mercoledì 28 febbraio 2018

Blanka


È lì che porta lo sguardo, ma che cos’è lo sguardo?
La bambina accarezza gli artigli della tigre per ammansirla, per circuirla forse, o per farsi beffe di lei, per farle vedere che dietro il finto vezzeggiare risiede un trucco, un atto nato da uno sciocco desiderio di supremazia nei confronti della tigre, come a dirle che è lei che è superiore, la bambina, tanto superiore che riesce a prendersi gioco di una belva. Crede, la bambina, che non solo la tigre non la sbranerà, ma che alla fine la ringrazierà d’essere stata presa in giro da un essere superiore quale la bambina è, così superiore da produrre atti insensati come questo, e insieme densi di significato.
- Vedi?, io con questo ti onoro, dice lei, cerco di soddisfare il tuo desiderio, perché io so quali desideri ti animano, di quali desideri hai bisogno, e con questa carezza te lo dimostro, ti mostro il mio acume e la mia gentilezza, la mia sottomissione nei tuoi riguardi; io ti accarezzo le unghie per onorare il tuo sacro graffiamento che non un colpo distrugge le fattezze del domatore; io so che per questa mia umiliazione, che io stessa mi infliggo, tu non mi toccherai, non oserai toccarmi né ferirmi, perché con questo toccamento io ti mostro e dimostro che ti ho capito completamente, totalmente, senza remissione, e per questo tu non oserai distruggermi con il tuo letale tocco, perché se mi distruggessi distruggeresti te stessa, in quanto nessuno è servitrice come lo sono io, e nessuno può darti quell’onore che ti rendo, perché nessuno è come me nel rendertelo; e se continui a non distruggermi, io stessa ti distruggerò demolendo la tua ferocia pezzo a pezzo, mediante un accarezzamento di unghie che è insieme umiliazione e sopraffazioni, in quanto io, con questo, mi mostro superiore a te, così superiore da non tener conto della tua ferocia, che a questo punto è solo supposta e non reale, perché non può cancellare lo scherno che già ti ho inflitto.
Questo discorso è talmente lungo che si divide necessariamente in due parti: l’accarezzamento e la derisione, ripiegate su un unico oggetto, quello che è definito dall’unghia della tigre. Quell’unghia è un rappresentante dell’oggetto. Questo discorso si dipana a sua volta da un unico punto, ma esso ha necessariamente un diritto e un rovescio, il primo esplicantesi nell’accarezzamento e nell’intenzione che fa sì che esso esista come modalità di sottomissione, il secondo nella derisione nascosta, molto nascosta dietro il discorso ma evidente negli occhi della bambina, occhi che essa tiene fissa sulla tigre assicurandosi che questa non la guardi nel suo operare, una derisione che come si è visto si fa tanto più umile quanto è feroce. Nell’aggruppamento dei due ordini di valori, e ovvero nel ripiegamento di un ordine sull’altro, nella frattura entro cui tutto s’ingorga, in quel punto che per il momento è diviso nelle sue parti, sta il nocciolo della questione. Questo discorso, ripiegandosi a sua volta su quel gesto, mostra di sé un’unica faccia, e un duplice volto - quello dell’adorare deridendo.
La tigre, dopo aver fissato la bambina negli occhi per un attimo con uno sguardo interrogativo, scavalca d’un balzo mentale tutte queste considerazioni, e la sbrana.

