Io ho una figlia, dallo sguardo triste e incrociato, con la tempia gonfia, la sinistra, dolorante, una tempia che chiede insistentemente carezze. Una bambina che ha ancora cinque anni, fecondata da me a me stesso con una contorsione intellettiva, uno sforzo supremo per accedere da me a me, una piegatura che soltanto nei sogni s’avvera, e sempre quando nel sognare si è davanti a uno specchio e nessuno ci è accanto, un atto privato e violento, dove gli estremi si chiudono spingendo con forza, giù in fondo alla gola – ecco che allora accade il fatto, suggellato questa volta da una presenza inquietante della bambina, che parla appena perché il dolore alla tempia la minaccia da dentro. L’unica cosa che chiede è la mia mano, se la porta all’attaccatura dei capelli vicino all’orecchio perché gliela massaggi, forse in questo modo il dolore le passa, o forse è solo il modo che lei ha per esistere. Confondere le acque con la scrittura è una cosa abbastanza facile. Più difficile è dire una cosa in maniera precisa, in un modo in cui non è stata mai detta. Ancora più difficile è dirla una seconda volta.
mercoledì 27 novembre 2019
mercoledì 20 novembre 2019
L'ora grigia
Il grido accade alla mattina presto, non appena fa giorno. Il suo apparire ci sconcerta, di quel poco in cui riusciamo a pensare di averlo forse già sentito. Ci sgomenta di nuovo, ed è sempre quello. È passato così tanto tempo che ce n’eravamo dimenticati.
Ha la irrevocabilità del ferro, e una certa gentilezza, come d’inginocchiamento, di preghiera. Il suo svolgersi nel tempo, breve di un respiro, è stabile, tutto d’un’unica nota, chiara e tenuta senza increspature. È una voce allenata al grido, all’urlo, è una voce di qualcuno che alla voce è abituato e spesso vi si affida. La posizione nello spazio, increspato dalle vie e dai palazzi, è invece dubbia.
È un grido d’una voce stabile, dai toni medio alti, da tenore, ma di volume inaudito: arriva da lontano con tutta quella potenza, e pare che a ogni nuova occorrenza si sia fatta più vicina, e invece è sempre distante. Par che dica un nome o un’invocazione, una parola singola in cui si esprime, sempre quella, fu ancora quella (adesso che ce ne rammentiamo) la volta precedente in cui la udimmo, e non per la prima volta. Passano minuti, fra un grido e l’altro, tanto che uno sempre si dice: adesso ha finito. Infatti, in genere quello che si desidera durante quel grido, quando è emesso da una voce così sconosciuta, è che smetta presto. Lo si desidera con tutta l’anima, visto che quell’urlo ci sconvolge a ogni passata. Ce ne ricordiamo dall’ultima volta, che sebbene ce ne fu soltanto uno, poi non dormimmo più ugualmente, e a causa proprio di quella unicità. Adesso è tornato, e solo ora riusciamo a capire quante siano state le volte in cui lo abbiamo sentito. Molte, ecco, e non si sa dire più di così.
A sentirlo, le cose, immerse nella penombra, perdono valore: gli archi della piazza, i portoni, perfino i mobili nella stanza in cui siamo. Non osiamo alzarci a vedere, tutte queste cose (la piazza, i mobili) sono nell’immaginazione: di fronte a quel grido nulla si oppone, tutto si disgrega, anche il desiderio di alzarsi dal letto e mettersi a sedere.
Il grido non si avvicina mai: a ogni nuovo apparire (e quella parola non muta) permane lontano, indistinto eppure limpido nella sostanza di cui è fatto, sebbene non si capisca, a causa dell’estrema deformità della laringe, necessaria all’emissione di una sì grande voce, cosa dice, se sia un nome o una bestemmia, se sia una preghiera o un ordine, nulla di lui. Si è quasi contenti che i rumori della città piano piano sommergano quel grido solitario. Dopo due o tre volte già non si ha più il cuore di sentirlo, potete figurarvi come accogliamo il sole che lo cancella: se è qualcuno che soffre, uccidetelo! se chiama, arrivate! Siamo contenti di alzarci, quasi, e di far sì che i rumori fatti nello spostare le cose ci coprano lentamente. Già ce ne stiamo dimenticando, almeno fino alla prossima volta. È a te che quel grido s’indirizza.
mercoledì 13 novembre 2019
L'uovo d'oro
L’industriale, separato, padre di due bambini, mi racconta i suoi crucci:
…quando ritornano, li vedo bisbigliare fra loro, e questo mi dà il più grande dei dispiaceri. Allora, mi avvicino a loro, cercando con parole noncuranti di introdurmi in quel bisbiglìo e insieme di far sì che le parole acquistino in volume senso, diventando intelligibili e parte di un discorso che possa riguardare anche me. Mi avvicino e cerco di interessarli alle cose che mi circondano, a questo lusso a cui so che non sono abituati. Li faccio parlare e rispondo loro qualcosa che sia interna, fra noi cioè, che possa interessare noi, me e loro insieme, svegliandoli dal loro torpore. Lo so che a me non sono abituati, che hanno perso l’occhio e mi vedono quasi come un estraneo. Mi spacca il cuore vedere che il loro legame non si rompe, che io nulla posso contro quella forza che lontan da me si è sviluppata. Non so se questo si debba all’atteggiamento della loro madre, quella mia moglie che, disgraziata, ha tutti i difetti di questo mondo, verso di me in mia assenza. Però, è pur sempre la loro madre, e io cerco di adeguarmi a ogni loro visita partendo da questo pensiero, da questo fatto compiuto, provando a usarlo come un cavallo di troia che mi faccia entrare nella fortezza vuota dei miei figli. È una pena indicibile constatare che ogni volta fallisco nell’impresa e ricado indietro nel mio isolamento, lasciando loro nel loro, ben più ricco del mio che è solo lusso.
mercoledì 6 novembre 2019
Underpass
Nel sotterraneo, passeggiamo avanti e indietro per la
galleria commerciale, incontrandosi a ogni passaggio, ma ogni volta, sebbene io
sappia che devo conoscerti, non ti riconosco, e ogni volta devono dirmi chi
sono costoro. So che mi hanno raccontato, all’incontro precedente, una storia o
un fatto o un ricordo, però, sebbene io sappia che dev’essere così, non me lo
ricordo, né ricordo i loro nomi, e ogni volta è da ricominciare da capo con le
presentazioni. Solo una volta io mi ricordai, confusamente è vero, che qualcosa
doveva essere successo fra me e quell’altro, ma non seppi dirlo chiaramente,
così a quello toccò rifare tutta la trafila, di nuovo dall’inizio fino al punto
presente. Ma anche quella volta non seppi ritenere nulla di quanto mi disse.
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