mercoledì 26 ottobre 2016

Fiala

L’auditorium è vasto, chiaro; le gradinate a semicerchio incombono sul palco degli oratori. Tutto è pulito, tutto è limpido come potrebbe esserlo in un ambulatorio medico a metà del secolo scorso. Dopo l’allocuzione, il grande medico annuncia che visiterà i pazienti convenuti: già si sono messi in fila, e io con loro, mentre il discorso ancora non era terminato. È una visita formale, fatta con i rapidi mezzi della sapienza, senza altro strumento che non sia la mano o l’orecchio del dottore, una scienza tutto volta a confermare o smentire uno stato di cose che già si conosce, e che non può migliorare; stato che in passato è già stato confermato o smentito, se solo si avesse avuto orecchi per intendere e forza per sopportare il verdetto. È il mio turno, e il sapiente mi porge una fiala da rompere, il cui liquido mi inietterà affinché i livelli delle sostanze nel mio organismo si equilibrino.
- Reggi la fiala dopo che l’ho spezzata… Non gettarla via!
- Pensavo che tu mi avessi dato da togliere il sigillo, per questo la stavo gettando.
- No! Ti ho dato la fiala per dimostrarti che mi fido.
- Io credo invece che tu ti sia confuso, e che accorgendoti di ciò tu stia cercando una giustificazione razionale a una distrazione inconcepibile.
(Inietta il liquido. Gli salto addosso, bloccandolo a terra con il mio peso).
- Perché, dottore, non dirmi nulla?
- Io, di notte, ho una visione come di una forma allungata, come una custodia di violoncello, come un prosciutto, o un fiasco, una specie di grossa pera opaca che s’illumina all’interno mostrandomi cose di cui non vorrei saper nulla, cose che riguardano i miei pazienti, te in particolare.
- E cosa mai avresti veduto?
- Ho visto cose, di te, terribili, che con la mia scienza cerco di mitigare.
- Dimmi, dunque, e presto!
- Della tua vita, priva di vita con una morte precoce; del fatto, anche, che in ogni tuo gesto manchi l’energia, la scossa che trasforma l’attimo in qualcosa di eterno…
- Tu non hai capito nulla, di quelle visioni: non capisci che ogni mio istante è pervaso dal pensiero, e questo pensare mi strappa dal qui e dall’ora per trasportarmi là dove io comprendo tutto. Non capisci che è un gioco d’azzardo, come quando si punta ai cavalli una grossa cifra? La pellicola della realtà, in quei momenti, pare strapparsi, sottoposta com’è a quella tensione così grande, tanto grande che le fattezze degli uomini si riempiono di rughe simili a disturbi radio, che offuscano la scena senza cancellarla… Nulla ha più importanza di quel momento in cui la corsa finirà: in quegli istanti l’energia della mente sale a livelli altissimi, tanto che ci si chiede se si potrà un giorno tornare a terra, con i piedi ben saldi. Non lo si può, ovviamente, e questo è un bene: in quei momenti, nulla è più importante di quello strappo, di quella continua scorticatura.
- Dunque, non vuoi che io ti guarisca…
- No, visto che pur non capendo ti ostini a dire che comprendi. La tua scienza ti rende cieco a quelle che sono le ossature della vita, senza le quali nessuno può dire Io. Cessa dunque di curare e lascia che io muoia nel modo in cui sono, nella maniera che più mi compete. E se non puoi, allora è meglio che non ci si veda più. 

mercoledì 19 ottobre 2016

Due apocrifi

I. Arco luminoso.
Dio discende in terra, e - nella sua speciale vettura - la percorre come se fosse all’indomani della Creazione, verificandone lo stato e l’integrità. Non ha un tragitto stabilito, essendo Lui il facitore di tutti i tragitti, ma gira di qua e di là a Suo capriccio, decidendo di tanto in tanto di fermarsi, come per soddisfare un segreto desiderio. Si ferma in un luogo non previsto, là dove si apre un arco che dà su un negozio scintillante di luci: è un’arcata che invita a entrare, ma dove condurrà?
Che cosa cerca, qui? Ha forse qualche scrupolo riguardo alla Sua opera? Vuole stabilire qualche legge aggiuntiva concernente la condotta degli uomini? Riprende infine la sua corsa, sempre alla guida del Suo veicolo d’esplorazione, una sorta di piattaforma sopraelevata munita di ruote, un mezzo utile per chi voglia vedere le cose dall’alto, in guisa di dio.
Saluta i passanti che incontra, ma essi non Lo riconoscono; Lui continua ad agitare il palmo, qualcuno Gli risponde come per riflesso.
Al Suo fianco siede Lucifero: guarda la strada, i passanti e l’agire di Dio, e si chiede se tutto ciò accada ogni mattina : - e se accade, - dice, - che lezione dovrei trarne?
È perplesso, non sa cosa pensare. Il suo pensiero si agita al vento che le cose producono nel loro essere.

