Nel
secolo diciassettesimo, ma più ancora in quello seguente, fra i rabbini
ortodossi d’Italia ci fu un’ondata di eresie; la nuova dottrina si diffuse a
partire dalla Puglia, per opera di qualche rabbino orientale arrivato con le
migrazioni, spingendosi fin oltre le Alpi, come accadde nei casi della Spagna e
dell’Olanda. Questi eretici, nel seno delle comunità che sbocciavano al seguito
di quella dottrina, erano soliti compilare un documento in cui raccoglievano i
frutti dei loro studi sotto forma di pensieri, abbreviazioni, massime e
apologhi, corredando questi scritti con disegni e diagrammi che illustravano la
loro visione del Mondo e di Dio. Pochi di questi documenti, che avevano la
forma di taccuino o libello, sono arrivati fino a noi, e quelli che son giunti
fino a quest’epoca sono per lo più dei falsi, redatti in base a dicerie o detti
del popolo, che quelle lezioni ha ancora ben viva nella memoria: sono ricordi
che la gente ha tramandato nei secoli per mantenere viva la tradizione apocrifa
e ricordare così vivamente la figura di certi Rabbi che si erano distinti per
la loro mente spirituale, o per virtù taumaturgiche. Quegli scritti sono di
difficile decifrazione, perché procedono per enigmi e scorciatoie, per
abbreviazioni e sottintesi, ed è assai difficile per chi non è addentro a
queste cose risalire da queste sigle al detto o alla massima soggiacente. I
disegni e i diagrammi, poi, lungi dall’esser d’aiuto, complicano oltre ogni
misura la comprensione di quegli apologhi; e le massime che dovrebbero
confortare i fedeli nei periodi di carestia spirituale spesso si riducono ad
accozzaglie insensate di lettere, che formano frasi impronunciabili e che hanno
con i detti divini contenuti nella Bibbia solo una somiglianza vaga e
indistinta, così tanto vaga e indistinta che non sempre si riesce a risalire
alla fonte.
Un
uomo, che chiameremo il Falsario, ha riprodotto uno di questi scritti. Gli ha
dato una forte apparenza di vero, ed è così sicuro dell’opera sua che la vuole
sottoporre al giudizio di un Rabbino ortodosso. Il luogo dell’incontro è in una
bottega di cambiavalute, dove dietro il banco polveroso si affaccendano
nell’oscurità del negozio alcuni commessi, intenti a segnare su carta
millimetrata i grafici dell’andamento della borsa. Sul lato più lungo del
negozio vi è una panca su cui sono seduti alcuni Rabbini, vestiti di grigio
come i commessi, quasi indistinguibili tra loro: essi discutono animatamente
fra loro di complicate questioni. Uno di quelli, all’apparenza il più saggio,
di certo il più vecchio, in compagnia di un suo giovane pupillo, accetta di
buon grado di esaminare quel documento con lo scrupolo necessario a certificare
la sua validità. Ma non sarà lui ad esaminarlo, bensì il giovane Allievo.
Questi,
somigliante in tutto e per tutto all’ombra del suo anziano Maestro, è già
saccente e presuntuoso, tracotante come può esserlo un allievo. È sicuro di sé
e di farcela, e con questa sicurezza serenamente si avvicina al Falsario per
vedere di cosa si tratti.
-
Ecco, vede -, dice il Falsario tendendogli il taccuino.
-
Ah, un documento degli Eretici! Interessantissimo, davvero assai curioso il
modo in cui è redatto.
Discorrendo,
escono nel cortile da una porta a vetri laterale, passando per un atrio dove
alcune ballerine vestite di tulle rosa salmone stanno provando una coreografia.
La vicina Sinagoga dà a tutta da scena una strana atmosfera, come se si stesse
preparando una festa pagana.
-
Che cosa c’è scritto, qui? -, chiede l’Allievo: - “Avant’e ndreo so’ annato e
lo studio m’ha focato”: ma che significa, che tutti i giorni se ne andava su è
giù?
