mercoledì 25 settembre 2019

La mancanza


È tornato. Sembra che ogni cosa sia rimasta uguale, forse la disposizione è diversa e fa apparire tutto più spazioso. È difficile dire se manca qualcosa, pare un giochino enigmistico in cui si deve far corrispondere uno a uno gli oggetti della prima con quelli della seconda vignetta, anche se qui nulla somiglia alla vignetta numero uno. C’è solo il risultato finale da confrontare a memoria, ed è sempre difficile stabilire in modo preciso le regole di questi confronti, così il risultato finale si riduce ad essere un’impressione e niente più.
Però, qui davvero manca qualcosa: il tavolinetto basso, quello che ha dipinte sul ripiano le scimmie, quello quadrato che ha attraversato tutti questi anni, e che è stato evidentemente tolto di mezzo. Tutti, ma proprio tutti, all’arrivo fanno a gara a pronunciare il suo nome salutandolo, facendosi notare, esagerando nel saluto per far vedere che sono bravi a farlo, coccolandolo in un modo che mai si era visto. Sembra che il ritorno giovi alla popolarità, perché tutti si affannato attorno a lui, dandogli spiegazioni non richieste, informandolo di inezie trascurabili, ma soprattutto chiamandolo, senza requie. Il tavolino con le scimmie disegnate. Lui è confuso dall’accoglienza, e lo sguardo non riesce a focalizzare subito la mancanza. Poi, però, se ne accorge, e chiede perché. Vuole sapere che fine ha fatto quel tavolino. Se qualcuno di voi se lo è preso, dice, ditemelo. Qualcuno dice: L’ho preso per mio nipote. Quest’ammissione tardiva pare fatta apposta per compiacere. Ho preso anche il bastone, dice un secondo, e la sbarra, dice un terzo. Accampano motivi, descrivono fatti, ma tutto è evidentemente falso, tanto che ci si domanda fin dove li porterà la loro vergogna, se continueranno con queste ammissioni. Le mancanze si moltiplicano, la differenza fra le due vignette aumentano a dismisura, tanto che ora si capisce chiaramente la natura di quello spazio. Non è un senso di pulizia dato da una differente disposizione delle cose, come accade in uno spazio che da affollato e rumoroso diviene deserto. È proprio una mancanza effettiva, una sottrazione indebita di elementi. Insomma, qui manca roba, e non si sa dove sia finita. Quelle scuse che dicono, son tutti falsi, dice, di certo mi nascondono qualcosa, qualcosa che è accaduto nel periodo in cui non c’ero. Gli dicono addirittura delle bugie, se queste gli vengono suggerite dal suo atteggiamento incredulo. Credono di fargli piacere, ma lui vorrebbe tanto che dicessero la verità. Dov’è, insomma, dice: e gli ripetono tutto da capo, la menzogna.
Nauseato, si rifugia nella capannuccia in giardino. Sfoglia alcune dispense scolastiche che trova lì, quelle illustrate e rilegate con la cerniera di plastica. Si perde nella contemplazione delle illustrazioni mentre fuori gridano il suo nome: vogliono dirgli, vogliono fargli vedere, vogliono nominarlo in faccia a lui, vogliono farsi vedere che lo amano, e con questo coprire lo spazio vuoto. Cos’è mai se non l’angoscia di dover fare qualcosa che non si può fare? Che stanchezza, dice, dover fuggire così da loro. Ma che potete darmi se non il mio nome che io stesso odio? Sono nato così, e loro passano il tempo a ricordarmelo. Ho provato a legarmi alle cose, e me le hanno portate via. Lasciatemi, dice ancora, in pace con queste figure, che è l’unica cosa che mi resta.