II. Dialogo fra Lucifero e Sapienza.
- Dunque, è lei a dominare qui!
- Certo, ma non si aspetti che le rivolga la parola dopo le brutte cose che mi ha detto.
- Ma che cosa le avrò detto mai?
- Che voleva far da solo, che non si fida di chi si approfitta delle debolezze altrui, e che di me non sapeva che farsene. Crede forse di essere unico? Non si accorge che ogni sua azione ha un’evidenza innegabile?
- Non se la prenda, signorina, lo sa che sono irascibile e che divento subito sgradevole se mi si rivolge l’attenzione… ma è una forma di difesa, non mi giudichi troppo duramente.
- D’accordo. Che cosa le serve, allora?
- (apre il cavo della mano) Una cosa del genere, ma che funzioni e che non si rompa sul più bello. Non come la volta scorsa che mi avete rifilato uno scarto, un fondo di magazzino.
- Dove l’ha comprato?
- Ma qui da voi! e dove, se no?
- Mi faccia vedere… non so cosa dirle, qui sono tutti oggetti della stessa razza, non c’è modo di trovare l’eccellenza. Che fa, lo prende lo stesso?
- Vorrei prendere lei, se me lo concede.
- No, questo è impossibile. Si ricordi come mi ha trattata. Io con lei non ci vengo, lei mi disprezza e mi odia.
. Va bene, va bene…

mercoledì 12 ottobre 2016

Appunti sul campo

Hanno gli occhi mobili, la fronte sfuggente, lo sguardo scaltro; si muovono come se esercitassero l’arte della seduzione, una seduzione volgare e smaccata. Sembra che guardino altrove, che siano per un momento distratti. In realtà, comprendono tutto e tutto è registrato per un uso futuro immediato. Non li si può costringere a nulla perché le loro vite si innestano in territori inimmaginabili. Li si può privare di ciò che per noi sono i diritti imprescindibili, e loro non muoveranno un dito per riconquistarli, perché per loro quelle cose non hanno significato. Essi sono sempre altrove.

Non li si può imprigionare, perché per loro la libertà è cosa assai diversa da noi, e neppure si possono punire, perché non si è capito ancora bene che cosa li faccia soffrire. Li si può, è vero, isolare, ma anche in questo modo essi reagiscono in un modo sconcertante, quasi pigro e rassegnato, quasi come se tutto questo nostro industriarsi attorno alle cose per loro non avesse significato.

Talvolta si riuniscono, e parlano con quella parlata gutturale, di cui non si riescono a distinguere neppure i suoni per quanto diversi siano dai nostri. Qualcuno si è provato ad imitare la loro inflessione, e con questa specie di lingua inventata ha provato a comunicare con loro; ma essi, a tutta risposta, guardano con occhi indolenti, dallo sguardo lontanissimo e triste, e non si sa che cosa replicare a uno sguardo così.

Parlano sottovoce, sottovoce ridono, quasi silenziosamente. Ogni tanto, durante il discorso, alzano lo sguardo tutti insieme, e insieme si guardano intorno, scrutando l’orizzonte che rimane vuoto, desolato. Poi, come se nulla fosse accaduto, si curvano di nuovo gli uni verso gli altri e ricominciano a confabulare in quello strano idioma. Di che cosa parleranno mai, e quale potrà mai essere la filosofia che intesse le loro vite così sfuggenti e fuggevoli non si sa, ed è questa la causa delle nostre inquietudini.

I figli non stanno mai con i genitori, ma gli uni e gli altri si radunano tutti insieme in luoghi separati, e là svolgono i loro giochi impudichi, con movimenti lascivi e sguscianti, poco simili ai passatempi consueti ai nostri bambini. La loro fronte è ancora più piatta e sfuggente di quella degli adulti, i loro occhi più guizzanti, meno malinconici. Non si sa che cosa intervenga nel loro sviluppo che muti il tal modo il loro sguardo. Gli adulti sono assai più malinconici, solitari.

