quell’uno in più non un premio di maggior valore ma un’aggiunta risibile, fatta solo per distinguersi dagli altri. -
- No, dodici. Dodici giorni. -, e mi stringe la mano, sinceramente sopraffatta dall’ironia della situazione, tanto che entrambi non possiamo che riderne.
- Come faremo a sopravvivere a questi attacchi di fortuna sfacciata? Pensa un po’ che ho traversato il deserto soffrendo la fame e la sete, con la speranza di arrivare qui e guadagnarmi un posto in questo paradiso. Mi dicevo: più soffrirai più sarai contenta, e con questo andavo avanti. Dodici giorni, proprio un bel risultato! -
- Che vuoi, forse un anno intero sarebbe troppo, e in quel periodo dimenticheresti cosa accade quando accadono le cose. Una privazione di un anno non è un premio ma una punizione. Guardali, i vincitori: si arrampicano sulle piante cercando di scavalcare il reticolato, guadagnandosi un posto al di là. Non hanno capito che non è per sempre.-
- E anche così, sarà orribile. -, aggiunse lei.

mercoledì 4 luglio 2018

Porto


Sulla cartina non ci sono che cinque edifici. Questi cinque edifici risaltano, disegnati in assonometria su una mappa del tutto anonima, che presenta un reticolato di strade che dà su un semicerchio, probabilmente la raffigurazione schematica di un porto. Essi cinque sono: una chiesa, riconoscibile dalla cupola e dagli archi del portico, un ospedale, riconoscibile dalla croce e dalla spiegazione della cura, lo svolgimento della cura e la natura della cura, e tre ville in perfetto stile palladiano, per quel che è dato di vedere. È un esemplare chiarissimo di atlante pubblicitario, dove si vendono quelle case là raffigurate in assonometria. Infatti, la chiesa non è una chiesa, e l’ospedale non è un ospedale, ma entrambi sono edifici più grandi dei restanti tre, adatti quindi ad ospitare un maggior numero di gente. Osservando con attenzione il modo in cui è disegnata una delle tre ville, una qualsiasi delle tre, si pensa che sarebbe bello alloggiarvici e vivere una vita tranquilla, circondati da strade anonime, strade dispiegate sul piano della Terra come un reticolato purissimo di idee, di strade senza nome: in quel modo, nulla potrebbe colpire alcunché, e la vita scorrerebbe tranquilla, priva di un assillo purchessia. Non si è detto che sarebbe bello viverci, ma che sarebbe bello pensarci di farlo. Sono due cose diverse. Non si può evitare di essere quello che si è, anche in quelle contrade, ma si può sempre cercare di essere ciò a cui aneliamo, in quanto l’ultima parola dello stato di essere, ovvero l’ultimo giudizio sul fatto di esserci, non tocca a noi né ad uno dei nostri pari.

mercoledì 27 giugno 2018

Panno


La coppia è al tavolo. La coppia è seduta al tavolo. Stanno ascoltando una canzone, soprattutto le ultime tre sillabe del canto ripetute per due volte, la seconda con una piccola variazione fonetica che ne cambia il senso potenziandolo, facendone intravedere mille altri significati. Questa seconda frase lo commuove a tal punto da riempirgli gli occhi di lacrime, come se un corpo estraneo irritasse la congiuntiva. Che succede?, chiede lei. Egli, come risposta copre con le mani quelle tre sillabe, che sono ricamate sulla tovaglia.
Un ricordo lo ha trafitto come una febbre, squassandolo con brividi e singhiozzi. Un ricordo o un senso nascosto che si è rivelato improvvisamente. Questo spiegherebbe perché sta cercando di coprire con le mani quelle tre sillabe ricamate sulla tovaglia: il filo traccia segni incontestabili che chiunque può leggere, e che possono per ciò essere ricoperti da mani pietose. Non per questo le si potranno dimenticare, e con facilità.
Lei, che ha capito il contrario di ciò che di deve, gliele toglie come a scoprire per aggravare il male, facendolo così scorrere più velocemente. Invece, lo sguardo deve essere allontanato al più presto. A vederle scritte, quelle sillabe rivelano un’estrema semplicità: una vocale e due consonanti, una ad aprire una a chiudere, la formano. Sono tre, più altre tre, la prima sillaba scritta in orizzontale, la seconda in verticale. Si stenterebbe a credere che parole così brevi possano significare qualcosa, ma a veder l’uomo non si può che ammetterlo. Null’altro avrebbe potuto ridurlo a questo termini.
Ciò non ha altra conseguenza che farli uscire nella pioggia a percorrere strade fangose di periferia industriale. Quelle parole erano come tre nomi ripetuti due volte, la seconda con un lieve mutamento che ne cambiava il senso.