mercoledì 18 settembre 2019

Get back


Si narra che P. mcC., nei periodi di mancanza creativa, abbandonasse i tre compagni e iniziasse a vagare travestito per la città. Prendeva il primo bus che passava fuori dagli Studios, sempre quello da lì, e si metteva alla ricerca del Bivio. Ora, da tempo in città di bivii non ce n’erano più, sostituiti da comodissime rotatorie, e non si è mai capito di cosa si trattasse: pare che non fosse proprio un bivio, ma una strada che curvava dolcemente a destra, dipartendosi dalla maggiore, e che girava dietro all’isolato per ricongiungersi poi, dopo chilometri, alla principale (lo so, lo sapevo molto bene, ma ora non so più, non ricordo più bene). Ma del ricongiungimento non diceva mai nulla, a lui interessava solo il bivio, lo voleva rivedere ancora una volta. Vestito da straccione, sul bus importunava tutti, e quando finalmente scendeva, si metteva a gambe aperte a orinare sulle ruote del mezzo, come se non si rendesse conto o come se fosse una cosa naturale. Tirandosi su i pantaloni, dopo che l’autista aveva atteso che finisse il suo bisogno, e di passeggeri non ce n’era uno che protestasse, si rimproverava aspramente, dicendosi che non avrebbe più potuto mettersi quel paio di pantaloni senza ricordarsi della vergogna provata nell’essere nudo.
Lui, che è un artista, sente che non potrà più vestirsi in quel modo, perché sempre quell’abito gli rammenterà di questo e dell’odore sgradevole dell’orina contro le lamiere surriscaldate, lui, P. mcC… Mentre si allaccia la cintura, sovraccarico di pensieri, si sente d’aver fatto bene a scendere, a togliere il disturbo. Non che lo avessero riconosciuto. Non ci pensava proprio, all’essere riconosciuto, e si sente quasi meglio nel sapere che così conciato non è niente per nessuno, diverso dagli altri tre suoi compari, lontano da loro, dimentico di ogni nozione che lo riguarda, pieno com’è dell’immagine del Bivio, bivio che ancora non ha ben chiaro dove sia, e forse se fosse rimasto sull’autobus ci sarebbe arrivato, altrimenti non si capisce perché l’abbia preso: se non è per arrivare, sarà per allontanarsi, velocemente.
Sempre, una volta sceso, si metteva a vagare lungo la massicciata: bottiglie vuote, scatole vuote, involucri vuoti, tutto il ciarpame conformista che si getta dai finestrini dei treni in corsa, o forse abbandonato da chi, non passando treni, ne approfitta per passare lui al di là. Ma di che bivio sta pensando? D’un bivio che gira a destra mentre la strada principale va avanti, e gira intorno, lontano, appunto deviando, per poi ritrovare la via principale nei pressi della Piazza. Quand’è stato che ha visto il Bivio per l’ultima volta? Non è più nemmeno sicuro che esista, ora che impuntandosi nel ricordo, gli sfugge più che mai… stava laggiù, da quella parte, a ovest forse, ma è tanti anni che non ne sa più nulla.
Poi, di corsa, a piedi, tornava a casa, dov’era nato: voleva dare un’occhiata alla stanza. Sua madre, ella possiede il segreto nel segreto della sua camera, scamera che ha una scala scavata nel pavimento, una scala che dà sul cortile interno. Da lì, si vede tutto. Quella stanza era un cortile interno, quadrato, in cui si trovavano quattro letti, ognuno con la testiera addossata al muro, un letto per parete. Era quella una camera senza porte: si poteva solo guardare dai vetri, uno dei quali dava sulla camera della madre. Solo quella stanza, nell’appartamento, aveva quella finestra, sigillata, una stanza con la scala intagliata nel pavimento che scendeva verso la finestra. Egli guardava e anelava d’esser lì, a pochi passi chiusi da un vetro, alla luce del sole. Tutto questo l’ha visto ch’era bambino, non ancora il P. mcC. che poi sarebbe diventato, e soltanto ora se ne ricorda. Darebbe molto per conoscere la strada che lo riporti là, e vedere ancora una volta quella inspiegabile stanza-cortile con i quattro letti: lì si dorme alla luce del sole, illuminati dalle stelle e dalla luna, e quando piove o fa fresco non ci si bagna né si soffre, perché quella camera è costruita nel modo che ci si può vivere senza disagio, protetti da un tetto aggettante, costruito nel modo più adatto. Se potesse imbroccare la giusta serie di porte, la rivedrebbe, quella stanza. Ma non ricorda più nulla, come se fosse ubriaco. Tornare indietro, qui non c’è nulla da fare, c’è troppa sorveglianza e non c’è modo di completare il viaggio
Gli altri tre, agli Studios, lo stanno aspettando; gli hanno messo da parte le idee e un pranzo, tutto impacchettato in un angolo della dispensa. Glielo fecero notare con un sorrisetto di scherno, come per addolcire quella mania inspiegabile, quell’insopprimibile desiderio di andare a vedere.