Li vedi negli accampamenti che vagano da soli, seguendo vie note solo a loro. Una questione, da noi spesso discussa, riguarda i loro morti: dove li seppelliscono? Con quali cerimonie? Infatti, nessun anziano è presente nel loro stanziamento; forse che muoiono giovani, condannati da un morbo a noi sconosciuto ma a loro tristemente noto? Si spiegherebbe così la sottile e pervadente tristezza degli adulti. Ma non è uno sguardo cosciente, dietro di esso permane un’acquosità un po’ animale, calorosa.

Hanno essi una metafisica, una religione? Ed esiste nella loro lingua una parola simile? Sono molte le domande che si affollano al confine del campo presso cui questa popolazione vive, ma questa è la più bruciante, la più urgente: in che modo sperano e continuano a vivere costoro?

Accostandosi ai limiti esterni dell’accampamento, si può richiamare la loro attenzione con una voce, e allora si avvicinano a frotte - i bambini e le donne, che escono dalle tende, facendosi appresso con uno sguardo interrogativo, quelle donne sconosciute, inimmaginabili nelle loro esistenze; si avvicinano curiosi, tendono le mani come per ricevere qualcosa in cambio. Ma quello che prendono, quello che noi diamo, non li interessa, e dopo il primo istante di curiosità, si allontanano quasi stancamente, con negli occhi quel costante senso di scoramento e delusione, pensando chissà a cosa.

Avranno un dio, queste genti? E come lo pregheranno, ammesso che lo facciano? Questa domanda si ricollega a quella che riguarda le loro filosofie, la loro metafisica; in che modo, cioè, essi si rapportino alla realtà, alle cose del mondo, se per loro esista o meno, un mondo. Non lo si sa. Ma lo scarso significato che per loro riveste la libertà personale (li si può infatti punire o imprigionare senza per questo ricevere in cambio che quell’incomprensibile sguardo, incredibilmente lontano) fa supporre che non abbiano nulla del genere, e che vivano alla giornata prendendo come un dato di fatto lo scorrere immutato dei giorni.

Ugualmente oscuro è il discorso del possesso di se stessi, ma qui ci spingeremmo molto oltre, e non è consigliabile farlo.

mercoledì 5 ottobre 2016

Uomini neri

Silenziosi e incomprensibili si avvicinano; già da lontano fanno paura. Li accompagna un rumore agghiacciante, che fa tremare le mani e i polsi.
Sono alti, vestiti di nero, con lunghi cappelli spaventosi. Si muovono silenziosi, accompagnati da Assi di Picche, da bastoni col pomello, e da fiori rossi, con cui si fanno mantello. Un rumore agghiacciante li precede: fate in fretta a rientrare nei portoni, fate in fretta a girar le chiavi, tenete a casa i  bambini, non fateli uscire.
Sono alti, vestiti di nero; gli Assi di Picche gridano alle vie la loro vocale; tuniche di fiori rossi coprono le schiene, la loro andatura blocca ogni gesto. Sbrigatevi con quelle chiavi ad aprire i portoni! A chiudere le case! Il loro suono agghiacciante non perdona, e anche se li vedrete di spalle non significherà che non siete perduti.
Sono alti, già da lontano; si intravedono da dietro gli angoli, e i gesti si congelano dalla paura dei loro gesti. Dovere farvi forza, salire ai piani e rinchiudervi dentro; e non  guardateli dalle finestre perché il loro sguardo - come la loro vicinanza - uccide. Questo non ricapiterà più, ed è un bene. O un male.
Hanno mani che non si vedono, e occhi nascosti, e questi due segreti bloccano ogni gesto; si avvicinano dondolando come dei sonnambuli, ronzano come biciclette vuote, come modernissimi rubinetti. Che cosa avranno al posto delle mani per reggere i loro bastoni dal pomello d’avorio, per portare in giro il loro Asso con la vocale che urla alle strade vuote? Forse hanno le chele come i granchi? Comunque, fate presto e mettete in salvo i bambini, perché anche se la vicinanza uccide, dopo si continua a vivere.