mercoledì 21 febbraio 2018

Trust

Nel secolo diciassettesimo, ma più ancora in quello seguente, fra i rabbini ortodossi d’Italia ci fu un’ondata di eresie; la nuova dottrina si diffuse a partire dalla Puglia, per opera di qualche rabbino orientale arrivato con le migrazioni, spingendosi fin oltre le Alpi, come accadde nei casi della Spagna e dell’Olanda. Questi eretici, nel seno delle comunità che sbocciavano al seguito di quella dottrina, erano soliti compilare un documento in cui raccoglievano i frutti dei loro studi sotto forma di pensieri, abbreviazioni, massime e apologhi, corredando questi scritti con disegni e diagrammi che illustravano la loro visione del Mondo e di Dio. Pochi di questi documenti, che avevano la forma di taccuino o libello, sono arrivati fino a noi, e quelli che son giunti fino a quest’epoca sono per lo più dei falsi, redatti in base a dicerie o detti del popolo, che quelle lezioni ha ancora ben viva nella memoria: sono ricordi che la gente ha tramandato nei secoli per mantenere viva la tradizione apocrifa e ricordare così vivamente la figura di certi Rabbi che si erano distinti per la loro mente spirituale, o per virtù taumaturgiche. Quegli scritti sono di difficile decifrazione, perché procedono per enigmi e scorciatoie, per abbreviazioni e sottintesi, ed è assai difficile per chi non è addentro a queste cose risalire da queste sigle al detto o alla massima soggiacente. I disegni e i diagrammi, poi, lungi dall’esser d’aiuto, complicano oltre ogni misura la comprensione di quegli apologhi; e le massime che dovrebbero confortare i fedeli nei periodi di carestia spirituale spesso si riducono ad accozzaglie insensate di lettere, che formano frasi impronunciabili e che hanno con i detti divini contenuti nella Bibbia solo una somiglianza vaga e indistinta, così tanto vaga e indistinta che non sempre si riesce a risalire alla fonte.
Un uomo, che chiameremo il Falsario, ha riprodotto uno di questi scritti. Gli ha dato una forte apparenza di vero, ed è così sicuro dell’opera sua che la vuole sottoporre al giudizio di un Rabbino ortodosso. Il luogo dell’incontro è in una bottega di cambiavalute, dove dietro il banco polveroso si affaccendano nell’oscurità del negozio alcuni commessi, intenti a segnare su carta millimetrata i grafici dell’andamento della borsa. Sul lato più lungo del negozio vi è una panca su cui sono seduti alcuni Rabbini, vestiti di grigio come i commessi, quasi indistinguibili tra loro: essi discutono animatamente fra loro di complicate questioni. Uno di quelli, all’apparenza il più saggio, di certo il più vecchio, in compagnia di un suo giovane pupillo, accetta di buon grado di esaminare quel documento con lo scrupolo necessario a certificare la sua validità. Ma non sarà lui ad esaminarlo, bensì il giovane Allievo.
Questi, somigliante in tutto e per tutto all’ombra del suo anziano Maestro, è già saccente e presuntuoso, tracotante come può esserlo un allievo. È sicuro di sé e di farcela, e con questa sicurezza serenamente si avvicina al Falsario per vedere di cosa si tratti.
- Ecco, vede -, dice il Falsario tendendogli il taccuino.
- Ah, un documento degli Eretici! Interessantissimo, davvero assai curioso il modo in cui è redatto.
Discorrendo, escono nel cortile da una porta a vetri laterale, passando per un atrio dove alcune ballerine vestite di tulle rosa salmone stanno provando una coreografia. La vicina Sinagoga dà a tutta da scena una strana atmosfera, come se si stesse preparando una festa pagana.
- Che cosa c’è scritto, qui? -, chiede l’Allievo: - “Avant’e ndreo so’ annato e lo studio m’ha focato”: ma che significa, che tutti i giorni se ne andava su è giù?
- No, vede, adesso le spiego. Questo passaggio vuol dire “togliere dalle cose del mondo le nostre idee che le sorreggono per vedere se stanno ancora in piedi”. Dice proprio così; sapete, io l’ho studiato un po’, questo manoscritto, nei giorni che seguirono al suo ritrovamento, e mi sono familiarizzato alquanto con questi strani modi di dire che egli ha usato nello scritto.
- Ah, bene, dunque è anche lei uno studioso, mi fa piacere.
Quest’ultima frase è detta con un tono che fa capire al Falsario, il quale credeva di aver fatto un buon lavoro e pensava con ciò di ingannare chiunque, anche uno studioso, d’essere stato superficiale, e che la ricerca che svolse sugli Eretici del diciottesimo secolo fu incompleta e svagata; queste doti negative, riflettendosi sul suo lavoro, mostrano più che mai un aspetto raffazzonato, rendendolo inutile, quasi un’offesa per il giovane Allievo che gli sta dedicando così tanto tempo per decifrarlo, e smascherarlo. A un esame così, nulla può resistere. Così, Egli si dispone al seguito con animo fortificato.
- “B, S, Q, R”: ma che sono, queste lettere? - chiede l’Allievo, come per sincerarsi di non essere preso in giro.
- Mah, non saprei -, dice l’altro, contraddicendosi. - Come sa, io questo taccuino l’ho solo rinvenuto in una soffitta; gliel’ho portato appunto per sapere qualcosa sulla sua autenticità. Non so di cosa si tratti, però ho sentito dire che in ebraico ci sono delle lettere chiamate lettere-madri, alef, lam, lim…
- Forse è meglio dire Alef, Lamed e Mem. Comunque, le lettere-madri sono Alef, Mem e Shin.
- Si, ecco, Mem; sa, anch’io ho studiato l’ebraico, in gioventù. Sono ebreo, sa?
- Ah, dunque, anche lei! Però, forse, a lei farebbe bene un ripasso. Le farebbe davvero bene, smetterebbe forse di gridare. Siamo in un luogo sacro, non se ne rende conto?
- Ma se siamo in un cortile! E poi, lei mi confonde: è così giovane, e così implacabile. Invece di mostrare interesse per il lavoro che ho svolto, io così povero di dottrina come dice lei, sono arrivato fin qui senza Dio e senza religione, e lei non fa che dileggiarmi con quel tono da saputello. Invece di congratularsi non fa che rimarcare i miei errori. Sono errori, sì, ma li ho fatti io che non so nulla. Sono bravi tutti a sbagliare sapendo tutto. Lei non sa nulla di cosa significhi divenire, con il poco che si ha a disposizione, una cosa diversa da ciò che si è, una cosa che crediamo possa soddisfare l’impulso sentito in profondità. No, lei giudica e impone in base alla giustezza delle prove risultanti dall’operato, in base all’imposizione di un ruolo mentale basato su quella giustezza. Ha forse studiato, per far questo? O le viene del tutto naturale, e quindi lo studio non è che un rafforzamento di ciò che esiste ab origine? Forse, questa storia degli Eretici è una montatura, architettata come un richiamo per farmi uscire dalla tana e confrontarmi con il suo Maestro. Bene, se era così, il trucco non le è riuscito.
L’Allievo scuote la testa, come a dire che la storia dei Rabbini eretici è campata in aria; fu un’idea che nacque dall’aver scorto, in circostanze mai del tutto chiarite, delle vecchie incisioni d’epoca che raffiguravano il saggio Shabbatai Z’vi; da ciò, da quella figura, nacque tutta una storia, una storia incomprensibile e funesta, che ancora oggi - come nel caso del Falsario - trova adepti pronti a diffonderla nuovamente, in nome di un’appartenenza che è soltanto virtuale, un sentimento superficiale e fugace, incapace di un pensiero profondo e profondo sentire. Che questa storia corrisponda alla realtà, poi, è un caso fortuito ma non impossibile.