mercoledì 11 settembre 2019

Saturazione


C’è sempre, nella costruzione di una scienza, qualcosa che sfugge e che si vorrebbe invece ritenere. Allora, si torna indietro a vedere com’è fatta, quella parola che pare dica tutto, e la si rilegge con attenzione. Ma quello scrupolo non serve a nulla, e la frase ha un senso solo se la si legge velocemente, la verità si mostra solo di sfuggita e parzialmente, a nulla serve scorrere lentamente il testo per cercare di scoprire dove sta il segreto. Il segreto appare solo nella lettura veloce, e solo per un attimo appare, intravisto e sfuggevole. Si ha un bel maledire il proprio intelletto dicendolo tardo e incapace a capire: la colpa è nelle frasi, non nella mente. Di questa scienza di cui si può essere solo apprendisti io mi spaccio per maestro.
Andare da lui per aiutarlo a capire come funziona l’istromento e insegnargli a suonare, non è più il caso. L’ha smontato tutto, destrutturandolo, rimontandolo in proporzione inversa, scambiando dimensioni e appiattendo volumi, aggiungendogli parti estranee (una delle quali, un calzino a rete, prende la voce e la ritarda per mezzo di strozzamenti e strozzature). Ha piantato chiodi su cui ha avvoltolato corde e corde metalliche, ne ha aggiunte a volontà, di calibri crescenti ed eccedenti, coprendo i gradi cromatici e gli spazi interstiziali delle note. Ho organizzato tutto come una tavolozza, montata su un treppiede, un cavalletto di pittore, e con l’istromento così modificato passa le giornate. Non che lo suoni: piuttosto, sperimenta una visione che mai ha albergato nell’occhio, che nulla ha a che vedere con l’ortodossia che io rappresento.
Entro nella casa in penombra dicendo: Sono qui. È per farmi riconoscere anticipatamente, è un buon modo per non essere cacciati. Ogni volta che oltrepasso la soglia tremo al pensiero di come mi accoglierà. Spero sempre che mi lasci stare, che oltrepassi a sua volta la mia presenza corporale per arrivare al nocciolo della questione: il motivo della mia visita è l’insegnamento dell’arte. Su questo punto, lo so che non mi ha mai creduto. Così, ogni volta mi accoglie freddamente, come sottomettendosi a un obbligo, come se abbassasse il capo di fronte a una forca per superarla poi velocemente, per lasciarsela dietro e andare oltre. Il disagio che mi coglie ogni volta che metto dentro il piede è un brutto segno, che dovrebbe farmi recedere. Invece, vado avanti, sperando che questa volta sia diverso, ben sapendo in cuor mio che non lo sarà.
Poi, gli ripeto: Sono il maestro. Lo dico per non generare equivoci, per sgombrare la sua mente da ogni dubbio. Che egli non mi cacci più da casa, è cosa assodata. Ma nel suo caso, non si è mai sicuri che non sia un equivoco. Così, ad alta voce dico ancora qualcosa: Sono qui; e poi, di nuovo: Sono il maestro. Due cose non vere, visto che lì non vorrei essere in nessun modo, e che non sono nemmeno un maestro, visto che il modo in cui ha trasformato lo strumento in istromento mi è ignoto. A maggior ragione, entro e mi avvicino subitamente alla stanza da cui si affaccia. Vive nudo, in penombra, quasi senza mai mangiare, affaccendandosi attorno all’istromento. Per migliorarlo, per ampliarlo. Non è più il caso di fingere. Glielo dico: Hai fatto una cosa che io non so dove mettere le mani, non ti posso più insegnare. Allora lui, non troppo gentilmente, anzi con il fastidio di chi è inviluppato in qualche azione losca o indicibile, mi mostra alcune delle particolarità della sua creazione: i chiodi nuovi che ha piantato, e che sorreggono corde fuori tonalità, corde che se sfiorate producono un suono enarmonico solo all’apparenza, senza volume né suono perché la cassa armonica non le sostiene; le reticelle tubolari; le calze a rete isolanti che a suo dire sono utili allo scopo. Se si sta a distanza, nulla può seriamente colpire, e nella distanza si può guardare anticipandolo e scansarlo. Servono a tutto, tutto serve, dice, ma non mi spiega quale sia questo tutto che lui dice. Ormai l’ho perduto, non è più mio: pensare che l’amavo così tanto da non poter trascorrere un’ora senza di lui, e ora mi tocca lasciarlo.

