L’auditorium è vasto, chiaro; le gradinate a semicerchio incombono sul palco degli oratori. Tutto è pulito, tutto è limpido come potrebbe esserlo in un ambulatorio medico a metà del secolo scorso. Dopo l’allocuzione, il grande medico annuncia che visiterà i pazienti convenuti: già si sono messi in fila, e io con loro, mentre il discorso ancora non era terminato. È una visita formale, fatta con i rapidi mezzi della sapienza, senza altro strumento che non sia la mano o l’orecchio del dottore, una scienza tutto volta a confermare o smentire uno stato di cose che già si conosce, e che non può migliorare; stato che in passato è già stato confermato o smentito, se solo si avesse avuto orecchi per intendere e forza per sopportare il verdetto. È il mio turno, e il sapiente mi porge una fiala da rompere, il cui liquido mi inietterà affinché i livelli delle sostanze nel mio organismo si equilibrino.
- Reggi la fiala dopo che l’ho spezzata… Non gettarla via!
- Pensavo che tu mi avessi dato da togliere il sigillo, per questo la stavo gettando.
- No! Ti ho dato la fiala per dimostrarti che mi fido.
- Io credo invece che tu ti sia confuso, e che accorgendoti di ciò tu stia cercando una giustificazione razionale a una distrazione inconcepibile.
(Inietta il liquido. Gli salto addosso, bloccandolo a terra con il mio peso).
- Perché, dottore, non dirmi nulla?
- Io, di notte, ho una visione come di una forma allungata, come una custodia di violoncello, come un prosciutto, o un fiasco, una specie di grossa pera opaca che s’illumina all’interno mostrandomi cose di cui non vorrei saper nulla, cose che riguardano i miei pazienti, te in particolare.
- E cosa mai avresti veduto?
- Ho visto cose, di te, terribili, che con la mia scienza cerco di mitigare.
- Dimmi, dunque, e presto!
- Della tua vita, priva di vita con una morte precoce; del fatto, anche, che in ogni tuo gesto manchi l’energia, la scossa che trasforma l’attimo in qualcosa di eterno…
- Tu non hai capito nulla, di quelle visioni: non capisci che ogni mio istante è pervaso dal pensiero, e questo pensare mi strappa dal qui e dall’ora per trasportarmi là dove io comprendo tutto. Non capisci che è un gioco d’azzardo, come quando si punta ai cavalli una grossa cifra? La pellicola della realtà, in quei momenti, pare strapparsi, sottoposta com’è a quella tensione così grande, tanto grande che le fattezze degli uomini si riempiono di rughe simili a disturbi radio, che offuscano la scena senza cancellarla… Nulla ha più importanza di quel momento in cui la corsa finirà: in quegli istanti l’energia della mente sale a livelli altissimi, tanto che ci si chiede se si potrà un giorno tornare a terra, con i piedi ben saldi. Non lo si può, ovviamente, e questo è un bene: in quei momenti, nulla è più importante di quello strappo, di quella continua scorticatura.
- Dunque, non vuoi che io ti guarisca…
- No, visto che pur non capendo ti ostini a dire che comprendi. La tua scienza ti rende cieco a quelle che sono le ossature della vita, senza le quali nessuno può dire Io. Cessa dunque di curare e lascia che io muoia nel modo in cui sono, nella maniera che più mi compete. E se non puoi, allora è meglio che non ci si veda più.