mercoledì 14 febbraio 2018

Spinoza

Da quella parte del fiume, che in quel punto scorre ampio e lento, protetto degli argini bassi, si nota benissimo il profilo caratteristico della Città, che là pare sorgere dietro una ribalta formata da palazzi larghi e bassi, in vetro e cemento, su cui il sole, riflettendosi al tramonto, ci abbacina piacevolmente.
Proprio lì, accanto alla chiesa, c’è un muro, un muro giallo ocra, alto, interrotto da un grande portone in legno massiccio. Quel muro, per la sua sobrietà - è un muro uniforme, alto più di dieci metri, colorato d’ocra gialla, un muro che nasconde un vasto spazio interno, forse un giardino o un orto annesso alla chiesa, o più ragionevolmente un seminario, allogato nell’antico monastero della chiesa, un luogo dunque massimamente rigoroso, quel tanto che basta per sostenere con quel muro l’attacco sfumato del barbaglio del sole riflesso dalle strutture di vetro e cemento poste sull’altra riva del fiume - sarebbe piaciuto a Baruch Spinoza.
Me lo immagino, il filosofo, che passeggia lungo il fiume nei pressi della chiesa e del muro, che, mentre medita su alcuni dei più ardui passaggi della sua Etica, occhieggia distrattamente quei palazzi di vetro e cemento traendo da essi la luminosità per continuare nel ragionamento, quei palazzi che fanno da proscenio al profilo antico della Città, riconoscibile anche in questi istanti di tensione intellettuale dietro alla parata risplendente del sole al tramonto.
Quel panorama paradossalmente dà un appiglio alle sue idee, gli fa da schermo, da sostegno, ne permette l’accumulo senza sovraccarico. Spinoza, nei pressi di quel muro, mediterebbe su Spinoza e perfino sullo spinozismo, male deleterio e incurabile che sarebbe conseguito da quella filosofia nei secoli a venire, secoli che Egli, grazie alla vicinanza di quel muro prodigioso, tale perché racchiude l’atmosfera di tutta un’epoca, riuscirebbe a vedere come in una lontananza, come quel profilo inconfondibile della Città che si innalza dietro alla quinta in vetro e cemento; avrebbe, da quel punto del lungofiume, uno scorcio del tempo avvenire.
Il libro terzo dell’Etica fu di sicuro concepito in questo luogo, perché in nessun’altra parte del mondo Egli avrebbe potuto pensare quelle cose, e in maniera così limpida e netta: il paesaggio della Città, lontano e vicino al medesimo momento, rappresenta al massimo grado il gioco di addizione delle passioni volte a formare un’azione. Muro, quinte e profilo della Città sono l’esplicazione, la raffigurazione più efficace di quella teoria. Il gioco di prospettive combacia in ogni punto.
Solo in quel luogo è possibile provare nel medesimo momento la gioia attiva e la tristezza passiva; solo in quel luogo, un luogo prossimo in egual misura al muro, al profilo della Città e al fiume, si esprime il delicato accordo di tutti i sentimenti che concorrono alla formazione dell’intero; solo in quel luogo si è abbastanza felici di essere vicino al consorzio umano e al contempo abbastanza lontano da soffrirne la mancanza e osservarlo al meglio.
In quel luogo, le varie parti sono parti di un tutto, e solo in quel luogo è possibile rendersene conto: là, le idee non possono che essere chiare e distinte.