mercoledì 4 settembre 2019

Tempi difficili


Il paese è bello, pieno di sole. L’aria di montagna rinfresca il corpo e la mente, la luce rende la visione chiarissima. Se ci fosse qualcuno con cui parlare sarebbe meglio.
Qui c’è quell’uomo (certamente un pregiudicato, visto che una volta l’ho sentito mormorare: Non ho mica ucciso nessuno, io) che taglia i capelli. Un parrucchiere, ma molto alla buona. Ha un negozietto a metà con la moglie, un locale buio, con mobili scompagnati che di certo risalgono a cinquant’anni prima. Lei vende olio, lui è in là con gli anni. Lavora saltuariamente, con fare svogliato, quando ha bisogno di soldi o quando il suo vecchio demone gli impone un riscatto. Allora, riprende in mano forbici e pettine. Una volta andai da lui per un taglio. Aspettai che finisse con un cliente, poi gli chiesi se voleva far lo stesso con me: ebbe un moto di stizza, come a dire che non era proprio il caso di domandarglielo. Così, rinculai un po’ e lo rassicurai dicendogli che si sarebbe potuto fare anche l’indomani. Egli si raddolcì, tanto che riuscii a strappargli un mezzo sì. Fu a quel punto che la moglie, uscendo dal retrobottega, lo rimproverò: Se non fosse per il mio olio non si avrebbe nemmeno un soldo per tirare avanti. Ma lui se n’era già andato, sparito chissà dove, forse fuori.
Della ragazza, “nonostante le ardue prove che dové sostenere nella sua vita breve, il suo pensiero e la sua voce non smisero mai di fare da guida a coloro che fortunati la conobbero”, come narra l’opuscolo stampato in memoriam, si dice poco o forse troppo. Ci sono alcune fotografie che la ritraggono in quei momenti difficili di cui si parla, il più difficile fra questi quando ebbe a soffrire di certi disturbi all’occhio, che la costrinsero a mettere un paio di occhiali con specialissime lenti prismatiche, che ruotavano la visione di centottanta gradi. A quel tempo, per non confondere il corpo e gli occhi si muoveva su dei trampoli speciali: vedeva ogni cosa dall’alto in basso, a causa di quegli occhiali. Allegra com’era, viveva nei boschi, una foresta americana di alberi che non si trovano dalle nostre parti, una foresta diversa dal consueto, la cui luce non è mai stata osservata alle nostre latitudini, una luce più chiara, come ho già accennato. Per non inciampare nei rami o nelle radici, usava quelle protesi. Guarita che fu da quel disturbo, fu affetta dal disturbo inverso. Così, scese da quei trampoli per camminare rasoterra. Una vita difficile, appunto, degna di essere raccontata: chi fra noi avrebbe avuto il coraggio di vivere appeso lassù, per anni e anni? Nessuno. Non avremmo avuto il coraggio di averlo, quel coraggio, nemmeno se imposto dalle circostanze, come accadde a lei. Perché, chi può essere felice nella costrizione? Chi potrebbe prosperare nell’angoscia? Chi potrebbe addirittura in quell’angoscia fiorire? Lei – e questo mi è di grande aiuto nel passare la giornata.