-
No, vede, adesso le spiego. Questo passaggio vuol dire “togliere dalle cose del
mondo le nostre idee che le sorreggono per vedere se stanno ancora in piedi”.
Dice proprio così; sapete, io l’ho studiato un po’, questo manoscritto, nei
giorni che seguirono al suo ritrovamento, e mi sono familiarizzato alquanto con
questi strani modi di dire che egli ha usato nello scritto.
-
Ah, bene, dunque è anche lei uno studioso, mi fa piacere.
Quest’ultima
frase è detta con un tono che fa capire al Falsario, il quale credeva di aver
fatto un buon lavoro e pensava con ciò di ingannare chiunque, anche uno
studioso, d’essere stato superficiale, e che la ricerca che svolse sugli
Eretici del diciottesimo secolo fu incompleta e svagata; queste doti negative,
riflettendosi sul suo lavoro, mostrano più che mai un aspetto raffazzonato,
rendendolo inutile, quasi un’offesa per il giovane Allievo che gli sta
dedicando così tanto tempo per decifrarlo, e smascherarlo. A un esame così,
nulla può resistere. Così, Egli si dispone al seguito con animo fortificato.
-
“B, S, Q, R”: ma che sono, queste lettere? - chiede l’Allievo, come per
sincerarsi di non essere preso in giro.
-
Mah, non saprei -, dice l’altro, contraddicendosi. - Come sa, io questo
taccuino l’ho solo rinvenuto in una soffitta; gliel’ho portato appunto per
sapere qualcosa sulla sua autenticità. Non so di cosa si tratti, però ho
sentito dire che in ebraico ci sono delle lettere chiamate lettere-madri, alef,
lam, lim…
-
Forse è meglio dire Alef, Lamed e Mem. Comunque, le lettere-madri sono Alef,
Mem e Shin.
-
Si, ecco, Mem; sa, anch’io ho studiato l’ebraico, in gioventù. Sono ebreo, sa?
-
Ah, dunque, anche lei! Però, forse, a lei farebbe bene un ripasso. Le farebbe
davvero bene, smetterebbe forse di gridare. Siamo in un luogo sacro, non se ne
rende conto?
-
Ma se siamo in un cortile! E poi, lei mi confonde: è così giovane, e così
implacabile. Invece di mostrare interesse per il lavoro che ho svolto, io così
povero di dottrina come dice lei, sono arrivato fin qui senza Dio e senza
religione, e lei non fa che dileggiarmi con quel tono da saputello. Invece di
congratularsi non fa che rimarcare i miei errori. Sono errori, sì, ma li ho
fatti io che non so nulla. Sono bravi tutti a sbagliare sapendo tutto. Lei non
sa nulla di cosa significhi divenire, con il poco che si ha a disposizione, una
cosa diversa da ciò che si è, una cosa che crediamo possa soddisfare l’impulso
sentito in profondità. No, lei giudica e impone in base alla giustezza delle
prove risultanti dall’operato, in base all’imposizione di un ruolo mentale
basato su quella giustezza. Ha forse studiato, per far questo? O le viene del
tutto naturale, e quindi lo studio non è che un rafforzamento di ciò che esiste
ab origine? Forse, questa storia degli Eretici è una montatura, architettata
come un richiamo per farmi uscire dalla tana e confrontarmi con il suo Maestro.
Bene, se era così, il trucco non le è riuscito.
L’Allievo
scuote la testa, come a dire che la storia dei Rabbini eretici è campata in
aria; fu un’idea che nacque dall’aver scorto, in circostanze mai del tutto
chiarite, delle vecchie incisioni d’epoca che raffiguravano il saggio Shabbatai
Z’vi; da ciò, da quella figura, nacque tutta una storia, una storia incomprensibile
e funesta, che ancora oggi - come nel caso del Falsario - trova adepti pronti a
diffonderla nuovamente, in nome di un’appartenenza che è soltanto virtuale, un
sentimento superficiale e fugace, incapace di un pensiero profondo e profondo
sentire. Che questa storia corrisponda alla realtà, poi, è un caso fortuito
ma non impossibile.