mercoledì 7 febbraio 2018

Le due chiese

Parcheggiamo, nel paese delle due chiese, come indicato dalla profezia che la donna senza gambe ricevette, dopo mille peripezie fra cui l’affrontare una discesa lunga e ripida sprovvisti di freni, usando a nostro vantaggio gli attriti delle gomme sull’asfalto per mantenere costante l’andatura e non finire fuori strada.
Parcheggiammo non lontano da quelle due chiese, e la donna senza gambe, quella della profezia, venne con noi a cercare quella delle due chiese in cui, sempre secondo la profezia, avremmo dovuto trovare il guaritore, colui che avrebbe restituito le gambe alla donna senza gambe. Ella, pur non avendole, camminava veloce spinta dall’idea del prossimo recupero, così veloce che noi non riuscivamo a starle dietro; e sebbene il paese fosse straniero e non lo avessimo mai visitato prima d’ora, ella si districava per i vicoli stretti come se conoscesse la strada, procedendo spedita e senza indugio, come attratta da un odore o un’idea, un sottile filo aereo che le indicava la via più breve e più sicura per giungere all’appuntamento in tempo.
Ma prima di questo, e di come trovammo tutto, devo dirvi della discesa, o non riusciremo ad andare avanti. L’autista, giunto all’orlo della discesa, una discesa ripida, lunga che non se ne vedeva la fine, una strada costeggiata da pini, spense il motore e scollegò il cambio: l’autobus, libero da ogni aggancio meccanico, acquistava velocità ad ogni secondo, tanto che dicemmo al guidatore - e lo dicemmo tutti nel medesimo momento, come obbedendo a un impulso o a una paura: - “Piano!..”, con questo cercando di farlo rinsavire. Ma lui, forse perché era pratico di questo giochetto, o forse per far vedere a noi quanto fosse bravo, non ci dette ascolto, e anzi tolse del tutto la chiave d’accensione dal quadro dei comandi, come a significare che a lui, di ciò che avrebbe fatto l’autobus in caduta libera non gli interessava niente. Si mise addirittura comodo nel sedile di comando, come accade quando si vuole restare da soli in compagnia di un proprio pensiero, un’immaginazione privata che conduca più agevolmente al sonno. Forse, chiuse anche gli occhi per disporsi meglio, ostentando una tranquillità che in quei momenti era davvero fuori posto.
Noi, da parte nostra, decidemmo di non guardare più il paesaggio che sfilava sempre più veloce, una velocità folle che aumentava di attimo in attimo, e sembrava che non la finisse più di aumentare, dai finestrini dell’autobus; spegnemmo lo sguardo convincendo quel senso interno che riesce a dir menzogne se opportunamente stimolato, e gli chiedemmo, a quel senso, di figurarci un paesaggio immobile, un paesaggio senza più quella sensazione di caduta imminente - ed esso subito obbedì, come se si muovesse guidato da un cavo d’acciaio, precisissimo, che non comporta possibilità di scosse.
A quel punto, tranquillati nell’animo e ben disposti verso ogni eventualità, anche la più remota e negativa, anche la più disperata, giungemmo in paese, come vi ho detto all’inizio.