È tornato. Sembra che ogni cosa sia rimasta uguale,
forse la disposizione è diversa e fa apparire tutto più spazioso. È difficile
dire se manca qualcosa, pare un giochino enigmistico in cui si deve far
corrispondere uno a uno gli oggetti della prima con quelli della seconda
vignetta, anche se qui nulla somiglia alla vignetta numero uno. C’è solo il
risultato finale da confrontare a memoria, ed è sempre difficile stabilire in
modo preciso le regole di questi confronti, così il risultato finale si riduce
ad essere un’impressione e niente più.
Però, qui davvero manca qualcosa: il tavolinetto
basso, quello che ha dipinte sul ripiano le scimmie, quello quadrato che ha
attraversato tutti questi anni, e che è stato evidentemente tolto di mezzo.
Tutti, ma proprio tutti, all’arrivo fanno a gara a pronunciare il suo nome
salutandolo, facendosi notare, esagerando nel saluto per far vedere che sono
bravi a farlo, coccolandolo in un modo che mai si era visto. Sembra che il
ritorno giovi alla popolarità, perché tutti si affannato attorno a lui,
dandogli spiegazioni non richieste, informandolo di inezie trascurabili, ma
soprattutto chiamandolo, senza requie. Il tavolino con le scimmie disegnate.
Lui è confuso dall’accoglienza, e lo sguardo non riesce a focalizzare subito la
mancanza. Poi, però, se ne accorge, e chiede perché. Vuole sapere che fine ha
fatto quel tavolino. Se qualcuno di voi se lo è preso, dice, ditemelo. Qualcuno
dice: L’ho preso per mio nipote. Quest’ammissione tardiva pare fatta apposta
per compiacere. Ho preso anche il bastone, dice un secondo, e la sbarra, dice
un terzo. Accampano motivi, descrivono fatti, ma tutto è evidentemente falso,
tanto che ci si domanda fin dove li porterà la loro vergogna, se continueranno
con queste ammissioni. Le mancanze si moltiplicano, la differenza fra le due
vignette aumentano a dismisura, tanto che ora si capisce chiaramente la natura
di quello spazio. Non è un senso di pulizia dato da una differente disposizione
delle cose, come accade in uno spazio che da affollato e rumoroso diviene
deserto. È proprio una mancanza effettiva, una sottrazione indebita di
elementi. Insomma, qui manca roba, e non si sa dove sia finita. Quelle scuse
che dicono, son tutti falsi, dice, di certo mi nascondono qualcosa, qualcosa
che è accaduto nel periodo in cui non c’ero. Gli dicono addirittura delle
bugie, se queste gli vengono suggerite dal suo atteggiamento incredulo. Credono
di fargli piacere, ma lui vorrebbe tanto che dicessero la verità. Dov’è,
insomma, dice: e gli ripetono tutto da capo, la menzogna.
Nauseato, si rifugia nella capannuccia in giardino.
Sfoglia alcune dispense scolastiche che trova lì, quelle illustrate e rilegate
con la cerniera di plastica. Si perde nella contemplazione delle illustrazioni
mentre fuori gridano il suo nome: vogliono dirgli, vogliono fargli vedere, vogliono
nominarlo in faccia a lui, vogliono farsi vedere che lo amano, e con questo
coprire lo spazio vuoto. Cos’è mai se non l’angoscia di dover fare qualcosa che
non si può fare? Che stanchezza, dice, dover fuggire così da loro. Ma che
potete darmi se non il mio nome che io stesso odio? Sono nato così, e loro
passano il tempo a ricordarmelo. Ho provato a legarmi alle cose, e me le hanno
portate via. Lasciatemi, dice ancora, in pace con queste figure, che è l’unica
cosa che mi resta.